|
Savoia, Borboni,brigantaggio e deportazione: nelle carceri piemontesi del 1860 e seguito, ventimila soldati e briganti meridionali, alcune centinaia nel forte di Fenestrelle |
||
youtube http://www.youtube.com/watch?v=qZGN4vEyjCg
italia1861_liberazione.pdf
speciale
|
||
| La guerra al brigantaggio. Del
Boca virgoletta la parola “brigantaggio”: perché? Perché nelle
regioni interessate al fenomeno, spiega, i briganti erano “un’infima
minoranza, anche se aggressiva e crudele”. Chi, dunque, nel Meridione,
combatteva contro la nuova Italia sabauda? “Almeno 10mila soldati
dell’esercito borbonico (…), migliaia di braccianti senza terra e
paesani che rifiutavano la leva obbligatoria e gli inasprimenti fiscali”
(p. 57). Il movimento eversivo era nato in Basilicata nel 1861; s’era
esteso in Irpinia, Sannio, Molise, Abruzzo, Puglia, Capitanata e Terra del
lavoro. Si componeva, secondo alcune stime riferite da Del Boca, di 80mila
gregari divisi in circa 400 bande. I soldati impiegati dai Savoia nella
repressione passarono da 15mila a 116mila nel 1863.
Queste bande erano capaci di occupare villaggi e cittadine per giorni interi, uccidendo o sequestrando i liberali; tendevano a esibire le bianche bandiere dei Borboni. In cambio, le esecuzioni dei briganti avvenivano, tendenzialmente, nella piazza principale del paese. Perché tutti potessero vedere. Spesso, non erano nemmeno precedute da regolare processo. La guerra durò circa dieci anni, fino al 1870. Non mancarono episodi di violenza assoluta e gratuita per mano sabauda, come i massacri di Pontelandolfo e Casalduni, completi di saccheggio e stupri (p. 62): nascevano per rappresaglia, costituirono un focolaio d’odio. Sembra che i morti furono alcune centinaia; le fonti dell’epoca parlano di 164 persone. Non ci fu nessun processo. Del Boca sostiene che si trattò di una guerra civile, insabbiata nei libri di scuola: “Non un cenno alla grande alleanza politica tra le classi dominanti del Nord e i latifondisti del Sud, a tutto danno delle classi subalterne”, chiosa. Insomma: ribelli, non briganti. Così andrebbero chiamati nei libri di storia. Sembra che abbiano perduto la vita, nei primi 5 anni di guerra al “brigantaggio”, 5212 persone; 5044 furono gli arrestati e 3597 gli arresi all’autorità (pp. 65-66); secondo altre fonti (Carlo Alianello, “La conquista del Sud”), furono, in assoluto, 9860 i fucilati, 10.604 i feriti, 13.629 gli arrestati, a fronte di “alcune migliaia di morti” tra i soldati sabaudi. I briganti avevano infatti disposizione di uccidere, scannare e massacrare i prigionieri nemici, per impressionare i loro commilitoni.
http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/GdM_dallapuglia_NOTIZIA_01.php?IDNotizia=275667&IDCategoria=1
eco del chisone 5.5.2010
La Guantanamo dei
Piemontesi
Nel 1868 un piano del governo per deportare i briganti all'estero
"Porteremo tutti i criminali meridionali in Patagonia o nel Borneo"
Di RAPHAEL ZANOTTI
Tutti i criminali meridionali dovrebbero essere deportati in un luogo disabitato e lontano migliaia di chilometri dal Belpaese. In Patagonia, per esempio». Non si tratta dell’ultima provocazione leghista. E nemmeno di qualche folkloristica proposta proveniente dal profondo Nord. Intenzioni e progetto portano la firma di un presidente del consiglio italiano: Luigi Federico Menabrea. Siamo nel 1868, l’Italia unita muove i suoi primi passi e deve affrontare un problema enorme: il brigantaggio al Sud. Nemmeno la pena di morte sembra dissuadere i briganti, che sempre più numerosi si riuniscono in bande. Così il governo italiano decide di cambiare strategia: deportare i briganti dall’altra parte del pianeta, in modo da recidere affetti e rapporto con il territorio. Un progetto perseguito per oltre dieci anni e che fallì solo per la ritrosia dei Paesi stranieri a cedere aree per impiantare una colonia penale per meridionali italiani. Deportazione di massa A rendere pubblico il piano di deportazione è stata la «Gazzetta del Mezzogiorno». Il giornale di Bari ha rintracciato il progetto della «Guantanamo» piemontese nei documenti diplomatici conservati all’Archivio storico della Farnesina. Secondo le carte, il presidente Menabrea provò prima a sondare gli inglesi, chiedendo loro un’area nel Mar Rosso, senza riuscirci. Quindi, il 16 settembre del 1868, il capo del governo italiano contatta il ministro della Croce a Buenos Aires, perché domandi al governo argentino la disponibilità di una zona «nelle regioni dell’America del Sud e più particolarmente in quelle bagnate dal Rio Negro, che i geografi indicano come limite fra i territori dell’Argentina e le regioni deserte della Patagonia». Anche questo secondo tentativo, oerò, si trasforma in un buco nell’acqua, perché tre mesi più tardi, il 10 dicembre, Menabrea è già all’opera per trovare soluzioni alternative. Contatta il console generale a Tunisi, Luigi Pinna, e gli chiede di «studiare la possibilità di stabilire in Tunisia una colonia penitenziaria italiana». Ma anche i tunisini oppongono un no. A questo punto Menabrea ritorna alla carica con gli inglesi. Prima chiede loro di poter costruire un «carcere per meridionali» sull’isola di Socotra (tra la Somalia e lo Yemen), quindi domanda loro di farsi perlomeno da tramite con l’Olanda, perché conceda un’autorizzazione identica per un’area del Borneo. Menabrea e il governo italiano sono assolutamente convinti della necessità di deportare i criminali del Sud. Il senatore Giovanni Visconti Venosta, più volte ministro degli Esteri, incontrando il ministro d’Inghilterra sir Bartle Frere, si spingerà a dirgli: «Presso le nostre impressionabili popolazioni del Mezzogiorno la pena della deportazione colpisce più le fantasie e atterrisce più della stessa pena di morte». È l’idea di abbandonare la famiglia, il Paese natale, il deterrente che il governo considera la carta giusta per sconfiggere il brigantaggio. Tanto più che in quegli anni sta nascendo il mito di alcune figure come Carmine Crocco, detto Donatelli, brigante che riesce a riunire intorno a sé una banda composta di almeno 2500 uomini e che viene visto come un eroe dalla popolazione locale. Centro penitenziario Le istanze del governo italiano, però, cadono nel vuoto. Il 3 gennaio 1872 il governo inglese fa sapere di non vedere di buon occhio la creazione di un centro penitenziario per i meridionali italiani. Il 20 dicembre di quell’anno anche l’Olanda si defila: concentrare criminali italiani in un luogo circoscritto viene visto come un problema per la sicurezza interna. Gli ultimi tentativi risalgono al 1873. Il lombardo Carlo Cadorna, ministro a Londra, prende contatto con il conte Granville, ministro degli Esteri inglese, ancora per il Borneo. E ancora una volta, da Londra, arriva un rifiuto.
Fonte:La
Stampa del 12/102009
Ed è proprio nelle galere di Fenestrelle che i soldati napoletani il 22 agosto 1861, davanti alla terrorizzante prospettiva di dover trascorrere tra quelle mura la gelida stagione incombente, organizzano una vasta ribellione che viene scoperta solo pochissime ore prima del suo deflagrare. Ne seguono durissime repressioni e reiterati tentativi di convincere i riottosi a farsi incorporare nel nuovo esercito anche se i risultati paiono assai scarsi. In effetti, nonostante la proclamazione del Regno che unisce tutti gli italiani sotto lo stesso re, assai poco sembra cambiato rispetto a quanto, diversi mesi prima, nel novembre del 1860, il generale La Marmora, reduce da un'ispezione tra i borbonici imprigionati nel Castello Sforzesco di Milano, scrive a Cavour: «I prigionieri napoletani dimostrano un pessimo spirito. Di 1600 che si trovano a Milano non arriveranno a 100 quelli che acconsentono a prendere servizio ... Ieri a taluni che con arroganza pretendevano il diritto di andare a casa perché non volevano prestare un nuovo giuramento, avendo giurato fedeltà a Francesco II, gli rinfacciai altamente che per il loro Re erano scappati e ora per la Patria comune, e per il Re eletto, si rifiutano di servire, che erano un branco di carogne, che avremmo trovato il modo di metterli alla ragione». E Fenestrelle, come si e visto, è uno di questi modi.
I prigionieri deportati qui subirono il trattamento più feroce. Vi furono rinchiusi, palla di 16 (sedici) chili al piede, migliaia di soldati napoletani ed insorgenti la cui aspettativa di vita, per la durezza del clima ed il disumano trattamento, non superava di norma i tre mesi. I
detenuti erano appena coperti da cenci di tela, potevano mangiare una
sozza brodaglia con un po' di pane nero raffermo e subivano trattamenti
veramente bestiali ed ogni tipo di nefandezze fisiche e morali. Vennero anche smontati i vetri e gli infissi per "rieducare" con il freddo i segregati. La "liberazione" avveniva solo con la morte ed i corpi (non erano ancora in uso i forni crematori) venivano disciolti nella calce viva collocata in una grande vasca situata nel retro della chiesa che sorgeva all'ingresso del Forte. Una morte senza onore, senza tombe, senza lapidi e senza ricordo, affinché non restassero tracce dei misfatti compiuti. Sull'architrave del portale d'ingresso di Fenestrelle ancora oggi si può leggere l'iscrizione scolpita: "Ognuno vale non in quanto è, ma in quanto produce". http://blog.libero.it/insorgente/7822284.html
di Valerio Rizzo (Brigante Lucano)
Il primo campo di sterminio dell’era moderna era piemontese e vi morirono migliaia di soldati delle Due Sicilie All’entrata le parole: Ognuno vale non in quanto è, ma in quanto produce Gli storici continuano a voler ignorare una storia piena di dolore, disperazione e di morte che da quasi 150 anni aspetta di essere scritta sui testi scolastici. L’esempio piú emblematico di questa continua censura storica è il Lager di Finestrelle. Ma facciamo un piccolo passo indietro, cosa ha comportato l’Unità d’Italia? Le cifre ufficiali, anche se molto sottovalutate, sono terrificanti: 5212 condanne a morte, 6564 arresti, 54 paesi rasi al suolo, 1 milione di morti. Una vera e propria repressione consumata all’indomani dell’Unità d’Italia dai Savoia e forse la si può definire come la prima pulizia etnica dell’epoca moderna, operata sulle popolazioni meridionali, dettata dalla Legge Pica, promulgata dal governo Minghetti. Se queste argomentazioni ci indignano, niente può farci venire il
ribrezzo piú delle vicende che hanno coinvolto il forte di Fenestrelle
dal 1860 al 1870. Ma tutto ciò continua ad essere ignorato dalle menti illustri della storiografia “ufficiale” italiana e dai letterati; addirittura sul sito dell’Amministrazione Provinciale la fortezza viene presentata come “Monumento simbolo della Provincia di Torino“ (con tanto di foto in notturna per decantarne implicitamente la bellezza), mentre sul sito ufficiale del Forte, si invita alla devoluzione del 5 per mille! Sempre sul sito De Amicis scrive: È la pura esaltazione dell’inferno! Ora immaginate se invece di Fenestrelle si parlasse di Auschwitz , e con in mente il nome del famoso lager nazista rileggete le parole di De Amicis appena sopra riportate!! Noi popolo meridionale abbiamo l’obbligo morale di dire tutte le verità sulla cieca e razzista politica di aggressione che i Savoia e i Piemontesi hanno fatto nelle nostre meravigliose regioni! Di seguito riporterò la vera storia, quella che non troverete mai nei testi scolastici dei vostri figli, leggetela con attenzione e con una lacrima nel cuore, come quella che avevo io mentre la trascrivevo. Fenestrelle, storia di un lager sconosciuto“Ognuno vale non in quanto è, ma in quanto produce”. Laceri e poco nutriti passavano le giornate standosene appoggiati ai
muraglioni nel tentativo disperato di catturare i timidi raggi di sole
invernali, e chissà che in quei momenti non ricordassero con nostalgia il
calore di climi piú mediterranei. Valerio Rizzo BIBLIOGRAFIA Alianello C. La conquista del Sud. Rusconi Editore. La Repubblica 07/08/2007 MASSIMO NOVELLI Tra le mura di Fenestrelle il lager di Re VittorioNella fortezza il ricordo dei prigionieri borbonici Una pagina crudele fatta di fame, stenti, malattie e non si sa quanti morti Dopo il 1861 deportati in Piemonte i soldati fedeli al Papa e a Francesco IIAncora oggi non si sa quanti ne vennero imprigionati né, tantomeno, quanti di loro vi morirono di fame, di stenti, di freddo e di malattie tra il 1861 e gli anni successivi. Quella dei militari borbonici e papalini incarcerati dopo l' Unità d' Italia nei forti settecenteschi di Fenestrelle, in alta Val Chisone, ma pure a Lombardore, a San Maurizio Canavese e ad Alessandria, è stata per molto più di un secolo una pagina cancellata delle vicende del Risorgimento. Comprensibile, d' altronde, se la storia la scrivono i vincitori, il che succede al termine di ogni guerra civile. Perché i campi di concentramento per i soldati «napolitani», rei di non avere voluto arruolarsi nell' esercito sabaudo e di essere rimasti fedeli a Francesco II e al Papa, sono un capitolo piuttosto imbarazzante e brutale come aveva già denunciato all' epoca il duca di Maddaloni, un liberale che andava controcorrente: «Ma che dico io di un governo che strappa dal seno delle loro famiglie tanti vecchi generali, tanti onorati officiali sol per sospetto che nudrissero amore per il loro Re sventurato, e rilegargli a vivere nella fortezza di Alessandria, e in altre inospiti terre del Piemonte?». Ce n' è voluto di tempo affinché la memoria dei prigionieri di guerra del Regno delle Due Sicilie e degli Stati della Chiesa venisse riportata alla luce. E, grazie agli studi di alcuni storici, da Roberto Gremmo (che nel ' 95 si occupò su Storia ribelle, tra i primi, dei campi di prigionia di Lombardore e di Fenestrelle) a Fulvio Izzo (autore del libro I lager dei Savoia), alla rivista L' Alfiere, si arrivasse persino a commemorarli come accade dal 2000 proprio nel peraltro magnifico complesso fortificato di Fenestrelle, in virtù dell' iniziativa promossa dall' associazione «LargodiPalazzo». Eppure a ben cercare negli archivi, se si avesse voluto farlo, a cominciare dalle carte del conte di Cavour e proseguendo con la stampa piemontese, citata ampiamente da Gremmo nel suo saggio, ci si sarebbe imbattuti nelle tracce del sangue e del calvario dei vinti del Risorgimento. Vale a dire di quegli uomini che il giornale torinese L' Armonia, nell' ottobre 1861, descriveva così: «A quanto pare, i Napoletani non si lavano ancora a sufficienza del loro lezzo». è incerto il numero delle vittime dei «lager» di Vittorio Emanuele II. Per Fenestrelle, ha scritto Francesco Maurizio Di Giovine sul sito www. politicaonline. net, «le cronache locali parlano di migliaia di soldati prigionieri morti ma non registrati. I loro corpi venivano gettati, "per motivi igienici", nella calce viva collocata in una grande vasca situata sul retro della chiesa che sorgeva all' ingresso del Forte. Il personale del Forte conferma ancora oggi l' esistenza della vasca». A Fenestrelle, però, «funzionava anche un ospedale da campo dove furono ricoverati alcuni prigionieri. Coloro che morirono nell' ospedale vennero annotati nel libro dei morti di Fenestrelle e la Provvidenza ha permesso che alcune annate del libro parrocchiale dei morti si sia potuto consultare, anche se molto velocemente». è riaffiorato pertanto il nome di qualcuno di loro. Sono nomi e cognomi di ragazzi, soprattutto dai ventuno ai ventisette anni, che provenivano da Chieti, da Isernia, da Napoli, da Avellino, da Barletta, da Lecce, da Paola, da Cosenza. Magari alcuni avevano sognato una rivincita impossibile nell' agosto del 1861, durante la preparazione della congiura che, se fa fede L' Eco delle Alpi Cozie menzionato da Gremmo, avrebbe dovuto spingere i soldati del Sud «a impadronirsi del forte di Fenestrelle e da prigionieri diventare carcerieri». Ma la cospirazione, a causa di una soffiata, naufragò. E di quei fedeli «napolitani» si perse ogni ricordo. Soltanto pochi, e tra questi il duca di Maddaloni, ebbero il coraggio di rompere il silenzio nei loro confronti: «Loro delitto fu il militare per la Corona, allora che re Francesco II combatteva per essa sulle riviere del Volturno e del Garigliano, o fra le mura di Gaeta, e lo averlo seguito a Roma nell' infortunio? (...) Sono essi trattati peggio che i galeotti. Qual delitto hanno commesso eglino, perché il governo piemontese abbia a spinger tanto lusso di crudeltà? Perché abbia a torturare con la fame e con l' inerzia e la prigione uomini nati in Italia come noi?».
FENESTRELLE - Secondo il Comitato nazionale delle Due Sicilie furono più
di ventiseimila i deportati meridionali che finirono i loro giorni nella
fortezza di Fenestrelle. Altre fonti ne indicano qualche centinaio.
Soldati e ufficiali che si erano rifiutati di rinnegare il proprio re per
seguire quello sabaudo e semplici civili borbonici catturati con l'accusa
di brigantaggio. È questa la versione meno nota della storia dell'Unità
d'Italia che sarà commemorata venerdì 7 ore 16 al forte S. Carlo. Ne
parla in un suo libro il presidente dell'Ordine dei giornalisti Lorenzo
Del Boca, che aggiunge: «Non uccidiamoli anche nel ricordo». http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/GdM_dallapuglia_NOTIZIA_01.php?IDNotizia=275667&IDCategoria=1 ----------------------- dovere di cronaca audio forte Fenestrelle 7 maggio 2010- 15 persone
****L’Unità d’Italia fu voluta dai
Savoia e da grandi elettori dell’Ottocento e da idealisti mazziniani.
Costò sangue, repressione. Ci avviciniamo ai 150 annida quella data e ai
grandiosi festeggiamenti. L’industria
del Nord trovò nuovi mercati e manodopera e soffocò l’industria
meridionale. Le due guerre mondiali attinsero poi all’immenso serbatoio
contadino. Certo
le mafie dei padroni del nord non sono da meno di quella meridionale.Non
auspico una nuova frammentazione dell’Italia come quella avvenuta
nell’Ex Jugoslavia. Oggi
ricordiamo i morti e i prigionieri di questa fortezza di Fenestrelle,
ribelli e soldati borbonici. Oggi il forte è avviato ad essere una specie
di Gardaland. In questa valle la vera storia del forte non è molto
conosciuta. Vorrei
non dimenticassimo la sorte degli immigrati detenuti nei centri attuali
per stranieri. La volontà di conquistare con la forza paesi
e materie prime è ancora viva nei governanti. NO alla guerra. Per un socialismo umano ed internazionalista. Lavoratori del Sud e del Nord uniti nella
lotta contro ii potere politico economico dominante. Fenestrelle
7.5.2010 ------Piero Baral L’Unità d’Italia, un affare per tutti
di Angelo d'Orsi, il manifesto, 6 maggio 2010
Meno male che c'è Ignazio La Russa a preoccuparsi dei festeggiamenti per il 150°. Stando a una sua intervista (ad Antonella Rampino, su La Stampa) il programma è ricchissimo, e le intenzioni del ministro della Difesa, aspirante coordinatore degli eventi, sono assai serie: annuncia, in accordo con il presidente del Consiglio, l'intenzione di dar vita «accanto ai convegnoni», a «un evento popolare». E che c'è di più «popolare» della televisione? Infatti, ecco affacciarsi Festival di Sanremo, Lega Calcio, e Coni. Siamo a posto. Cavour e Garibaldi, Mazzini e Cattaneo, Gioberti e Pisacane, riposino il loro sonno eterno, tranquilli. Apicella canterà dai microfoni di Rai-Mediaset, in un tripudio di sfilate di carri armati, giacché, come spiega il solerte ministro, «bisogna far coincidere le quattro feste delle Forze armate con le celebrazioni». Insomma, tra canzonette e marce militari, anche noi, malgrado la Lega, e i suoi sussulti antinazionali, ricorderemo l'Unità. Malgrado la Lega, appunto: e per una volta sono d'accordo con Ernesto Galli della Loggia, che sul Corriere della Sera, ha ammonito Calderoli e Bossi: «Non si governa un Paese contro la sua storia». Aggiungo, che coloro che con sufficienza o arroganza, deprecano, fuori tempo massimo, il Risorgimento e irridono all'Unità, sono semplicemente estranei a una pur minima conoscenza della storia: possono anche tentare di governare «contro» di essa, in quanto la ignorano. Il Risorgimento, intanto, non fu un fatto italiano: esso si colloca in un contesto europeo frutto di un moto che fu tra gli effetti di lungo periodo della Grande Rivoluzione del 1789. Il nazionalismo della prima metà dell'Ottocento ha un carattere progressivo: basti scorrere gli scritti di Marx ed Engels, o i loro carteggi, per rendersi conto di quanto peso abbiano quei moti, a cui i fondatori del «socialismo scientifico» guardarono con attenzione e simpatia. Il Risorgimento italiano, collocato nell'ambito dei movimenti nazionalpatriottici del XIX secolo, mentre servì a cancellare residui di Stati paternalistici, fondati su concezioni proprietarie del potere, ebbe un carattere indubbiamente emancipatorio su vari piani, da quello economico-sociale a quello politico, non trascurando l'ambito della cultura. Una larga fetta della migliore produzione letteraria o di teoria politica italiana si colloca in quella fase ed è frutto di scrittori e pensatori che hanno espresso variamente l'istanza unitaria. Che era tutt'altro che un mero bisogno di statualità, che pure rappresentava un'esigenza significativa in un Paese frammentato, sottoposto all'estro ghiribizzoso di piccoli, mediocri o mediocrissimi sovrani locali, spesso mandatari di poteri reali lontani, a cominciare da quello degli Asburgo che faceva il bello e il cattivo tempo nella Penisola. Ma quello era anche un Paese economicamente bloccato; solo l'Unità gli diede la spinta decisiva per avviare il decollo industriale, e la sua trasformazione capitalistica: insomma, ne rese possibile ciò che chiamiamo lo «sviluppo». Esso, con tutti i suoi enormi limiti (denunciati da una schiera di studiosi, politici e intellettuali: Antonio Gramsci per tutti) costituì un dato di progresso, a dispetto, appunto, delle contraddizioni e delle sperequazioni, prima fra tutte quella Nord- Sud. Già, proprio qui, come è noto, si appunta l'angusta polemica della Lega degli ignoranti: il Sud che drenerebbe le risorse realizzate dal Nord. A costoro bisognerebbe innanzi tutto ricordare che lo squilibrio tra le due aree, al di là delle situazioni storiche pregresse, è stato favorito da un processo di industrializzazione che si è localizzato nelle regioni settentrionali, a scapito del Mezzogiorno; e ribadire che quel Sud, fu ed è tuttora un mercato essenziale per le imprese produttrici del Nord; e infine, rammentare che i protagonisti di quel terzo moto unitario (il secondo è stata la lotta di liberazione nazionale contro il nazifascismo, del '43-45), ossia gli immigrati meridionali a Torino, Milano e nelle altre aree industriali, resero possibile la fortuna delle imprese (e degli imprenditori) ivi collocate. E se nel Risorgimento e nella Resistenza, l'opera dei meridionali fu limitata - ma non irrilevante -, nelle migrazioni Sud/Nord degli anni Cinquanta/Sessanta, sono stati i meridionali poveri a fornire il «materiale umano» per le industrie del Nord, dopo aver costituito carne da macello, accanto ai poveri del resto d'Italia, nei due conflitti mondiali e nelle altre guerre fasciste. D'altra parte, l'Unità fu un affare anche per il Mezzogiorno, malgrado le storture e gli errori, gravissimi. Per tanti versi, lo sappiamo, «è andata male»; ma fu il moto unitario, e lo Stato nazionale, a ricuperare il Sud, inserendolo in circuiti dai quali secoli di monarchia borbonica (oggi rivalutata dai soliti revisionisti), l'aveva tenuto fuori. Così la presa di Porta Pia, il 20 settembre 1870, mise fine a un regime tirannico e oscurantista come quello del Papa. Che, nelle sue rinnovate manifestazioni, non più statuali, ma simboliche (oltre che economico-finanziarie), non ha chance alcuna di essere restaurato, a dispetto dei Concordati vecchi e nuovi, e della crescente ingerenza delle gerarchie nella vita politica. Anche questo lo si deve al Risorgimento, e al processo unitario: sul quale, oggi come allora, dobbiamo esprimere tutte le riserve critiche, da studiosi, e da cittadini consapevoli (innanzi tutto informati), ma che possiamo e dobbiamo considerare un punto di non ritorno. Perciò a quei personaggi pittoreschi che ostentano la cravatta verde, marchio di una inesistente «Padania», e sputano su Garibaldi, Mazzini, e Cavour (inneggiando al «federalista» Cattaneo, dimenticando che si tratta di uno dei più coerenti e convinti sostenitori dell'Unità!), ci permettiamo di dare un modesto consiglio: prendano tra le mani un manuale di storia, e comincino a leggerlo. Non è mai troppo tardi per imparare. (6 maggio 2010) L'INIZIATIVA
A Teano per un'Unità d'Italia bis
|