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Se n'è andato un sindacalista
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sindacale cgil |
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Ieri, dopo una malattia breve e terribile, è
morto Claudio Sabattini. Da un anno a capo della Fiom siciliana, per
anni leader nazionale dei metalmeccanici, Sabattini è stato uno dei
sindacalisti più importanti e carismatici della Cgil. Nel dare
notizia della sua morte la segreteria nazionale della Fiom,
"assume tutto l'insegnamento politico e morale della sua
opera" e si impegna "a diffondere e sviluppare tale
insegnamento tra i metalmeccanici
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e in tutto il mondo del
lavoro." La camera ardente sarà allestita a partire dalla
mattinata di venerdì presso la Camera del lavoro di Bologna; i
funerali si terranno nella tarda mattinata di sabato.
Sabattini, 65 anni, bolognese, nella Fiom aveva percorso tutta la
sua carriera di sindacalista, coronata dall'incarico di segretario
generale, che aveva mantenuto sino all'anno scorso. Era nato a
Bologna nel 1938. Nel dopoguerra, giovanissimo, entra nella Fgci,
diventandone prima segretario bolognese (nel 1959) ed entrando in
seguito nella segreteria nazionale. Con alle spalle una laurea in
filosofia (la tesi: su Rosa Luxemburg) inizia l'attività sindacale
fino ad essere eletto, nel 1970, alla segreteria della Fiom di
Bologna. Nel '74 passa a dirigere la Fiom di Brescia e nel '77 entra
nella segreteria nazionale dei metalmeccanici. Nel 1980, come
responsabile dell'Auto, gestisce la vertenza Fiat (23.000 le
eccedenze annunciate dall'azienda) schierandosi a favore dello
sciopero a oltranza (la lotta dei 35 giorni a Mirafiori). Una
battaglia persa, duramente, che lo induce a intraprendere un
percorso personale di riflessione e di autoanalisi.
Dopo un breve periodo in Liguria e quindi all'Ires dell'Emilia
Romagna, nella seconda a metà degli anni Ottanta Sabattini torna a
Roma con l'allora segretario generale della Cgil Antonio Pizzinato
per occuparsi dell'Ufficio internazionale. La sua passione restano
comunque le tute blu e torna ad occuparsi di Fiat nel 1989,
diventando segretario generale aggiunto della Fiom del Piemonte. Nel
1994 Sabattini viene eletto segretario generale della Fiom Cgil e,
per la prima volta, sulla scia dell'accordo di luglio del 1993,
firma un contratto nazionale dei metalmeccanici con la
Federmeccanica senza un'ora di sciopero. Le cose vanno diversamente
nel 2001, quando la Fiom di Sabattini non firma il rinnovo del
contratto approvato invece da Fim e Uilm.
“Scompare – afferma in una dichiarazione il segretario generale
della Cgil Guglielmo Epifani - con Claudio Sabattini uno dei
protagonisti delle vicende sindacali e sociali degli ultimi
trent’anni. Dirigente di grande rigore e forza morale, ha
attraversato in prima persona le grandi trasformazioni sociali e
produttive del mondo del lavoro, in uno stile di vita tutto speso
nella difesa del ruolo dei lavoratori e della funzione del movimento
sindacale. Sia da segretario generale della Fiom che da dirigente
confederale ha sempre valorizzato lo studio e l’interesse sulla
condizione lavorativa ed operaia e difeso la natura generale e
confederale della Cgil. Autonomia, democrazia e condizione operaia
sono stati sempre i valori a cui si è ispirato. Per questo
avvertiamo il dovere di conservare la memoria, il ricordo e
l’insegnamento di Claudio Sabattini. Una morte così repentina
lascia sgomenti quanti lo hanno conosciuto, quanti gli hanno voluto
bene e tutti i dirigenti della Cgil. Tutta la Cgil si stringe
affettuosamente al figlio Simone.”
"E' venuto a mancare un amico": così Sergio Cofferati ha
espresso il proprio cordoglio. "Claudio - prosegue - era un
dirigente sindacale e politico che ha segnato la storia delle
relazioni industriali degli ultimi 30 anni. Un uomo schietto,
tenace, sempre determinato che ha speso la propria vita per la
difesa dei diritti, nell'estensione delle tutele, nel miglioramento
delle condizioni materiali dei lavoratori, nella difesa dei più
deboli. Un uomo leale che ha sempre lottato per le idee in cui
credeva anteponendo l' interesse generale a quello
particolare". "Claudio - ha ricordato ancora Cofferati -
è stato sempre disponibile a pagare anche di persona per le scelte
che nella sua lunga attività sindacale ha dovuto compiere. Era un
uomo di grande fascino, cultura e intelligenza. Claudio avrebbe
potuto essere un bravo e importante dirigente politico, scelse
invece l' attività sindacale, la difesa e la tutela degli interessi
dei più deboli, un' attività, una passione che amò intensamente e
da cui non volle mai staccarsi".
(4 settembre 2003)
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il lavoro di fronte al suo
rovescio- Sabattini
un
eretico non scismatico - di Cremaschi- link
la
lotta di Claudio Sabattini-pdf - Rinaldini
| numero
51
giugno 2004-
la rivista del manifesto |
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La lezione di Melfi
LA RIVINCITA DI SABATTINI
Loris Campetti
Una «svolta», a cui ha contribuito in modo determinante la «giusta e
coraggiosa posizione della Fiom». A definire in modo così netto la
vertenza di Melfi e il suo esito è nientemeno che Guglielmo Epifani.
Parole che hanno colto il sentimento generale dei delegati all'assemblea
di metà mandato della Cgil, quella che si è tenuta a Chianciano nella
seconda settimana di maggio. L'ammissione del segretario generale è stata
accolta da una vera ovazione, un riconoscimento al merito
dell'organizzazione più birichina, quella dei metalmeccanici, una
calamita e non da oggi su cui si attaccano critiche e mugugni della
Confederazione e di non poche categorie. `Estremisti', `avventuristi',
`antiunitari', gente capace di sacrificare il rapporto che difficilmente
si sta cercando di ricostruire con Cisl e Uil dopo la rottura
determinatasi con il Patto per l'Italia, sull'altare della democrazia, del
primato del rapporto con i lavoratori. Ma Melfi dice che è stata proprio
questa Fiom a ricostruire una possibilità di riprendere un percorso
unitario con gli altri sindacati, rovesciando i termini del discorso e le
prassi consolidate, mettendo al centro non un'astratta e ideologica
ricerca dell'unità a tutti i costi bensì la lotta delle tute amaranto.
Sono loro, le lavoratrici e i lavoratori di Melfi che hanno realizzato il
vero miracolo nella piana di San Nicola, costringendo la Fiat
alla trattativa e all'accordo, e di conseguenza la Fim e la Uilm a
rientrare nel gioco unitario da cui si erano chiamate fuori per dieci anni
e fino al penultimo dei 21 giorni di scioperi e presidi nello stabilimento
lucano.
Più dell'acqua miracolosa, è stata proprio la vicenda di Melfi a
rigenerare il corpo dirigente della Cgil alle terme di Chianciano, in un
appuntamento inteso da molti alla vigilia come un'occasione per la
`storica' resa dei conti con il `deviazionismo' della Fiom. Una volta
riportati i meccanici a più miti consigli, il cammino per chiudere la
stagione movimentista della Cgil, iniziata dopo i fatti di Genova con
Sergio Cofferati, proseguita con la battaglia per i diritti e per la pace,
sarebbe stato in discesa. Melfi ha risvegliato la destra della Cgil e
l'intera organizzazione sindacale da un sogno di `normalità' proibito,
almeno per adesso. Domani chissà, ed è poco produttivo lanciarsi oggi in
previsioni azzardate sulla tenuta della Cgil in uno scenario politico
completamente mutato, con le forze che `momentaneamente' sono
all'opposizione - si fa per dire - di nuovo promosse dai cittadini al
governo del paese. Per ora c'è Berlusconi con cui fare i conti.
Quel che si può sostenere, intanto, è che l'intento dell'Assemblea dei
delegati della Cgil s'è rovesciato nel suo opposto. Tra le molte
decisioni mal digerite del gruppo dirigente dei metalmeccanici da parte
del corpaccione confederale, c'era l'anticipazione a giugno del Congresso.
Un Congresso che ha un carattere di fatto `straordinario', finalizzato a
verificare il consenso dei lavoratori sulla strategia dell'organizzazione
e, di conseguenza, sul gruppo dirigente formatosi alla scuola di Claudio
Sabattini.
L'eredità del sindacalista bolognese tragicamente scomparso la scorsa
estate si compone di alcuni gioielli davvero preziosi: a. l'autonomia del
sindacato rispetto ai padroni, chiunque li rappresenti, dal governo di
qualsivoglia colore, dai partiti; b. la democrazia come elemento fondativo
dell'agire sindacale e nel rapporto con i lavoratori, cui va restituito il
diritto di decidere - una testa un voto - sulle piattaforme e sugli
accordi che li riguardino; c. il percorso rivendicazione, conflitto,
trattativa, accordo. E proprio nel contesto della vicenda Fiat
e della crisi dell'ultima grande multinazionale italiana, Sabattini aveva
un chiodo fisso: o si vince a Melfi, e si passa nel cuore di quel che
resta del nostro impero automobilistico, oppure la partita è persa
definitivamente.
Dieci anni ci sono voluti perché si rompesse il giocattolo perfetto
costruito dalla Fiat nella piana di San
Nicola. Un giocattolo reso possibile dal tappeto steso dallo Stato e dalle
organizzazioni sindacali sul `prato verde' («altrimenti, senza sconti e
agevolazioni pubbliche e senza moratoria sindacale, quella fabbrica la
costruiremo in Portogallo», diceva senza pudore e senza creare scandalo
il Gotha di Corso Marconi), oliato dal consenso operaio prima ancora che
dal regime militare con cui lo stabilimento è stato progressivamente
governato. Un consenso obbligato, costruito sotto il ricatto della
disoccupazione e con la speranza di un'emancipazione collettiva da una
storia segnata dall'assistenzialismo democristiano del padre-padrone
Emilio Colombo.
Ancora un anno fa, scioperare a Melfi era pressoché impossibile e a
fermare le linee della fabbrica integrata non bastavano neppure i
lavoratori degli altri stabilimenti Fiat
in trasferta da Termini Imerese, Pomigliano e Mirafiori. Poi l'esplosione,
il miracolo. Come ha dichiarato l'uomo che aveva costruito il `modello
Melfi', l'allora responsabile del personale della Fiat
Auto Maurizio Magnabosco, non si blocca una fabbrica come quella per tre
settimane se gli obiettivi della rivendicazione non sono condivisi dalla
stragrande maggioranza dei lavoratori.
La lotta ha materialmente piegato le gambe e la superbia della Fiat,
bloccando Melfi si è bloccato l'intero apparato produttivo dell'industria
automobilistica italiana (quasi 40 mila vetture perse). Una vertenza non
difensiva, una lotta non per opporsi ai licenziamenti o alla cassa
integrazione. Una vertenza d'attacco incentrata sull'imperativo di
migliorare le condizioni di lavoro: basta con la doppia battuta (due
settimane consecutive di lavoro notturno). Basta con le gabbie salariali
imposte con un accordo confederale stipulato prima dell'apertura della
fabbrica nel '91, quando ancora i lavoratori non erano stati assunti;
lavorare di più per guadagnare meno degli operai occupati negli altri
stabilimenti italiani è diventata, finalmente, una condizione
inaccettabile. Basta con i provvedimenti disciplinari a raffica (novemila
in tre anni) e una gestione da caserma della fabbrica. Infine, nessuno può
decidere sulla pelle di chi lavora: i contenuti della vertenza, le forme
di lotta, la gestione della trattativa, l'ipotesi d'intesa e il giudizio
definitivo sull'accordo devono tornare nelle mani delle lavoratrici e dei
lavoratori. Così è stato. Dopo 21 giorni di lotta, nella terza settimana
di maggio le assemblee svoltesi tra i dipendenti dei turni di mattina, di
pomeriggio e di notte hanno visto una partecipazione straordinaria
(intorno all'85% dei dipendenti) e un voto (il 77,4% di `Sì') che ha
confermato il consenso straordinario sul risultato conquistato.
Era dagli anni settanta - forse addirittura dal mitico accordo del 7-7-'77
- che alla Fiat non si firmava un accordo
migliorativo sulle condizioni di lavoro. E forse oggi, per la prima volta,
si sono create le condizioni per elaborare il lutto dell'80, la sconfitta
subita dal movimento operaio dopo i 35 giorni ai cancelli di Mirafiori può
essere archiviata ai cancelli di Melfi. Una svolta, è la parola giusta
quella usata da Guglielmo Epifani ai cancelli di Chianciano. Era
l'obiettivo per cui Claudio Sabattini ha lavorato per più di vent'anni e
che purtroppo non ha potuto festeggiare insieme ai lavoratori di Melfi.
La vittoria conquistata nella piana di San Nicola (`Melfi City') porta con
sé un insegnamento fondamentale e parla a molti. L'insegnamento è che la
democrazia non è un optional, la fabbrica non è una caserma, il
conflitto come mezzo non è un'arma spuntata dal passaggio di secolo, il
sindacato è uno strumento per organizzare la lotta e raggiungere
l'obiettivo ed è rappresentativo se scelto e condiviso dai lavoratori,
non se è legittimato dalle controparti. All'inizio, nei primi giorni di
blocco delle portinerie, si alzò un coro di insulti contro la Fiom, un
coro volgare e stupido perché negava, ancora una volta, la soggettività
e l'autonomia di chi stava di giorno e di notte davanti ai cancelli.
Taceva o condannava la parte maggioritaria del centro-sinistra, invocando
un improbabile realismo. Taceva anche gran parte del gruppo dirigente
della Cgil, che aspettava al varco (a Chianciano e poi al Congresso dei
meccanici) la Fiom per la resa dei conti. Questo particolare bisognerà
tenerlo a mente in futuro, quando ci ricorderanno l'applauso unanime di
tutto il centro-sinistra alla conclusione della vertenza.
Ma l'esito positivo dei 21 giorni di lotta parla anche a noi, ai pochi che
da 10 anni denunciano l'apartheid di Melfi, le gabbie salariali, le
deroghe al divieto del lavoro notturno delle donne, lo sfruttamento
bestiale e il comando militaresco della fabbrica. Ci riporta alla realtà,
nel senso che ci costringe a uscire da un'identità talvolta fondata sulla
certezza della sconfitta, quasi avessimo anche noi introiettato
l'ineluttabilità - se non la fine - della storia. Non so se 10 anni sono
tanti o pochi per ribellarsi a una condizione odiosa, so che quella
condizione non poteva durare e non è durata. So che si possono
selezionare i lavoratori da assumere con l'aiuto del parroco e del
carabiniere, ma alla fine, quei lavoratori - quei giovanissimi contadini o
disoccupati - diventano classe, perché le condizioni materiali alla lunga
determinano i comportamenti individuali e collettivi. Fuori
dall'ideologia, una ragazza di vent'anni può anche accettare per un po'
il vincolo per cui una parte del suo premio di produttività è legata
alla presenza in fabbrica; ma quando quella ragazza arriverà a
trent'anni, si sposerà, farà un figlio, si accorgerà inevitabilmente
che la maternità le riduce del 15 per cento il salario. È ovvio che
tenterà di rovesciare questa condizione.
Questo è successo a Torino alla fine
degli anni sessanta, questo è successo a Melfi nel quarto anno del terzo
millennio. Allora come oggi l'uso padronale della polizia non ha fermato
il cammino di liberazione. Anzi, a Melfi l'ha accelerato e ha costretto
tanti, fuori dalla fabbrica, a cambiare gli occhiali con cui guardare il
mondo del lavoro.
Infine, Melfi e la Lucania, regione di brigantaggio e di occupazione delle
terre. Regione di movimento, come insegna la vicenda di Scanzano. Ci sarà
una ragione se proprio da questo angolo di Mezzogiorno riparte la speranza
per un nuovo mondo possibile, che coinvolge persino i torinesi. A
proposito, forse c'è un legame tra la battaglia di Melfi e la ripresa,
dopo anni di isolamento della Fiom e di dominio della Fiat,
della contrattazione unitaria a Mirafiori. Mentre scriviamo, è il 18
maggio, si riunisce quello che nel secondo millennio si chiamava
`Consiglione' di Mirafiori (oggi composto da 200 delegati), per aprire una
vertenza torinese tesa a salvare il futuro del gigante malato. E c'è chi
bisbiglia: facciamo come a Melfi.
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