I 35 giorni che sconvolsero il futuro
LORIS CAMPETTI
A
Sarebbe una sciocchezza spiegare le ragioni dello stato di cose
presenti solo con la sconfitta subita a Torino vent'anni fa dai
lavoratori della Fiat. In fondo, i 35 giorni e l'esito
dell'ultima grande lotta operaia stanno dentro un processo
politico, sociale e culturale iniziato anni prima e uno scenario
internazionale in rapidissima trasformazione. Ma è suicida,
continuare a rimuovere quella sconfitta, dopo aver fatto finta
per vent'anni che non di sconfitta si trattasse, ma quasi di una
vittoria. Il titolo e il sottotitolo del libro di Gabriele Polo e
Claudio Sabattini in libreria questa settimana -
"Restaurazione italiana/ Fiat, la sconfitta operaia
dell'autunno 1980: all'origine della controrivoluzione
liberista" - prende nettamente posizione e offre una chiave
di lettura coraggiosa e in netta controtendenza di quel che è
successo vent'anni fa ai cancelli di Mirafiori e nei palazzi
romani. E degli effetti nella società e nella politica italiane
di quella sconfitta. Colpiscono, e convincono, le parole del
segretario generale della Fiom di oggi, quel Sabattini che ha
vissuto sulla pelle la battaglia di Torino, subendone l'esito:
"Quell'esito non era scontato", non era scritto nelle
cose, poteva finire diversamente. E chi quella battaglia ha
combattuto non era un estremista, un visionario, un morto
vivente. I 35 giorni di presidio dei cancelli andavano vissuti, e
anzi i protagonisti erano lavoratori realisti che avevano
perfettamente capito, in solitudine, la posta in gioco. "Se
si perde qui si perderà in tutt'Italia", era l'adagio
ripetuto per 35 giorni in tutti gli interventi. Forse soltanto
oggi, vent'anni dopo, si capisce fino in fondo che quelle tute
blu che alzavano il ritratto di Karl Marx alla porta 5 di
Mirafiori - gesto solidale e presuntuoso nei confronti di quegli
operai che, in Polonia, portavano in corteo la madonna di
Cestokova. "Stettino Carmagnola la lotta è una sola",
si gridava - avevano visto giusto, avevano ragione. Quando sono
stati lasciati soli dalle confederazioni sindacali, e alla fine
dagli altri lavoratori e dalla città, hanno perso l'egemonia e
la battaglia. Ma la sinistra e il sindacato che a quell'esito
hanno dato il loro contributo, hanno perso la guerra.
Il 1980 inizia alla Fiat un anno prima, così come il '69 operaio
a Torino era cominciato nel '68 con gli scontri di corso Traiano.
Il 1979 è l'anno dell'ultimo grande contratto dei metalmeccanici
vinto dai lavoratori e per molti versi, vinto proprio a Torino,
alla Fiat. Val la pena ricordare quest'aspetto, che riporta alla
centralità delle tute blu di Mirafiori, un punto di forza nei
momenti positivi che poteva rivoltarsi nel suo opposto, com'è
avvenuto durante i 35 giorni dell'80: Sabattini e Polo che lo
intervista si soffermano sul rapporto d'amore e odio dell'insieme
dei lavoratori italiani nei confronti delle
"avanguardie" della Fiat, il cuore del movimento, il
punto di riferimento obbligato in ogni lotta e di ogni
elaborazione: i delegati della Fiat, quelli che si erano
inventato il controllo operaio e la validazione consensuale,
quelli che pretendendo di estendere il loro modello e la loro
egemonia dalla fabbrica alla società. Quelli per cui le regole,
le leggi, i criteri, il mac (massimo di concentrazione
accettabile della nocività, delle polveri, del rumore) andavano
rispettati solo se coincidevano con gli interessi materiali dei
lavoratori, altrimenti dovevano essere ricontrattati. Al primo
posto, per quei duemila delegati del consiglione che spesero
tutto nell'ultima battaglia, c'era la salute dei lavoratori, non
il tasso di redditività dell'azienda. Così è successo che quel
faro, su cui le organizzazioni sindacali continuavano a gettare
lenzuola per ridurne la luminosità, diventasse accecante anche
per molta parte del movimento operaio italiano, non più disposto
a giocarsi la pelle, cioè il potere, sulle sorti dei torinesi.
Il contratto del '79, dunque. Il punto più alto del potere
operaio ma al tempo stesso quasi un colpo di coda (velenoso per
la vittima) di uno scorpione braccato. "Hanno chiesto
troppo, si sono spinte troppo in là quelle avanguardie",
rimbomba il coro di chi a sinistra, almeno dalla svolta dell'Eur,
ha deciso che la ricreazione è finita. Altri, sempre da questa
parte della barricata, denunciano che con l'assunzione attraverso
il collocamento si è "raschiato il fondo del barile".
E nel fondo, si sa, c'è di tutto, il peggio. Invalidi, donne,
c'è l'alterità di una nuova classe operaia fuori dai canoni -
orecchino e baci appassionanti nelle assemblee, anche le più
drammatiche come l'ultima dei 35 giorni, allo Smeraldo - ma anche
il conflitto a volte violento. E siccome conflitto uguale
violenza uguale terrorismo, ecco che il teorema si completa, il
cerchio si chiude. C'è poi tanta differenza tra i terroristi che
sparano a Ghiglieno e i delegati di Mirafiori, che bloccano e
sequestrano i tram per strappare il contratto e invadere la
città, una Torino ancora indecisa da che parte stare?
La vendetta della Fiat inizia proprio nel '79, ci ricorda
"Restaurazione italiana", con la criminalizzazione dei
cabinisti. I cabinisti erano operai della verniciatura di
Mirafiori che si rifiutavano di subire passivamente la
ristrutturazione mediante l'introduzione delle cabine di
verniciatura, a cui avrebbero dovuto immolare il tempo della
pausa, tempo di vita. Sconfitti quei "luddisti", andava
dato l'affondo e al tempo stesso restituita un po' di fiducia al
popolo dei capi che si sentivano abbandonati dall'azienda, soli,
sottoposti a una crescente pressione operaia e contemporaneamente
(perché di fatti diversi stiamo parlando) nel mirino del
terrorismo. Così arrivano i 61 licenziamenti. E' interessante la
lettura che offre Sabattini di una fabbrica sgovernata, dove
insieme alla fiducia dei capi è venuto meno il loro ruolo,
dunque il loro intervento sulla produzione e sulla qualità con
effetti facilmente intuibili. I 61, "in odore di
terrorismo", vinceranno quasi tutti le cause alla pretura
del lavoro, ma nessuno di loro riuscirà a rimettere piede in
fabbrica, né il sindacato fece molto perché ciò potesse
avvenire. La Fiat spiega che i 61 venniero licenziati e non
denunciati alla magistratura perché non c'erano prove della loro
militanza terroristica. Ma si spiegò che non era molto diverso
dall'atto terroristico il corteo operaio che attraversava le
officine costringendo il capo a sfilare in testa con la bandiera
rossa in mano. Non il terrorismo ma il potere operaio conquistato
in fabbrica doveva essere spazzato via, e infine avvenne, per
nemesi storica, che quel potere venisse spazzato via
definitivamente un anno dopo proprio da un corteo, il corteo dei
capi, la cosiddetta marcia dei 40 mila che fornì alle
confederazioni l'occasione per archiviare la vertenza, e
l'esperienza torinese.
La prima parte del libro è una ricostruzione puntigliosa dei 35
giorni di lotta, con un occhio sugli antefatti e un altro sulle
conseguenze di un accordo che cacciò per sempre dalla fabbrica
migliaia e migliaia di operai, i più forti e i più deboli:
militanti sindacali e avanguardie, ma anche donne, giovani
ingovernabili, invalidi, malati. Una scelta accurata, quella
fatta dalla Fiat, che rispondeva a due esigenze, una politica
(riprendere in mano tutto il potere perduto negli anni Settanta),
e l'altra "produttiva", dato che doveva essere
ristabilito il dominio dell'azienda. Alla riunione del
Consiglione al cinema Smeraldo, l'indomani della marcia dei capi,
negli interventi rabbiosi e disperati di chi tentava di impedire
un accordo fatto a Roma e il cui testo era stato scritto
personalmente da Cesare Romiti (per volere di Luciano Lama), la
preveggenza operaia racconta di un futuro fatto di squadre senza
delegati e di delegati senza più squadre. E questo clima si
ritrova per intero sia nella prima parte del libro che
nell'intervista a Claudio Sabattini. Che insiste: poteva finire
diversamente. La marcia dei capi guidati da Arisio e pagati da
Agnelli fu un trauma vero, a cui era ancora possibile rispondere.
Altri, sulla pelle del popolo dei cancelli, decisero che la
ricreazione era davvero finita. Nel frattempo, e nel cuore dei 35
giorni, era caduto il governo Cossiga, Romiti e Annibaldi avevano
finto un gesto di apertura ritirando i 14 mila licenziamenti
sostituendoli con una lista di 24 mila operai da mettere in cassa
integrazione a zero ore, licenziamenti sicuri. "L'unica
soluzione è la rotazione": su questa ipotesi, o meglio su
una sua variante più favorevole alla Fiat ma tollerabile per i
lavoratori, si era persino arrivati a un accordo segreto tra
confederazioni e direzione Fiat, ma la marcia dei 40 mila - meno
della metà, sempre troppi per negare la perdita di egemonia a
Torino e ai cancelli, perché la pubblicazione della lista di
proscrizione aveva indebolito anche la comunità di Mirafiori -
convinse Cgil, Cisl e Uil a dare carta e penna a Romiti (il Pci
torinese era già deciso da giorni a chiudere quell'esperienza, e
Berlinguer ai cancelli era poco più di un ricordo). Erano i
giorni in cui Romiti girava in automobile in incognito intorno a
Mirafiori, e osservando i presidi operai notturni, i canti, i
bottiglioni di vino, capì che avrebbe potuto vincere lui,
perché chi canta e si diverte in un momento drammatico non può
essere un operaio della Fiat, piuttosto un professionista del
sindacato. Romiti ha effett
ivamente vinto, ma non aveva capito niente. Qualcuno dovrebbe
spiegargli il senso di una lotta operaia, o le forme di
socialità e di solidarietà della comunità che la combatte.
Una lotta di resistenza, raccontata con passione e senza
pentimenti. Una lotta lungimirante per impedire che succedesse
quel che è successo. Il taglio del libro rispecchia la biografia
(pulita) dei suoi autori, lontani dai due opposti schemi che
spiegano tutto o con il tradimento dei gruppi dirigenti, oppure
con l'ineluttabilità della storia e del suo esito. A differenza
da quel che avvenne dopo la sconfitta degli anni '50, oggi in
molti si sono dissociati da se stessi e dalle proprie scelte di
vent'anni fa. Inoltre, la sconfitta degli anni Cinquanta fu
eleborata, capita, e il sindacato potè ripartire (dalle
condizioni di lavoro), mentre la sconfitta dell'80 è stata
negata, o rimossa. E pensare che anche oggi bisognerebbe
ripartire dalle condizioni di lavoro, ci suggerisce Sabattini.
Una terza differenza consiste nel fatto che le avanguardie degli
anni Cinquanta divennero dirigenti nazionali della sinistra e del
movimento operaio, quelle di vent'anni fa, con rare eccezioni,
sono state cancellate. E a chi scrive resta un dubbio: fecero
bene quei tre giornalisti che, al termine delle assemblee a
Mirafiori che bocciarono un accordo "approvato a grande
maggioranza", salvarono Giorgio Benvenuto dal linciaggio,
infilandolo in un'auto e portandolo a bere un doppio whisky alla
Tinera?