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(Pubblicato nel 2005 su "Eguaglianza e libertà"). Che
strano, a volte. Ti giri da una parte e vedi un'Italia che tira
il fiato per lo scampato pericolo. "Il rischio della
democrazia italiana, privata di televisioni e intimidita
gravemente nei giornali, era rappresentato da una persona
sola", dal "potere troppo grande, troppo arbitrario,
troppo circondato di silenzio, di Silvio Berlusconi". Ora,
per fortuna, "il predominio e la prepotenza di un uomo
solo" senza del quale "a destra non c'è niente di cui
vale la pena occuparsi" sta per finire e "la missione
è compiuta".C'è da augurarsi che l'ottimismo di Furio
Colombo, straripante dalle colonne de L'Unità del 17 aprile
2005, sia fondato. Ma se ti giri dall'altra parte, non sei più
così sicuro che esista "un solo grande problema".
Se si legge la raccolta di scritti che Bruno Trentin ha da poco
consegnato agli Editori Riuniti con l'inquietante titolo
"La libertà viene prima", ci troviamo di fronte ad
un'altra Italia. Il Paese che l'ex-direttore dell'Unità vede
liberato grazie al tracollo irreversibile della leadership di
Berlusconi, per l'ex-segretario generale della Cgil è invece
pieno di problemi fin sopra i capelli. E il centro-sinistra ha
poco da stare allegro e molte ragioni per rimboccarsi le maniche
d'urgenza.
Trentin forza una porta per troppi anni rimasta blindata, quando
spiega che per più di un secolo il movimento operaio ha
affidato al conflitto distributivo per una migliore ripartizione
della ricchezza il potere automatico di rispondere nella
fabbrica socialista alle aspirazioni di libertà della persona
umana. Già questo è un bel filo da torcere per una generazioni
di intellettuali, di ricercatori, di militanti e di dirigenti
politici che abbiano la testa sul collo e sappiano tenerla alta
indipendentemente dall'uditorio che incrociano.
Ma Trentin non si accontenta di discutere l'argomento con Pino
Ferraris e di esaminare le tormentate risposte che il movimento
sindacale ha cercato di offrire all'antico problema della
partecipazione dei lavoratori alla gestione delle aziende:
consigli di gestione nella tradizione socialista e comunista,
azionariato popolare nel pensiero cattolico o diritti di
informazione alla scuola della Flm nei contratti nazionali del
1976? Per l'oggi, egli denuncia "l'assenza di un
progetto" e, aprendo una porta sfondata, lo afferma anche a
costo di vestire i panni del dirigente di prestigio ieri
riverito e oggi studiosamente emarginato dagli stati maggiori.
In effetti, il dente è avvelenato. Ce n'è un po' per tutti.
Per quattro volte, prima il Pds e poi i Ds hanno tentato di
formulare documenti programmatici, ma poi hanno praticamente
lasciato morire il cimento perché non vogliono lasciarsi
imprigionare preventivamente in un trasparente patto con gli
elettori. Preferiscono decidere sentendo l'aria che tira.
Recitano a soggetto e rifiutano di volare alto. Sono provinciali
perché mostrano "flebile interesse per qualche proposta di
riforma" solo se costituisce "il pretesto per parlare
dei conflitti tra i leader e decifrare" ciò che ci sta
dietro. Rivelano di dipendere ancora troppo da una cultura del
trasformismo che riconosce come un valore e non come una
necessità la capacità di adattamento mimetico della politica
alle circostanze. Di qui a sommare per ragioni puramente
elettorali delle priorità tra loro contraddittorie, il passo è
breve.
Trentin ha il dente avvelenato con Michele Salvati, perché dice
di non aver "trovato nulla" nel "Manifesto per
l'Italia" elaborato dalla Convenzione programmatica
organizzata dai Ds a Milano. Poi non perdona l'esercito degli
ideologi che hanno visto la "fine del lavoro" nelle
grandi trasformazioni subite dagli assetti produttivi con il
crollo del fordismo. Al contrario, si trattava di un'espansione
su scala mondiale di tutte le forme di lavoro che fanno della
persona che lavora pensando una tendenza che unifica un mondo
disarticolato dal proliferare di nuove figure sociali, di cento
condizioni contrattuali, di sfuggenti soggettività culturali.
Con la variopinta area del massimalismo, Trentin affonda la
motosega e non il coltello nella ferita. Gli intellettuali
d'assalto che contavano di dare una spallata al sistema con il
"più uno!" delle rivendicazioni salariali hanno fatto
una brutta fine e non ne prendono ancora atto. Continuano ad
agitare le bandiere della protesta e ad impiegare linguaggi
intransigenti, ma sono ridotti a fiancheggiare l'opera difensiva
di quanti cercano nelle pieghe del welfare il risarcimento di
poteri ormai travolti all'interno delle imprese. Con proterva
superficialità - e senza uno straccio di successiva riflessione
- sono state allegramente archiviate dai loro stessi sostenitori
le 35 ore per via legislativa. Senza alcuna popolarità e senza
una sola ora di sciopero erano come gli aumenti uguali per tutti
che Trentin osteggiò e accettò a malincuore persino alla
vigilia dell'autunno caldo quando era segretario generale della
Fiom. Quella cultura dura a morire nega le trasformazioni e
rifiuta di governarle per non sporcarsi le mani. Al massimo (che
poi è il minimo) aspetta che esplodano nella speranza di
guadagnare la liberazione di energie antagonistiche da spendere
non si sa bene dove e come.
Infine Trentin critica quella sinistra succube dell'egemonia
neoliberale che propone senza ritegno per l'oggi la riduzione
del salario contrattuale ai nuovi assunti e per il domani la
riduzione dei trattamenti pensionistici. L'ex leader della Cgil
polemizza anche con Rosy Bindi, Tiziano Treu e Francesco Rutelli.
Egli sostiene che la salute dei conti dell'INPS presuppone
l'aumento della popolazione attiva e, necessariamente, passa
attraverso il prolungamento incentivato dell'attività
lavorativa: una strada già battuta con successo nei paesi
scandinavi dove lavora il 70 per cento degli ultra55enni, mentre
in Italia siamo fermi al 30 per cento.
Ma per fare ciò occorre una politica della formazione e
dell'aggiornamento professionale capace di investire tutto
l'arco della vita, di riqualificare i lavoratori anziani e di
tutelarli con la mobilità verso altri impieghi quando le
aziende ristrutturano, ridimensionano gli organici o addirittura
chiudono. Insomma, è vero che l'istruzione costa cara, ma un
paese moderno che vuole affrontare le sfide dell'economia
globalizzata sa che quanto si risparmia con la diffusione
sociale dell'ignoranza porta prima al degrado e poi alla rovina.
Può darsi che le elaborazioni di Trentin facciano venire
l'orticaria come è successo a qualche esponente diessino
turbato dalle invettive di Furio Colombo contro "il
regime" berlusconiano. Non c'è dubbio, però, che i suoi
interrogativi pretendono una risposta d'urgenza, non perché ce
lo chiede Trentin, ma perché la grande domanda di unità che ha
animato i primi passi della federazione dell'Ulivo e i recenti
successi dell'Unione sono anche domande di coerenza. Meglio
prenderle sul serio per evitare l'orticaria e qualche altra più
grave malattia.
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