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di Francesco Vietti
Dalla comunità milanese, giunta ormai alla terza
generazione, alle attività imprenditoriali sempre più diffuse. Tre saggi
recenti documentano la complessa situazione della diaspora cinese nel
nostro paese
La crisi economica cominciata nel 2008 si è protratta per oltre un
decennio, facendo collassare il sistema produttivo italiano. Molte
fabbriche hanno chiuso e milioni di lavoratori hanno perso il lavoro. La
scarsa fiducia nelle banche e l'instabilità politica consigliano di
differenziare le fonti di guadagno e di cercare fortuna all'estero. Per
questo molte famiglie italiane hanno almeno un parente emigrato, che da
qualche paese lontano spedisce a casa rimesse in denaro. Il signor Rossi e
sua moglie hanno scelto la strada più rischiosa, sono entrati da
clandestini nella ricca Cina e ora vivono in un grande palazzo alla
periferia di Wenzhou, infinita megalopoli di una delle zone più
sviluppate del paese. I signori Rossi lavorano sedici ore al giorno per
spedire ogni mese qualche migliaio di yuan a Torino, dove vivono i loro
due figli, affidati agli anziani nonni. La vita a Wenzhou è dura:
nonostante siano arrivati da tre anni, i signori Rossi parlano solo poche
parole di cinese, una lingua molto difficile e diversa dall'italiano.
Passano il loro tempo con altri emigrati italiani, e con alcuni
clandestini francesi e spagnoli, evitando i vicini di casa cinesi: gli
europei in Cina sono quasi tutti senza permesso di soggiorno, meglio non
farsi vedere troppo in giro.
Forse dopo aver immaginato per qualche istante il nostro futuro in questi
termini, guarderemo gli immigrati cinesi nel nostro paese con occhi
diversi, così come negli ultimi mesi hanno cercato di fare alcuni
giornalisti e ricercatori in una serie di interessanti saggi sulla
complessa realtà della diaspora cinese in Italia. Nell'anno delle
Olimpiadi di Pechino sono molti gli autori e gli editori che hanno provato
a far luce su una realtà sino a pochi mesi fa pressoché invisibile.
Pubblicati in occasione dei Giochi Olimpici, i volumi in questione
risultano oggi ancora più interessanti. Ora che i riflettori si sono
spenti su Pechino per accendersi sulla recessione economica mondiale,
leggere delle storie di lavoro, fame e coraggio degli immigrati cinesi e
delle loro vite in un'Italia sempre più impaurita e disorientata
significa affrontare i nodi più complessi della crisi del nostro sistema
economico e sociale.
Il viaggio più documentato e completo lo propongono Raffaele Oriani e
Riccardo Staglianò, che nel loro reportage I cinesi non muoiono mai (Chiarelettere,
pp. 236, euro 14,60) compiono un vero «Grand Tour» nell'Italia cinese,
da Torino a Napoli, passando per Milano, Roma, Prato ed esplorando realtà
territoriali marginali, dalle cave di pietra del cuneese ai casinò di
Mestre. Tra le risaie piemontesi e i sassi di Matera emergono i ritratti
di operai e imprenditori, clandestini e seconde generazioni, in una
continua alternanza di fortuna e disperazione. Gli autori seguono i loro
testimoni dallo Zhejiang, la provincia da cui quasi tutti i cinesi
d'Italia provengono, ai loro arrivi nel Bel Paese guidati dalla legge dei
guanxi, i legami interpersonali che legano i migranti in un complesso
sistema di favori reciproci, raccontando storie di rapide ascese e di
altrettanto rapidi crolli: incontriamo così Xiu Qiu Lin, il primo
imprenditore cinese entrato nella Confidustria, ma anche Zhicai Song,
passato in pochi mesi dai fasti del Cinamercato napoletano alle inchieste
sui suoi legami con la camorra. Visitiamo i laboratori dove i clandestini
ripagano i loro debiti rimanendo chini per ore sulle macchine da cucire
che non devono mai fermarsi per far fronte agli ordini delle griffe del
Made in Italy, e gli eleganti «Salotti Italiani» di Jie Liuzhao, che a
Matera ha salvato la locale industria dei divani.
Nuove fughe di cervelli
I cittadini cinesi in Italia erano appena duemila all'inizio degli anni
Ottanta, sessantamila vent'anni più tardi, e oltre centocinquantamila
oggi, poco più del cinque per cento degli stranieri in Italia. Eppure è
cinese un'impresa straniera su sette, con una crescita del 150 per cento
negli ultimi cinque anni. Un'attitudine imprenditoriale che a partire
dall'entrata in vigore della legge 40 del 1998 sul lavoro autonomo degli
immigrati, ha portato un cinese su cinque ad aprire un'attività in
proprio. Così, dopo aver saturato i settori di impiego tradizionali
dell'economia etnica nelle grandi città, oggi la comunità si allarga
verso aree più vaste di territorio e nuove tipologie occupazionali.
L'inchiesta di Oriani e Staglianò, con il suo notevole repertorio di casi
e testimonianze, lascia il retrogusto amaro di una lezione difficile da
digerire: lo straordinario spirito di sacrificio, ai limiti del
patologico, e gli irrimediabili sforzi dei migranti, a costo della
rinuncia ai più elementari diritti di lavoratori, paiono essere gli unici
fattori a consentire l'affermazione economica e sociale.
Un destino che interroga non solo chi si occupa di migrazione, ma tutti
coloro che si interessano dei mutamenti della nostra società, come
documenta Chi ha paura dei cinesi? (Bur, pp. 240, euro 9,80). In apertura
del volume, Lidia Casti e Mario Portanova, dopo aver visitato l'ennesimo
laboratorio di pronto-moda cinese a Prato con le sue schiere di lavoratori
a cottimo, si chiedono: «Cosa abbiamo visto? Chi abbiamo visto? Schiavi?
Grandi lavoratori? Persone che hanno trovato il modo di risolvere i loro
problemi? Persone tritate dal Sistema assetato di profitto? Un luogo di
sfruttamento? Un luogo di riscatto? Un luogo di riscatto attraverso lo
sfruttamento? Noi stessi?».
Per trovare le risposte a queste domande Casti e Portanova si concentrano
sulla situazione milanese, prendendo le mosse dai fatti del 12 aprile 2007
in via Paolo Sarpi. L'ormai nota «rivolta di Chinatown» fornisce agli
autori lo spunto per ricostruire l'ampio contesto politico, culturale e
storico che ha prodotto un evento che ha fatto gridare allo «scontro di
civiltà». In realtà, dietro ai tafferugli tra i grossisti cinesi
insediati nella via, i cittadini del quartiere e il Comune, sono in gioco
interessi economici ben più concreti e proficui, e una serie di
pregiudizi e ansie che emergono ogni qual volta bisogni e desideri di una
maggioranza e di una minoranza entrano in contrasto nell'esperienza della
quotidiana convivenza in un territorio.
Il percorso proposto da Casti e Portanova si avvale di documenti inediti,
come i diari dell'anziana Chen Yuhua, e recupera dati e numeri
dimenticati, come quelli relativi ai cittadini cinesi internati nei campi
di concentramento durante il ventennio fascista. Con il qualificato
supporto del sociologo e sinologo Daniele Cologna, viene così
delineandosi la storia della terza comunità cinese d'Europa. Dai primi
venditori di cravatte e «cineserie» giunti sotto la Madonnina nella
prima metà del Novecento alle oltre 2.800 imprese cinesi registrate alla
Camera di commercio meneghina nel 2008, passano le vite di tre generazioni
di migranti. Un record per un paese come l'Italia, dove soltanto ora si
comincia a porre la questione delle seconde generazioni della migrazione.
Proprio ai giovani sono dedicate alcune delle pagine più interessanti del
libro. Marco Wong e i ragazzi dell'associazione Associna si fanno
portavoce di tutti coloro che - pur essendo nati in Italia e parlando
molto meglio l'italiano del cinese - ogni anno sono costretti a mettersi
in coda per ottenere un permesso di soggiorno che consenta loro di
continuare a vivere in un paese che nega la cittadinanza anche a chi non
ha mai avuto nessuna altra patria e pare non avere altra colpa se non
difettare di «sangue italico». I giovani sino-italiani comunicano con
Skype, studiano all'università e come tutti i giovani fanno i conti con
un futuro precario e con la possibilità molto concreta di emigrare
dall'Italia per trovare un'occupazione: «Andrò ovunque mi offrano le
condizioni di lavoro migliori», dicono i più intraprendenti,
prospettando l'ennesima, paradossale fuga di cervelli.
La «sinizzazione» dell'Esquilino
Le inchieste di Oriani e Staglianò e di Casti e Portanova per molti
aspetti sono complementari, e si possono leggere in modo parallelo e
comparativo. In un curioso gioco di specchi, gli autori si avvalgono per
alcuni temi degli stessi osservatori privilegiati (non sono poi molti i
docenti e gli operatori che in Italia si occupano della diaspora cinese) e
persino degli stessi intervistati: è il caso dei capitoli sulla
religiosità, sui divertimenti, dal casinò ai karaoke, e sulla
decostruzione del mito della presunta immortalità degli immigrati cinesi
collegata al riciclaggio dei documenti d'identità. Le testimonianze e gli
identici dati riportati dai quattro autori si spera che sgombrino
definitivamente il campo da luoghi comuni e leggende metropolitane: i
cinesi muoiono, ma il loro tasso di mortalità è più basso rispetto agli
italiani perché come tutti i migranti sono in media molto più giovani
della popolazione autoctona, e muoiono meno degli altri stranieri
semplicemente perché le impalcature e le presse che uccidono albanesi,
romeni e marocchini sono mediamente più pericolose di pentole e macchine
da cucire.
Un eguale sforzo di chiarificazione e avvicinamento alle realtà è
compiuto nella raccolta Il vicino cinese (Nuove Edizioni Romane, pp. 160,
euro 12), curata da Valentina Pedone e dedicata alla comunità cinese di
Roma. Compongono il saggio sette interventi di giovani ricercatori romani
riguardanti gli aspetti più significativi della presenza cinese nella
capitale, e due scritti autobiografici in cui i cinesi stessi raccontano
di sé e della loro città. Le varie ricerche si sviluppano intorno al
comune denominatore spaziale: Piazza Vittorio e il rione Esquilino sono il
cuore cinese di Roma e il fulcro attorno al quale ruota il libro.
Particolarmente significativa è l'analisi degli stereotipi e delle
rappresentazioni reciproche tra nativi e migranti, così come l'analisi
dell'immagine della comunità cinese dell'Esquilino nella cronaca romana
dei più importanti quotidiani. La progressiva «sinizzazione»
dell'Esquilino, e la sua paventata trasformazione in Chinatown, è dipinta
con tinte fosche tanto a destra, da chi vorrebbe bonificare la zona dalla
«mafia gialla», quanto a sinistra, da coloro i quali avevano creduto
fortemente in una Piazza Vittorio «multietnica e interculturale».
L'Esquilino a Roma, come via Sarpi a Milano o via Pistoiese a Prato,
spaventa perché propone un modello di «concentrazione etnica» inedito
per l'Italia, dove la migrazione ha finora avuto un carattere diffuso,
disperdendosi in modo omogeneo in mille rivoli tra metropoli, città di
provincia, piccoli centri industriali e paesi di campagna. Come dimostrano
le ricerche sui cinesi di Roma la tanto invocata «integrazione» è una
caratteristica della società nel suo complesso, più che delle singole
persone, e dunque quando viene meno non si può pensare di risolvere il
problema chiedendo ai migranti di integrarsi, ma lavorare affinché tutte
le componenti di un territorio lo siano.
Il volume curato dalla Pedone, sin dal titolo, va in questa direzione, e
l'entusiasmo e l'ottimismo dei suoi giovani autori sono già di per sé un
fattore positivo. Molto utili a chi opera sul territorio possono inoltre
essere i tre approfondimenti sulla spiritualità, sui luoghi di culto e
sul diverso utilizzo della lingua italiana e della madrelingua cinese tra
giovani e adulti. Il mix tra italiano, cinese mandarino e dialetto che
caratterizza la parlata delle seconde generazioni è una dimostrazione
pratica delle loro identità fluide, negoziate e creative.
Questo viaggio nella «Italia cinese», compiuto sullo sfondo dello
spettro del declino economico europeo e della corsa sfrenata della
mainland China verso la leadership economica mondiale, non può che
concludersi con l'auspicio formulato da Marco Wong in chiusura del suo
intervento autobiografico: «Mio figlio è nato a Roma, mentre mia figlia
è nata a Pechino. Ho sempre trovato molto simbolico questo fatto, e molto
rappresentativo anche della mia vita, tra due mondi così lontani ma
idealmente vicini in me come solo possono esserlo un fratello e una
sorella».
Se per secoli la conoscenza della Cina per gli italiani è stata limitata
alle pagine del Milione di Marco Polo, nei prossimi anni non potremo
continuare a ignorare il miliardo di cinesi che lavorano da mattina a sera
per cambiare il mondo, o più esattamente per produrre il mondo di domani.
E non è il caso neppure di avere paura dei cinesi d'oltremare che vivono
nelle nostre città, come nostri vicini e concittadini. Meglio provare a
capire chi sono, per interrogarci su chi siamo stati noi e cosa
diventeremo nel prossimo futuro.
LETTURE
Le comunità sul territorio, da Milano a Prato a
Napoli
La saggistica sulla migrazione cinese in Italia non è finora molto ampia,
ma ha trovato - soprattutto nel corso degli ultimi anni - alcuni
importanti punti di riferimento nelle varie realtà territoriali. Su Prato
e la Toscana, in particolare, risultano di particolare interesse gli studi
di Antonella Ceccagno, a partire da «Cinesi d'Italia» (Manifestolibri,
1998), sino al più recente «Migranti cinesi a Prato» (Franco Angeli,
2004). Daniele Cologna è invece lo studioso che ha meglio indagato la
situazione di Milano e del Nord Italia, come testimonia «La Cina sotto
casa» (Franco Angeli, 2002). Spostandoci infine verso sud può essere
utile consultare i lavori di Paolo Santangelo e di Valeria Varriano su
Napoli all'interno del volume «Dal Zhejiang alla Campania» (Edizioni
Nuova Cultura, 2006). |
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