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Consumi,
crescita, Pil. Noi |
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Fabrizio
Giovenale Solo che nel
frattempo sta succedendo di tutto: dalla Luisiana sott'acqua agli
incendi a Parigi al crescendo pauroso delle mattanze irachene: cose
drammaticissime che - in un modo o nell'altro - portano conferme alla
tesi sull'assurdità del correre-appresso agli aumenti del Pil. D'altro
lato vediamo moltiplicarsi le riflessioni sull'economia "in
contrazione" e sulla ricerca di alternative, sui valori qualitativi
in sostituzione di quelli quantitativi... E' uscita perfino una rivista
intitolata Decrescita, su La Nuova Ecologia di settembre Massimo
Serafini lancia la campagna "Meno è meglio", il maxifilosofo
Umberto Galimberti su La Repubblica titola a tutta pagina
"Smettiamo di crescere"... E dunque occasioni
per accapigliarci ancora non ce ne mancheranno. Stando le cose come
stanno, però, di questi tempi c'è rischio di ritrovarci a parlare del
sesso degli angeli mentre brucia la casa. Così forse è meglio fare
astrazione un momento dagli ultimi eventi e provare a vedere se dal
nostro dibattito si può ricavare qualcosa di utile da spendere
politicamente hic et nunc. Ad esempio per i programmi d'un futuro
governo come a noi piacerebbe che fosse. Fermo restando il
punto di partenza - la necessità prioritaria di ridimensionare i
consumi di risorse per salvaguardare la vivibilità della Terra - mi
sembra giusto ripartire dalle cose dette da Franco Berardi-Bifo nel suo
intervento del 15/7 dal titolo "L'Europa non ha radici. Per
fortuna". Questa la sua tesi: di fronte allo scontro fra giganti
che si va profilando (Usa da un lato, Cina dall'altro, India Indonesia e
Brasile che vengono avanti) con interi settori merceologici già in mani
altrui è inutile tanto fare appello a valori tradizionali ormai
fuori-corso quanto metterci in testa scenari di competitività a tutto
campo, noi contro tutti... Tant'è abbandonare quelli che lui chiama i
"principi fondamentali nella storia della modernità": quello
della crescita e dalla competitività economica come imperativo generale
e quello dell'espansione dei consumi come automatismo psichico" e
muoverci alla ricerca di "un modello antropologico in cui
l'economia non sia più al posto di comando", e nel quale
prevalgano invece i valori della "sensibilità sociale". Francamente: oggi a
me sembra questo l'approccio non solo concettualmente più valido, ma più
realistico nella sostanza ai problemi che abbiamo di fronte. Scendendo
più nel concreto. Vale quanto già detto da molti durante il dibattito
- Patrizia Sentinelli, Roberto Musacchio, Franco Russo, Gigi Sullo,
Gianni Naggi - su tutta una serie di temi. Sulla questione energetica
(ben riproposta da Oscar Marchisio su Liberazione del 25/8), sui
risparmi possibili, sugli Accordi di Kyoto, sulle "fonti
rinnovabili" (l'affascinante visione di Nicola Cipolla del Sahara
tappezzato di pannelli fotovoltaici per fornire energia al centro-nord
dell'Africa e al bacino Mediterraneo). E ancora: sulla gestione pubblica
dei Beni Comuni a partire dall'acqua, sulle riconversioni
dell'agricoltura, sulla sovranità alimentare, sul "ciclo
corto" delle merci a dimensione locale... Ecco: su questi ultimi
punti vorrei soffermarmi un attimo ancora. Partendo ancora una
volta da qui: che se il problema è quello di limitare i consumi i primi
da ridurre saranno quelli energetici. Quindi i trasporti. Quindi gli
spostamenti di merci. Come dire che nel metterci a tavola dovremo fare
attenzione a quanti chilometri hanno percorso i cibi che abbiamo davanti
per arrivarci nel piatto e scegliere quelli che ne hanno percorsi di
meno. Che significherebbe darci come obiettivo - attraverso politiche ad
hoc, tassando o detassando le merci in ragione dei chilometri fatti o
non-fatti - di esportare e importare di meno e produrre più cose da
consumare sul posto. Vedete che - anche se sul controllo
politico-pubblico dell'economia c'è stato accordo fra tutti i
partecipanti al dibattito - parlarne nell'ottica ambientalista ci porta
a conclusioni diverse. E non può essere che così, perché ridurre i
trasporti significa muoverci controcorrente rispetto a un Sistema
Globale tutto basato sull'andirivieni di merci... Che dite? Che per
un "paese esportatore" (ammesso che ancora lo siamo) non può
essere questa la politica giusta? Almeno proviamo. Anche perché con
l'attenerci ai "cicli corti" staremmo più sul sicuro, ci
sottrarremmo alle imprevedibili fluttuazioni del Mercato Globale.
D'altra parte qualunque paese sottoposto ai ricatti del Fondo Monetario
Internazionale e del Wto non potrà che trarre vantaggio dal tornare a
produrre sulle sue terre parti maggiori dei propri alimenti. Chiaro che questo
è un discorso soprattutto legato alla riconversione dell'agricoltura.
Che ha a che fare a sua volta con quel risanamento idrogeologico del
quale c'è così disperato bisogno nel mondo, com'è dimostrato dalle
disastrose alluvioni centro-europee e dallo sconquasso del Mississippi.
E ha a che fare perciò con le mancate politiche di manutenzione
ambientale e pianificazione territoriale. Il che riporta in
primo piano il problema delle risorse pubbliche necessarie. Quindi del
risanamento dell'economia nazionale. Quindi del contrasto apparente con
quel che siamo andati dicendo finora: la produzione che danneggia
l'ambiente, che però se non "tira" non produce ricchezza,
senza ricchezza niente tasse e niente risorse per il risanamento
ambientale. Il solito cane-che-si-morde-la-coda. Vedete che è il caso
di ragionarci ancora un po' sopra. La scelta del
"ciclo corto" comporterebbe infatti (al di là delle stesse
esigenze di riconversione dell' agricoltura "in chiave
biologica") riconversioni produttive delle campagne, da collegare
appunto con la difesa del suolo e i rimboschimenti. Il che significa
aver a che fare da un lato con produzioni di beni (cioè di ricchezza) e
dall'altro con spese maggiori (dato che i vantaggi economici del piantar
alberi arriveranno dopo decenni). E si ripropone ancora il problema: da
dove ricavare le risorse che occorrono per risanare il territorio, oltre
che per tutto il resto? Ed ecco che torna
in ballo la Cina, con le sue esportazioni a prezzi stracciati (magari ad
opera di imprenditori nostrani che lavorano lì) che creano
disoccupazione e ci impoveriscono come paese. E le lavorazioni
informatiche ormai completamente in mani est-asiatiche. E l'aleatorietà
delle nostre speranze di esportare il design "made-in-Italy" (è
andata bene alle ditte italiane associate all'IKEA svedese che arreda le
case dei nuovi-ricchi cinesi: non è detto che vada altre volte così).
E al di là dei dilemmi teorici fra crescita-e-decrescita, si ripropone
il quesito: se vogliamo arrivare a convivere con quel gigante e con gli
altri più grossi di noi su quale risorse basarci? A quali do-ut-des far
ricorso? non-necessariamente di merci: di know-how, di cultura magari...
Provo a azzardare
qualche risposta. Non è per niente
escluso, direi, che se ce la facessimo a portare avanti riconversione
agricola e rimboschimenti le nostre capacità troverebbero apprezzamento
e mercato in paesi - come appunto la Cina - che in questi campi sono di
fronte a problemi di gravità gigantesca. Esiste in Italia una
tradizione di tutto rispetto in fatto di studi agrario-forestali, caduta
un po' in ombra ma suscettibile ancora di dar risultati. Come dire: se
riuscissimo a farcela a casa nostra daremmo dimostrazione di poter
essere anche utili a loro. E adesso poniamoci
un'altra domanda. Di quali materie prime si avverte di più la mancanza
in Italia? La risposta è facile: petrolio, ferro, metalli. Chiediamoci
ancora: come sottrarci ai potenziali ricatti economico-politici legati
alla dipendenza da quelle importazioni? Anche qui la risposta è
obbligata: col dar priorità ai risparmi energetici, e poi alle energie
rinnovabili in sostituzione del petrolio, e alle tecniche del
riciclo-riuso di materiali di scarto e rifiuti, metallici e no. A questo proposito:
è paradossale e umiliante più di ogni altra nostra manchevolezza, a
rifletterci, che in un'Europa dove paesi come Danimarca e Germania (che
di sole ne hanno tanto meno di noi) sono all'avanguardia nelle
produzioni eoliche e fotovoltaiche le nostre industrie del ramo siano
agli ultimi posti. E non c'è nessun dubbio sul fatto che un nuovo
governo che si desse l'obiettivo di una ripresa di controllo
sull'economia nazionale dovrebbe per prima cosa attivarsi per il
recupero di quelle posizioni perdute, incentivando ricerca e
lavorazioni. Così come andrà dato impulso alle tecniche di
riciclo-recupero di residuati e rifiuti: anche a piccola dimensione e a
livello locale. Questo tenendo
sempre presente (per tornare ai cinesi) che il loro straordinario
sviluppo trova oggi gli intoppi maggiori proprio nel fabbisogno
energetico. Con la gravissima controindicazione però degli inquinamenti
da carbone-e-petrolio paurosamente crescenti. Il che vuol dire -
attenzione - che nessun paese come la Cina avrà tanto bisogno di
sostituire carbone e petrolio con le energie rinnovabili. A me sembra che una
prima parziale risposta alla domanda sul come far fronte alla riduzione
delle esportazioni italiane dovuta alla concorrenza cinese (sempre in
termini compatibili con la maggior possibile parsimonia nell'uso delle
risorse terrestri) possa venire proprio da queste tre fonti: il know-how
agricolo-forestale; - le energie rinnovabili di derivazione solare; - i
ricicli-riusi di materiali, metallici e no (il che ha parecchio a che
fare, se ci fate caso, coi quattro punti proposti da Giorgio Nebbia nel
suo intervento del 4/9 u. s.). Certo, resta la
gigantesca differenza di dimensione fra i nostri problemi e quelli di un
paese venti e passa volte più vasto e più popoloso, con una densità
di abitanti per chilometroquadro superiore alla nostra, con una dinamica
di cambiamenti così vasta e veloce, con le sue enormi diversità fra i
livelli di vita cittadini e rurali. E tuttavia tanto le riconversioni
industriali su vasta scala (come potrebbe essere l'adozione diffusa
delle eliche eoliche) quanto quelle possibili a dimensione più piccola
(pannelli, "fotovoltaico", ricicli, riusi) possono concorrere
ad alleviare la gravità dei loro problemi. E' tutto un gran campo di
collaborazione che si apre all'Europa. E a noi, se saremo all' altezza. Mi fermo qui. Mi
rendo conto di star azzardando - incautamente - proposte ancora allo
stadio men-che-embrionale. Mi ha dato conforto ritrovarle nella loro
sostanza nell'intervento di Marcello Cini sul Manifesto del 24 u. s. dal
titolo "Tre idee per una vita sostenibile". In tutti i casi:
sarei già contento se se ne parlasse di più. E anche se se ne
prendesse occasione per riaprire su Liberazione - in vista del nuovo
governo e dei suoi programmi - il nostro dibattito "a ruota
libera": stavolta sulle scelte economiche "a breve".
Planetarie, europee e nazionali. Da re-impostare (scusate se insisto)
sempre più rigorosamente in chiave ecologica, oltreché ovviamente in
chiave solidaristica: dalla parte degli umili-e-offesi di tutto il
mondo. |
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La
via del Cotone passa anche per l'Italia |
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Accordo
Cina - Ue per sbloccare milioni di capi d'abbigliamento fermi alle
dogane. Ma ha senso proteggere con i dazi le imprese europee? Tra il
dumping ecologico e sociale e l'esclusione di intere aree produttive c'è
un'altra strada, quella della riconversione. Rilanciata dal convegno di
Corviale |
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Monica
Di Sisto A questo punto
dobbiamo domandarci: proteggere con i dazi un'impresa europea significa
davvero proteggere il profilo industriale e l'occupazione nei Paesi
dell'Unione? O significa piuttosto sussidiare filiere complesse e poco
trasparenti, che grazie all'apertura di filiali e partecipazioni sempre
più articolate, stanno scegliendo di realizzare in Europa poco più che
la cucitura delle etichette, mentre tutto il valore aggiunto, dal campo
al capo finito, lo accumulano sulla pelle dei lavoratori e
dell'ambiente, in Est Europa, Asia e Cina? Le regole del commercio
internazionale, custodite e implementate dall'Organizzazione mondiale
del commercio, spingono verso la liberalizzazione acritica e non
rispondono ai cittadini quanto, come in questo caso, alle lobby di
produzione e distribuzione che hanno la capacità di far pesare il
proprio valore di borsa sulle decisioni finali. Come società civile, al
contrario, vorremmo regole per premiare quelle aziende che in tutto il
mondo stanno continuando a investire sulla ricerca, sulla qualità e su
produzioni di nicchia come il tessile biologico, nel rispetto dei
diritti dei propri lavoratori e in ascolto delle sollecitazioni che
salgono dai consumatori critici, ma anche dalle esperienze di filiere
alternative come quella equosolidale. Come riuscire, però, in
previsione di un auspicabile cambiamento di regia politica del Paese, a
evitare che l'Italia, in cui a tutt'oggi sono impegnati nel tessile
500mila lavoratori nonostante la perdita dell'8% degli addetti
dall'inizio del 2003, non si trasformi in un deserto sociale dove
sopravvivere grazie a un welfare a perdere? Come evitare che vincano le
vecchie logiche del "prendi i soldi, chiudi e scappa", o del
"salvo i posti di lavoro, ma solo se li pagate voi"?
Eppure proprio
grazie all'esperienza della nostra campagna abbiamo imparato che esiste
una strada alternativa, tra l'accettazione passiva del dumping ecologico
e sociale e l'esclusione dall'opportunità di sopravvivere di intere
aree produttive dell'Est Europa, dell'Asia ma anche della nostra Italia.
Come società civile abbiamo scelto e percorso la via della della
riconversione concreta delle filiere tessili, che richiede però
politiche coraggiose e innovative, strategie commerciali e di
investimento più trasparenti e sostenibili, nel Nord come nel Sud del
mondo. L'industria tessile
in India è una delle più antiche e importanti, impiega 35 milioni di
persone dai contadini fino ai distributori del prodotto finito. Le
esportazioni del tessile e abbigliamento rappresentano il 4% del
commercio totale pari a 14 miliardi di dollari, ma si prevede possano
crescere fino al 18% nel 2013 superando i 30 miliardi di dollari. La
crescita della domanda ha prodotto, però, una proliferazione di unità
produttive. Gli imprenditori, per aggirare le restrizioni legislative,
comprimere i costi del lavoro ed eludere il controllo sindacale hanno
scelto di esternalizzare la maggioranza delle loro produzioni a piccole
imprese, che operano quasi tutte al di fuori da ogni obbligo legale. Il
90% dei lavoratori tessili opera oggi nel settore informale. Le
condizioni di lavoro sono pessime e, soprattutto, questi lavoratori
ufficialmente non esistono: non ci sono registri delle presenze, delle
paghe, gli straordinari sono obbligatori, non hanno diritto alle tutele
previdenziali e sanitarie. Il Rajlaksmi Cotton Project nasce in India
come risposta a tutto questo: vi collaborano soggetti diversi, piccoli
produttori, imprese profit, organizzazioni del commercio equo e la Clean
Clothes Campaign. Il prodotto di questa sinergia è una filiera di
cotone biologico e socialmente sostenibile, che adotta i criteri del
commercio equo e solidale ma anche il codice di condotta sui diritti del
lavoro proposto dalla Clean Clothes Campaign, e che La via del cotone
propone come alternativa di consumo, ma anche come esperienza da clonare
come impresa diversa possibile, per superare con la sterile retorica
della responsabilità sociale. Una scuola di cambiamento che alcune
nostre realtà hanno concretizzato nel nuovo progetto Fair, una rete di
competenze e di campagne nata per accompagnare "sulla buona
strada" Enti locali e realtà profit e non profit. Ma anche le
esperienze più virtuose di riconversione non potranno portare a un
cambiamento concreto del mercato senza un quadro di regole coerenti con
i principi di equità e giustizia sui quali poggiano. E l'ostacolo più
ingombrante in questa direzione è il Doha Round, il ciclo di negoziati
dell'Organizzazione Mondiale del Commercio che dovrebbe concludersi con
la conferenza ministeriale convocata a Hong Kong dal 13 al 18 dicembre
prossimi. Un negoziato al rallentatore in cui l'Unione Europea,
orientata dalle lobby finanziarie, continua a riproporre un modello di
crescita senza limiti, orientata all'esportazione, dove puntare alla
leadership nella distribuzione e nei servizi, relegando nelle aree
interne meno regolamentate la produzione rimasta. Il 18 e il 19 ottobre
prossimi a Ginevra il nuovo direttore generale della Wto Pascal Lamy
tenterà di portare a casa un primo accordo quadro in vista della
ministeriale di dicembre: pochi punti, che assicurino però all'Europa
nuovi mercati dei servizi e aprano, nel negoziato agricolo e in quello
sui prodotti industriali, maggiori spazi a esportatori emergenti come
Brasile e India per spezzare il fronte dei G20, i Paesi in via di
sviluppo che a Cancun erano riusciti a far saltare il negoziato. I G20
si vedono a Islamabad, in Pakistan dall'8 al 10 settembre prossimi e
Focus on the Global South ha chiamato a raccolta i movimenti per
chiedere loro conto della svendita in atto del patrimonio di lotte da
Seattle a Cancun. E tutto il mondo si mobilita: il 2 ottobre prossimo a
Mumbay, anniversario di nascita del Mahatma Gandhi, l'Indian
Coordination Committee of Farmers Movements, ha chiamato a raccolta
migliaia di contadini per una marcia contro la dittatura dei prezzi dei
prodotti agricoli. Il 14 e il 15 ottobre prossimo sono state dichiarate
Giornate mondiali di mobilitazione sulla Wto: Via Campesina ha lanciato
un appello globale sull'agricoltura per il 14, il 15 si prevedono azioni
in Europa contro la direttiva Bolkestein. E il 14, come Tradewatch,
convochiamo a Roma un incontro strategico con i sindacati, per aprire
nuovi spazi di confronto sui capitoli negoziali più critici. Poi, tutti
a Ginevra, a marcare stretti delegati e negoziatori. Perché la partita
di Hong Kong è ancora tutta da giocare.
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