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di Gabriele Polo
Il Massimo di Epifani
Sabato la manifestazione nazionale contro l'attacco
del governo ai diritti. Intervista al segretario generale della Cgil: «La
crisi colpisce il lavoro e viene usata contro i lavoratori. Se l'accordo
separato diventerà operativo, ci opporremo e chiederemo un voto»
Sabato sarà il giorno del «suo» Circo Massimo, dopo i due di Sergio
Cofferati. In attesa, Guglielmo Epifani è a Londra per il G20, occasione
per presentare ai potenti del mondo il punto di vista sindacale sulla
crisi. Nel giorno in cui l'Ocse paventa per il prossimo futuro un
rischio-collasso per la «coesione sociale». Il pensiero del segretario
generale della Cgil va alla manifestazione del 4 aprile, ma anche al dopo:
«Se, dopo l'accordo separato sugli assetti contrattuali del 22 gennaio,
verranno varati i decreti attuativi di quell'intesa - nei termini
anticipati qualche giorno fa dal manifesto - la Cgil non potrà che
opporsi e chiederne la verifica con il voto dei lavoratori».
Iniziamo dalla crisi e da come l'affrontano i governi. Secondo
Dahrendorf il G20 sarà un fallimento. Le politiche nazionali messe in
atto o annunciate sono impotenti o persino dannose?
Abbiamo presentato al premier britannico Gordon Brown il
documento del Global Union perché lo trasmetta agli altri capi di
governo. Chiediamo di cambiare passo, di affrontare la crisi coordinando
le politiche economiche e sociali, di tener conto dei problemi
occupazionali che stanno aumentando, investimenti a sostegno dei redditi,
politiche industriali non protezionistiche. Perché se abbiamo governi e
stati che spendono molto a sostegno delle loro industrie e governi che non
spendono nulla, è evidente che chi spenderà di più difenderà i frutti
degli investimenti fatti, alzando barriere protezionistiche. Devono tener
conto della nostra opinione, perché questa è una crisi che colpisce
essenzialmente il lavoro. Debbo però registrare che Brown non è sembrato
particolarmente attento ai nostri argomenti.
Ma cosa chiedete oltre agli ammortizzatori sociali? Quale ruolo
prefigurate per l'intervento pubblico?
Al pubblico innanzitutto chiediamo di definire, in maniera
universale, le regole di controllo dei mercati finanziari, che lasciati
senza regole e controlli producono fenomeni speculativi che ci portano a
questo straordinario impoverimento di gran parte del mondo. In secondo
luogo, politiche pubbliche di coordinamento delle scelte di ciascun paese.
Poi, investire: dove? In settori che possono avere un senso strategico, a
partire dall'economia sostenibile, a partire dall'energia. Ricreare cioè
le condizioni, così come fu con l'informatica, per uno sviluppo
sostenibile.
Poniamo che ci sia un coordinamento europeo dei governi, fino a
che punto un soggetto pubblico può intervenire nelle politiche di
indirizzo delle imprese?
Facciamo un esempio concreto, l'auto. La Francia fa interventi di
dimensioni enormi, altri paesi pure, l'Italia fa il minimo indispensabile
e tutto questo finisce per alterare il mercato. Quello che si chiede
all'intervento pubblico non è un coordinamento astratto, ma un
coordinamento che metta i produttori nelle condizioni di avere almeno un
plaphon uguale di risorse e di misure. Altrimenti davvero si scatena poi
una logica tutta protezionistica e nazionalistica, in cui ognuno salva sé
stesso, magari fa riportare in patria produzioni delocalizzate ma così
creando pensa a sé e un pochino meno ai paesi che avrebbero bisogno di
non avere altri danni dalla crisi.
Escludi l'intervento diretto in economia, uno stato imprenditore?
Ma no, non lo esclude più nessuno. Già quello che sta avvenendo
su banche e assicurazioni è un intervento diretto in economia, nel
capitale azionario. L'industria automobilistica tedesca è quasi tutta
direttamente in mano pubblica, la Renault pure. Dove è necessario si può
fare. Io penso sia prioritario un intervento pubblico sulle grandi reti di
protezione sociale e di formazione, dalla sanità alla scuola. E' lì che
andrebbero investite massicciamente le risorse pubbliche. Perché gli
interventi pubblici peseranno sui deficit degli stati e - passata la crisi
- avremo salvato le banche presentando il conto allo stato sociale, per
tagliare poi in settori essenziali dove il pubblico invece deve restare.
La crisi semina panico: vedi anche tu delinearsi un pericolo
populista?
Sì. I valori, le scelte e gli che si affermano in questa crisi
segneranno anche il dopo. Se tu lasci le persone sole aumenta sfiducia e
rassegnazione, talvolta anche paura. Su cui alberga la xenofobia di fondo.
Per questo servono politiche pubbliche sulle reti di solidarietà e
cittadinanza. In caso contrario davvero tu lasci le persone ad
arrangiarsi, a pensare solo a se stesse e questo non fa che alimentare
corporativismi, chiusure individualistiche e comportamenti che talvolta
possono essere regressivi.
Però anche il sindacato qualche responsabilità ce l'ha, per
esempio nel farsi «concorrenza» tra un paese e l'altro, nell'essere
terribilmente indietro sulla strada di un sindacato europeo.
Vero, ma contrariamente ad altre fasi vedo prender piede una
consapevolezza nuova per le organizzazioni sindacali europei e mondiali,
perché effettivamente c'è stato un lavoro di coordinamento, di
discussione, molto più approfondito. Poi quando ci si chiude nei singoli
paesi in parte questo si smarrisce, è il limite che ancora abbiamo nel
sindacato europeo. Quello che rimproveriamo al governo e agli stati, in
realtà lo dobbiamo rimproverare anche a noi.
Veniamo a sabato. Terza volta al Circo Massimo, sempre contro
Berlusconi. L'accusa è che fate politica: intransigenti col centro-destra
e morbidi col centro-sinistra. Che rispondi?
Rispondo che noi siamo sempre gli stessi - a prescindere dal
colore dei governi - e che ci siamo mossi dall'inizio chiedendo al governo
di centro-destra un confronto vero su come affrontare la crisi, sulle
priorità, sulle misure sociali, sulla difesa dei diritti del lavoro. Per
la verità ci siamo trovati una serie di muri, il tentativo di dividere il
sindacato scientemente, esplicitamente, e la mancanza di tavoli di
confronto. Sia sulle scelte di carattere generale che sulle stesse crisi
aziendali o di settore, dalla Fiat alla chimica. Il governo agisce in
maniera del tutto autoreferenziale, scegliendo cosa fare solo quando non
può fare a meno e sostanzialmente lavorando su una politica di bilancio
molto restrittiva. Perché al netto degli interventi fatti nei confronti
delle banche il nostro governo ha stanziato fino adesso 4 miliardi di
euro, praticamente nulla.
Ma se c'è un disegno politico, perché Cisl e Uil hanno firmato
il 22 gennaio?
Me lo spiego così: pensano che di fronte a un governo e a una
maggioranza molto forti, l'unico modo per strappare qualcosa sia stare
dentro quel disegno. È il punto vero che ci differenzia. In particolare
la Cils è convinta che gli spazi di contrattazione si riducono e quindi
conviene puntare di più a un uso combinato della statalità e della
gestione dei servizi per tutelare il mondo del lavoro. Io credo che sia
uno sbaglio. Perché è vero che è più difficile contrattare oggi, in un
mondo globalizzato e senza regole, ma questo implicherebbe uno sforzo in
più per vedere come rinnovare e rinforzare la contrattazione, non come
diminuirla. Come l'accordo del 22 gennaio propone.
A proposito di quell'accordo, i maligni sospettano che siate stati
spinti alla mobilitazione dal fallimento di una strategia che puntava a
un'intesa con Confindustria per arginare il governo. E, invece,
Marcegaglia vi ha mollati...
«No, non è questo. Penso che il sindacato e la Confindustria
dovrebbero essere interessate a un'intesa di fondo tra i soggetti decisivi
nel mondo del lavoro. Ed è un ragionamento che si chiarisce meglio a
proposito degli enti bilaterali: importanti, ma sempre come «arma», come
strumento e possibilità in più che ha un sindacato per completare le
funzioni e gli spazi di rappresentanza dei bisogni e dei diritti dei
lavoratori. Se invece gli enti bilaterali diventano l'alternativa alla
contrattazione del sindacato è evidente che servono a indebolire il ruolo
del sindacato confederale. Ma tornando alla tua domanda, in questo caso
sono prevalsi anche dentro Confindustria i settori che pensano di usare la
crisi per indebolire e ridurre gli spazi di contrattazione. Questa è la
verità.
Dopo il 5, se passano le note applicative dell'accordo del 22
gennaio, che farà la Cgil?
Nei prossimi giorni gli altri sindacati firmeranno le note
applicative del settore confindustriale. Noi risponderemo tenendo fermi
nei nostri comportamenti contrattuali le nostre impostazioni, sia per il
contratto nazionale sia per la contrattazione di secondo livello. Insieme
rilanceremo con forza la questione della verifica democratica tra i
lavoratori. Perché la democrazia o vale sempre e per tutti - come alla
Piaggio - o non è.
Una nuova rottura sindacale?
E' il rischio che corriamo. |
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