Claudio Sabattini

Se n'è andato un sindacalista

rivista sindacale cgil
 

Ieri, dopo una malattia breve e terribile, è morto Claudio Sabattini. Da un anno a capo della Fiom siciliana, per anni leader nazionale dei metalmeccanici, Sabattini è stato uno dei sindacalisti più importanti e carismatici della Cgil. Nel dare notizia della sua morte la segreteria nazionale della Fiom, "assume tutto l'insegnamento politico e morale della sua opera" e si impegna "a diffondere e sviluppare tale insegnamento tra i metalmeccanici 

 

e in tutto il mondo del lavoro." La camera ardente sarà allestita a partire dalla mattinata di venerdì presso la Camera del lavoro di Bologna; i funerali si terranno nella tarda mattinata di sabato.

Sabattini, 65 anni, bolognese, nella Fiom aveva percorso tutta la sua carriera di sindacalista, coronata dall'incarico di segretario generale, che aveva mantenuto sino all'anno scorso. Era nato a Bologna nel 1938. Nel dopoguerra, giovanissimo, entra nella Fgci, diventandone prima segretario bolognese (nel 1959) ed entrando in seguito nella segreteria nazionale. Con alle spalle una laurea in filosofia (la tesi: su Rosa Luxemburg) inizia l'attività sindacale fino ad essere eletto, nel 1970, alla segreteria della Fiom di Bologna. Nel '74 passa a dirigere la Fiom di Brescia e nel '77 entra nella segreteria nazionale dei metalmeccanici. Nel 1980, come responsabile dell'Auto, gestisce la vertenza Fiat (23.000 le eccedenze annunciate dall'azienda) schierandosi a favore dello sciopero a oltranza (la lotta dei 35 giorni a Mirafiori). Una battaglia persa, duramente, che lo induce a intraprendere un percorso personale di riflessione e di autoanalisi.

Dopo un breve periodo in Liguria e quindi all'Ires dell'Emilia Romagna, nella seconda a metà degli anni Ottanta Sabattini torna a Roma con l'allora segretario generale della Cgil Antonio Pizzinato per occuparsi dell'Ufficio internazionale. La sua passione restano comunque le tute blu e torna ad occuparsi di Fiat nel 1989, diventando segretario generale aggiunto della Fiom del Piemonte. Nel 1994 Sabattini viene eletto segretario generale della Fiom Cgil e, per la prima volta, sulla scia dell'accordo di luglio del 1993, firma un contratto nazionale dei metalmeccanici con la Federmeccanica senza un'ora di sciopero. Le cose vanno diversamente nel 2001, quando la Fiom di Sabattini non firma il rinnovo del contratto approvato invece da Fim e Uilm.

“Scompare – afferma in una dichiarazione il segretario generale della Cgil Guglielmo Epifani - con Claudio Sabattini uno dei protagonisti delle vicende sindacali e sociali degli ultimi trent’anni. Dirigente di grande rigore e forza morale, ha attraversato in prima persona le grandi trasformazioni sociali e produttive del mondo del lavoro, in uno stile di vita tutto speso nella difesa del ruolo dei lavoratori e della funzione del movimento sindacale. Sia da segretario generale della Fiom che da dirigente confederale ha sempre valorizzato lo studio e l’interesse sulla condizione lavorativa ed operaia e difeso la natura generale e confederale della Cgil. Autonomia, democrazia e condizione operaia sono stati sempre i valori a cui si è ispirato. Per questo avvertiamo il dovere di conservare la memoria, il ricordo e l’insegnamento di Claudio Sabattini. Una morte così repentina lascia sgomenti quanti lo hanno conosciuto, quanti gli hanno voluto bene e tutti i dirigenti della Cgil. Tutta la Cgil si stringe affettuosamente al figlio Simone.”

"E' venuto a mancare un amico": così Sergio Cofferati ha espresso il proprio cordoglio. "Claudio - prosegue - era un dirigente sindacale e politico che ha segnato la storia delle relazioni industriali degli ultimi 30 anni. Un uomo schietto, tenace, sempre determinato che ha speso la propria vita per la difesa dei diritti, nell'estensione delle tutele, nel miglioramento delle condizioni materiali dei lavoratori, nella difesa dei più deboli. Un uomo leale che ha sempre lottato per le idee in cui credeva anteponendo l' interesse generale a quello particolare". "Claudio - ha ricordato ancora Cofferati - è stato sempre disponibile a pagare anche di persona per le scelte che nella sua lunga attività sindacale ha dovuto compiere. Era un uomo di grande fascino, cultura e intelligenza. Claudio avrebbe potuto essere un bravo e importante dirigente politico, scelse invece l' attività sindacale, la difesa e la tutela degli interessi dei più deboli, un' attività, una passione che amò intensamente e da cui non volle mai staccarsi".

(4 settembre 2003)

il lavoro di fronte al suo rovescio- Sabattini

un eretico non scismatico - di Cremaschi- link 

la lotta di Claudio Sabattini-pdf - Rinaldini

03feb/feb23_03.html tre operai- M.Revelli

numero  51  giugno 2004- la rivista del manifesto

La lezione di Melfi

LA RIVINCITA DI SABATTINI
Loris Campetti  


Una «svolta», a cui ha contribuito in modo determinante la «giusta e coraggiosa posizione della Fiom». A definire in modo così netto la vertenza di Melfi e il suo esito è nientemeno che Guglielmo Epifani. Parole che hanno colto il sentimento generale dei delegati all'assemblea di metà mandato della Cgil, quella che si è tenuta a Chianciano nella seconda settimana di maggio. L'ammissione del segretario generale è stata accolta da una vera ovazione, un riconoscimento al merito dell'organizzazione più birichina, quella dei metalmeccanici, una calamita e non da oggi su cui si attaccano critiche e mugugni della Confederazione e di non poche categorie. `Estremisti', `avventuristi', `antiunitari', gente capace di sacrificare il rapporto che difficilmente si sta cercando di ricostruire con Cisl e Uil dopo la rottura determinatasi con il Patto per l'Italia, sull'altare della democrazia, del primato del rapporto con i lavoratori. Ma Melfi dice che è stata proprio questa Fiom a ricostruire una possibilità di riprendere un percorso unitario con gli altri sindacati, rovesciando i termini del discorso e le prassi consolidate, mettendo al centro non un'astratta e ideologica ricerca dell'unità a tutti i costi bensì la lotta delle tute amaranto. Sono loro, le lavoratrici e i lavoratori di Melfi che hanno realizzato il vero miracolo nella piana di San Nicola, costringendo la Fiat alla trattativa e all'accordo, e di conseguenza la Fim e la Uilm a rientrare nel gioco unitario da cui si erano chiamate fuori per dieci anni e fino al penultimo dei 21 giorni di scioperi e presidi nello stabilimento lucano.
Più dell'acqua miracolosa, è stata proprio la vicenda di Melfi a rigenerare il corpo dirigente della Cgil alle terme di Chianciano, in un appuntamento inteso da molti alla vigilia come un'occasione per la `storica' resa dei conti con il `deviazionismo' della Fiom. Una volta riportati i meccanici a più miti consigli, il cammino per chiudere la stagione movimentista della Cgil, iniziata dopo i fatti di Genova con Sergio Cofferati, proseguita con la battaglia per i diritti e per la pace, sarebbe stato in discesa. Melfi ha risvegliato la destra della Cgil e l'intera organizzazione sindacale da un sogno di `normalità' proibito, almeno per adesso. Domani chissà, ed è poco produttivo lanciarsi oggi in previsioni azzardate sulla tenuta della Cgil in uno scenario politico completamente mutato, con le forze che `momentaneamente' sono all'opposizione - si fa per dire - di nuovo promosse dai cittadini al governo del paese. Per ora c'è Berlusconi con cui fare i conti.
Quel che si può sostenere, intanto, è che l'intento dell'Assemblea dei delegati della Cgil s'è rovesciato nel suo opposto. Tra le molte decisioni mal digerite del gruppo dirigente dei metalmeccanici da parte del corpaccione confederale, c'era l'anticipazione a giugno del Congresso. Un Congresso che ha un carattere di fatto `straordinario', finalizzato a verificare il consenso dei lavoratori sulla strategia dell'organizzazione e, di conseguenza, sul gruppo dirigente formatosi alla scuola di Claudio Sabattini.
L'eredità del sindacalista bolognese tragicamente scomparso la scorsa estate si compone di alcuni gioielli davvero preziosi: a. l'autonomia del sindacato rispetto ai padroni, chiunque li rappresenti, dal governo di qualsivoglia colore, dai partiti; b. la democrazia come elemento fondativo dell'agire sindacale e nel rapporto con i lavoratori, cui va restituito il diritto di decidere - una testa un voto - sulle piattaforme e sugli accordi che li riguardino; c. il percorso rivendicazione, conflitto, trattativa, accordo. E proprio nel contesto della vicenda Fiat e della crisi dell'ultima grande multinazionale italiana, Sabattini aveva un chiodo fisso: o si vince a Melfi, e si passa nel cuore di quel che resta del nostro impero automobilistico, oppure la partita è persa definitivamente.
Dieci anni ci sono voluti perché si rompesse il giocattolo perfetto costruito dalla Fiat nella piana di San Nicola. Un giocattolo reso possibile dal tappeto steso dallo Stato e dalle organizzazioni sindacali sul `prato verde' («altrimenti, senza sconti e agevolazioni pubbliche e senza moratoria sindacale, quella fabbrica la costruiremo in Portogallo», diceva senza pudore e senza creare scandalo il Gotha di Corso Marconi), oliato dal consenso operaio prima ancora che dal regime militare con cui lo stabilimento è stato progressivamente governato. Un consenso obbligato, costruito sotto il ricatto della disoccupazione e con la speranza di un'emancipazione collettiva da una storia segnata dall'assistenzialismo democristiano del padre-padrone Emilio Colombo.
Ancora un anno fa, scioperare a Melfi era pressoché impossibile e a fermare le linee della fabbrica integrata non bastavano neppure i lavoratori degli altri stabilimenti Fiat in trasferta da Termini Imerese, Pomigliano e Mirafiori. Poi l'esplosione, il miracolo. Come ha dichiarato l'uomo che aveva costruito il `modello Melfi', l'allora responsabile del personale della Fiat Auto Maurizio Magnabosco, non si blocca una fabbrica come quella per tre settimane se gli obiettivi della rivendicazione non sono condivisi dalla stragrande maggioranza dei lavoratori.
La lotta ha materialmente piegato le gambe e la superbia della Fiat, bloccando Melfi si è bloccato l'intero apparato produttivo dell'industria automobilistica italiana (quasi 40 mila vetture perse). Una vertenza non difensiva, una lotta non per opporsi ai licenziamenti o alla cassa integrazione. Una vertenza d'attacco incentrata sull'imperativo di migliorare le condizioni di lavoro: basta con la doppia battuta (due settimane consecutive di lavoro notturno). Basta con le gabbie salariali imposte con un accordo confederale stipulato prima dell'apertura della fabbrica nel '91, quando ancora i lavoratori non erano stati assunti; lavorare di più per guadagnare meno degli operai occupati negli altri stabilimenti italiani è diventata, finalmente, una condizione inaccettabile. Basta con i provvedimenti disciplinari a raffica (novemila in tre anni) e una gestione da caserma della fabbrica. Infine, nessuno può decidere sulla pelle di chi lavora: i contenuti della vertenza, le forme di lotta, la gestione della trattativa, l'ipotesi d'intesa e il giudizio definitivo sull'accordo devono tornare nelle mani delle lavoratrici e dei lavoratori. Così è stato. Dopo 21 giorni di lotta, nella terza settimana di maggio le assemblee svoltesi tra i dipendenti dei turni di mattina, di pomeriggio e di notte hanno visto una partecipazione straordinaria (intorno all'85% dei dipendenti) e un voto (il 77,4% di `Sì') che ha confermato il consenso straordinario sul risultato conquistato.
Era dagli anni settanta - forse addirittura dal mitico accordo del 7-7-'77 - che alla Fiat non si firmava un accordo migliorativo sulle condizioni di lavoro. E forse oggi, per la prima volta, si sono create le condizioni per elaborare il lutto dell'80, la sconfitta subita dal movimento operaio dopo i 35 giorni ai cancelli di Mirafiori può essere archiviata ai cancelli di Melfi. Una svolta, è la parola giusta quella usata da Guglielmo Epifani ai cancelli di Chianciano. Era l'obiettivo per cui Claudio Sabattini ha lavorato per più di vent'anni e che purtroppo non ha potuto festeggiare insieme ai lavoratori di Melfi.
La vittoria conquistata nella piana di San Nicola (`Melfi City') porta con sé un insegnamento fondamentale e parla a molti. L'insegnamento è che la democrazia non è un optional, la fabbrica non è una caserma, il conflitto come mezzo non è un'arma spuntata dal passaggio di secolo, il sindacato è uno strumento per organizzare la lotta e raggiungere l'obiettivo ed è rappresentativo se scelto e condiviso dai lavoratori, non se è legittimato dalle controparti. All'inizio, nei primi giorni di blocco delle portinerie, si alzò un coro di insulti contro la Fiom, un coro volgare e stupido perché negava, ancora una volta, la soggettività e l'autonomia di chi stava di giorno e di notte davanti ai cancelli. Taceva o condannava la parte maggioritaria del centro-sinistra, invocando un improbabile realismo. Taceva anche gran parte del gruppo dirigente della Cgil, che aspettava al varco (a Chianciano e poi al Congresso dei meccanici) la Fiom per la resa dei conti. Questo particolare bisognerà tenerlo a mente in futuro, quando ci ricorderanno l'applauso unanime di tutto il centro-sinistra alla conclusione della vertenza.
Ma l'esito positivo dei 21 giorni di lotta parla anche a noi, ai pochi che da 10 anni denunciano l'apartheid di Melfi, le gabbie salariali, le deroghe al divieto del lavoro notturno delle donne, lo sfruttamento bestiale e il comando militaresco della fabbrica. Ci riporta alla realtà, nel senso che ci costringe a uscire da un'identità talvolta fondata sulla certezza della sconfitta, quasi avessimo anche noi introiettato l'ineluttabilità - se non la fine - della storia. Non so se 10 anni sono tanti o pochi per ribellarsi a una condizione odiosa, so che quella condizione non poteva durare e non è durata. So che si possono selezionare i lavoratori da assumere con l'aiuto del parroco e del carabiniere, ma alla fine, quei lavoratori - quei giovanissimi contadini o disoccupati - diventano classe, perché le condizioni materiali alla lunga determinano i comportamenti individuali e collettivi. Fuori dall'ideologia, una ragazza di vent'anni può anche accettare per un po' il vincolo per cui una parte del suo premio di produttività è legata alla presenza in fabbrica; ma quando quella ragazza arriverà a trent'anni, si sposerà, farà un figlio, si accorgerà inevitabilmente che la maternità le riduce del 15 per cento il salario. È ovvio che tenterà di rovesciare questa condizione.
Questo è successo a Torino alla fine degli anni sessanta, questo è successo a Melfi nel quarto anno del terzo millennio. Allora come oggi l'uso padronale della polizia non ha fermato il cammino di liberazione. Anzi, a Melfi l'ha accelerato e ha costretto tanti, fuori dalla fabbrica, a cambiare gli occhiali con cui guardare il mondo del lavoro.
Infine, Melfi e la Lucania, regione di brigantaggio e di occupazione delle terre. Regione di movimento, come insegna la vicenda di Scanzano. Ci sarà una ragione se proprio da questo angolo di Mezzogiorno riparte la speranza per un nuovo mondo possibile, che coinvolge persino i torinesi. A proposito, forse c'è un legame tra la battaglia di Melfi e la ripresa, dopo anni di isolamento della Fiom e di dominio della Fiat, della contrattazione unitaria a Mirafiori. Mentre scriviamo, è il 18 maggio, si riunisce quello che nel secondo millennio si chiamava `Consiglione' di Mirafiori (oggi composto da 200 delegati), per aprire una vertenza torinese tesa a salvare il futuro del gigante malato. E c'è chi bisbiglia: facciamo come a Melfi.


C'è un futuro per il sindacato?

15/01/2013

Pubblichiamo il documento della Fondazione “Claudio Sabattini” per il decennale della sua morte

Claudio morì prima della grande crisi, prima dell’alternanza tra Prodi e Berlusconi, prima insomma di un’intera fase economica, sociale e politica profondamente diversa da quella precedente. Non è nostra intenzione, quindi, pur sottolineando la vitalità del suo pensiero, di caricaturarne la figura facendone un essere dotato di capacità divinatorie del futuro.

L’attualità del suo pensiero riguarda, a nostro avviso, la sua comprensione e forte denuncia pubblica di alcune tendenze che, a iniziare dal 1992-1993, divennero, a suo giudizio, capaci di rovesciare le fondamenta stesse su cui si era costituito in Italia e in Europa, nel secondo dopoguerra, il rapporto tra Capitale e Lavoro, tra Stato, partiti e sindacati e, infine, l’insieme delle strategie socialdemocratiche e comuniste. Per usare una sua espressione “la storia del Novecento era finita negli anni ’80”, e non solo in Italia. Tali tendenze, aggiungiamo noi, erano preesistenti la crisi, forse componenti del suo sorgere e certamente amplificate e rafforzate dal suo manifestarsi.

Da questa sua solitaria consapevolezza e denuncia nasceva la proposta di una rifondazione del sindacato e della sinistra sociale in Italia e in Europa. Un’esigenza che rimane, per noi, del tutto attuale e non risolta e che richiede un percorso collettivo di elaborazione cui vogliamo dare un contributo, nel corso del 2013, attraverso una serie coordinata di iniziative, che avranno luogo nelle sedi territoriali nelle quali si è svolta la sua vita politica e intellettuale.

Prima di entrare nel merito della sua concezione di quanto stava accadendo è bene premettere che la sua produzione culturale è solo raramente in forma scritta; il tipo di lavoro da lui svolto lo portava a esprimere le sue convinzioni in relazioni agli organismi direttivi o ai congressi del sindacato, in interventi in dibattiti sindacali, politici e culturali, ed infine nei comizi nel corso degli scioperi e delle manifestazioni sindacali. Occorre forse aggiungere che la ragione di ciò sta anche in un’idea della produzione culturale sospettosa di ogni forma di irrigidimento del pensiero, di definizione di “tavole della legge”, favorevole, invece, ad un pensiero plastico, orientato alla prassi, proprio partendo da un nucleo di valori e modi di riflessione non negoziabili quali l’irriducibilità del conflitto tra Capitale Lavoro. Di qui, quindi, la preferenza verso il dialogo, verso una forma di produzione culturale di stampo socratico. Il dialogo si basa ed è possibile come autentico scambio solo a partire dalla chiarezza e nettezza delle posizioni di ciascuno, solo a partire da lì anche i compromessi pratici non diventano una pericolosa palude, diceva Claudio. La palude, infatti, è pericolosa sia nelle relazioni individuali sia, a maggior ragione, in quelle collettive; in queste ultime, infatti, si degrada la democrazia tradendo il ruolo della rappresentanza e non si risolvono i conflitti preparando il terreno a situazioni incontrollate.

La prima intuizione è quella che riguarda il cuore stesso di un sindacato, la sua capacità cioè di contrattare e stipulare un contratto. A un certo punto Claudio giunge alla conclusione che il contratto nazionale, senza la possibilità per i lavoratori di approvarlo o respingerlo in una votazione democratica, è finito. Ciò che egli intende dire è che il contratto si svuoterà vieppiù di contenuti con il rischio di diventare un totem, senza alcun reale valore, cui sacrificare sostanziali elementi dell’autonomia del sindacato e della condizione di lavoro; il problema quindi che si porrà è quello della sua riconquista come contratto dell’industria e non di una sola categoria, realizzando così un elemento di unità. Tale conclusione è figlia di una vera riflessione critica sugli anni ’80 che concerne sia il sindacato sia il rapporto tradizionale di divisione del lavoro tra sindacato e uno o più partiti “laburisti”, siano essi socialisti, comunisti, come nella tradizione europea sia continentale sia inglese. La prima osservazione critica riguarda la teoria dello scambio. Già nel 1995 Claudio, dopo il nobile tentativo confederale del 1993, avvertiva i “suoi metalmeccanici” e tutto il movimento sindacale: “che siamo di fronte all’esaurimento della politica sindacale fin qui svolta e alla necessità di una nuova proposta strategica. La linea dello scambio, inaugurata all’Eur nel ’77, non ha più alcun spazio, per la semplice ragione che non abbiamo più nulla da scambiare. È necessario allora avere il coraggio di una innovazione radicale nell’analisi e nella proposta.” Poiché aggiunge: “Siamo a una svolta profonda di trasformazione radicale dei rapporti sociali e politici, che io credo abbia un significato non transitorio, poiché punta non solo a un nuovo sistema istituzionale, ma anche a una diversa collocazione delle forze sociali in campo, a partire dal sindacato.”

Di qui il pericolo estremo di una situazione che mette in gioco: “la struttura dell’industria italiana in settori di punta, l’intero sistema contrattuale, l’esistenza stessa del sindacato”.

Ecco quindi il punto cruciale del suo pensiero, che è ancora del tutto attuale. La “politica dello scambio” tra contenimento salariale e occupazione, che non ha portato a nulla di positivo, si basa, infatti, sul riconoscimento del sindacato come istituzione sociale stabilizzatrice nell’ambito di politiche macroeconomiche che non sono più orientate né alla piena occupazione né alla tutela del potere d’acquisto dei lavoratori e delle lavoratrici. In tale ruolo quindi il sindacato, qualunque sindacato, non può assolvere il suo compito di tutela e progresso del mondo del lavoro perché il suo potere di contrattazione è prima neutralizzato a livello centrale, per quanto concerne le dinamiche salariali, e poi progressivamente sterilizzato a livello settoriale e aziendale, per quanto concerne la condizione complessiva di lavoro. Non sfugge, infatti, a Claudio che, dopo Maastricht, L’Unione Europea sviluppa un processo d’integrazione produttiva, dominato dai grandi gruppi capitalistici produttivi e finanziari, che comporta continue ristrutturazioni dei settori e delle imprese e che l’architettura complessiva di tali accordi di scambio impedisce di affrontare con un punto di vista autonomo, basato sulla rappresentanza delle esigenze e delle volontà dei lavoratori e delle lavoratrici.

Il sindacato quindi deve recuperare un potere che nasce solo dalla sua natura di coalizione sociale, basata sulla rappresentanza democratica e la militanza.

Il suo ruolo “istituzionale”, se possibile, è utile solo nel momento in cui nasce da una sua forza autonoma e non da deleghe del potere statale o dei partiti; in tal caso, infatti, il sindacato è in grado di diventare forza generale di cambiamento, di produrre, come è accaduto, reali “riforme” non solo per quanto concerne la regolazione sociale del lavoro.

Il sindacato quindi non può pensare solo a una “manutenzione straordinaria” degli assetti degli anni ’80 o alla ricerca di un “principe” amico.

Il sindacato deve rifondarsi come un’organizzazione di tutti i lavoratori e le lavoratrici, qualunque sia il loro status contrattuale, cercando quindi un’estensione della sua rappresentatività. Per fare questo deve essere un sindacato rigorosamente democratico, una democrazia di tutti i lavoratori e non solo degli iscritti. Tutto ciò non è possibile se non si è “indipendenti”. Il che presuppone una capacità di autonomia e di analisi e di «un’idea di società perché il sindacato è nato su un’idea di società». La crisi, quindi, va affrontata con un’autonomia politica, con un’autonomia di analisi e avendo un’idea di società, uno dei cui tratti essenziali è l’eguaglianza.

La concertazione, cioè la prassi di questi trent’anni almeno sino al governo Monti, quella prassi che oggi è richiesta esplicita delle Confederazioni sindacali è divenuta di fatto, secondo Claudio, ”una ideologia” che prevede “l’obbligo a concludere” come “una alternativa al conflitto” e, nell’ambito di questa concezione, “gli interessi dell’impresa vengono considerati ineludibili e generali “; essa insomma “non esiste più come accordo di concertazione tra le parti.”
Essere indipendenti è un requisito rivolto non solo ai governi e alle imprese ma anche ai partiti. L’autonomia di cui si parlava nel secondo dopoguerra, cioè quella della politica contrattuale, non è più possibile, secondo Claudio, poiché “ non esistono ormai più partiti laburisti nell'Europa mediterranea e nemmeno nel Regno Unito”. Questo per dire che il problema dell'autonomia non è più “la regola di rapporto tra sindacato e partiti politici della sinistra (..) tanto più nel luogo di lavoro.” Al contrario tutti i partiti “considerano l'autonomizzazione della politica come indipendenza dal sociale”.

Ma se questo è vero allora il sindacato non può più affidarsi alla rassicurante divisione del lavoro tradizionale per la quale il sindacato aveva il compito della redistribuzione, in specifico dei salari, e il partito politico amico quello di delineare la nuova società. Il sindacato deve essere un soggetto politico e sociale al contempo. Il che non vuol dire trasformarsi in un partito ma, accettando pienamente la propria natura di parte della società, significa avere “un proprio punto di vista sulla società e sulla sua possibile evoluzione”. Il sistema di valori fondativo del sindacato, la solidarietà, di per sé non è sufficiente “se non c'è una strategia sulla possibile trasformazione della società”. Se si accetta la propria parzialità, allora il conflitto è un valore fondante la democrazia; un pensiero autenticamente democratico, infatti, si fonda sul ritenere che una società si debba evolvere secondo “una dinamica che è alimentata dal rapporto tra società civile e società politica”. Ciò è possibile se si rifugge da ogni organicismo evitando cioè di pensare che la società civile sia un “luogo esaustivo di tutti i problemi e altrettanto vale per la società politica.” Claudio dedicò sempre più attenzione, specialmente nell’ultimo anno di vita, alla necessità crescente di avere in Italia una vera sinistra politica fortemente radicata nel mondo del lavoro, come complemento a un sindacato indipendente.

La riflessione critica va portata ancora più a fondo sino a riconsiderare il ruolo attribuito nel novecento alle politiche redistributive. Il movimento sindacale, infatti, si è spesso, soprattutto nelle situazioni di grande difficoltà, rifugiato nel campo della redistribuzione, inibendosi il campo più ampio delle trasformazioni dell’impresa e del lavoro, di quelle sociali, istituzionali e politiche. Quando ciò avviene, sia nella forma del corporativismo aziendale o categoriale sia in quella dei patti nazionali neocorporativi, il sindacato lascia all’impresa e alle sue rappresentanze il dominio sia delle modalità di lavoro che più in generale di come si organizza la società. Così facendo restringe vieppiù la sua capacità di rappresentanza e cancella la soggettività dei lavoratori su tutto ciò che non è il reddito. In realtà quindi il potere del sindacato nasce dalla sua capacità di contrattare la situazione lavorativa nel suo insieme, per chi è già occupato e per chi vuole diventarlo, il che non è possibile in un orizzonte solo redistributivo. I rischi democratici non riguardano solo il mondo del lavoro ma la società nel suo insieme e quindi la lotta per la democrazia non può che essere una lotta che coinvolge la società nel suo insieme.

Infine la costruzione dell’Europa a Maastricht e la globalizzazione con la conseguente costruzione di nuove forme della produzione, basate anche sull’uso delle nuove tecnologie informatiche, da un lato rendono i confini nazionali inadeguati e dall’altro spingono verso una diversa organizzazione del sindacato che superi le tradizionali divisioni categoriali. Il sindacato europeo è una necessità con cui fare rapidamente i conti.

Un pensiero come si può vedere di estrema attualità e che tuttora ci interroga.

Attorno a questi nodi quindi organizzeremo a Roma, Brescia, Bologna, Palermo e Torino delle giornate di riflessione.

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