Clemente Ciocchetti

  la foto di Clemente a 20 anni, poco prima che maturasse la scelta di cui parla Pino Ferraris .Io sono rimasto con lui per tutto il tempo, anche nella fase critica dei suoi ultimi giorni, e ti posso dire che fin quando ha avuto la facoltà di pensare ha elaborato idee e progetti operativi con la freschezza di un ragazzo che ha di fronte a sè la vita.Per questo motivo la foto di quando aveva 20 anni è coerente con tutta la sua storia umana.

Guido Piraccini

 

 

 

 

      

Maggio 2004

  Primo maggio a Torino

      E' mercoledì 5 maggio. Sono le ore 9. A Torino è cominciato il rito della cremazione del corpo di Clemente.

Ieri ho inviato a Guido con un fax la poesia di Caproni "Congedo del viaggiatore cerimonioso" che leggerà durante la cerimonia. Benedico la fortuna e l'istinto che mi hanno condotto a Torino il primo maggio ad incontrarlo per l'ultima volta.

Si è spento lunedì mattina 3 maggio 2004. Io salivo sul treno per tornare a Roma.

Eravamo in cinque  amici a celebrare con lui il primo maggio in quella stanza di ospedale.

 Clemente poggiava sul letto leggermente  sollevato. Apparecchiature elettroniche emettevano segnali luminosi e dalle  flebo sospese scendevano tubi verso le scarne braccia tormentate di lividi. Dalla maschera dell'ossigeno  usciva il rantolo lamentoso, incessante. I suoi occhi scuri e penetranti si muovevano a cercare approdi. Mi sono avvicinato ed ho baciato la sua fronte dicendogli:"Ti voglio bene". Mi ha risposto con parole rapide che venivano dal fondo della fatica:"Anch'io, anch'io... tanto...tanto bene".

Aveva appena terminato di mangiare. Chiese a Guido di parlare perchè non voleva addormentarsi, voleva restare vigile con noi.

"Allora chi fa il comizio del 1 maggio?". Ha risposto: " Guido, Guido. Oggi Pino è qui con un ruolo di rappresentanza." L'inesauribile loquacità di Guido ha tenuto viva la compagnia.

 Mi hanno lasciato solo con lui. Gli ho chiesto se soffriva molto:"E' sopportabile il dolore... le notti..le notti sono terribili". Mi ha stretto la mano forte e mi ha detto:"Vedrai che anche questa volta cela farò" "Sì hai il cuore forte.. quel cuore forte che ti faceva camminare in montagna lasciandomi implacabilmente alle tue spalle".

Il ricordo della salute e della vita sulle montagne l'ha sconvolto,ha avuto un sussulto, una crisi :"Chiama qualcuno... chiama qualcuno.." mi ha detto dibattendosi.

Quei giorni di agosto di due anni fa trascorsi insieme a Chamois hanno fatto irruzione con la forza di un insopportabile rimpianto.

 

Era un giovane studente quando venne nella povera sede della Federazione di Biella del PSI quarantaquattro anni fa, nel 1960.

Ciocchetti, Ramella, Piraccini, Prato, Anna Ferraris avevano fondato il circolo di "Nuova Resistenza" in risposta alla sfida di Tambroni.

Poi lo studio del "Capitale", le letture in comune nella casa di Clemente al Piazzo, l'incontro con Panzieri e il lavoro di fabbrica,la fondazione del Centro studi marxisti.

 L'estate calda dei lanieri biellesi del 1961:vero battesimo del fuoco e apertura dei grandi spazi all'azione politica di fabbrica.

Il viaggio in macchina con Franco, Anna e Clemente al Convegno di Santa Severa dei Quaderni Rossi nell’aprile del 1962 . La testa che scoppiava di idee e di speranze.

Nel luglio 1962 Piazza Statuto e la rottura alla Fiat.

Nel dicembre del 1962 il primo giornale di fabbrica alla Trabaldo Togna. Mi sembra che facesse tutto lui. Convocava le redazioni operaie, ritirava e risistemava gli articoli degli operai, trascorreva  le notti  al ciclostile.

Tutti lavoravamo sino allo spasimo in quegli anni però nel suo impegno c'era qualche cosa di "eccessivo", quasi di "punitivo". Pensava molto, in silenzio.  Poche parole precise, incisive, dietro le quali indovinavi il tempo lungo della riflessione Quella sorta di espiazione che l’ “intellettuale” voleva infliggersi attraverso il frenetico impegno nei compiti operativi, esecutivi, manuali: battere a macchina le matrici del ciclostile, stampare, raccogliere i fogli, pinzare... Sarà  costante in lui la compromissione della testa che lavora con le mani che faticano. Nei primi anni 70 va a lavorare in fabbrica, alla Bertone. Poi il laboratorio artigiano del restauratore di via Santa Giulia: i libri di filosofia e la Bibbia da una parte , la lima, la sgorbia e le vernici dall'altra.

Nella primavera del 1965 i quarantaquattro giorni di occupazione della Botto Albino. Clemente con il leader operaio Meneghesso è stato per un mese e mezzo fisicamente e stabilmente dentro questa lotta.

 Quando nei primi mesi del 1967 mi trasferisco a dirigere lo Psiup di Torino l'obbiettivo è chiarissino: sperimentare alla Fiat le pratiche e  la politica del lavoro operaio biellese.

Il quadro che trovo nel partito a Torino è desolante: una grande e bella sede in via Po e tutto intorno il deserto.

Clemente è il primo dei "biellesi" che viene con me a Torino. Studiamo la Fiat: la sua politica industriale, la gestione del personale, i caratteri generali della fase tecnologica (la Renault di Touraine), infine ci  avviciniamo alla specificità delle officine.

Ancora è Clemente che con tenacia operativa, applicazione di testa e capacità di tessere relazioni dà il ritmo al lavoro di fabbrica. Prima l'"accerchiamento" della Fiat inserendoci nelle fabbriche dell'indotto (la Stars e la Gallino). Nel dicembre del 1967 decolla il lavoro politico nei reparti del Lingotto. Subito dopo l'assalto al mostro di  Mirafiori infilandoci nelle officine ausiliarie.

 La "scuola biellese" dei Quaderni Rossi aveva una sua specificità: metteva al centro dell’intervento politico in fabbrica l’autogestione operaia della comunicazione diretta . Era un'altra cosa rispetto alla con-ricerca. Clemente l'aveva ben chiara questa scelta. Un volantino - diceva - può essere due cose opposte: l'affermazione di una verità conclusiva che esonera gli operai dal riflettere perchè dice loro come stanno le cose e che cosa devono fare, oppure può  presentarsi come la proposizione informata di un problema aperto che sollecita la riflessione, stimola gli operai a conoscere, a comunicare tra di loro ed infine a decidere autonomamente sul che fare.

Il libro "Per un movimento politico di massa" è stato scritto in gran parte da lui. Il suo è stato l'impegno di una persona di grande cultura che ha scelto di aiutare gli operai a prendersi la parola imponendo  a se stesso  il silenzio o l'anonimato. Ha rifiutato con sistematica coerenza la divisione del lavoro: ha sempre tenuto insieme lavoro culturale e fatica manuale. E’ stato l'anti-intellettuale. Ma anche l' “inattuale” in un tempo in cui esplode il narcisismo dei  proprietari della parola che tolgono sistematicamente ai molti la voce e il volto.

 Nella drammatica e decisiva riunione dell'autunno 69 con i vertici del sindacato, della quale parla ripetutamente Vittorio, l'attacco più tagliente e "cattivo" a Foa è venuto da una secca battuta di Clemente:"Vittorio Foa parla di mediazione, che è una cosa ragionevole, peccato però che egli scambi il punto della mediazione con il luogo della mediocrità".        

 Clemente è stato la persona a me più vicina in quegli anni in cui ci sembrava di pensare e di agire in sintonia con  il pulsare della storia.

 Nei trenta anni successivi che ci hanno allontanato fisicamente (io a Roma e lui a Torino), che hanno separato i percorsi di vita, il filo della nostra relazione non si è mai interrotto. Mi è familiare il laboratorio di via Santa Giulia zeppo di mobili antichi in restauro, invaso dall'odore di vernice e di acetone,  il polveroso "salotto" sulla sinistra con scaffali sui quali s’allineano vecchi libri con la copertina in pelle,  in mezzo il tavolo rotondo ingombro di volantini e documenti  e il violoncello deposto in un angolo. E’ sempre stato tappa obbligata dei miei ritorni a Torino.

 

Guido mi ha telefonato: la cerimonia è finita bene. Ha letto il "commiato".  Mentre la bara si allontanava  verso il forno crematorio, Carlo De Giacomi, con un colpo di mano, ha sostituito Mozart con l'Internazionale. La commozione è stata molto intensa ed alcuni compagni  hanno salutato  con il pugno chiuso levato. (Pino Ferraris)

ps. ti invio una pagina del mio diario scritta a caldo quando è
morto Clemente. Qui non si fa cenno del fatto che dopo la mia  rinuncia
alla Segreteria del Psiup di Torino e la  mia venuta a Roma nel 1971,
Clemente con 350 compagni ha lasciato il partito, è andato a lavorare in
fabbrica (alla Bertone) ed ha diretto un Centro di documentazione molto
ricco di pubblicazioni che si appoggiava all'editrice Musolini diretta da
Franco Ramella.

Licenziato ha fatto l'artigiano restauratore. Ha scritto poco anche se era il cervello più forte del nostro gruppo. Voleva dare la parola agli operai. Ha scritto con Franco Ramella un saggio sul Biellese nell'ultimo numero dei  Quaderni rossi, il libro "per un movimento politico di massa" è quas tutto suo. E' stata pubblicata una sua conferenza tenuta a Verona nel settembre 1969 "Operai e padrone alla Fiat" E.D.B, settembre 1969, Verona.
I suoi contributi sono apparsi anonimi su giornali e riviste varie. Ha
scritto sicuramente due libri negli ultimi anni della sua vita. Non li
abbiamo trovati. sicuramente li ha distrutti. Vi sono a Torino compagni
"biellesi" come Piraccini e Roberto Prato che lo hanno conosciuto sin dalla giovinezza. Ho incontrato molti operai legati a lui in un incontro cha abbiamo fatto dopo la sua morte. (Pino)


Trent'anni fa: il PSIUP pdf link

PINO FERRARIS : il 1969          

Pino Ferraris link

DELEGATI OPERAI E DEMOCRAZIA DIRETTA IN FIAT NEL ’69 pino ferraris pdf


Congedo del viaggiatore cerimonioso - Giorgio Caproni

 

Amici, credo che sia
meglio per me cominciare
a tirar giù la valigia.
Anche se non so bene l’ora
d’arrivo, e neppure
conosca quali stazioni
precedano la mia,
sicuri segni mi dicono,
da quanto m’è giunto all’orecchio
di questi luoghi, ch’io
vi dovrò presto lasciare.
Vogliatemi perdonare
quel po’ di disturbo che reco.
Con voi sono stato lieto
dalla partenza, e molto
vi sono grato, credetemi,
per l’ottima compagnia.

Ancora vorrei conversare
a lungo con voi. Ma sia.
Il luogo del trasferimento
lo ignoro. Sento
però che vi dovrò ricordare
spesso, nella nuova sede,
mentre il mio occhio già vede
dal finestrino, oltre il fumo
umido del nebbione
che ci avvolge, rosso
il disco della mia stazione.
Chiedo congedo a voi
senza potervi nascondere,
lieve, una costernazione.
Era così bello parlare
insieme, seduti di fronte:
così bello confondere
i volti (fumare,
scambiandoci le sigarette),
e tutto quel raccontare
di noi (quell’inventare
facile, nel dire agli altri),
fino a poter confessare
quanto, anche messi alle strette,
mai avremmo osato un istante
(per sbaglio) confidare.

(Scusate. E’ una valigia pesante
anche se non contiene gran che:
tanto ch’io mi domando perché
l’ho recata, e quale
aiuto mi potrà dare
poi, quando l’avrò con me.
Ma pur la debbo portare,
non fosse che per seguire l’uso.
Lasciatemi, vi prego, passare. Ecco.
Ora ch’essa è
nel corridoio, mi sento
più sciolto. Vogliate scusare).

Dicevo, ch’era bello stare
insieme. Chiacchierare.
Abbiamo avuto qualche
diverbio, è naturale.
Ci siamo – ed è normale
anche questo- odiati
su più d’un punto, e frenati
soltanto per cortesia.
Ma, cos’importa. Sia
come sia, torno
a dirvi, e di cuore, grazie
per l’ottima compagnia.
Congedo a lei, dottore,
e alla sua faconda dottrina.
Congedo a te ragazzina
smilza, e al tuo lieve afrore
di ricreatorio e di prato
sul volto, la cui tinta
mite è sì lieve spinta.
Congedo, o militare
(o marinaio! In terra
come in cielo ed in mare)
alla pace e alla guerra.
Ed anche a lei, sacerdote,
congedo, che m’ha chiesto s’io
(scherzava!) ho avuto in dote
di credere al vero Dio.

Congedo alla sapienza
e congedo all’amore.
Congedo anche alla religione.
Ormai sono a destinazione.

Ora che più forte sento
stridere il freno, vi lascio
davvero, amici. Addio.
Di questo, son certo: io
son giunto alla disperazione
calma, senza sgomento.

Scendo. Buon proseguimento.