Carteggio Foa-Orso

 

Caro Vittorio.

Nel consegnarti il libro di Piero, volevo fare quattro chiacchiere con te sull'argomento.

Il libro di Piero è smilzo, però anche i suoi sassi di gommapiuma pesano.

Su di me pesano le parole di Piero.

In realtà non ho mai capito questo compagno. L'ho accettato, stimato, rispettato,anche incazzandomi.

Forse non ho mai capito nessuno. Ne tanto ne poco.

Piero crede in quello che fa. In questo momento combatte la sua battaglia di retroguardia con il pessimismo della ragione. Gli auguro di tutto cuore di riuscire a lasciare un segno su quelli a cui si rivolge. Ai compagni di belle speranze (nostre, non loro) che sono “rifluiti” nell' “arte”. Ai compagni che, presi a legnate dalla vita e dalle loro contraddizioni, si rifugiano nell'arte, (o in qualsiasi altra attività) raccontandosi la favoletta del realizzarsi; forse è il loro modo di sopravvivere, la loro morfina, il loro brigatismo.

Io non li sopporto più. Ma forse non sopporto più nemmeno me stesso. Piero, non solo li sopporta, ma li accetta. Con molti dubbi, con molte perplessità, conduce la sua battaglia quotidiana. Piero cerca di comunicare a questi ragazzi, (a quelli che si avvicinano alle attività di animazione, in particolare) il suo modo d'essere e vivere l'arte, come l'unico modo possibile e praticabile.

L'arte, o qualsiasi altra attività, non può essere fine a se stessa.

Deve servire agli altri per stimolare la voglia di accrescere la conoscenza.

Riuscirà? Sono idealmente al suo fianco.

Ma a me sono rimasti solo i dubbi e le incertezze.  Non dò battaglie. Al massimo le mie sono scaramucce. Per un senso (malinteso) del dovere, combatto, ma non ci credo più.

Continuo a stare al mio posto, mi illudo di consentire ad altri di rientrare.

A chi riesce a pensare, ti metto nel mazzo, assieme a Piero, non ti offendere, a voi giovani, insomma, delego la strategia. A me, se ne avrò ancora il fiato, irrimediabilmente “vecchio” indicatemi la tattica. Saprò eseguire.

Non ho più l'ottimismo della volontà,non sono riuscito a vederlo nelle parole di Piero.

Eppure c'era.

Datevi da fare ragazzi, prima che io decida di fermare il mondo e scenda.

Siamo in molti, in troppi. La scorciatoia è lo scendere.

 

Roma, 12 luglio 1982.

Carissimo Orso, la tua lettera della fine giugno mi è giunta solo quando sono venuto per gli esami. Grazie per il libro di Piero che ho letto subito tutto con grande interesse e molte domande. Ti mando oggi il libretto di Marcenaro cui ho collaborato come intervistatore e come postillatore. Vorrei poi un tuo giudizio. Sono molto impressionato per quello che mi scrivi di te. Io non credo assolutamente che possano esistere problemi esistenziali (e pensieri di morte) solo in rapporto alla crisi della prospettiva politica. Nella mia lunga vita ho avuto io pure delle crisi che investivano la mia identità e quindi le mie ragioni di vita, ma sempre esse hanno avuto dei motivi profondi di solitudine, cui certo si innescavano, come detonatori e come potenziatori, motivi politici o comunque attivi. Ma credo che sia utile vedere con chiarezza il motivo di fondo, il vuoto di affetto, la solitudine, in cui uno crede, spesso sbagliando, di essere caduto.

Mi ci è voluto molto per capire che la solitudine non è la privazione di gente, e di affetti della gente, è invece privazione di una determinata persona, o di una determinata esperienza di vita affettiva. E' meglio queste cose vederle coraggiosamente senza scaricare tutto sull'impegno, pur esso così vitale, della politica. Sai perché? Perché le carenze sentimentali finiscono, o meglio, cambiano natura e perdono intensità, vivono come momenti di nostalgia, dolorosa e a volte anche acuta, ma non distruggono più l'identità. Per questo non cercherò di consolarti dicendoti quello che sai benissimo, che hai tanta e tanta gente che ti vuol bene, ti stima e ti è debitrice di valori del pensiero e della vita. Non ti dico questo perché so che non serve a ridurre l'angoscia della solitudine. Ma puoi vincere, se ce l'hai, la tua crisi di identità, ricostruendola col pensiero, ripensando la logica della tua vita, quello che tu sei per te e per gli altri. Non ti parlo di politica.

Rifiuto quella divisione di compiti fra chi fa la strategia e chi la esegue. Se leggerai la mia postilla vedrai il conto che io faccio della strategia, almeno nel senso che viene intesa. Non credo all'oggi come momento provvisorio, di pura azione finalizzata a un domani ricco di valori. I valori ci sono oggi. Poi non credo a quella balla, sulla quale abbiamo giocherellato per anni e che non so dove Gramsci abbia pescato, non immaginando l'uso forsennato che ne avremmo fatto per dei decenni, sul pessimismo della ragione e l'ottimismo della volontà. Come fai a essere ottimista nell'azione se non vi è coerenza nel pensiero? Ora io sono profondamente ottimista al livello della ragione e per questa sola ragione mi preparo a rientrare nella politica fra un anno. Ti dirò ancora una cosa. Tu mi hai aiutato molto nel mio corso torinese a scienze politiche. Mi piacerebbe avere ancora il tuo aiuto nel corso che mi propongo di fare sul sindacalismo contemporaneo. E' un buon angolo visuale della politica. Io non riesco più a capire i miei vecchi discepoli della “terza componente”, che credono di fare politica parlando di “schieramenti” che si aprirebbero chissà come e non capiscono che l'unica politica vera cui dovrebbero guardare è il rapporto del sindacato coi lavoratori, perché si è rovinato, cosa bisogna fare per ristabilirlo.

Senti, caro amico, cerca di distrarti questa estate. Io dall'1 all'8 agosto sono a Chamois, con Rieser e Calamida. Io abito al Ristorante Pierina (c'è sulla guida), vieni o telefonami. Ti abbraccio

                                                                                                                                    Vittorio