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Claude Lévi-Strauss, la mente
sistematica di un cuore selvaggio
di Enrico Comba
su il manifesto del 04/11/2009
Il grande antropologo, che
aveva varcato la soglia dei cento anni, è morto a Parigi nella notte tra
sabato e domenica. I suoi studi etnologici lo portarono a capire che
l'uomo è essenzialmente «un animale simbolico» e che il pensiero
funziona dappertutto secondo meccanismi identici. Dunque, non ci sono
differenze sostanziali nelle facoltà intellettive e nelle capacità
riflessive delle diverse società
«Odio i viaggi e gli esploratori»,
una frase indimenticabile, che apre il volume forse più letto e
conosciuto di Claude Lévi-Strauss, Tristi Tropici (1955), una frase che
rimane impressa indelebilmente anche nei lettori che non odiano affatto i
viaggi e gli esploratori e che prediligono quella letteratura di viaggio
al cui genere l'opera da cui è tratta nonostante tutto appartiene e che
ha stimolato generazioni di viaggiatori e di ricercatori che si sono
avventurati alla ricerca di tropici più o meno tristi. Una frase
paradossale, dunque, che sembra riassumere i molteplici paradossi che
caratterizzano l'opera e il pensiero di Lévi-Strauss: probabilmente
l'antropologo più celebre e influente del Novecento, che tuttavia ha
lasciato più critici che allievi, la cui opera è guardata con
venerazione e rispetto ma per lo più scorsa frettolosamente dalle
generazioni più recenti di studiosi.
L'antropologo francese ha avuto la singolare fortuna di poter assistere,
nel corso della sua lunga vita, non solo al culmine della propria notorietà
e del prestigio accademico e scientifico, ma anche al declino
dell'interesse per le proprie opere, fin quasi alla tacita emarginazione,
e infine alla lenta riscoperta e rivalutazione che si è fatta strada solo
negli ultimi anni.
Sotto il segno dell'universale
L'opera immensa e straordinaria di Lévi-Strauss riscuote spesso reazioni
contrastanti e diametralmente opposte: alcuni lo ammirano senza riserve e
sono affascinati dallo stile raffinato ed elegante, mentre altri rimangono
infastiditi e insofferenti di fronte al linguaggio a volte oscuro e a un
argomentare fluido e sfuggente.
Eppure la figura di Lévi-Strauss segna una profonda trasformazione nella
storia dell'antropologia: la disciplina, dopo aver assorbito gli stimoli e
le sollecitazioni dovuti alla sua opera, non è stata più la stessa di
prima. Il pensiero dell'autore di Tristi Tropici ne ha modificato la
fisionomia, ne ha trasformato il ruolo e le prospettive, ne ha rinnovato
l'autorevolezza e la notorietà. Lévi-Strauss ha rappresentato un genere
di antropologia diversa da quella resa celebre, per esempio, da Malinowski:
una ricerca dettagliata e approfondita di una singola realtà etnografica
attraverso la ricerca lunga e sistematica sul terreno, lo sforzo di vivere
come un nativo e di narrarne il significato e le implicazioni.
L'antropologia lévi-straussiana è piuttosto una ricerca comparativa di
ampio respiro, che si propone di esplorare l'ampio spettro delle
differenze e delle somiglianze tra le società umane per mettere in luce
ciò che di universale le accomuna e le sottende. La sua opera sulle
Strutture elementari della parentela (1949) ha costituito per oltre mezzo
secolo un riferimento obbligato per gli studi antropologici e ha segnato
una svolta nel modo di affrontare lo studio dei sistemi sociali. Quello
che appariva come un caotico groviglio di usanze, costumi, regole e
proibizioni estremamente variabili da una cultura all'altra comincia a
prendere forma, sotto il rigoroso e sistematico esame dell'antropologo,
mostrando l'esistenza di una serie di principi fondamentali che stanno
alla base di tutta una vasta serie di fenomeni.
Le varie forme di prescrizione matrimoniale, che stabiliscono chi si può
(o si deve) e che non si può (o non si deve) sposare, rimandano a un
numero limitato di principi strutturali riconducibili al modello dello
scambio. L'apparente disordine e confusione della variabilità culturale
trova la propria giustificazione e possibilità di spiegazione attraverso
l'individuazione di un nucleo di principi strutturali universali. Forse un
meccanismo troppo semplice per spiegare adeguatamente la molteplicità dei
fenomeni e delle situazioni empiriche, come è stato messo in evidenza
dagli studi successivi, tuttavia il salto di qualità che quest'opera ha
consentito di fare è stato immenso e ha fornito argomenti di discussione
e di riflessione per i successivi cinquant'anni di studi e di ricerche.
Per Lévi-Strauss, questa ricerca di ordine nel caos delle percezioni e
delle rappresentazioni è un'esigenza che si manifesta non soltanto nel
lavoro dell'antropologo, ma più in generale in ogni sistema culturale
umano. L'uomo è essenzialmente un «animale simbolico», la sua
caratteristica fondamentale e universale consiste nel costruire un sistema
di categorie attraverso cui dare ordine e significato al mondo che lo
circonda. Così come ogni lingua si fonda su una particolare articolazione
e scelta dei suoni, ciascuna cultura elabora un complesso sistema di
classificazione della realtà, che si basa anch'esso su un numero limitato
di regole e di principi ma che può dare luogo a un'immensa varietà di
rappresentazioni.
È grazie all'opera di Lévi-Strauss, in particolare al suo volume sul
Pensiero selvaggio (1962), che si è affermato ampiamente il principio
secondo cui i popoli extra-europei non sono semplicemente dominati da un
pensiero «magico», da superstizioni e credenze assurde e irrazionali, da
concezioni empiricamente infondate, ma dispongono di complessi e
articolati sistemi di classificazione e di descrizione del mondo. La
conoscenza del mondo naturale, degli animali, delle piante, del territorio
manifestata da molti popoli indigeni si rivelava, grazie alle pagine
dell'antropologo francese, di un'inaspettata profondità e accuratezza.
Non solo, ma questa propensione a classificare, osservare, descrivere, è
stata ricondotta da Lévi-Strauss a una universale qualità intellettiva
dell'uomo, che è indipendente dalle esigenze immediate di ordine
materiale. La famosa frase, rivolta in modo critico alla teoria
utilitaristica di Malinowski, in cui si afferma che gli animali per il
pensiero indigeno sono non tanto «buoni da mangiare» quanto soprattutto
«buoni da pensare», costituisce per l'antropologia un momento di svolta
decisivo: viene di colpo restituita a tutta l'umanità, anche a quella più
lontana ed esotica, la dignità intellettuale, la capacità di
interrogarsi e di osservare, la curiosità di indagare e di scoprire, la
necessità di porsi delle domande e di cercare delle risposte. A molti
antropologi della seconda metà del Novecento questa enfasi posta da Lévi-Strauss
sulla dimensione intellettiva della cultura è sembrata eccessiva e
squilibrata: lo si è accusato di mentalismo e di intellettualismo, di
trascurare in modo indebito gli aspetti più materiali dell'esistenza,
come i condizionamenti ecologici e le esigenze della produzione economica,
la dimensione corporea e le pratiche ad essa collegate. Tuttavia, rimane a
Lévi-Strauss l'indiscutibile merito di aver portato una ventata di aria
fresca in un settore che era rimasto a lungo intriso da radicati
pregiudizi e da prospettive obsolete.
La sua insistenza sul fatto che il pensiero umano funziona dappertutto
secondo meccanismi identici e che gli uomini «hanno sempre pensato
altrettanto bene» ha contribuito in modo decisivo ad abbandonare l'idea
che vi fossero differenze sostanziali nelle facoltà intellettive e nelle
capacità riflessive tra le società umane.
Nel regno del mito
A partire dagli anni Cinquanta, i principali lavori teorici di Lévi-Strauss
si sono rivolti a un campo di studi particolare e alquanto inconsueto:
quello dei miti. La scelta sembra apparentemente bizzarra: perché
interessarsi per tanti anni e con tanto impegno a quel coacervo di storie
improbabili, a quei racconti apparentemente incoerenti e fantasiosi
provenienti dalle lontane foreste dell'Amazzonia o dagli altopiani delle
Montagne Rocciose? Tuttavia, anche in questo caso, Lévi-Strauss è stato
in grado di mostrare come dietro quell'insieme caotico di eventi e di
narrazioni, che raccontano di incesti e di assassini, di uomini e di
animali, di luoghi misteriosi e di poteri sovrumani, esisteva un ordine,
un disegno nascosto. Sovrapponendo e confrontando fra loro una versione
con l'altra, un racconto con un altro, cominciavano a emergere alcune
linee guida che dimostravano come i creatori di quelle narrazioni avessero
cercato di rispondere ad alcune importanti questioni, che riguardano anche
noi, uomini e donne del XXI secolo.
L'analisi delle mitologie delle Americhe conduce Lévi-Strauss a
individuare un sistema di pensiero in cui la distinzione tra la natura e
la cultura svolge un ruolo centrale. In realtà, secondo Lévi-Strauss,
questo tema è fondamentale per l'umanità nel suo complesso: come
spiegare altrimenti la spontanea facilità con cui tendiamo a distinguere
in modo netto e reciso tra noi umani e gli altri animali? Perché abbiamo
la tendenza a porre una barriera tra l'uomo e, poniamo, il cane e lo
scimpanzé e caso mai siamo disposti a riconoscere una certa affinità
maggiore tra noi e il nostro cagnolino piuttosto che con una scimmia
abitatrice delle foreste, quando la distanza genetica che ci separa da
quest'ultima è molto più piccola di quella esistente tra noi e il cane e
quando la distanza tra cane e scimmia è molto più grande di quella tra
gli uomini e i primati?
Per rispondere a tali interrogativi occorre prendere in considerazione il
ruolo del pensiero simbolico come fonte per la costruzione di un
ordinamento del mondo in cui l'uomo vive. Tuttavia, le diverse società
umane risolvono in modo diverso gli stessi interrogativi fondamentali e
l'analisi delle mitologie amerindiane consente di mettere in luce proprio
le modalità attraverso le quali quelle società hanno sviluppato il
rapporto tra la natura e la cultura. Nella definizione del mondo umano e
nella sua contrapposizione al mondo circostante, molte culture americane
hanno sottolineato non tanto la radicale separazione e incommensurabilità
tra una dimensione e l'altra, quanto piuttosto le varie forme di
mediazione che rendono possibile il passaggio tra natura e cultura, tra
animalità e umanità, tra continuo e discontinuo. Nei lunghi percorsi
tortuosi che si addentrano nell'intrico delle mitologie americane e si
snodano nei quattro ponderosi volumi delle Mythologiques (1964-1971),
l'autore mostra come ogni mito richiami altri miti, della stessa
popolazione e di altre popolazioni, più o meno vicine, in un continuo
processo di rifrazioni e di trasformazioni. Dal sovrapporsi e intersecarsi
dei motivi mitici comincia poco a poco a delinearsi un certo ordine, in
cui il tema della cucina costituisce il fattore ricorrente. Il fuoco
infatti costituisce un elemento di distinzione per eccellenza tra gli
uomini, che padroneggiano il fuoco e mangiano cibi cotti, e gli altri
animali, che fuggono impauriti alla vista del fuoco e che si nutrono di
cibi crudi. Il fuoco costituisce così un essenziale strumento di
trasformazione: è grazie all'impiego del fuoco che gli uomini sono in
grado di trasformare il cibo crudo, prodotto della natura, in cibo cotto,
risultato dell'intervento della cultura. I miti che narrano l'origine del
fuoco sono poi connessi, in vario modo, con altri miti che raccontano
l'origine dei maiali selvatici, che costituiscono la fonte principale di
cibo ottenuto attraverso la caccia, e quindi la materia prima su cui si
esercita l'arte della cucina. Questi a loro volta richiamano altri due
elementi: il tabacco e il miele.
Che cos'hanno in comune il miele, il tabacco e il fuoco da cucina? Lévi-Strauss
mostra, con un talento e una raffinatezza di riflessione ineguagliabili,
come il miele costituisca una sorta di alimento già «cotto», cioè
preparato, allo stato di natura, quindi senza l'intervento dell'uomo. Il
tabacco, invece, richiede, per essere consumato, di venire bruciato: si ha
così una sorta di eccesso di intervento culturale, che pone il tabacco in
relazione con gli esseri soprannaturali. Così mentre il miele è un
prodotto elaborato da esseri non umani (le api), il tabacco è un prodotto
il cui consumo culturale implica la sua distruzione, per aspirarne il
fumo. Tutti questi racconti finiscono quindi per parlare delle stesse cose
e per elaborare in vari modi il tema delle molteplici forme di passaggio
dal mondo naturale al mondo culturale e viceversa.
Allievo e testimione dei primitivi
Le analisi di Lévi-Strauss sono complesse, intricate, si sviluppano per
centinaia di pagine e non sono quindi facilmente ripercorribili. Molti
autori le considerano elaborazioni cervellotiche e infondate. Tuttavia, il
lettore che abbia la pazienza di scorrere quelle pagine ne rimarrà
affascinato e coinvolto: non potrà sfuggire alla sensazione che quelle
storie, apparentemente strane e sconnesse, devono essere prese sul serio
e, con esse, i loro lontani e remoti creatori. E allora il ricordo corre
inevitabilmente alla lezione inaugurale, tenuta nel 1960 al Collège de
France, al termine della quale l'antropologo francese volle tornare con il
pensiero ai popoli della foresta tropicale presso i quali aveva svolto le
sue prime ricerche e di cui si definì «loro allievo e loro testimone».
Generazioni di antropologi si sono sforzati e ancora si sforzeranno in
futuro di sviluppare le profonde conseguenze e implicazioni di questa
affermazione, per alcuni aspetti sorprendente, di Claude Lévi-Strauss. |
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