"Se vuoi mostrarmi la libertà nel tuo paese,
non farmi visitare il tuo Parlamento,
portami a vedere le tue prigioni" (Voltaire)
http://www.papillonrebibbia.org/index.php
PRESENTAZIONE DELL'ASSOCIAZIONE
L'ASSOCIAZIONE
CULTURALE "PAPILLON REBIBBIA" -ONLUS- NASCE NEL 2001
COME LOGICO SVILUPPO DELL'ATTIVITA' SVOLTA DA UN GRUPPO DI
DETENUTI NELLA BIBLIOTECA CENTRALE DEL CARCERE DI REBIBBIA N.C.
FIN DAL 1996.
PRESENTAZIONE DELL'ASSOCIAZIONE
Ildue.it, il giornale telematico di San Vittore. Si chiama IL
DUE perché dal "Due", da piazza Filangieri 2, a
Milano, cioè dal carcere, vogliono uscire. Vogliono uscire
corpi, ma vogliono uscire anche parole e immagini. Per avere più
spazio, per dialogare con quelli che stanno fuori, per costruire
qualcosa insieme.
Per sentirsi vivi. Per farlo si sono messi insieme donne e uomini
liberi, donne e uomini prigionieri.
Perché abbia un senso, speriamo che non rimanga un monologo di
quelli che sono al Due, ma che diventi un colloquio con il mondo.
http://www.ildue.it/Home.htm
Di sconfitta in sconfitta- Mario Dellacqua
TRANQUILLI! VINCENZO GUAGLIARDO DOPO 33
ANNI RESTA IN CARCERE
di Mario Dellacqua
“Il mondo di None” 6/7 GIUGNO-LUGLIO 2009
Mensile di None TO
Questa storia non mi da pace, non interessa quasi nessuno e non ci posso fare
niente. Quando Vincenzo Guagliardo è sparito nella lotta armata, non me ne sono
accorto. Ero distratto. Quando ne è uscito passando attraverso il carcere
–ora sono una vita di 33 anni - ero ancora più distratto e le sue foto
sul giornale dietro le sbarre smuovevano al massimo la mia curiosità, ma finiva
lì. Poi vennero i suoi libri. Li ho letti e ne ho parlato su queste ospitali
colonne. Venne anche la dimessa lotta solitaria, sua e di sua moglie Nadia
Ponti, per ottenere il diritto all’affettività in carcere, condotta con
implacabile serenità, anche a costo di rinunciare ai benefici di una
legislazione che premiava i detenuti a condizione che esprimessero atti di
contrizione, esibizioni pubbliche di pentimento, richieste spettacolari di
perdono. La giustizia italiana non concesse i benefici e neppure l’affettività,
perché l’umanità del trattamento carcerario prescritta dalla Costituzione si
accontenta di considerare i detenuti ancor meno di animali rinchiusi in uno zoo.
Vincenzo e Nadia continuarono a rivendicare la loro dignità di persone senza pretese e rifiutarono persino di tentare la via della spettacolarizzazione massmediatica del loro caso. Scelsero la via del silenzio che reputarono la forma di mediazione più consona alla tragedia della quale erano stati corresponsabili.
Perciò i giudici del Tribunale di Sorveglianza di Roma respinsero nel
settembre scorso la prima istanza di liberazione condizionale: Guagliardo era
colpevole della “scelta consapevole di non prendere contatti con i
familiari delle vittime”.
Ma un incontro era avvenuto nel 2005, come Sabina Rossa ha testimoniato in un
libro uscito ben prima che la figlia dell’operaio comunista ucciso a Genova
nel 1979 diventasse parlamentare del PD.
Semplicemente avvenne senza chiamare Bruno Vespa (senza la benedizione
televisiva del quale anche i fatti accaduti sono revocati), perché Vincenzo e
Nadia non volevano che un così drammatico faccia a faccia apparisse “merce
strumentale a interessi individuali, simulazione e perciò ulteriore offesa.”
L’onorevole Rossa, anzi, si rivolse spontaneamente al magistrato di
sorveglianza, riferì dell’avvenuto colloquio, chiese la liberazione dei due
detenuti e presentò addirittura una proposta di legge che non subordinava la
concessione della condizionale alla imponderabile verifica pubblica della sfera
interiore del detenuto come prova dell’autenticità del ravvedimento. Ma i
giudici non si sono accontentati e ad aprile hanno respinto per la seconda volta
la richiesta di Guagliardo. Non bastano più i contatti con le persone offese:
ora si decide che essi assumono “valenza determinante” solo se “accompagnati
dall’esternazione sincera e disinteressata”. Poco importa se Sabina
Rossa, la figlia della vittima, ha chiesto la liberazione del condannato
all’ergastolo dopo 33 anni di carcere: la sua è una “manifestazione isolata
non rappresentativa delle persone offese”.
Anche noi anarchici siamo tenuti a rispettare la giustizia e le sentenze di uno
Stato che non amiamo, ma nessuno ci toglierà dalla testa che “il tema del
perdono –come scrive il giornale comunista Liberazione del 15
aprile scorso – o meglio la mediazione riparatrice o riconciliatrice,
attiene alla sfera privata, non a quella dello Stato.” Lo Stato democratico,
se non vuole diventare Stato etico, non dovrebbe spoliticizzare il pubblico e
politicizzare il privato: piuttosto dovrebbe, come stabilisce la Costituzione,
misurare se le pene inflitte – che non devono essere contrarie al senso di
umanità – hanno raggiunto l’obiettivo della rieducazione del condannato al
quale devono sempre tendere (art. 27).
La lotta di Nadia e Vincenzo continua con esemplare e magistrale serenità: essa non cancella l’inamovibile tormento, ma lo scioglie e lo distribuisce sotto forma di una domanda e di un’offerta di umanità che colpisce e turba anche i distratti come me, sempre impegnati in cose più importanti, che non so quanto siano effettivamente più importanti.