rinnovo contratti
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Le armi spuntate del nuovo modello di contratto del lavoro
di Dino Greco
su Il Manifesto del 27/02/2008
In Italia, il contratto nazionale di
lavoro non potrà più prevedere un aumento del salario reale. La
redistribuzione della produttività del lavoro non è più materia di cui esso
si possa occupare. Questo è scritto - inequivocabilmente - nel testo redatto da
Cgil Cisl e Uil. Questo è l'architrave su cui potrebbe poggiare il nuovo
modello contrattuale e la riforma epocale dell'intero sistema delle relazioni
industriali. In soffitta sono ormai relegati tanto l'accordo del luglio '93,
quanto le deliberazioni del XV congresso della Cgil che dicevano tutt'altra
cosa. Il testo è preciso. D'ora in avanti il contratto dovrà adeguare le
retribuzioni all'aumento del costo della vita.
Il termine utilizzato è «difesa» del salario. Lo strumento è l'inflazione «realisticamente
prevedibile», variante linguistica di quell'inflazione programmata che tanto ha
concorso a abbattere il potere d'acquisto delle retribuzioni. Quand'anche si
modificassero gli indicatori inflazionistici; quand'anche si prevedessero
strumenti di adeguamento (certo?) dei salari agli scostamenti registrati nel
tempo, nella migliore delle ipotesi si otterrebbe un'invarianza delle miserabili
retribuzioni correnti. Paradossalmente, nella repubblica sempre più fondata
sulla riduzione a merce del lavoro, si conviene che questo sia venduto a prezzo
fisso, a prezzo politico.
Il solo risarcimento possibile lo si invoca dal fisco, non lo si rivendica al
padrone. La risposta che il sindacato si appresta a offrire di fronte
all'emergenza salariale è dunque la neutralizzazione del solo strumento
universalistico di cui dispongono i lavoratori, l'unico potenzialmente capace di
promuovere solidarietà e unità.
L'autonomia delle categorie, il loro ruolo di autorità salariale risulta
polverizzato, mentre si aprono praterie per le prebende (Della Valle docet) che
le aziende vorranno discrezionalmente elargire. Così si perde anche la nozione
che quando il salario smette di essere il corrispettivo collettivamente
contrattato di una prestazione i rapporti di potere pendono inesorabilmente
dalla parte delle imprese.
A dire il vero, il modello di nuovo conio due prerogative al contratto nazionale
le assegna: quella di «qualificarsi sui temi del welfare contrattuale»,
affidato a una pervasiva intelaiatura bilaterale, addirittura «calibrata su due
livelli», fatalmente incline a generare tanti livelli di protezione sociale
quante sono le categorie (!) e quella di attribuire alla contrattazione
decentrata «spazi di manovra salariale e normativa (...) in termini flessibili
rispetto alle diverse specificità settoriali», alludendo a quelle deroghe
aziendali al contratto nazionale tanto agognate dalla Confindustria, teorizzate
dal riformismo ichiniano e pionieristicamente «conquistate» da qualche
categoria già approdata alla nuova frontiera.
Sede della «rivincita» salariale, ove incassare quote di produttività
diverrebbe l'azienda. Ma lì la contrattazione coinvolge non più del 10% delle
aziende e meno del 30% dei lavoratori, si compie il gioco di prestigio di
immaginarne una estensione «per via pattizia», trascurando ciò che ogni
sindacalista dovrebbe sapere e cioè che nelle aziende contratti solo se vi sei
sindacalmente insediato, solo se eserciti una rappresentanza reale. Solo se i
rapporti di forza te lo consentono.
Che un'ulteriore detassazione dei premi di risultato possa rappresentare un
incentivo a dilatarne i confini è velleitario. Passando invece dalla
contrattazione che ci si illude di fare a quella che effettivamente si fa, la
regola tassativa è «il salario per obiettivi» (di produttività, qualità,
efficienza, redditività). La possibilità di aumenti retributivi che non siano
formalmente collegati alla performance d'impresa non è neppure contemplata e
viene ermeticamente chiusa ogni via di fuga fra quelle che la fantasia operaia
ha inventato nella contrattazione come strategie di sopravvivenza per rendere un
po' più stabile quel salario che l'esperienza ha dimostrato non solo variabile,
ma del tutto aleatorio. Insomma, tutto l'impianto è regolato da una sostanziale
sussunzione del lavoratore all'impresa, comunità di interessi dalla quale è
espunta ogni larvata ombra di antagonismo e dove al conflitto si sostituisce -
in perfetto stile veltronianio - la nuova idilliaca dimensione collaborativa.
Ora, ogni buon senso vorrebbe che una proposta di tale entità passasse
obbligatoriamente attraverso il coinvolgimento di tutte le strutture della Cgil
e una preliminare discussione con i quadri e con gli iscritti. E che, soltanto
dopo, sulla base di un preciso mandato, si lavorasse a un'ipotesi unitaria da
sottoporre al confronto con i lavoratori e al loro giudizio conclusivo. Invece
no. Il percorso è opposto: le segreterie delle confederazioni elaborano un
documento, talmente vincolante che Cisl e Uil ne hanno già riscosso
l'approvazione dei propri organismi dirigenti e che con i vertici
confindustriali è già in corso un (metodologico?) confronto. Poco rileva che
il segretario della Cgil spieghi che il documento non avrà corso fintanto che
non riceverà l'approvazione del comitato direttivo convocato per il prossimo 12
marzo. Perché lì si proverà a ratificare il fatto compiuto, replicando quanto
avvenuto con la piattaforma sul fisco e, prima ancora, con quella sul welfare.
Insomma, è già pienamente operativa una costituente unitaria che sta nei fatti
esautorando la stessa sovranità di organizzazione. Il tema della democrazia
giace sepolto nel porto delle nebbie. Che questo processo sia consustanziale
alla riorganizzazione della rappresentanza politica è di un'evidenza palmare. E
non solo per il sempre più diretto coinvolgimento del gruppo dirigente della
Cgil nella vicenda del Pd, che sta riportando in auge forme di esplicito
collateralismo. Ma per la cultura politica cui si ispira un ormai vasto ceto
politico-sindacale.
Quando Walter Veltroni spiega che qualunque sia l'esito delle elezioni le due
forze maggiori dovranno stringere fra loro un patto di consultazione sui
problemi maggiori, non fa che rivelare che Pd e Pdl sono certo fra loro
concorrenti, ma non alternativi, perché comune è la concezione del mondo,
della funzione centrale che nelle relazioni economico sociali compete
all'impresa, del primato ordinatore del mercato. Bene! Il sindacato si appresta
a inscrivere il suo fare, le modalità della sua rappresentanza dentro questo
insuperabile perimetro. Per questo la vocazione e la pratica consociativa messe
in mostra durante il governo di centrosinistra sopravvivranno all'esito della
contesa politica. Siamo cioè ben oltre la dinamica governo amico/governo nemico
e molto più prossimi alla cultura cislina, così fieramente combattuta nel
2002, della limitazione del danno.
In questa prospettiva, il sindacato indipendente, la sua autonomia progettuale,
abbandonano definitivamente il campo insieme alla rinuncia alla rappresentanza
di una vera soggettività del lavoro. E l'ambiziosa parola d'ordine del XV
congresso, «rimettere al centro il lavoro, riprogettare il paese», svapora:
alla luce della svolta in atto, appare come l'espressione di un massimalismo
velleitario, solo verbale, a cui corrisponde una pratica altra, di ben più
modesto profilo.
Questo è lo stato dell'arte. Occorre prenderne coscienza e presto. Per
attrezzare una battaglia politica all'altezza della posta in gioco che ha a che
fare con la natura stessa del sindacato e la sua autonoma collocazione
nell'assetto istituzionale del paese.
“È bene inoltre sottolineare – dice Cremaschi – che in molte assemblee l’approvazione dell’accordo è stata motivata come stato di necessità e non certo come giudizio positivo sui contenuti dell’intesa”. Ecco perché, sottolinea il segretario nazionale della Fiom-Cgil, “credo che a conclusione della consultazione, si debba dire che l’equilibrio raggiunto nel contratto non può essere considerato quello su cui attestare la contrattazione dei metalmeccanici. Sul salario, sull’orario, sulle condizioni di lavoro, nella lotta alla precarietà, la contrattazione deve puntare a risultati ben più avanzati e diversi rispetto a quelli realizzati nel contratto nazionale. È questo, a mio parere, il segnale che viene dalla consultazione e, in ogni caso per quello che ci riguarda, questo è ciò che proporremo nelle valutazioni dei metalmeccanici rispetto al futuro”. Insomma, conclude Cremaschi, “quando un quarto della categoria, ovvero più del 35 per cento degli operai e il 50 per cento di quelli delle grandi fabbriche, vota no al contratto, tutti devono riflettere su questo dato”
DEMOCRAZIA SINDACALE.
Il referendum sul contratto dei metalmeccanici
non è certo esempio di grande partecipazione.
Alcuni dati nel pinerolese:
* Euroball:
aventi diritto 315Si 33- NO 60 - B 7 – N 3
*PMT (ex Beloit):
aventi diritto 277SI 24 – NO 73 – B 2 – N 2
*SKF mag. Prodott i:
aventi diritto 230SI 50 – NO 17 - B 1.
Il dato più significativo è la scarsa
partecipazione: su 822 avent i diritto
solo 272 hanno votato. Questo è l'unico
accordo sul quale i confederali hanno
deciso un referendum.
•
SKF Avio-Precisi: aventi diritto 598Si 65- NO 98 - B e N 3
Alla
Sachs-ZF, SKF TBU, OMVP, non si ènemmeno fatto votare.
Sulla scarsa partecipazione gli operai dicono:
tutti gli accordi vengono bocciati e poi alla
fine viene fuori che sono approvati quasi
sempre
a “grande maggioranza” perchè alloraandare a votare?
Troppa pace pochi soldi
di Galapagos
su Il Manifesto del 01/02/2008
C'è un dato che colpisce più di
altri nelle statistiche sulle retribuzioni contrattuali e i conflitti di
lavoro diffuse ieri dall'Istat: nel 2007 in media ogni lavoratore ha dovuto
aspettare 7 mesi per vedersi rinnovare il contratto, mentre nel 2006
l'attesa era stata di appena 3,9 mesi. Insomma, le organizzazioni
imprenditoriali se la prendono sempre più comoda e il ritardo nella firma
dei rinnovi in una fase di inflazione crescente si trasforma automaticamente
in una perdita di potere d'acquisto per i lavoratori e in un guadagno per i
padroni.
Ma a chi è riuscito ad avere il rinnovo nel 2007, tutto sommato, è andata
bene: l'aria che tira è per un ulteriore allungamento delle scadenze: in
dicembre la quota di dipendenti in attesa di rinnovo era del 47,4%, cioè un
lavoratore su due - in totale 5,8 milioni di persone - aspettava il nuovo
contratto e un po' di euro in più; l'attesa da «deserto dei tartari» per
questi lavoratori va avanti da 13,6 mesi. In media, ovviamente, visto che ci
sono categorie in attesa da oltre due anni.
Sulla concertazione i giudizi divaricano, quello che è certo, però, è che
un po' di conflittualità in più farebbe proprio bene ai lavoratori. Non è
casuale che c'è una correlazione tra gli scioperi e la chiusura dei
contratti. E nel 2007 di scioperi se ne sono fatti pochini: nel periodo
gennaio-ottobre il numero di ore non lavorate per conflitti originati dal
rapporto di lavoro ammontano solo a 3,5 milioni, anche se in ottobre le ore
non lavorate sono state circa 1,9 milioni, il valore più alto dal 2000.
Il 2007 non è stato un anno facile per i salari: in dicembre l'incremento
tendenziale è stato del 2%, mentre l'inflazione era al 2,6%. Sulla media
dell'anno, invece, le cose sono andate un po' meno peggio: le retribuzioni
sono salite del 2,3% mentre i prezzi al consumo sono saliti- dice l'Istat -
meno del 2%. Per chi ha avuto la fortuna di conquistare il rinnovo
contrattuale il recupero dell'erosione del potere d'acquisto c'è stato. Ma
non c'è stato il recupero di quota di Pil, visto che nel 2007 il prodotto
lordo in termini monetari è salito di poco meno il 4%. E le perdite saranno
ancora maggiori se dovesse passare il progetto di svuotamento del contratto
nazionale.
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ipotesi accordo metalmeccanici 2008 -pdf
pagina di liberazione sul contratto -pdf
le ultime parole famose:
«Con la firma di questo contratto, che ha sempre rivestito una rilevanza particolare, è finita la stagione della conflittualità esasperata»- Montezemolo il commento di Operaicontro link rivista n+1- UNA
SOCIETA' MUCILLAGINE
La borghesia è sempre più angosciata dalla
continua "perdita di energia" del sistema. Nel 41° Rapporto
sulla situazione sociale del Paese il presidente del Censis osserva
che "cultura", "scuola", "istituzioni",
ecc. sono ormai parole prive di significato reale. Di conseguenza sono
vuoti i tentativi di assemblare "partiti del Popolo", di
destra o di sinistra. Proposte prive di senso, dal momento che nessuno
crede più a "uno sviluppo collettivo in cui ci
stiamo tutti". A questo si aggiungono "la
violenza, la volgarità, lo sballo", una "dimensione
sempre più disadorna della cultura collettiva", una "scuola
dileggiata dai ragazzi che filmano gli insegnanti con il cellulare o
provocano incendi". La sociologia fotografa la situazione ma
non può avanzare soluzioni, perciò il suo discorso si
traduce in una predica vuota.
2005:
Una
vita senza senso
Dopo la firma, tutti all'attacco contro il contratto nazionale di S.F. su Il Manifesto del 22/01/2008 Confindustria, Cisl e Uil sono contro «gli arcaismi e le rigidità» del contratto nazionale, che deve restare solo come «paracadute» Firmato "il
contratto" parte l'offensiva sulla riforma del modello
contrattuale. Nella direzione, come spiega il ministro del Lavoro
Cesare Damiano, di una triennalizzazione della durata dei contratti
(oggi, secondo le regole del luglio '93, suddivisi in due bienni
economici e in un quadriennio normativo), e degli incentivi alla
contrattazione decentrata (che oggi riguarda circa il 10% delle
imprese), strada già aperta dal disegno di legge che ha recepito il
protocollo sul welfare.
«Abbiamo fermato l'assalto dei padroni» di Loris Campetti e Francesco Piccioni su Il Manifesto del 22/01/2008 Il segretario Fiom Gianni Rinaldini difende l'accordo: il miglior compromesso possibile, «volevano cancellare il contratto». Solo le iniziative di lotta cresciute negli ultimi giorni ci hanno permesso di riaprire il negoziato «Il giudizio positivo
sull'accordo non può nascondere che è il prodotto di un
compromesso. Sarebbe un errore parlare di grande successo. Credo
che sia l'accordo possibile che ci consente di respingere
l'attacco contro l'istituto del contratto con una soluzione
dignitosa, soddisfacente». Il segretario generale della Fiom
Gianni Rinaldini difende l'ipotesi di accordo sottoscritto da
Fim, Fiom e Uilm con Federmeccanica e insiste su un punto: «L'accordo
sarà sottoposto al giudizio dei lavoratori, i titolari della
decisione».
ROMA-la stampa
Il ministro del Lavoro Cesare Damiano: risultato di grande rilevanza
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| 2008-01-15 09:16 ansa |
| METALMECCANICI: ROTTA TRATTATIVA, GOVERNO CONVOCA LE PARTI |
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ROMA - E' rotta la trattativa per il rinnovo del contratto dei
metalmeccanici, per la cui riapertura ci si affida ora ad una
mediazione del Governo, il quale si è già detto disponibile ad
adoperarsi per una ripresa del confronto convocando già
domattina le parti. "Le condizioni per proseguire non ci
sono", hanno detto a Federmeccanica Fiom, Fim e Uilm, dopo
una giornata convulsa in cui le aziende avevano presentato una
proposta finale, con un aumento del salario di 120 euro.
Ma per il sindacato l'offerta delle aziende è "piena di
trucchi", a partire dalla proposta economica che è
spalmata su due anni e sei mesi. Con il risultato che l'offerta
reale, dicono, si riduce a poco meno di cento euro, in pratica
quanto già proposto dalle aziende e su cui le organizzazioni
avevano già detto no.
Questo, in aggiunta alle richieste delle imprese sul mercato del
lavoro e sulla flessibilità, dicono i sindacati, rende la
proposta delle imprese inaccettabile. Per il rinnovo del
contratto Federmeccanica ha offerto al sindacato un aumento sui
minimi tabellari di 120 euro al mese a partire dal primo gennaio
2008 (il vecchio contratto è scaduto a giugno 2007) e fino al
31 dicembre 2009, cui si somma una una tantum di 250 euro, non
comprensiva dell'indennità di vacanza contrattuale già
erogata, e ad altri 230 euro annui di elemento perequativo che
si trasformerebbe peraltro in istituto retributivo strutturale.
"Il nostro è un giudizio negativo perché l'offerta
è quella vecchia, non c'é nessuna novità", dice il
leader della Fiom, Gianni Rinaldini, che già al termine della
riunione con la sua delegazione aveva annunciato che "la
trattativa è finita" e che verranno proclamati ora nuovi
scioperi. Stesso giudizio anche dalla Fim, ma non dalla Uilm,
che in un primo momento aveva proposto invece di proseguire la
trattativa con Federmeccanica, auspicando margini di
negoziabilità sulla proposta delle aziende.
Un estremo tentativo di salvare la trattativa, naufragato però
dopo l'ultima riunione delle segreterie unitarie in cui è stato
deciso unanimemente di non accettare la proposta di
Federmeccanica. La quale, a questo punto, non esclude la
possibilità di procedere unilateralmente: domani si riunirà il
direttivo dell'organizzazione e deciderà, ma già il presidente
Massimo Calearo ha detto di essere personalmente favorevole a
dare gli aumenti ai lavoratori anche in assenza di un contratto.
Lo stesso Calearo, che ha illustrato la proposta delle aziende,
aveva nel pomeriggio parlato di una "proposta finale"
e su cui "con la buona volontà delle parti c'é la
possibilità di chiudere". "Ci sono stati chiesti 117
euro e ne offriamo 120, possiamo chiuderla qui", ha detto.
Negativa la risposta del sindacato: "Ci offrono meno di
cento euro - ha detto il segretario della Fim, Giorgio Caprioli
- in cambio di richieste pesanti sulla flessibilità, con 48 ore
di straordinario esente da contrattazione e la rinuncia a due
permessi retribuiti. Per noi, dunque, la trattativa è
finita".
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Federmeccanica presenta una proposta «inaccettabile»
di Francesco Piccioni
su Il Manifesto del 13/01/2008
Negoziato in stallo per il rinnovo del contratto nazionale dei metalmeccanici. Fiom, Fim e Uilm respingono al mittente il documento degli industriali e ne preparano uno unitario che verrà presentato oggi
«Proposta inaccettabile».
Quella arrivata da Federmeccanica, ieri, è stata definita con lo stesso
aggettivo da tutti e tre i sindacati protagonisti della trattativa sul
rinnovo del contratto nazionale dei metalmeccanici.
Ci si attendeva dalle imprese uno scarto, un'idea innovativa, rispetto
alla posizione fin qui tenuta; aggravata oltretutto dalla minaccia
implicita nell'aver fissato la data del 15 gennaio come limite temporale
massimo per raggiungere un accordo. Una mossa quasi obbligata, dopo la
riuscita al di là delle previsioni dello sciopero nazionale del giorno
prima. Ma non è arrivata.
L'elemento più appariscente è l'offerta salariale: 100 euro
parametrati al quinto livello e per una durata contrattuale di 24 mesi.
La stessa già presentata all'inizio, ma senza più pretendere di
legarne un terzo all'aumento della produttività. Una cifra da
aggiungere interamente ai minimi tabellari, insomma, mentre finora solo
67 euro erano destinati a questa voce uguale per tutti (a seconda del
livello di inquadramento). Uno spostamento significativo, che testimonia
quanto meno sia del buono stato di salute economica delle aziende, sia
dell'efficacia della «pressione» esercitata con lo sciopero. La
piattaforma sindacale unitaria - approvata con referendum tra i
lavoratori - chiede però 117 euro, più 30 per quei lavoratori che non
hanno la contrattazione aziendale. Mentre per costoro le imprese
propongono, come «elemento perequativo», appena cinque euro,
trasformati in elemento strutturale, ma escludendone tutti i lavoratori
che - a qualsiasi titolo - godano di altre forme di «superminimo».
L'analisi di tutti gli altri punti, però, ridimensionava di fatto anche
questo timido passo avanti verso la controparte sindacale. Sul mercato
del lavoro, sarebbe stata indicata la data limite di 48 mesi - per
trasformare un contratto precario in a tempo indeterminato - nel caso di
passaggio dal lavoro internale a quello a termine. Sui «par» (permessi
annuali retribuiti) restava la richiesta di trasformarne almeno tre in
giorni di lavoro, a parità di salario; sui «sabati comandati» di
straordinario, idem. La controproposta sindacale era invece di un «par»
(monetizzato) e un sabato in più (previa contrattazione con la rsu
aziendale). Resta sospeso anche un punto importante del capitolo - dato
per chiuso consensualmente - della «parificazione» tra operai e
impiegati: la «mensilizzazione» del salario operaio, fin qui stabilito
settimanalmente, comporta la «scomparsa» di 11 ore. Il direttore
generale di Federmeccanica, Roberto Santarelli, sostiene di aver
proposta una forma di compensazione; ma il nodo non risulta dipanato a
sufficienza (è chiaro che a un orario «minore» corrisponde un salario
diminuito, per cui i «100 euro» offerti sarebbero qualcosa in meno).
Altri punti più «tecnici» delle proposta rafforzavano l'impressione
di chiusura, portando i tre sindacati a definirla «inaccettabile».
Gianni Rinaldini, segretario generale della Fiom, spiegava anche che «in
assenza di un nuovo documento per noi la trattativa finisce qui»,
aprendo all'ipotesi di nuove inizative di sciopero per far ripartire il
negoziato su nuove basi.
Federmeccanica ne prendeva atto, chiarendo però che «un altro
documento non lo presentiamo; se loro vogliono presentino una proposta».
A quel punto davanti ai sindacati si apriva un bivio molto netto: o
interrompere la trattative e andare allo sciopero, oppure accettare di
andare avanti su un testo indigeribile, e quindi a perdere.
Il pomeriggio avanzava perciò tra frenetiche riunioni «ristrette».
Prima tra le segreterie dei singoli sindacati, poi con vari faccia a
faccia tra i soli tre segretari generali (Rinaldini per la Fiom, Giorgio
Caprioli per la Fim e Tonino Regazzi per la Uilm). In serata si
riunivano infine le segreterie unitarie. Lì si decideva di scrivere un
documento che verrà presentato oggi a Federmeccanica. Come spiegava
successivamente Maurizio Landini, componente della segreteria della
Fiom, «noi vogliamo un contratto che dia risposte salariali precise;
che risolva il problema della flessibilità di orario con la
contrattazione e quello del mercato del lavoro stabilendo percorsi di
stabilizzazione». Le imprese provano da giorni ad attribuire alla Fiom
la responsabilità degli scarsi passi avanti nel negoziato, facendo
riferimento a non ben precisati atteggiamenti «ideologici». Anche per
questo Landini precisava che «sarà il merito a decidere se si può
fare o meno il contratto; starà quindi a Federmeccanica dare al nostro
documento delle risposte che consentano di chiudere la trattativa».
Il momento è delicato. Una rottura non la vuole nessuna delle parti
intorno al tavolo, ma la rigidità di Federmeccanica - che ovviamente si
dice, al contrario, «disponibile» - innesca un fattore di rischio
alto.
Metalmeccanici. Fim, Fiom, Uilm: oltre l’80% l’adesione allo sciopero generale
di
su Fiom-Cgil del 11/01/2008
Ha superato l’80%
l’adesione media allo sciopero generale di 8 ore indetto dai sindacati
metalmeccanici per il rinnovo del Contratto nazionale. Alta
partecipazione anche alle numerose manifestazioni e presidi
territoriali.
Di seguito alcuni tra i dati più significativi pervenuti al Centro
nazionale entro le ore 16.00 di oggi, venerdì 11 gennaio.
In Piemonte, 8.000 persone hanno partecipato alla manifestazione
provinciale svoltasi a Torino dove, prima del comizio di Bruno Vitali,
segretario nazionale della Fim-Cisl, hanno preso la parola un delegato
della Bertone e un delegato della ThyssenKrupp. L’adesione media allo
sciopero, a Torino e nelle altre province piemontesi, è stata
dell’80%.
In Lombardia, 5 cortei hanno bloccato per mezz’ora-un’ora le
autostrade a Brescia (5.000 manifestanti), Dalmine (Bergamo, 4.000),
Arese e Legnano (Milano, oltre 2.000), e Gallarate (Varese). Blocchi
anche nel resto della regione, con un totale di circa 40.000 lavoratori
sulle strade lombarde. Manifestazioni anche a Lecco e Mantova, presidi a
Monza, Cremona e Lodi. Nelle fabbriche l’adesione media allo sciopero
è stata superiore all’80%.
In Veneto, cortei a Belluno e Verona e adesioni molto alte allo
sciopero.
In Emilia-Romagna, 10.000 lavoratori hanno partecipato a un corteo che
si è sviluppato lungo la tangenziale di Bologna. Robuste manifestazioni
con migliaia di lavoratori anche a Modena e Reggio Emilia. Iniziative
esterne anche a Ferrara, Forlì e Parma. A Cesena e Rimini è stato
effettuato un blocco a singhiozzo della Statale Adriatica 16.
Manifestazioni e presidi anche a Genova, Livorno, Piombino, Cagliari,
Catania e numerose altre città in diverse regioni.
Riguardo alle adesioni allo sciopero, molte sono le aziende in cui si è
raggiunto il 100%. Così alla Whirlpool e alla Mahle di Trento, alla Wärtsila
Italia di Trieste, alla Graziano di Cuneo, alla Berco, alla Sata, alla
Itca e alla Rostagno di Torino, alla Tamini di Legnano, alla Beta di
Lodi, alla Iveco di Milano, alla Lucchini della Valcamonica. Lo stesso
in numerose aziende di Padova (Acciaierie Venete, Fonderia Anselmi, Dab,
Este Meccanica, Mta e Precisa), di Treviso (Berco), Venezia (Fincantieri,
Appalti Petrolchimico, Elag), Verona (Bonferraro, Ferroli, Fiamm, Aermec),
Vicenza (Acciaierie Valbruna, Beltrame), Massa Carrara (Nuovi Cantieri
Apuani), Perugia (Mazzoni, Rapanelli, Iverplast, Emu, Cmt), Reggio
Calabria (Nes), Palermo (Fincantieri), Ragusa (Fonderia Veral Snai),
Caltanissetta (Appalti Petrolchimico di Gela).
Al 100% (con punte alte di adesione anche tra gli impiegati) hanno
scioperato gli operai della Dalmine, della Marcegaglia, della Same e
della Somaschini di Bergamo, della Abb di Lodi, della
Trasmital-Bonfiglioli e della Sigma 4 di Forlì.
Numerosissime le aziende in cui le adesioni allo sciopero hanno superato
il 90%. Tra queste: Valeo (Cuneo), Teksid/Borgaretto, Lear/Grugliasco e
Sandretto (Torino), Lovato Electric, Promatec e Abb (Bergamo), Federal
Mogul, Radaelli, Trw, Gnutti, Beretta, Transfer, Stanadyne (Brescia),
Beta, Candy, Electrolux, Fontana, Formenti (Brianza), Ocrim (Cremona),
Abb (Legnano), Knoll (Lodi), Belleli e Sogepi (Mantova), Alstom Power,
Ansaldo Camozzi, Marcegaglia, Eurotranciature e Sea Elnag (Milano),
Whirlpool (Varese), Dalmine (Valcamonica), Carraro Spa, Emerson e Lofra
(Padova), Electrolux/Susegana e De Longhi (Treviso), Aprilia/Scorzé
(Venezia), Lowara (Vicenza), Fincantieri/Monfalcone (Gorizia),
Electrolux Zanussi (Forlì), Targetti, Sirti, Nuovo Pignone e Mazzoni
(Firenze), Skf (Massa Carrara), Impec (Castrovillari), Sirti (Cosenza),
Nuovo Pignone (Vibo Valentia), Appalti Raffineria di Milazzo (Messina).
Segnaliamo inoltre: Fiat Mirafiori 70%, Alenia di Torino75%, Electrolux
Zanussi di Porcia (Pordenone) e di Firenze 85%.
Del
9/12/2007 Sezione: Economia Pag. 30) Accordo bancari-la
stampa
Il periodo coperto passa da 2 a 3 anni Negoziati
integrativi a livello di gruppo
Senza fare un giorno di sciopero, i 330 mila lavoratori bancari sono
riusciti a chiudere il loro contratto nazionale che comporta un aumento
«a regime» (come si dice) di 280 euro al mese e che si spera faccia da
viatico alle molte altre categorie di dipendenti il cui accordo è già
scaduto da tempo - e in questa scomoda condizione si trovano 6,7 milioni
di lavoratori in tutta Italia. Fra l’altro, i sindacati confederali
hanno minacciato uno sciopero generale a gennaio proprio per sbloccare
le troppe situazioni incancrenite. Il rinnovo ottenuto dai bancari
presenta anche una novità che riguarda il periodo di applicazione: sarà
triennale (in vigore dal 2008 al 2010) e non biennale come quello che è
scaduto alla fine del 2005. Quanto al periodo 2006-2007, che se n’è
andato tutto in trattative, passa in giudicato con 1.579,41 euro «una
tantum» da saldare nel prossimo mese di gennaio alla figura
professionale che fa da riferimento nel settore, cioè la terza area
professionale di quarto livello (l’ex capo ufficio con 6 scatti di
anzianità). Anche l’aumento complessivo medio mensile di 280 euro a
fine 2010 è riferito a questo lavoratore-tipo. In busta paga ci saranno
156,78 euro in più dal 1° dicembre 2008, altri 81,89 dal dicembre 2009
e 40,96 euro dal dicembre 2010. In totale 279,63 euro al termine dei tre
anni (oltre ai circa 1.600 euro di cui si è detto).
Che l’accordo sia stato raggiunto senza un giorno di sciopero ha
evitato molti disagi alla clientela: si tenga presente che il settore
del credito riguarda 87 gruppi che controllano 790 banche, con 32 mila
sportelli che gestiscono più di 33 milioni di conti correnti. Oltre
agli aspetti economici, ieri sera i sindacalisti sottolineavano in
positivo quelli normativi dell’accordo: per citarne solo uno, è stata
introdotta l’assistenza sanitaria di lungo periodo per malati non
autosufficienti («long term care»). In cambio, i bancari verranno
incontro ad alcune esigenze di flessibilità. È stata anche introdotta
la possibilità di contrattazione integrativa a livello di gruppo in
sostituzione di quello aziendale, per stare al passo con le grandi
fusioni del recente passato. L’accordo sottrae 330 mila lavoratori al
totale degli italiani che hanno il contratto scaduto. Ai 6,7 milioni di
persone in tale situazione (con 25 contratti da negoziare) fa capo
secondo l’Istat il 58,1% del monte retributivo nazionale. Per quanto
riguarda i metalmeccanici, il confronto riprenderà mercoledì e
riguarda più di 1,5 milioni di lavoratori; l’accordo è scaduto il 30
giugno. I sindacati chiedono un aumento di 117 euro medie,
Federmeccanica ne offre 100. Per gli statali, i cui contratti sono
scaduti nel 2005, è stata raggiunta un’intesa per i ministeriali, i
parastatali e la scuola mentre mancano gli accordi per i lavoratori
degli enti locali, della sanità e delle agenzie fiscali. Il contratto
del commercio riguarda quasi due milioni di lavoratori ed è scaduto a
fine 2006: due giorni di sciopero sono previsti (distribuendo
l’astensione fra diversi lavoratori) in due giorni pre-natalizi
deputati ai regali, cioè venerdì 21 dicembre e sabato 22. Nelle
pulizie il contratto è scaduto da oltre due anni e riguarda circa 400
mila lavoratori (soprattutto donne). Nelle Ferrovie 120 mila persone
aspettano da un anno. I giornalisti sono in attesa dal febbraio 2005.
Contratto metalmeccanici: la trattativa inizia davvero
di Francesco Piccioni
su Il Manifesto del 22/11/2007
Federmeccanica propone 67 euro di aumento e 33 legati alla produttività. «Distanze enormi» e 8 ore di sciopero
«Eppur si muove». Il treno
della trattativa per il rinnovo del contratto nazionale dei
metalmeccanici si è messo in moto, ieri pomeriggio, nel corso della
riunione plenaria tra la delegazione di Federmeccanica e quelle dei
sindacati di categoria, nella sede centrale di Confindustria. Non sarà
facile arrivare in stazione, ma il rischio più grande era che il treno
deragliasse già alla partenza.
La piattaforma rivendicativa è giudicatata - definizione del direttore
generale di Federmeccanica, Roberto Santarelli - «onerosa» dalle
aziende. Fin qui peraltro rigide sull'offrire soltanto il recupero
dell'inflazione (60 euro) sul piano salariale, e nel pretendere il
controllo assoluto della «flessibilità» sull'orario di lavoro. Che
però la situazione stesse mutando era in qualche modo nell'aria. La «plenaria»
ha subito diversi slittamenti di orario, perché si stava tenendo la
riunione tra gli imprenditori. E sembra proprio che non sia stata di
routine, con grandi divisioni tra aziende medio-grandi e quelle piccole,
finché i responsabili della trattativa non sono riusciti a far capire
che presentarsi di nuovo al tavolo senza una proposta significava «rompere»
e mettersi ad aspettare una lunga tornata di scioperi.
Tanto è bastato per partorire la «proposta» delle imprese: 67 euro in
busta paga e 33 in base a un certo numero di parametri di produttività
a livello aziendale (il che significa che potrebbero esser dati solo là
dove esistono certe condizioni); disponibilità a discutere di una
revisione dell'inquadramento (passaggio dal sistema a livelli, con
divisione tra operai e impiegati, a un sistema unico per «fasce»), ma
con tempi molto più dilatati rispetto all'eventuale firma del
contratto; atteggiamento favorevole a comprendere gli «interinali»
nella quota di lavoratori «atipici» ammissibile dentro un'azienda;
disponibilità a discutere di «bacini» e «percorsi di stabilizzazione»,
ma con tempi diversi. Ma nessuna intenzione di concedere un aumento di
30 euro per chi non ha la contrattazione aziendale (e non può perciò
fare il contratto integrativo). Al massimo, concede Santarelli, si può
recuperare l'esperienza dell'ultimo contratto, dove si decisero degli «elementi
perequativi» pari a 10 euro mensili.
Come molti sindacalisti in sala hanno commentato, era solo «il minimo
per non andare alla rottura». Ma era anche il segnale atteso. Iniziava
Giorgio Caprioli, della Fim Cisl, che giudicava «insoddisfacente» la
proposta confindustriale sia sul salario che - soprattutto -
sull'inquadramento, ma la considerava anche una «base da cui partire».
Seguivano il segretario della Uilm, Tonino Regazzi, secondo cui «c'è
molto da fare, am il negoziato si sta aprendo». Gianni Rinaldini, della
Fiom Cgil, riconosceva che le imprese «hanno risposto ai sindacati su
tutti i punti», quantificando anche le loro proposte; ma «le distanze
restano enormi». I «100 euro» sparati immediatamente dalle agenzie
sono infatti «un trucco», perché «sui minimi tabellari l'auento
proposto è la metà di quanto chiediamo noi» (ovvero i 117 della
piattaforma unitaria). Sulla flessibilità d'orario, il segretario
generale della Fiom ha posto due paletti: «qualsiasi cosa contrattata
in sede nazionale va poi ricontrattata a livello aziendale» (dove la
flessibilità oraria viene gestita) e «l'aumento della flessibilità di
orario non deve tradursi in aumento dell'orario individuale annuo».
Della serie: se vi occorre più lavoro, assumete!
Il «treno» è perciò appena partito. Il fatto che Federmeccanica si
sia spostata da 60 a 67 euro, e soprattutto i 33 «legati alla
flessibilità», significa soltanto che l'orizzonte delle imprese è
intorno ai 100 euro, ma sperano che i sindacati «se li guadagnino» nel
corso della trattativa, concedendo su altri punti (l'orario,
innanzitutto). Sul resto, lo spazio per discutere è ampio.
L'inquadramento non è un «problema politico» (Santarelli), ma solo di
tempi. Là dove c'è già stato un accordo che va nella stessa direzione
ci sono voluti tempi lunghi (un paio d'anni di discussione e un altro
paio per l'attuazione in azienda).
Le segreterie di Fim, Fiom, e Uilm hanno perciò deciso immediatamente -
si rivedranno oggi - 8 ore di sciopero «da realizzare nelle prime tre
settimane di dicembre», con blocco degli straordinari e della
flessibilità. Ma l'obiettivo resta il raggiungimento dell'accordo entro
la fine dell'anno.
Del 31/10/2007 Sezione: Cronaca di Torino
Pag. 56)
Reportage
Il muro del pianto delle buste paga “Non
bastano 30 euro”
C
erto facile non è inventarsi una rima con Marchionne, ma i lavoratori
delle Carrozzerie di Mirafiori provano e riprovano e alla fine
partoriscono uno slogan un poco stentato, ma efficace: «Marchionne con
30 euro non ci puoi comprare, il contratto si deve fare». Una rima
baciata che è un po’ la sintesi di questa giornata di sciopero, il
primo della vertenza per il rinnovo del contratto: l’anticipo non ha
cambiato gli umori, non ha ammosciato la lotta. E d’altronde il
sindacato rivendica una adesione oltre il 70% nello storico fabbricone -
tra l’80 e il 90 nelle altre - e la Fiat innova e fornisce un dato
nazionale: un operaio su tre ha scioperato, per l’esattezza il 32,7%,
percentuale che cala al 22,2% con gli impiegati. Il corteo ribolle di
slogan classici - «Se non cambierà lotta dura ci sarà» e «Non siam
qui per passeggiare, il contratto si deve fare» - fino al sempre verde:
«Nord Sud uniti nella lotta». E’ un corteo fitto di bandiere,
comprese quelle di Rifondazione, Comunisti italiani, Sinistra
democratica - e striscioni, fischietti e cappellini.
Ci sono 10 mila partecipanti secondo Fim, Fiom, Uilm e la metà per la
polizia; si snoda da piazza Arbarello per planare su via Fanti di fronte
alla sede dell’Amma torinese. L’associazione degli imprenditori
metalmeccanici, nel pomeriggio, valuta l’adesione, calcolata su un
campione di 56.405 dipendenti di aziende, in un puntiglioso 22,4%. I
metalmeccanici vogliono il contratto e lo vogliono subito e nel corteo
si aggira una specie di vento nuovo, la sensazione che questa volta si
possa fare in fretta. Sarà che i 30 euro anticipati dalla Fiat hanno
smosso le acque, sarà che tutti si affannano a dire che gli operai
guadagnano poco. Come sostiene il segretario generale della Uilm, Tonino
Regazzi, «lo dice Marchionne, lo dice Draghi, lo dice Montezemolo».
Ma, polemizza, «smettano di dirlo in tv, lo dicano al tavolo della
trattativa».
Nelle buste paga affisse a una sorta di «muro del pianto», accanto al
camion da cui si fanno i comizi, si legge di retribuzioni da 953 euro
con 5 scatti di anzianità o da 1086 per un turnista o da 980 per un
quarto livello o da 1063 per un operaio di 5° livello con 5 scatti. Le
buste sono esibite come le medaglie di un nuovo protagonismo operaio e
stanno lì dietro a ogni striscione - dalla Dayco alla Elbi, alla
Sandretto, alla Pininfarina, alla Microtecnica, alla Alenia, all’Iveco,
alla Eaton, alla Itca, alla Magneti Marelli, alla Powertrain, alla
Bertone - strette nelle mani dei lavoratori.
Al comizio Regazzi, carica gli animi: «I meccanici italiani lavorano
come quelli tedeschi e francesi, ma guadagnano come quelli portoghesi».
E alla Fiat dice: «Avremmo apprezzato di più se avesse dato tutti i
117 euro richiesti». Annuncia un novembre caldo, già il 16 ci sarà un
nuovo sciopero. Intorno al palco i sindacalisti torinesi gongolano; non
si aspettavano un corteo così combattivo al primo sciopero. Antonio
Sansone della Fim dice: «Bel segnale che i lavoratori sono vivi e
vogliono il contratto». E ironizza: «C’è una bella differenza tra i
tanti che parlano di buste paga base e chi le prende basse tutti i mesi.
E voglio anche dire che se si vuole premiare il merito dei lavoratori lo
si può fare con la riforma dell’inquadramento come chiediamo nella
piattaforma». Vincenzo Aragona della Fismic se la prende pure con il
governo: «Le tasse sul lavoro sono troppo alte, devono scendere». E il
segretario della Fiom più forte e radicale in Italia, Giorgio Airaudo -
che da giorni ragiona sul significato della mossa di Marchionne - dice:
«I 30 euro di anticipo non hanno diviso i lavoratori, come noi qui a
Torino abbiamo sempre detto. Semmai devono essere usati per accelerare
la chiusura del contratto e superare una vecchia impostazione ideologica
della Federmeccanica: il problema non è il costo del lavoro».
| Intervista al segretario
generale della Fiom Gianni Rinaldini Martedì lo sciopero dei metalmeccanici, con cortei in tutta Italia |
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| «Aumenti salariali? Chiudete il contratto delle tute blu» |
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Fabio Sebastiani |
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Centocinquanta lavoratrici e lavoratori appartenenti alla CUB e
al SdL hanno manifestato oggi davanti alla sede torinese
dell'AMMA, l'associazione padronale metalmeccanica.
Il presidio è stato convocato per contestare la
pretesa della Confindustria e delle associazioni datoriali di categoria
di scegliersi i propri interlocutori, rifiutando di incontrare i
sindacati più combattivi e più capaci di rappresentare le legittime
istanze di lavoratrici e lavoratori di ogni settore.
Il presidio di oggi è servito anche a far conoscere la
nostra piattaforma per il rinnovo del contratto dei metalmeccanici, ben
diversa da quella di Fiom - Fim e Uilm e centrata sulla richiesta di
salari europei, riduzione secca dell'orario di lavoro e garanzia di
diritti sindacali per tutte le lavoratrici e tutti i lavoratori.
Una delegazione è stata ricevuta nella sede
dell'Unione Industriale dove abbiamo portato le nostre posizioni, mentre
nel corso del presidio venivano diffuse ai passanti e ai media le nostre
posizioni sul contratto, sulla libertà sindacale e sull'ennesima truffa
consumata in questi giorni da Cgil-Cisl e Uil ai danni di lavoratrici e
lavoratori.
Con questa definizione intendiamo riferirci al referendum truffa
sull'accordo del 23 luglio su welfare e pensioni. Come avevamo previsto,
la vittoria del Sì è stata garantita dalla scarsa trasparenza delle
operazioni di voto, dal fatto che il voto venisse svolto anche nelle
sedi sindacali e dall'afflusso di pensionati organizzato dai sindacati
di categoria.
Laddove il voto riguardava le categorie produttive ed
era effettivamente verificabile, il successo è arriso per lo più al
no, in tutte le altre sedi il voto per il sì ha registrato percentuali
bulgare. Un ulteriore conferma della giustezza della nostra posizione
favorevole all'astensione sull'ennesima farsa all'italiana.
Ricordiamo infine come il sindacato di base nel suo
insieme sia oggi impegnato a preparare la scadenza del 9 novembre,
quando uno sciopero generale dimostrerà in tutta Italia con
manifestazioni regionali la rabbia e la volontà di riscossa di milioni
di lavoratrici e lavoratori ancora una volta traditi da Cgil-Cisl e Uil.
Per la FLMU CUB
per il SdL Intercategoriale
Federmeccanica chiude la porta
di Francesco Piccioni
su Il Manifesto del 12/09/2007
Pochi margini «Richieste salariali troppo alte. Serve più flessibilità sugli orari»
Le nubi si moltiplicano sul
contratto dei metalmeccanici. Alla diversità di valutazione tra la Fiom
e la segreteria della Cgil sul protocollo del 23 luglio, si aggiunge ora
il rallentamento dell'economia. Ieri mattina Federmeccanica,
l'associazione degli imprenditori dei settore, ha presentato la sua
consueta (trimestrale) indagine congiunturale sull'attività produttiva.
Lo studio, coordinato e illustrato dal responsabile del centro sudi,
Angelo Megaro, registra ovviamente gli stessi problemi dell'industria
italiana in genere, anche se con minore intensità rispetto ad altri
settori.
L'analisi dei dati è forzatamente ferma ai primi due trimestri
dell'anno - precedenti, dunque, lo scoppio della «crisi dei mutui»
statunitense - ma evidenza una variazione congiunturale negativa pari al
-0,6% nel secondo trimestre (che si somma al -0,7 nel primo). La
variazione tendenziale su base annua resta comunque positiva (+1,8%),
grazie soprattutto all'effetto «trascinamento» dell'eccezionale
performance del quarto trimestre 2006 (+6,9).
Sulla bilancia commerciale il settore metalmeccanico pesa per il 60%
delle esportazioni industriali in senso stretto, ma soprattutto riduce
al minimo (8 miliardi di euro) il saldo finale, visto che fa registrare
da parte sua un attivo superiore ai 10 miliardi. Viene descritta insomma
una fase ancora espansiva, che ha permesso un aumento dell'occupazione
(per la prima volta anche nelle imprese con più di 500 addetti) e una
riduzione drastica del ricorso alla cassa integrazione (-19,5%); ma con
prospettive di breve periodo non altrettanto rosee.
Nessuno sa quantificare oggi l'impatto che potrà avere la crisi
finanziaria globale appena esplosa, ma un qualche effetto ci sarà. Va
ricordato che il mercato statunitense rappresenta il 6,9% delle
esportazioni metalmeccaniche, sempre più dominate dal commercio
infra-Ue (circa il 60% del totale), ed è perciò sperabile che i «colpi
di freno» siano abbastanza contenuti.
In ogni caso, il direttore generale di Federmeccanica, Roberto
Santarelli, ricorda che questi dati vanno «tenuti presente» per lo
sviluppo della trattativa per il rinnovo del contratto, perché «le
imprese stanno affrontando una forte compressione dei margini di
profittabilità», conseguenti a politiche di prezzo che per essere
competitive «sacrificano i margini per conservare i volumi» di
vendita. La distanza tra le richieste salariali della piattaforma
unitaria (approvata con referendum nelle fabbriche) e la controfferta
padronale è ampia (praticamente il doppio). Ma non è tanto questo il
fronte più temuto dagli imprenditori, critici sul fatto che la
piattaforma «trascura le esigenze di produttività» delle imprese.
In parole semplici, gli imprenditori pretendono «flessibilità ed
estensione dell'orario di lavoro», così come sta avvenendo «nei paesi
europei nostri concorrenti», che hanno già «recepito a livello
contrattuale i contenuti della direttiva europea sull'orario». In
Italia la resistenza dei metalmeccanici è stata forte, più che in
altre categorie «che già hanno firmato accordi importanti in questo
senso» (i chimici, in primo luogo). Anche sul prolungamento della
durata dei contratti, verso triennalizzazione, Santarelli si limita a
registrare «una crescita del consenso». Ma il punto principale è
individuato nella logica di uno «scambio tra salario e condizioni di
lavoro con l'ottimizzazione delle prestazioni di lavoro».
Il meno che si possa dire, perciò, è che la trattativa sul contratto -
appena aperta - si trova in «una fase delicata».

EUR, METALMECCANICI PROTESTANO DAVANTI SEDE CONFINDUSTRIA (OMNIROMA)
Roma, 20 giu
- Aumento salariale, più diritti, parità di trattamento nelle ferie
tra operai ed impiegati, ma soprattutto «no» alle discriminazioni tra
sindacati: «Noi della FLM Uniti chiediamo di poter prendere parte,
insieme alle altre sigle sindacali, al tavolo per il rinnovo contrattuale».
È questo l'appello che il sindacato Federazione Lavoratori
Metalmeccanici Uniti (FLM Uniti) ha lanciato a Federmeccanica, organizzando una
protesta di fronte alla sede di Confindustria (via dell'Astronomia) per conto
della quale Federmeccanica segue la categoria dei metalmeccanici.
Bandiere del sindacato alla mano, i contestatori riuniti di
fronte all'edificio sono circa una quarantina, si attendo ancora gli iscritti al
sindacato provenienti dal nord e sud Italia.
«Federmeccanica - ha spiegato Mario Carucci, uno dei 5
segretari nazionali dell'FLM Uniti - continua a praticare discriminazioni,
trattando solo con alcuni sindacati privilegiati come Fiom, Fim, Uilm.
La realtà è che la piattaforma che noi abbiamo presentato per il rinnovo
contrattuale non è stata molto gradita perchè prevede un recupero salariale
vero, che si aggira intorno ai 200 euro lordi al mese per tutti, contro i circa
100 euro lordi proposti dalle altre sigle.
Il nostro - ha aggiunto - è un conteggio reale, che si base
sull'aumento del costo della vita registrato da 5 anni a questa parte».
Ma il sindacato chiede anche «maggiori diritti per tutti - ha spiegato Carucci
- come quello all'assemblea, parità di trattamento nelle ferie tra operai ed
impiegati e turni settimanali di 40 ore, e non stabiliti dall'azienda di volta
in volta in base alle sue esigenze».
«Ai vertici aziendali - ha concluso Carucci - chiediamo di essere ricevuti in
giornata».
201120 giu 07
CONTRATTO METALMECCANICI:
Alla Sachs-ZF, SKF TBU e OMVP bocciata la piattaforma presentata da
FIMFIOMUILM e con il rifiuto di pagare la quota contratto. Sachs-ZF: su 120 che hanno
votato, 88 NO e 28 SI sulla piattaforma contrattuale.
101 No alla quota contratto e 13 SI. SKF TBU e OMVP: Sulla Piattaforma SI 23%
NO il 74%, 3% bianche. Sulla quota contratto: 4% SI, 8%
bianche e 84% NO. Nelle fabbriche dove ci sono proposte alternative e interventi
in assemblea la grande maggioranza dei lavoratori boccia le proposte dei
confederali. In questi giorni la Cub ha presentato le proprie richieste e chiede
di partecipare alle trattative.
Su questo e
altri argomenti DIRETTIVO VENERDI' 8 giugno
ORE 18 presso la sede ALP/Cub.
>>> Contratto Metalmeccanici:
Altri
dati sul referendum:
PMT ex Beloit= Piattaforma 68 SI' - 36 NO
Quota contratto 68
NO – 16 SI'
SKF Avio/Precisi: Piattaforma 99 SI' – 62 NO
Quota contratto 101NO
- 44 SI'
Euroball: Piattaforma 80
NO – 16 SI'
I dati Euroball li abbiamo presi “al volo” perchè si
è votato per alzata di mano, neanche con le schede! Al Magazzino Prodotti di
Airasca invece non ci sono state né assemblee né votazioni...
In generale colpisce la scarsa partecipazione al voto che,
Sachs-ZF a parte, arriva al 30-40%. Forse che i lavoratori sanno già come finirà
la storia?!?!