Cinque operai irriducibili
"Non mi basta mai". Nelle sale il film di Chiesa e
Vicari sulla Fiat anni '80
GA.P. - il manifesto 17/02/01
Cinque reduci di una grande battaglia sociale,
che reduci non sono, perché hanno saputo far rivivere lo spirito
e i valori delle lotte di cui erano stati protagonisti nella loro
vita quotidiana dopo la sconfitta e la disgregazione della
comunità in cui avevano cercato un percorso di emancipazione
collettivo.
I registi Guido Chiesa e Daniela Vicari ne hanno raccontato le
storie in un film che in questi giorni, grazie alla scelta
coraggiosa della "Pablo distribuzione" di Gianluca
Arcopinto, arriva nelle sale cinematografiche. La pellicola si
chiama Non mi basta mai (a Roma, al cinema Labirinto),
nasce da un'idea di Pietro Perotti (uno dei cinque protagonisti)
e narra la vicenda di Ebe, Pasquale, Vincenzo, Gianni e dello
stesso Pietro: sullo sfondo l'ultima (almeno finora) grande
battaglia operaia, quella dei 35 giorni alla Fiat di Torino.
Nell'autunno 1980 la Fiat decide di sbarazzarsi di 23.000 operai:
i lavoratori sono troppi, il profitto va rilanciato attraverso la
riduzione del personale (anticipando la logica liberista che oggi
governa il mondo), ma, soprattutto, l'impresa vuole riconquistare
il potere assoluto in fabbrica, cancellare tutto ciò che era
successo dall'autunno '69 in poi, cioè la forza contrattuale dei
lavoratori nelle officine, il "potere" operaio in
fabbrica. E, per farlo, deve cacciare l'ostacolo che si frappone
al suo progetto, gli operai conflittuali, i delegati che avevano
dato vita a quella straordinaria forma di democrazia dal basso
che erano i consigli di fabbrica.
E' una vera e propria guerra sociale quella che per 35 giorni
vede impegnati operai e impresa, con il sindacato - lacerato e
diviso - a far da tramite tra due realtà inconciliabili. Alla
fine prevale la logica dei tempi che si materializza nella marcia
dei "40.000 capi" e nella decisione del sindacato di
sacrificare la parte più importante della sua base sociale e
sottoscrivere un'intesa che caccerà per sempre quei lavoratori
dalla "loro" fabbrica. Per gli sconfitti è una vera
tragedia, anche umana; e la si può leggere nelle statistiche sul
disagio sociale e sui suicidi a Torino negli anni '80. Ma, almeno
per alcuni, rimane la possibilità di mettere a frutto
l'esperienza, la cultura, il senso della vita che erano cresciuti
negli anni '70. E' il caso dei cinque protagonisti del film di
Chiesa e Vicari, che - seppur cacciati o costretti ad andarsene -
non si arrendono. Rimangono se stessi, cercano in altri ambiti -
la creatività artistica, il volontariato, l'assistenza, la
solidarietà internazionalista - la possibilità di proseguire il
loro percorso. E' vero, sono ridotti a "individui", non
più "classe generale", ma sono quegli
individui, quelle persone e ce la fanno. Laddove farcela
non è riciclarsi sul mercato ma restare degli irriducibili,
l'esempio vivente di quella irriconducibilità operaia al
capitale di cui parla Marx nei Grundisse. Anche se non sono più
in fabbrica, anche se non sono più operai.
Ed il messaggio finale del film è persino ottimista: facendo
ricorso alla parte più profonda di se stessi è possibile
salvarsi dalla barbarie, perché memoria e cultura, anche quelle
individuali, sono risorse preziose per "cercare
ancora", per non darsi per vinti, per dire - con il titolo
del film - No, non mi basta mai.