Chavez, l'allegria su una polveriera
Il Cile nel '73, il Venezuela di oggi: elite e classe media sono
ormai corpo a corpo con il presidente "bolivariano"
Hugo Chavez. Un altro colpo di stato? Costerà migliaia di
vittime, ma gli Stati uniti non possono permettersi un Fidel
petrolifero nella regione
WALDEN BELLO- il manifesto 28/07/02
La realtà politica del Venezuela mi colpisce appena arrivo, come
una folata d'aria dei Caraibi a mezzogiorno. Una domanda
amichevole al giovane professionista venuto a prendermi
all'aeroporto scatena un torrente di accuse contro Chavez che
termina solo quando mi deposita all'Hilton. "Eravamo un
paese tollerante" sostiene. "Adesso Chavez ha messo la
classe più bassa contro la classe media, i neri contro i
bianchi. Certo, ci sono alcuni che sono ricchi abusivamente, ma
non è solo loro che Chavez ha preso di mira. È gente come me.
Sa, persone della classe media, con un appartamento, due auto,
magari una vacanza all'estero una volta all'anno. Stia in guardia
- mi avverte prima di andarsene - lei lo incontrerà domani sera,
e lui sa essere veramente seducente". Un secondo Bolivar?
Effettivamente sa esserlo. La sera dopo, a un ricevimento per
i partecipanti a una conferenza internazionale, Hugo Chavez,
presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela, è in gran
forma, disarmante. Quando mi viene presentato mi prende per mano,
come per guidarmi nella danza filippina del bambù
"tinikling" che racconta di aver imparato in una visita
di stato nelle Filippine durante la presidenza Estrada. E più
tardi, nel corso della serata, affronta diffusamente gli
argomenti più diversi: dal fatto di essere stato salvato dai
poveri e reinsediato nel palazzo presidenziale di Miraflores
durante il fallito colpo di stato dell'11-13 aprile, al suo sogno
di integrare le industrie petrolifere del Venezuela, del Brasile
e di altri paesi produttori di petrolio dell'America Latina.
Il buon umore di Chavez è notevole, dato che il Venezuela è
sull'orlo della guerra civile. In questo egli ricorda il suo
eroe, Simon Bolivar, il grande venezuelano che guidò la
liberazione dell'America latina all'inizio del XIX secolo, il
quale si dice abbia conservato l'entusiasmo anche nel mezzo di
una difficilissima crisi politica e personale (...). Si dice che
tra gli "anti-chavisti" - di cui fanno parte l'élite,
la classe media, la gerarchia della Chiesa cattolica, i media e
parte dell'esercito - stia covando un secondo colpo di stato.
Caracas è piena di voci, le date si rincorrono. Gilberto
Jimenez, un giovane sostenitore di Chavez, le liquida come il
prodotto della classe media che "spaventa se stessa".
"È come quando si parla dei `circoli bolivariani' che si
starebbero armando" osserva, riferendosi alle istituzioni di
base che il popolo di Chavez ha istituito nei barrios o
quartieri popolari. "Non c'è niente di vero, ma se lo
scrivono l'un l'altro in messaggi e-mail, e subito la classe
media parla di armarsi essa stessa".
Il fallito colpo di stato Le divisioni di classe in questo
paese si sono mostrate al mondo come una brutta ferita durante
gli eventi dei giorni 11-13 aprile (i fatti sono noti: una
misteriosa sparatoria durante una manifestazione anti-chavista,
18 morti, l'arresto di Chavez da parte di militari ribelli, una
giunta-lampo capeggiata dall'industriale Pedro Carmona, poi
militari fedeli a Chavez e migliaia di poveri delle baraccopoli
circondano Caracas e disperdono i golpisti). Ricordando gli
eventi, Chavez ci racconta durante la cena: "Il governo era
debole, noi eravamo deboli, ma nel momento del bisogno la gente
è scesa in strada a salvarci". L'evento, dice il sociologo
peruviano Anibal Quijano, ha un significato che va oltre il
Venezuela, essendo "la prima vittoria delle masse, nelle
Americhe e nel mondo, da molto, molto tempo".
Dopo quarantott'ore Chavez è di nuovo al potere. (...) Ma il
danno è fatto. Molti governi europei e dell'America latina
criticano gli Usa per aver tollerato la defenestrazione di un
governo eletto democraticamente. Per la verità molti sospettano
che gli Usa abbiano avuto un ruolo nel golpe. Due ufficiali della
marina Usa sarebbero stati visti con i leader del colpo di stato
a Fort Tiuna, la notte tra l'11 e il 12 aprile. Ma che gli Usa
abbiano o non abbiano avuto un ruolo in quei fatti, un qualche
tipo di confronto sociale era inevitabile.
Due nazioni, un paese Il Venezuela è uno dei paesi
latino-americani con maggiori divisioni di classe. Si calcola che
l'80% delle persone vivano in povertà, e secondo stime della
Banca mondiale la quota di reddito nazionale che va al 20% della
popolazione più povera è solo del 3,7%, mentre quella che va al
10% della popolazione più ricca è del 37%. I grandi
differenziali nella ricchezza erano in una certa misura mitigati
durante gli anni ruggenti dell'Opec, all'inizio degli anni `80,
quando un po' dei soldi del petrolio riuscivano ad arrivare anche
in basso, in un paese che all'epoca era conosciuto come
"l'Arabia saudita dell'America latina". Ma con il
crollo dei prezzi del petrolio e l'avvio di un devastante
programma di aggiustamento strutturale, dalla metà degli anni
`80 il Venezuela è entrato in una costante crisi economica.
"È stato incredibile" dice Neils Liberani, un piccolo
uomo d'affari. "Il reddito pro capite è sceso da
quasi 2000 dollari negli anni `80 ai 110 dollari odierni".
Il "Caricazo" del 1989, quando la gente dei barrios
scese e ci furono degli scontri nel centro e nei quartieri ricchi
di Caracas per protestare contro gli aumenti del prezzo del
combustibile richiesti dal Fondo monetario internazionale, si
dice sia stato un evento determinante nell'evoluzione politica di
Chavez. Tre anni dopo, nel febbraio 1992, il giovane colonnello
idealista guidò in nome delle masse povere un fallito colpo di
stato che aveva assunto la forma di "sollevazione militare
bolivariana".
Il golpe fallì, ma catapultò Chavez nel centro della politica
venezuelana. E quando si presentò alle presidenziali nel 1998
con una piattaforma che consisteva nel mettere fine alla
corruzione e alla subordinazione ai poteri stranieri e cominciare
una rivoluzione sociale, Chavez vinse comodamente, con circa il
56% dei voti, con l'appoggio anche da settori della classe media
che ora sono suoi fieri oppositori.
Gli ultimi tre anni sono stati davvero rivoluzionari. Chavez ha
fatto passare una nuova costituzione che è stata approvata in un
referendum popolare. Ha formato una coalizione politica che ha
ottenuto il controllo sull'Assemblea nazionale. L'Assemblea ha
approvato il famoso pacchetto di 49 provvedimenti legislativi tra
cui una legge di riforma agraria, una legge per proteggere i
piccoli pescatori, e una legge che limita il ruolo del settore
privato nello sfruttamento delle vaste risorse petrolifere del
Venezuela. "Inizialmente nei media molte persone lo hanno
criticato - dice Jimenez - accusandolo di essere solo un demagogo
con le sue promesse. Ma quando lui ha cominciato a creare norme
rivoluzionarie ed ad attuarle, quelle stesse persone hanno
cominciato a combatterlo".
In politica estera, le mosse di Chavez sono state altrettanto
coraggiose. Ha espresso ammirazione nei confronti di Fidel
Castro. Ha rotto l'embargo contro le visite di stato a Saddam
Hussein. E ha giocato un ruolo chiave nell'unire l'Opec per
gestire la produzione di petrolio allo scopo di stabilizzarne il
prezzo. Queste scelte non lo hanno fatto benvolere dagli Stati
uniti. Per la verità, la politica estera di Chavez è
incredibilmente bolivariana. Non solo sogna un'industria
petrolifera integrata a livello regionale, ma parla anche di
un'organizzazione per un trattato sud-atlantico (South Atlantic
Treaty Organization) che conterebbe tra i suoi membri solo paesi
dell'America latina e africani, e che dovrebbe servire a
proteggere la sicurezza comune dei paesi del Sud. Non ha nascosto
il suo scetticismo sulla proposta dell'amministrazione Bush
dell'area di libero commercio delle Americhe. I suoi
collaboratori dicono che l'Alca in Venezuela non otterrebbe la
vittoria in un referendum.
Eppure Chavez ha i suoi critici anche a sinistra. Alcuni dicono
che è troppo aggressivo nello stile personale e troppo rapido
nel bollare chi lo critica legittimamente come "nemico del
popolo". Altri dicono che egli è troppo dipendente dal
sostegno dei gruppi lealisti all'interno dell'esercito, e questo
sarà difficile da mantenere date le origini di gran parte dei
suoi ufficiali nella classe media. "Queste persone devono
vivere tutti i giorni in mezzo a gente della classe media che
odia Chavez" dice un suo sostenitore che ha chiesto
l'anonimato. Altri ancora dicono che lui non è andato oltre il
populismo carismatico, per avere un programma ben articolato di
cambiamento. Come spiega Anibal Quijano, "il `chavismo' ha
bisogno di essere convertito rapidamente in un processo
genuinamente democratico e liberato dalla relazione mistica delle
masse disperse e disorganizzate con un caudillo dallo
stile peculiare di Chavez". Alcuni dicono che, sebbene
Chavez e i suoi alleati abbiano cominciato a depersonalizzare e
istituzionalizzare la rivoluzione mediante la formazione dei
circoli bolivariani, questo risulta piuttosto tardivo.
Rivoluzione e Controrivoluzione Tardivo o no, il governo
si sta muovendo per organizzare il potere popolare. I circoli
bolivariani sono visti come istituzioni di auto-governo, a cui è
conferita un'eccezionale autonomia nella determinazione di
progetti e priorità. "La gente deve smettere di aspettare
che il governo faccia le cose per loro. Devono cominciare a fare
da soli, con l'amministrazione locale in un ruolo di
supporto" dice Freddie Bernal, il sindaco del grande
distretto a basso reddito Libertador e uno dei collaboratori più
fidati di Chavez.
La rivoluzione è reale, ma anche la controrivoluzione lo è.
L'atmosfera di alta tensione a Caracas ricorda quella di Santiago
nel 1973, quando l'élite e la classe media dimostravano nelle
strade chiedendo la rimozione del governo
"dittatoriale" di Salvador Allende accusato di avere
introdotto "la politica dell'odio" in un paese un tempo
pacifico. La retorica democratica è la stessa ma allora come
oggi, nel Cile del 1973 e nel Venezuela del 2002, il problema
della destra è che il leader rivoluzionario è stato eletto con
un voto popolare. Inoltre la costituzione rivoluzionaria è stata
approvata democraticamente. E le leggi che affrontano le
ineguaglianze sociali sono state approvate da un parlamento
democratico.
Allora come oggi, la destra attua uno sciopero economico, tenendo
fermi centinaia di milioni di dollari di investimenti o
portandoli off-shore, peggiorando così la crisi economica che
Chavez ha ereditato dalle precedenti amministrazioni. Il dilemma
della destra è che, se vuole riprendere il controllo sul
Venezuela, dovrà farlo passando sui cadaveri di migliaia di
persone povere. E sul cadavere di Chavez che, come vuole il suo
ruolo, sta giocando non solo per il presente ma per la storia.
"L'errore che hanno commesso l'11 aprile" pare abbia
detto, "è di non avermi ucciso. Non lo faranno di nuovo. E
io sono pronto a morire piuttosto che tradire i nostri princìpi
bolivariani".
E gli Usa? Il dilemma degli oltranzisti che governano a
Washington è che, benché non ci sia un modo facile e
"pulito" di liberarsi di un presidente eletto
democraticamente, essi non possono permettersi di avere un altro
Fidel Castro nella regione, specialmente un Fidel che regna in un
paese che è il secondo maggiore fornitore di petrolio agli Stati
uniti.
Walden Bello è direttore esecutivo di Focuson the Global
South, un programma dell'Istituto di scienze sociali
dell'universitàdi Chulalongkorn. Recentemente si è recatoa
Caracas per partecipare al lancio dellasezione venezuelana del
World Social Forum(Traduzione di Marina Impallomeni)