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Cina: 100 mila morti sul lavoro all'anno
Cifre ufficiali, per certi versi incomprensbili, sicuramente «ritoccate»
al ribasso. Pechino dichiara 100 mila morti in «incidenti» nel 2007,
il 10% in meno rispetto al 2006. Ma il risultato positivo non è «consolidato»-
il manifesto 12.1.08
Quanti cinesi muiono ogni anno sul lavoro? In un paese dove i
lavoratori migranti irregolari sono centinaia di milioni il numero
esatto forse è ignoto persino alle autorità che, comunque, ci
aggiungono del loro per smussare le cifre. Secondo quelle diffuse ieri
a Pechino, nel 2007 i morti in «incidenti» sul lavoro sono stati
101.480, il 10% in meno rispetto all'anno precedente. Negli «incidenti»
l'amministrazione statale per la sicurezza sul lavoro include anche
quelli avvenuti sulle strade e sui treni. Si tratta solo dei
cosiddetti infortuni in itinere, che giustamente vanno conteggiati
come infortuni sul lavoro? O sono stati messe nello stesso mazzo anche
le vittime degli scontri stradali e ferroviari per oscurare la quota
degli omicidi bianchi? Il sito del governo cinese non scioglie il
dubbio, anzi lo rafforza: consultandolo, si scopre che nel conto degli
«incidenti» sono finite anche le 2.325 vittime di disastri «naturali»
(inondazioni, frane e persino fulmini).
Anche il numero degli «incidenti» (506 mila, -19% rispetto al 2006,
secondo l'agenzia governativa) risulta incongruo. Prendendolo per
buono, ne consegue che (in Cina) ci vogliono cinque «incidenti» per
fare una vittima. Incredibile, visto che ogni «incidente» in una
miniera di carbone fa almeno qualche decina di morti.
Fatte tutte queste tare alle cifre, l'essenziale è il messaggio
politico che Pechino ha voluto lanciare. In sintesi suona così: «Abbiamo
fatto notevoli progressi per la sicurezza nei luoghi di lavoro, ma i
risultati non sono consolidati. 100 mila morti restano un prezzo
terribilmente alto per lo sviluppo economico e costituiscono un enorme
problema sociale. Vanno potenziate le campagne di educazione e di
promozione della sicurezza e incrementati i controlli». A proposito
delle miniere di carbone (che ogni anno fanno 5 mila vittime
"ufficiali"), il governo cinese afferma che in cinque anni
ne sono state chiuse 11.155 (tutte però di piccole dimensioni) e che
sono stati spesi 11 miliardi di dollari per migliorare la condizioni
di sicurezza degli impianti. Anche qui va fatta una chiosa: molte
delle miniere chiuse sono tornate in produzione o clandestinamente o,
dopo una blanda ripulita, alla luce del sole.
Nelle «informazioni» fornite ieri da Pechino spiccano almeno tre
mascoscopiche lacune. 1)Bocche cucite sugli infortuni mortali in
edilizia (sicuramente alle stelle in un paese in continua
costruzione). 2)Silenzio sull'incidenza degli infortuni mortali, il
raporto tra numero delle vittime e numero dei lavoratori. In Cina e in
India nel 2004 (fonte Ilo) l'incidenza era di 10 morti per 100mila
lavoratori. Doppia rispetto ai paesi occidentali, ma inferiore a
quella registrata nei paesi dell'ex impero societico (12) e
nell'Africa sub sahariana (20). 3)Neppure un cenno ai morti per
malattie professionali (l'amianto, che Pechino non ha messo al bando,
sicuramente sta presentando il conto anche ai cinesi). m.ca
vedi
>>>Tessile cinese e legge del valore-
Il
lavoro cinese ritrova un diritto
Da
ieri sono in vigore le nuove norme che proteggono i lavoratori in modo
molto più articolato
La controffensiva delle imprese: orde di avvocati per «circoscrivere» le
conseguenze pratiche della nuova legge. E riscrittura autoritaria di nuovi
contratti per mantenere il più a lungo possibile i «vecchi» vantaggi
nei confronti della forza-lavoro
Angela
Pascucci- il manifesto 2.1.08
Vigilia
di Natale. Centinaia di massaggiatrici non vedenti del Mang Bing Massage
Centre di Shenzhen, nella provincia meridionale cinese del Guangdong, si
ammassano davanti all'ufficio del lavoro della Zona economica speciale per
chiedere giustizia contro il loro padrone. Un mascalzone che,
approfittando della loro difficoltà a leggere, ha fatto sottoscrivere a
tutte un accordo per mettere fine al vecchio contratto e firmarne uno
nuovo. Le donne si sono fidate. Ignoravano che dall'1 gennaio una nuova
legge avrebbe loro assicurato migliori condizioni di lavoro e garantito,
in alcuni casi, un contratto a tempo indeterminato. Il boss, con tutta
evidenza, lo sapeva benissimo ed è corso per tempo ai ripari. Come lui,
un esercito di padroni e padroncini; tanto che a metà dicembre le autorità
del Guangdong hanno emesso una tardiva ordinanza che imponeva a chi
volesse licenziare più di 30 dipendenti o più del 10% della propria
forza lavoro di chiedere l'autorizzazione al governo locale.
La storia, poco edificante, narra che con l'entrata in vigore della nuova
legge sui contratti di lavoro, dal primo gennaio la Cina potrebbe
diventare, ancora una volta, un'altra Cina. Potrebbe. Dovrebbe. Sul
terreno che si estende tra il condizionale e la realtà è in corso uno
scontro cruento, dall'esito non scontato ma dagli effetti planetari, visto
che in Cina si trova il 25% della forza lavoro mondiale e che il 60%
dell'export cinese è prodotto da multinazionali straniere.
I vertici delle compagnie guidano l'attacco. Dopo aver combattuto a lungo
contro la nuova legislatura, dalla sua approvazione, il 29 giugno scorso,
hanno mobilitato schiere di consulenti legali per aggirare, piegare,
reinterpretare le nuove norme che oggi proteggono i lavoratori cinesi con
una chiarezza mai tanto codificata prima. E mentre nelle retrovie i
legulei scavano, sul palcoscenico è messa in scena la tragedia: è la
fine, ce ne andiamo, i costi saranno insostenibili, i tempi sono già
grami, la Cina senza manodopera a prezzi stracciati non ci conviene.
Intanto fioccano i licenziamenti preventivi.
«Potere al popolo», niente di meno, è il titolo di un editoriale
pubblicato a novembre sul China International Business. L'autore, Steven
M. Dickinson, oltre a tenere il China Law Blog è anche consulente
d'impresa e, come biasimarlo, cerca di alzare il prezzo delle proprie
prestazioni. E' però innegabile: in Cina dall'anno prossimo i rapporti
fra padroni e lavoratori cambieranno in modo sostanziale visto che, almeno
sulla carta, sono assicurati ai dipendenti diritti e protezioni che
persino nel cosiddetto occidente sviluppato stanno diventando merce rara.
I punti più dirompenti, rispetto all'esistente, sono quelli che impongono
alle imprese di assumere a tempo indeterminato i lavoratori con più di
dieci anni di anzianità e quelli che abbiano già completato due
contratti a tempo determinato. Tanto per capire, sotto la precedente legge
il numero dei contratti a termine, alla fine dei quali si poteva
licenziare senza problemi, era illimitato.
Un altro mondo, rispetto alla giungla attuale. I consigli scodellati in
tempo reale dagli «esperti» hanno però aiutato le compagnie a
riprendersi in parte dallo shock. Due le vie maestre indicate per aggirare
la legge, o quanto meno ridurre il danno: la prima è chiudere tutti i
vecchi rapporti di lavoro e concordarne di nuovi prima dell'1 gennaio, con
i dipendenti prescelti. La seconda è cambiare la natura dei contratti
stessi ricorrendo agli appalti esterni. Molto raccomandato l'outsourcing
tra due contratti a tempo determinato.
Istantanea l'applicazione dei consigli. Il caso più clamoroso, per l'eco
avuta in patria e all'estero, è stato quello della compagnia di
telecomunicazioni Hua Wei Technologies di Shenzhen, che già a settembre
ha chiesto a 7.000 dipendenti con oltre otto anni di anzianità di
servizio (incluso l'amministratore delegato, tanto per non destare
sospetti) di dimettersi volontariamente per poi firmare nuovi contratti a
termine, che avrebbero riportato indietro l'orologio dell'anzianità. Le
dimensioni della faccenda ne hanno fatto un caso nazionale, la punta
dell'iceberg che ha rivelato come l'applicazione della legge potesse
essere elusa o almeno rallentata. All'inizio l'impresa ha cercato di
negare tutto poi la riprovazione universale l'ha costretta ad andare a
Canossa e a negoziare un accordo col sindacato che l'aveva denunciata di
sabotare, con le sue pratiche, la costruzione della «società armoniosa»
tanto cara al governo centrale.
Nonostante lo scandalo, la Hua Wei si è trovata presto in buona compagnia
nel nuovo sport nazionale del «licenzia e riassumi quando ti conviene».
Il 17 novembre dal quartier generale della Carrefour Cina è partita una
e-mail indirizzata al dipartimento risorse umane di ciascuno dei centri
commerciali del paese con la richiesta di far firmare a 40mila dipendenti
un nuovo contratto a tempo determinato della durata di due anni con
decorrenza dal 28 dicembre 2007. La compagnia si è difesa affermando che
voleva solo mettersi in regola con le nuove disposizioni. Ma i lavoratori
più anziani rischiano di sicuro, se non la falcidie, l'azzeramento dei
diritti pregressi. Né poteva mancare Wal Mart che, alla spicciolata, è
riuscita a licenziare 200 dipendenti nei propri magazzini di stoccaggio e
distribuzione delle merci. La televisione centrale cinese Cctv, invece, ha
messo fuori immediatamente 1.800 interinali. La Kaixing Plastic &
Metal Factory, fabbrica di giocattoli di Huizhou, nel Guangdong, più
fantasiosa, ha chiesto di firmare il primo contratto della loro vita ai
dipendenti più anziani. Gli è stato promesso che il salario non cambierà
ma sulla carta firmata l'importo è più basso. Prendere o lasciare.
L'applicazione della legge, con tutta evidenza, è vista come una jattura.
E' comprensibile: vedersi erodere d'un colpo i profitti del 10-20% e
proprio in Cina, per garantire i diritti dei lavoratori, può essere
traumatizzante. Non erano queste le regole del gioco, quando ci si è
seduti al tavolo. Tanto più che la congiuntura economica cinese si è
fatta difficile, tra rivalutazione dello yuan, aumento dei costi dei
terreni e delle materie prime, spese in espansione per la riduzione, ormai
obbligatoria, dell'inquinamento provocato, crescita dei salari che, a
prescindere dalla nuova legge, era una realtà in atto già da tempo nelle
zone della costa e in quelle metropolitane (solo nei primi sei mesi del
2007 sono aumentati in media del 17%). La nuova legge, che sconvolge tutti
i paradigmi correnti, irrompe con particolare forza nel segmento più
basso, quello che comprende il terziario, le costruzioni, la manifattura.
E che da sempre prospera, non solo in Cina, su salari miserrimi, evasione
dei contributi e flessibilità. Il settore che comunque ha fatto del paese
la «fabbrica del mondo».
Non è un caso che i lamenti più alti arrivino dalle compagnie che si
distinguono per le pratiche di sfruttamento più brutali e per la rozza
struttura di impresa (eproprio per questo più a rischio di fallimento).
Le previsioni di alcuni consulenti, riportate dall'agenzia Reuters il 18
dicembre scorso, danno già per certa la chiusura di centinaia di piccole
e medie imprese taiwanesi nel Guangdong, mentre molte altre trasferiranno
le attività nelle zone meno sviluppate dell'entroterra cinese o
trasmigreranno in Vietnam. Joint ventures coreane a giapponesi minacciano
di chiudere tutto e lasciare lo Shandong.
C'è chi accusa la legge di voler far tornare la «ciotola di riso», il
lavoro garantito a vita, spazzando via così quella selvaggia competitività
del lavoro che ha messo in orbita l'economia cinese e attirato miliardi di
investimenti. Paradossalmente, ma poi neanche tanto, le risposte
rassicuranti vengono dai sindacati. Guo Jun, direttore del Dipartimento
per il Management democratico dell'Actfu di Pechino, ad esempio, ha
spiegato al Los Angeles Times che i padroni avranno ancora molta
flessibilità grazie al part-time e che in ogni caso i contratti a lungo
termine significano più lealtà da parte dei lavoratori. Il ruolo del
sindacato nel New Deal pone un altro interrogativo. Ignorata nel settore
privato, delegittimata in quello pubblico per il suo ruolo di cane da
guardia del management, l'Acftu torna ad avere, grazie alla legge, un
ruolo centrale. Come lo svolgerà è tutto da vedere, data la sua
particolarissima natura, ben illustrata dalla storia di Liu Zhaoguang che
il South China Morning Post ha raccontato il 28 dicembre. Liu, 50 anni,
camionista in una compagnia statale, il 15 novembre ha ricevuto la
comunicazione che il suo contratto, già scaduto alla fine di ottobre, non
sarebbe stato rinnovato per raggiunti limiti di età. Si è rivolto al
sindacato, ma si dà il caso che il capo della sua sezione sindacale sia
anche il vice direttore della compagnia che lo ha licenziato. Non
dappertutto vige questa profana commistione, ma di certo non c'è nessuna
regola che la impedisca.
C'è poi chi di dice che in Cina c'è già, dal 1995, una buona legge sul
lavoro che stabilisce le 40 ore settimanali, il limite e il pagamento
degli straordinari, e tutto il resto. Ma non viene fatta rispettare. Perché
per la nuova legge dovrebbe essere diverso? Già il fatto che molti
lavoratori cinesi ancora ignorino le nuove regole, non depone bene per la
riuscita della causa. Raggiungere 200 milioni di migranti, i lavoratori più
sfruttati e ricattati, richiederebbe una campagna d'informazione ben più
imponente di quella messa in atto. E tuttavia questa legge ha buone
probabilità di essere applicata, perché è il momento storico che lo
richiede. C'è una leadership assediata da proteste e rivolte che ha fatto
del «people first» e della crescita anche qualitativa il suo cavallo di
battaglia, consapevole che le contraddizioni alla lunga si esasperano ed
esplodono. Inoltre, dopo 30 anni di riforme, il paese sta di nuovo
cambiando pelle e trasformando le sue modalità di transizione. C'è chi
interpreta l'aumento del costo del lavoro come una strategia deliberata
per spingere l'industria manifatturiera verso un modello di produzione più
evoluto, dove il profitto non sia solo rapina delle risorse, materiali e
umane, ma dia una spinta virtuosa all'intero sistema, aumentando la
capacità di acquisto dei consumatori.
Un intreccio che l'Occidente, gretto e in smobilitazione politica, ha
gettato disinvoltamente nella spazzatura della storia. Sarebbe davvero
paradossale se, alla fine, il «modello cinese» ritornasse indietro
capovolto, a svolazzare beffardo sulle rovine del welfare europeo.
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RIFORMA DEL LAVORO IN CINA (n+1)
Sotto la spinta di poderose rivolte sociali e
altrettanti scioperi operai (23.900 nel solo 2006) è entrata in vigore
dal primo gennaio 2008 la riforma del diritto del lavoro in Cina. Le
nuove norme assegnano un ruolo significativo alle organizzazioni
sindacali e regolano la durata dei contratti e l'ammontare dei
salari. Sembra che il Governo cinese cominci ad ascoltare il gran
piagnisteo dei capitalisti occidentali sul confronto fra il costo del
lavoro in Europa e in Cina. In realtà sono le multinazionali
occidentali le prime a beneficiare del differenziale facendo concorrenza
ad altre aziende occidentali. Adesso alla notizia dell'entrata in vigore
della riforma, alcune grosse multinazionali come la Nike e Olympus hanno
annunciato che sposteranno rami produttivi in Vietnam per tagliare i
crescenti costi del lavoro. Lo sviluppo asiatico non può che essere
sinonimo di contrazione produttiva in Occidente con le prevedibili, da
noi auspicate conseguenze.
POSSEDERE
IL CLIMA:
LA FANTAPOLITICA
DIVIENE
REALTA’
La
guerra preventiva si sta estendendo a campi che fino a poco tempo fa
sembravano relegati alla fantapolitica. La documentazione del
generale Fabio Mini sul penultimo numero di Limes (Owning the
Weather, ossia possedere il clima) dimostra che la guerra si sta
svolgendo anche mediante la distruzione della natura e il
cambiamento delle condizioni climatiche nelle aree avversarie. Per
il momento l'accusato speciale per l'influsso sul clima è la Cina,
ma solo perché il suo apparato produttivo inquina come quello
occidentale degli anni '50. Sta di fatto che non potrà durare a
lungo la situazione di complementarità fra USA e Cina. Se
quest'ultima sta utilizzando il residuo slancio consumistico
americano, l'America non potrà tollerare a lungo la crescente
supremazia industriale cinese (raggiunta, ricordiamolo, nel 2003).
Perciò vi saranno solo due soluzioni: o il raggiungimento di una
complementarità totale (servizi e finanza in cambio di industria)
contro il resto del mondo, o uno scontro diretto. Ma siccome non è
possibile per gli USA una guerra frontale contro il resto del mondo,
ecco che si profila quella politiguerra strisciante dove ogni mezzo
è buono, dal clima al cibo, dalle tempeste finanziarie alle
malattie.
2007:
Dall'equilibrio
del terrore al terrore dell'equilibrio
2002:
Cina,
polveriera del mondo capitalistico
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