Autore: Bossuto - Costanzo

Pubblicato su Eco del Chisone28 di mercoledì 13 luglio 2011

Codice: 345969

Pagina: C Cultura

 

Una tesi di laurea racconta pagine inedite sul Forte

Fenestrelle: il carcere di chi fece il Risorgimento

Crocevia di corrieri, agenti segreti, prigionieri dalla vita romanzesca

 

 

 

 

La ricerca condotta tra i faldoni dell’Archivio storico di Stato torinese ha fatto emergere fatti che disegnano in Fenestrelle una fortezza diversa rispetto a quella descritta da chi, forse, vorrebbe l’Italia nuovamente divisa in monarchie.

L’indagine si è avvalsa del materiale contenuto in alcuni fondi, in gran parte ancora da catalogare, ospitati nelle sezioni dell’Ast, e che rappresentano un ricco patrimonio di dati sugli anni a ridosso del trasferimento della capitale italiana da Torino a Firenze.

È stato così possibile tracciare una sorta di diario giornaliero della fortezza, osservabile dall’epoca della sconfitta napoleonica, anno 1814, sino agli Anni ’60 dell’Ottocento. Materiale che smentisce, con autorevolezza, chi scrive che la storia può essere interpretata in diversi modi: in maniera filo meridionalista oppure in quella "edulcorata alla piemontese".

La vocazione carceraria di Fenestrelle si inaugurò il 3 marzo 1810. Il Forte S. Carlo si trasformò in una delle otto "Bastiglie" della nuova Francia, predisponendosi ad ospitare personaggi scomodi e condannati tramite semplici atti di polizia. Erano gli anni della detenzione dell’oramai famoso cardinale Pacca, a cui già fecero compagnia alcuni detenuti borbonici filomonarchici, e della marchesa Turinetti di Priero.

Da quell’anno la piazzaforte si caratterizzò come carcere politico di Stato e, per circa 25 anni, al carcere degli intellettuali si affiancò un severo bagno penale. Infatti il ritorno del potere sabaudo, sulla città di Fenestrelle, coincise con lavori di ripristino della struttura militare, nonché con la scelta di mantenerne il ruolo di stabilimento detentivo.

Contemporaneamente si valutò con attenzione la possibilità di liberare le malsane carceri torinesi, le Senatoriali, portando alcuni detenuti comuni a Fenestrelle. Nel 1817, in piazza d’Armi, si radunarono militari, guardia ciurma, aguzzini e carcerati per assistere alla pubblicazione del bando regio con cui si istituiva il bagno penale fenestrellese: comandante Bruno Di Cussanio.

Il reclusorio del S. Carlo comportò una serie di appalti pubblici per il mantenimento dei forzati, nonché l’affidamento del servizio di loro custodia ad un "serragliere": contratti che portano in calce la firma di persone che hanno avviato la storia centenaria di famiglie ancor oggi presenti a Fenestrelle.

 

Studenti, ergastolani, Carbonari

 

Furono gli studenti filo-costituzionalisti dei moti del 1821, a porre in secondo piano la tradizione punitiva penale del Forte, per riportare in auge quella politica. Agli universitari ribelli si aggiunsero presto i militari ammutinati delle cittadelle di Alessandria e Torino, nonché tutti gli ufficiali ivi destinati dalla Commissione regia. In quell’anno ai 69 forzati si sommarono i circa 50 prigionieri politici e le decine di soldati in "disciplinare".

Il grande carcere si componeva pure di una sezione riservata agli ergastolani: ragazzi discoli soggetti ad un intervento di recupero coatto.

Dieci anni dopo seguì il frutto della repressione anti mazziniana, quando i portoni delle fortezze si spalancarono per fare accedere, sotto lo stretto controllo del comandante De Andreis, i cospiratori della Giovine Italia e i carbonari. Personaggi romanzeschi incontrarono, pagando per le loro idee, le fredde mura del Forte.

I decessi furono molti in quell’epoca, così come molte furono le vittime del bagno penale fenestrellese, il quale si decise di destinarlo ai reati più gravi. Anche per i soldati sabaudi in servizio la vita era pesante: gli archivi parrocchiali narrano le loro tristi storie che, spesso, terminavano con la loro inumazione nel cimitero del Forte collocato in Fenestrelle e la cui calce viva, in uso normalmente a quei tempi, garantiva l’igiene dei siti cimiteriali. Ogni sepoltura era pagata al parroco e quindi risultava negli atti contabili del comando militare, oltre ad essere annotata nei soliti registri anagrafici.

Intorno agli Anni ’50 dell’Ottocento, si delineò con forza un uso di caserma punitiva: questa chiamò a raccolta le compagnie dei Cacciatori franchi, reparto di carattere disciplinare, e andò di conseguenza a creare un deposito militare (simile ad un attuale centro di reclutamento) adatto ad "ospitare" i militari nemici catturati nelle guerre di Indipendenza.

 

I "nemici" delle guerre d'Indipendenza

 

Da quel decennio entrarono al Forte S. Carlo: austriaci, ungheresi, papalini, il comando garibaldino dell’Aspromonte e borbonici. Proprio nel novembre 1860 giungeva una lunga colonna di prigionieri di guerra borbonici. Erano anni turbolenti per la fortezza, che aveva appena raccolto tra le sue mura dei prigionieri di guerra dello Stato Pontificio catturati dopo la presa di Castelfidardo, nelle Marche. Dodici anni prima, durante la prima Guerra d’indipendenza, erano transitati dei prigionieri di guerra dell’Impero austro-ungarico.

I prigionieri "napoletani" arrivarono il 9 novembre 1860 e furono suddivisi nelle varie compagnie militari in attesa dell’incorporazione nell’esercito, da lì a poco, italiano. I "napoletani" giunsero al ponte levatoio del S. Carlo di notte e a piedi: lo si apprende dalla fitta corrispondenza del comandante preoccupato per la loro sistemazione logistica.

La corrispondenza cita i trasferimenti al Nizza Cavalleria dei prigionieri più anziani e cagionevoli, nonché la preoccupazione per la nostalgia verso le proprie famiglie provata dai più. Alle lettere citate si affiancano le note di malattia e di morte nonché missive di raccomandazione giunte da dissidenti napoletani da tempo rifugiatisi a Torino, ma anche i buoni per la consegna di scarpe, camicie e pane da destinare ai "napoletani" e ai loro famigliari.

Nel fitto scambio di lettere tra Torino e Fenestelle si annotava ogni cosa, prestando attenzione all’addestramento di militari ora prigionieri.

I registri dell’ospedale di Fenestrelle, rara e inusuale struttura nell’ambito delle fortezze militari, elencavano ricoveri, decessi e cause. I trapassi si ritrovavano poi nelle fedi di morte, negli atti parrocchiali e nelle comunicazioni inviate ai vari comandi e ministeri: insomma il singolo evento rimbalzava di carta in carta sino al punto di poterlo rintracciare attraverso più fonti. 

A dicembre i borbonici furono trasferiti ai corpi di appartenenza; alcuni tornarono forse al Forte vestendo i panni, e i gradi, di fanti Cacciatori franchi. Rimasero in Fenestrelle solo alcuni militari ricoverarati in infermeria, per il freddo o la sifilide, mentre purtroppo quattro di loro morirono in seguito a malattie polmonari. La rivolta dei prigionieri borbonici del 22 agosto fu sventata poche ore prima dal suo compimento e si risolse con l’invio dei rivoltosi al Campo di S. Maurizio Canavese.

Dalla documentazione emerge una città di Fenestrelle oggi irriconoscibile: crocevia di corrieri, militari, agenti segreti e prigionieri dalla vita povera, ma romanzesca. Emerge la vicenda di un carcere politico, civile e militare molto complesso e di non facile lettura e vita; emerge il sacrificio di studenti, idealisti, combattenti libertari e prigionieri di guerra provenienti dagli Stati dell’Italia pre-unitaria.

 

Juri Bossuto

Luca Costanzo