Savoia, Borboni,brigantaggio e deportazione:

nelle carceri piemontesi del 1860 e seguito, ventimila soldati e briganti meridionali, alcune centinaia nel forte di Fenestrelle

 

 

La guerra al brigantaggio. Del Boca virgoletta la parola “brigantaggio”: perché? Perché nelle regioni interessate al fenomeno, spiega, i briganti erano “un’infima minoranza, anche se aggressiva e crudele”. Chi, dunque, nel Meridione, combatteva contro la nuova Italia sabauda? “Almeno 10mila soldati dell’esercito borbonico (…), migliaia di braccianti senza terra e paesani che rifiutavano la leva obbligatoria e gli inasprimenti fiscali” (p. 57). Il movimento eversivo era nato in Basilicata nel 1861; s’era esteso in Irpinia, Sannio, Molise, Abruzzo, Puglia, Capitanata e Terra del lavoro. Si componeva, secondo alcune stime riferite da Del Boca, di 80mila gregari divisi in circa 400 bande. I soldati impiegati dai Savoia nella repressione passarono da 15mila a 116mila nel 1863.

Queste bande erano capaci di occupare villaggi e cittadine per giorni interi, uccidendo o sequestrando i liberali; tendevano a esibire le bianche bandiere dei Borboni. In cambio, le esecuzioni dei briganti avvenivano, tendenzialmente, nella piazza principale del paese. Perché tutti potessero vedere. Spesso, non erano nemmeno precedute da regolare processo. La guerra durò circa dieci anni, fino al 1870. Non mancarono episodi di violenza assoluta e gratuita per mano sabauda, come i massacri di Pontelandolfo e Casalduni, completi di saccheggio e stupri (p. 62): nascevano per rappresaglia, costituirono un focolaio d’odio. Sembra che i morti furono alcune centinaia; le fonti dell’epoca parlano di 164 persone. Non ci fu nessun processo.

Del Boca sostiene che si trattò di una guerra civile, insabbiata nei libri di scuola: “Non un cenno alla grande alleanza politica tra le classi dominanti del Nord e i latifondisti del Sud, a tutto danno delle classi subalterne”, chiosa. Insomma: ribelli, non briganti. Così andrebbero chiamati nei libri di storia.

Sembra che abbiano perduto la vita, nei primi 5 anni di guerra al “brigantaggio”, 5212 persone; 5044 furono gli arrestati e 3597 gli arresi all’autorità (pp. 65-66); secondo altre fonti (Carlo Alianello, “La conquista del Sud”), furono, in assoluto, 9860 i fucilati, 10.604 i feriti, 13.629 gli arrestati, a fronte di “alcune migliaia di morti” tra i soldati sabaudi. I briganti avevano infatti disposizione di uccidere, scannare e massacrare i prigionieri nemici, per impressionare i loro commilitoni.

 

http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/GdM_dallapuglia_NOTIZIA_01.php?IDNotizia=275667&IDCategoria=1


eco del chisone 5.5.2010

 


 

La Guantanamo dei Piemontesi


Nel 1868 un piano del governo per deportare i briganti all'estero
"Porteremo tutti i criminali meridionali in Patagonia o nel Borneo"

Di RAPHAEL ZANOTTI


Tutti i criminali meridionali dovrebbero essere deportati in un luogo disabitato e lontano migliaia di chilometri dal Belpaese. In Patagonia, per esempio». Non si tratta dell’ultima provocazione leghista. E nemmeno di qualche folkloristica proposta proveniente dal profondo Nord. Intenzioni e progetto portano la firma di un presidente del consiglio italiano: Luigi Federico Menabrea. Siamo nel 1868, l’Italia unita muove i suoi primi passi e deve affrontare un problema enorme: il brigantaggio al Sud. Nemmeno la pena di morte sembra dissuadere i briganti, che sempre più numerosi si riuniscono in bande. Così il governo italiano decide di cambiare strategia: deportare i briganti dall’altra parte del pianeta, in modo da recidere affetti e rapporto con il territorio. Un progetto perseguito per oltre dieci anni e che fallì solo per la ritrosia dei Paesi stranieri a cedere aree per impiantare una colonia penale per meridionali italiani.

Deportazione di massa
A rendere pubblico il piano di deportazione è stata la «Gazzetta del Mezzogiorno». Il giornale di Bari ha rintracciato il progetto della «Guantanamo» piemontese nei documenti diplomatici conservati all’Archivio storico della Farnesina. Secondo le carte, il presidente Menabrea provò prima a sondare gli inglesi, chiedendo loro un’area nel Mar Rosso, senza riuscirci. Quindi, il 16 settembre del 1868, il capo del governo italiano contatta il ministro della Croce a Buenos Aires, perché domandi al governo argentino la disponibilità di una zona «nelle regioni dell’America del Sud e più particolarmente in quelle bagnate dal Rio Negro, che i geografi indicano come limite fra i territori dell’Argentina e le regioni deserte della Patagonia».

Anche questo secondo tentativo, oerò, si trasforma in un buco nell’acqua, perché tre mesi più tardi, il 10 dicembre, Menabrea è già all’opera per trovare soluzioni alternative. Contatta il console generale a Tunisi, Luigi Pinna, e gli chiede di «studiare la possibilità di stabilire in Tunisia una colonia penitenziaria italiana». Ma anche i tunisini oppongono un no.

A questo punto Menabrea ritorna alla carica con gli inglesi. Prima chiede loro di poter costruire un «carcere per meridionali» sull’isola di Socotra (tra la Somalia e lo Yemen), quindi domanda loro di farsi perlomeno da tramite con l’Olanda, perché conceda un’autorizzazione identica per un’area del Borneo. Menabrea e il governo italiano sono assolutamente convinti della necessità di deportare i criminali del Sud. Il senatore Giovanni Visconti Venosta, più volte ministro degli Esteri, incontrando il ministro d’Inghilterra sir Bartle Frere, si spingerà a dirgli: «Presso le nostre impressionabili popolazioni del Mezzogiorno la pena della deportazione colpisce più le fantasie e atterrisce più della stessa pena di morte».

È l’idea di abbandonare la famiglia, il Paese natale, il deterrente che il governo considera la carta giusta per sconfiggere il brigantaggio. Tanto più che in quegli anni sta nascendo il mito di alcune figure come Carmine Crocco, detto Donatelli, brigante che riesce a riunire intorno a sé una banda composta di almeno 2500 uomini e che viene visto come un eroe dalla popolazione locale.

Centro penitenziario
Le istanze del governo italiano, però, cadono nel vuoto. Il 3 gennaio 1872 il governo inglese fa sapere di non vedere di buon occhio la creazione di un centro penitenziario per i meridionali italiani. Il 20 dicembre di quell’anno anche l’Olanda si defila: concentrare criminali italiani in un luogo circoscritto viene visto come un problema per la sicurezza interna. Gli ultimi tentativi risalgono al 1873. Il lombardo Carlo Cadorna, ministro a Londra, prende contatto con il conte Granville, ministro degli Esteri inglese, ancora per il Borneo. E ancora una volta, da Londra, arriva un rifiuto.


Fonte:La Stampa del 12/102009

Ed è proprio nelle galere di Fenestrelle che i soldati napoletani il 22 agosto 1861, davanti alla terrorizzante prospettiva di dover trascorrere tra quelle mura la gelida stagione incombente, organizzano una vasta ribellione che viene scoperta solo pochissime ore prima del suo deflagrare. Ne seguono durissime repressioni e reiterati tentativi di convincere i riottosi a farsi incorporare nel nuovo esercito anche se i risultati paiono assai scarsi. In effetti, nonostante la proclamazione del Regno che unisce tutti gli italiani sotto lo stesso re, assai poco sembra cambiato rispetto a quanto, diversi mesi prima, nel novembre del 1860, il generale La Marmora, reduce da un'ispezione tra i borbonici imprigionati nel Castello Sforzesco di Milano, scrive a Cavour: «I prigionieri napoletani dimostrano un pessimo spirito. Di 1600 che si trovano a Milano non arriveranno a 100 quelli che acconsentono a prendere servizio ... Ieri a taluni che con arroganza pretendevano il diritto di andare a casa perché non volevano prestare un nuovo giuramento, avendo giurato fedeltà a Francesco II, gli rinfacciai altamente che per il loro Re erano scappati e ora per la Patria comune, e per il Re eletto, si rifiutano di servire, che erano un branco di carogne, che avremmo trovato il modo di metterli alla ragione». E Fenestrelle, come si e visto, è uno di questi modi.


Cavour  che aveva ben altra intelligenza delle cose rispetto al generale La Marmora  ricevuta questa relazione preme sul luogotenente del re in Meridione, Farini, affinché si cambi rotta: «Il trattare tanta parte del popolo come prigionieri non è mezzo di conciliare al nuovo regime le popolazioni di Regno. il pensare di trasformarli in soldati dell'Esercito nazionale è impossibile e inopportuno». Non poteva pensarla diversamente l'uomo che, di li a pochi mesi, prima di morire, dirà che l'Italia era fatta. Ma gli italiani, come popolo unito, e genti capaci di intendersi le une con le altre, erano ancora da fare.

http://www.eleaml.org/sud/briganti/fenestrelle_ttl.html

I prigionieri deportati qui subirono il trattamento più feroce.

Vi furono rinchiusi, palla di 16 (sedici) chili al piede, migliaia di soldati napoletani ed insorgenti la cui aspettativa di vita, per la durezza del clima ed il disumano trattamento, non superava di norma i tre mesi.

I detenuti erano appena coperti da cenci di tela, potevano mangiare una sozza brodaglia con un po' di pane nero raffermo e subivano trattamenti veramente bestiali ed ogni tipo di nefandezze fisiche e morali.
Per oltre dieci anni, tutti quelli che venivano catturati, furono fatti deliberatamente morire per fame, stenti, maltrattamenti e malattie.

Vennero anche smontati i vetri e gli infissi per "rieducare" con il freddo i segregati.

La "liberazione" avveniva solo con la morte ed i corpi (non erano ancora in uso i forni crematori) venivano disciolti nella calce viva collocata in una grande vasca situata nel retro della chiesa che sorgeva all'ingresso del Forte.

Una morte senza onore, senza tombe, senza lapidi e senza ricordo, affinché non restassero tracce dei misfatti compiuti.

Sull'architrave del portale d'ingresso di Fenestrelle ancora oggi si può leggere l'iscrizione scolpita: "Ognuno vale non in quanto è, ma in quanto produce".

http://blog.libero.it/insorgente/7822284.html


 

di

Valerio Rizzo (Brigante Lucano)

 

Il primo campo di sterminio dell’era moderna era piemontese e vi morirono migliaia di soldati delle Due Sicilie

All’entrata le parole: Ognuno vale non in quanto è, ma in quanto produce

Gli storici continuano a voler ignorare una storia piena di dolore, disperazione e di morte che da quasi 150 anni aspetta di essere scritta sui testi scolastici. L’esempio piú emblematico di questa continua censura storica è il Lager di Finestrelle.

Ma facciamo un piccolo passo indietro, cosa ha comportato l’Unità d’Italia? Le cifre ufficiali, anche se molto sottovalutate, sono terrificanti: 5212 condanne a morte, 6564 arresti, 54 paesi rasi al suolo, 1 milione di morti. Una vera e propria repressione consumata all’indomani dell’Unità d’Italia dai Savoia e forse la si può definire come la prima pulizia etnica dell’epoca moderna, operata sulle popolazioni meridionali, dettata dalla Legge Pica, promulgata dal governo Minghetti.

Se queste argomentazioni ci indignano, niente può farci venire il ribrezzo piú delle vicende che hanno coinvolto il forte di Fenestrelle dal 1860 al 1870.
In quel periodo si concretizzò il primo campo di sterminio della storia moderna, in esso trovarono la morte piú di 8.000 soldati del Regno delle Due Sicilie, ai quali va aggiunto un numero imprecisato di letterati, preti, briganti e miseri contadini.

Ma tutto ciò continua ad essere ignorato dalle menti illustri della storiografia “ufficiale” italiana e dai letterati; addirittura sul sito dell’Amministrazione Provinciale la fortezza viene presentata come “Monumento simbolo della Provincia di Torino“ (con tanto di foto in notturna per decantarne implicitamente la bellezza), mentre sul sito ufficiale del Forte, si invita alla devoluzione del 5 per mille!

Sempre sul sito De Amicis scrive:
«Uno dei piú straordinari edifizi che possa aver mai immaginato un pittore di paesaggi fantastici: una sorta di gradinata titanica, come una cascata enorme di muraglie a scaglioni, un ammasso gigantesco e triste di costruzioni, che offriva non so che aspetto misto di sacro e di barbarico, come una necropoli guerresca o una rocca mostruosa, innalzata per arrestare un’invasione di popoli, o per contener col terrore milioni di ribelli. Una cosa strana, grande, bella davvero. Era la fortezza di Fenestrelle». Si chiude con «Guardiano immobile e supremo della nostra indipendenza e del nostro onore».

È la pura esaltazione dell’inferno! Ora immaginate se invece di Fenestrelle si parlasse di Auschwitz , e con in mente il nome del famoso lager nazista rileggete le parole di De Amicis appena sopra riportate!!

Noi popolo meridionale abbiamo l’obbligo morale di dire tutte le verità sulla cieca e razzista politica di aggressione che i Savoia e i Piemontesi hanno fatto nelle nostre meravigliose regioni!

Di seguito riporterò la vera storia, quella che non troverete mai nei testi scolastici dei vostri figli, leggetela con attenzione e con una lacrima nel cuore, come quella che avevo io mentre la trascrivevo.

Fenestrelle, storia di un lager sconosciuto

“Ognuno vale non in quanto è, ma in quanto produce”.
È l’iscrizione che un visitatore legge oggi su un muro, entrando a Fenestrelle, fortezza ubicata sulle montagne piemontesi dove, dal 1860 al 1870, furono deportati i migliaia di meridionali che si opposero all’unità d’Italia e alla colonizzazione piemontese.
Gli internati erano soprattutto poveri contadini ed ex soldati borbonici, gli stessi che sarebbero morti di stenti e vessazioni perpetrati da chi si reputava un liberatore!
Un insieme di forti protetti da altissimi bastioni ed uniti da una scala di 4000 gradini scavata nella roccia: ecco cos’era a quel tempo Fenestrelle, una gigantesca cortina fortificata resa ancor piú spettrale dalla naturale asperità di quei luoghi e dalla rigidità del clima.
Assassini, sacerdoti, giovani, vecchi, miseri popolani e uomini di cultura privi di luce e coperte, senza neanche un pagliericcio lottavano tra la vita e la morte in condizioni disumane; perfino i vetri e gli infissi venivano smontati per rieducare con il freddo i segregati.

Laceri e poco nutriti passavano le giornate standosene appoggiati ai muraglioni nel tentativo disperato di catturare i timidi raggi di sole invernali, e chissà che in quei momenti non ricordassero con nostalgia il calore di climi piú mediterranei.
Pochissimi riuscirono a sopravvivere: le aspettative di vita in quelle condizioni non superavano i tre mesi e spesso i carcerati venivano uccisi anche solo per aver proferito ingiurie contro i Savoia.
Nessuna spiegazione logica dunque alla base della loro misera prigionia, molti non erano nemmeno registrati, da qui la difficoltà di conoscere oggi il numero preciso dei morti, processati e non.
E proprio a Fenestrelle furono imprigionati la maggior parte di quei soldati che, subito dopo la resa di Gaeta nel 1861, avrebbero dovuto trovare la libertà. Dopo sei mesi di eroica resistenza dovettero, invece, subire un trattamento infame: disarmati, derubati di tutto e vigliaccamente insultati dalle truppe piemontesi, morirono di stenti.
Poi, il 22 agosto del 1861 arriva il tentativo di rivolta: uno sforzo inutile, sventato per tempo dai piemontesi e che ebbe come risultato l’inasprimento delle pene tra cui la costrizione di portare al piede palle da 16 chili, ceppi e catene.
L’unica liberazione possibile era dunque la morte, delle piú atroci: i corpi venivano sciolti nella calce viva, collocata in una grande vasca nel retro della chiesa all’ingresso del Forte. Una morte senza onore, senza tombe, senza lapidi e senza ricordo, affinché non restassero tracce dei misfatti compiuti.

Valerio Rizzo

BIBLIOGRAFIA

Alianello C. La conquista del Sud. Rusconi Editore.
Autori Vari. La Storia Proibita – Quando i Piemontesi invasero il Sud. Ed. Controcorrente.
Capecelatro E.M., Carlo A. Contro la questione meridionale. Savelli, Roma.
Ciano A. I Savoia e il massacro del Sud. Grandmelò.
Cutrufelli M.R. L’unità d’Italia: guerra contadina e nascita del sottosviluppo del Sud, Bertani Editore, Verona.
Del Boca L. Indietro Savoia! Storia controcorrente del Risorgimento italiano, Ed. Piemme.
Del Boca L. Maledetti Savoia, Ed. Piemme.
Di Fiore G. Controstoria dell’Unità d’Italia. Fatti e misfatti del Risorgimento, Ed. Rizzoli.
Izzo F. I Lager dei Savoia. Ed. Controcorrente.
Pellicciari A. I panni sporchi dei Mille. Liberal Edizioni.
Ressa G. e Grasso A. Il Sud e l’unità d’Italia, (e-book).
Scarfoglio C. Il Mezzogiorno e l’unità d’Italia. Parenti Firenze.
Zitara N. L’Unità d’Italia: nascita di una colonia.
Zitara N. Tutta l’ègalitè, estratto dalla rivista Separatismo
Zitara N. Memorie di quand’ero italiano.
Zitara N. L’unità truffaldina (liberamente scaricabile in formato pdf)


 

La Repubblica
07/08/2007

MASSIMO NOVELLI


Tra le mura di Fenestrelle il lager di Re Vittorio

Nella fortezza il ricordo dei prigionieri borbonici Una pagina crudele fatta di fame, stenti, malattie e non si sa quanti morti Dopo il 1861 deportati in Piemonte i soldati fedeli al Papa e a Francesco II

Ancora oggi non si sa quanti ne vennero imprigionati né, tantomeno, quanti di loro vi morirono di fame, di stenti, di freddo e di malattie tra il 1861 e gli anni successivi. Quella dei militari borbonici e papalini incarcerati dopo l' Unità d' Italia nei forti settecenteschi di Fenestrelle, in alta Val Chisone, ma pure a Lombardore, a San Maurizio Canavese e ad Alessandria, è stata per molto più di un secolo una pagina cancellata delle vicende del Risorgimento. Comprensibile, d' altronde, se la storia la scrivono i vincitori, il che succede al termine di ogni guerra civile. Perché i campi di concentramento per i soldati «napolitani», rei di non avere voluto arruolarsi nell' esercito sabaudo e di essere rimasti fedeli a Francesco II e al Papa, sono un capitolo piuttosto imbarazzante e brutale come aveva già denunciato all' epoca il duca di Maddaloni, un liberale che andava controcorrente: «Ma che dico io di un governo che strappa dal seno delle loro famiglie tanti vecchi generali, tanti onorati officiali sol per sospetto che nudrissero amore per il loro Re sventurato, e rilegargli a vivere nella fortezza di Alessandria, e in altre inospiti terre del Piemonte?». Ce n' è voluto di tempo affinché la memoria dei prigionieri di guerra del Regno delle Due Sicilie e degli Stati della Chiesa venisse riportata alla luce. E, grazie agli studi di alcuni storici, da Roberto Gremmo (che nel ' 95 si occupò su Storia ribelle, tra i primi, dei campi di prigionia di Lombardore e di Fenestrelle) a Fulvio Izzo (autore del libro I lager dei Savoia), alla rivista L' Alfiere, si arrivasse persino a commemorarli come accade dal 2000 proprio nel peraltro magnifico complesso fortificato di Fenestrelle, in virtù dell' iniziativa promossa dall' associazione «LargodiPalazzo». Eppure a ben cercare negli archivi, se si avesse voluto farlo, a cominciare dalle carte del conte di Cavour e proseguendo con la stampa piemontese, citata ampiamente da Gremmo nel suo saggio, ci si sarebbe imbattuti nelle tracce del sangue e del calvario dei vinti del Risorgimento. Vale a dire di quegli uomini che il giornale torinese L' Armonia, nell' ottobre 1861, descriveva così: «A quanto pare, i Napoletani non si lavano ancora a sufficienza del loro lezzo». è incerto il numero delle vittime dei «lager» di Vittorio Emanuele II. Per Fenestrelle, ha scritto Francesco Maurizio Di Giovine sul sito www. politicaonline. net, «le cronache locali parlano di migliaia di soldati prigionieri morti ma non registrati. I loro corpi venivano gettati, "per motivi igienici", nella calce viva collocata in una grande vasca situata sul retro della chiesa che sorgeva all' ingresso del Forte. Il personale del Forte conferma ancora oggi l' esistenza della vasca». A Fenestrelle, però, «funzionava anche un ospedale da campo dove furono ricoverati alcuni prigionieri. Coloro che morirono nell' ospedale vennero annotati nel libro dei morti di Fenestrelle e la Provvidenza ha permesso che alcune annate del libro parrocchiale dei morti si sia potuto consultare, anche se molto velocemente». è riaffiorato pertanto il nome di qualcuno di loro. Sono nomi e cognomi di ragazzi, soprattutto dai ventuno ai ventisette anni, che provenivano da Chieti, da Isernia, da Napoli, da Avellino, da Barletta, da Lecce, da Paola, da Cosenza. Magari alcuni avevano sognato una rivincita impossibile nell' agosto del 1861, durante la preparazione della congiura che, se fa fede L' Eco delle Alpi Cozie menzionato da Gremmo, avrebbe dovuto spingere i soldati del Sud «a impadronirsi del forte di Fenestrelle e da prigionieri diventare carcerieri». Ma la cospirazione, a causa di una soffiata, naufragò. E di quei fedeli «napolitani» si perse ogni ricordo. Soltanto pochi, e tra questi il duca di Maddaloni, ebbero il coraggio di rompere il silenzio nei loro confronti: «Loro delitto fu il militare per la Corona, allora che re Francesco II combatteva per essa sulle riviere del Volturno e del Garigliano, o fra le mura di Gaeta, e lo averlo seguito a Roma nell' infortunio? (...) Sono essi trattati peggio che i galeotti. Qual delitto hanno commesso eglino, perché il governo piemontese abbia a spinger tanto lusso di crudeltà? Perché abbia a torturare con la fame e con l' inerzia e la prigione uomini nati in Italia come noi?».





   video

 

FENESTRELLE - Secondo il Comitato nazionale delle Due Sicilie furono più di ventiseimila i deportati meridionali che finirono i loro giorni nella fortezza di Fenestrelle. Altre fonti ne indicano qualche centinaio. Soldati e ufficiali che si erano rifiutati di rinnegare il proprio re per seguire quello sabaudo e semplici civili borbonici catturati con l'accusa di brigantaggio. È questa la versione meno nota della storia dell'Unità d'Italia che sarà commemorata venerdì 7 ore 16 al forte S. Carlo. Ne parla in un suo libro il presidente dell'Ordine dei giornalisti Lorenzo Del Boca, che aggiunge: «Non uccidiamoli anche nel ricordo».
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http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/GdM_dallapuglia_NOTIZIA_01.php?IDNotizia=275667&IDCategoria=1

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dovere di cronaca

audio forte Fenestrelle 7 maggio 2010- 15 persone

 

 

 

****L’Unità d’Italia fu voluta dai Savoia e da grandi elettori dell’Ottocento e da idealisti mazziniani. Costò sangue, repressione. Ci avviciniamo ai 150 annida quella data e ai grandiosi festeggiamenti. 

L’industria del Nord trovò nuovi mercati e manodopera e soffocò l’industria meridionale. Le due guerre mondiali attinsero poi all’immenso serbatoio contadino.  

Certo le mafie dei padroni del nord non sono da meno di quella meridionale.Non auspico una nuova frammentazione dell’Italia come quella avvenuta nell’Ex Jugoslavia.  

Oggi ricordiamo i morti e i prigionieri di questa fortezza di Fenestrelle, ribelli e soldati borbonici. Oggi il forte è avviato ad essere una specie di Gardaland. In questa valle la vera storia del forte non è molto conosciuta.  

Vorrei non dimenticassimo la sorte degli immigrati detenuti nei centri attuali per stranieri.  

La volontà di conquistare con la forza paesi e materie prime è ancora viva nei governanti.

NO alla guerra.

Per un socialismo umano ed internazionalista.

Lavoratori del Sud e del Nord uniti nella lotta contro ii potere politico economico dominante.  

Fenestrelle 7.5.2010

------Piero Baral /alpcub


L’Unità d’Italia, un affare per tutti

di Angelo d'Orsi, il manifesto, 6 maggio 2010

Meno male che c'è Ignazio La Russa a preoccuparsi dei festeggiamenti per il 150°. Stando a una sua intervista (ad Antonella Rampino, su La Stampa) il programma è ricchissimo, e le intenzioni del ministro della Difesa, aspirante coordinatore degli eventi, sono assai serie: annuncia, in accordo con il presidente del Consiglio, l'intenzione di dar vita «accanto ai convegnoni», a «un evento popolare». E che c'è di più «popolare» della televisione? Infatti, ecco affacciarsi Festival di Sanremo, Lega Calcio, e Coni. Siamo a posto. Cavour e Garibaldi, Mazzini e Cattaneo, Gioberti e Pisacane, riposino il loro sonno eterno, tranquilli. Apicella canterà dai microfoni di Rai-Mediaset, in un tripudio di sfilate di carri armati, giacché, come spiega il solerte ministro, «bisogna far coincidere le quattro feste delle Forze armate con le celebrazioni».

Insomma, tra canzonette e marce militari, anche noi, malgrado la Lega, e i suoi sussulti antinazionali, ricorderemo l'Unità. Malgrado la Lega, appunto: e per una volta sono d'accordo con Ernesto Galli della Loggia, che sul Corriere della Sera, ha ammonito Calderoli e Bossi: «Non si governa un Paese contro la sua storia». Aggiungo, che coloro che con sufficienza o arroganza, deprecano, fuori tempo massimo, il Risorgimento e irridono all'Unità, sono semplicemente estranei a una pur minima conoscenza della storia: possono anche tentare di governare «contro» di essa, in quanto la ignorano.

Il Risorgimento, intanto, non fu un fatto italiano: esso si colloca in un contesto europeo frutto di un moto che fu tra gli effetti di lungo periodo della Grande Rivoluzione del 1789. Il nazionalismo della prima metà dell'Ottocento ha un carattere progressivo: basti scorrere gli scritti di Marx ed Engels, o i loro carteggi, per rendersi conto di quanto peso abbiano quei moti, a cui i fondatori del «socialismo scientifico» guardarono con attenzione e simpatia. Il Risorgimento italiano, collocato nell'ambito dei movimenti nazionalpatriottici del XIX secolo, mentre servì a cancellare residui di Stati paternalistici, fondati su concezioni proprietarie del potere, ebbe un carattere indubbiamente emancipatorio su vari piani, da quello economico-sociale a quello politico, non trascurando l'ambito della cultura. Una larga fetta della migliore produzione letteraria o di teoria politica italiana si colloca in quella fase ed è frutto di scrittori e pensatori che hanno espresso variamente l'istanza unitaria. Che era tutt'altro che un mero bisogno di statualità, che pure rappresentava un'esigenza significativa in un Paese frammentato, sottoposto all'estro ghiribizzoso di piccoli, mediocri o mediocrissimi sovrani locali, spesso mandatari di poteri reali lontani, a cominciare da quello degli Asburgo che faceva il bello e il cattivo tempo nella Penisola.

Ma quello era anche un Paese economicamente bloccato; solo l'Unità gli diede la spinta decisiva per avviare il decollo industriale, e la sua trasformazione capitalistica: insomma, ne rese possibile ciò che chiamiamo lo «sviluppo». Esso, con tutti i suoi enormi limiti (denunciati da una schiera di studiosi, politici e intellettuali: Antonio Gramsci per tutti) costituì un dato di progresso, a dispetto, appunto, delle contraddizioni e delle sperequazioni, prima fra tutte quella Nord- Sud.

Già, proprio qui, come è noto, si appunta l'angusta polemica della Lega degli ignoranti: il Sud che drenerebbe le risorse realizzate dal Nord. A costoro bisognerebbe innanzi tutto ricordare che lo squilibrio tra le due aree, al di là delle situazioni storiche pregresse, è stato favorito da un processo di industrializzazione che si è localizzato nelle regioni settentrionali, a scapito del Mezzogiorno; e ribadire che quel Sud, fu ed è tuttora un mercato essenziale per le imprese produttrici del Nord; e infine, rammentare che i protagonisti di quel terzo moto unitario (il secondo è stata la lotta di liberazione nazionale contro il nazifascismo, del '43-45), ossia gli immigrati meridionali a Torino, Milano e nelle altre aree industriali, resero possibile la fortuna delle imprese (e degli imprenditori) ivi collocate.

E se nel Risorgimento e nella Resistenza, l'opera dei meridionali fu limitata - ma non irrilevante -, nelle migrazioni Sud/Nord degli anni Cinquanta/Sessanta, sono stati i meridionali poveri a fornire il «materiale umano» per le industrie del Nord, dopo aver costituito carne da macello, accanto ai poveri del resto d'Italia, nei due conflitti mondiali e nelle altre guerre fasciste.

D'altra parte, l'Unità fu un affare anche per il Mezzogiorno, malgrado le storture e gli errori, gravissimi. Per tanti versi, lo sappiamo, «è andata male»; ma fu il moto unitario, e lo Stato nazionale, a ricuperare il Sud, inserendolo in circuiti dai quali secoli di monarchia borbonica (oggi rivalutata dai soliti revisionisti), l'aveva tenuto fuori. Così la presa di Porta Pia, il 20 settembre 1870, mise fine a un regime tirannico e oscurantista come quello del Papa. Che, nelle sue rinnovate manifestazioni, non più statuali, ma simboliche (oltre che economico-finanziarie), non ha chance alcuna di essere restaurato, a dispetto dei Concordati vecchi e nuovi, e della crescente ingerenza delle gerarchie nella vita politica. Anche questo lo si deve al Risorgimento, e al processo unitario: sul quale, oggi come allora, dobbiamo esprimere tutte le riserve critiche, da studiosi, e da cittadini consapevoli (innanzi tutto informati), ma che possiamo e dobbiamo considerare un punto di non ritorno.

Perciò a quei personaggi pittoreschi che ostentano la cravatta verde, marchio di una inesistente «Padania», e sputano su Garibaldi, Mazzini, e Cavour (inneggiando al «federalista» Cattaneo, dimenticando che si tratta di uno dei più coerenti e convinti sostenitori dell'Unità!), ci permettiamo di dare un modesto consiglio: prendano tra le mani un manuale di storia, e comincino a leggerlo. Non è mai troppo tardi per imparare.

(6 maggio 2010)

L'INIZIATIVA

A Teano per un'Unità d'Italia bis
"Il 26 ottobre firmiamo un patto"

Un incontro di tre giorni tra movimenti, sindaci e associazioni dell'altraeconomia. Per discutere di federalismo, green economy, pace e Meridione e convergere su un documento che "rivaluti il passato". Per smetterla con le bugie e ricomporre il pezzi del puzzle italiano siglando un accordo di unione tra il Nord e il Sud

di GIULIA CERINO- repubblica 6 maggio

ROMA - Sanare le ferite aperte, dal 1860 ad oggi, tra il Nord e il Sud dell'Italia si può. Il Belpaese è ancora in tempo per salvaguardare la propria unità ma dovrà individuare i punti "critici" e stilare un piano di lavoro frutto di un nuovo patto tra gli italiani, tra i cittadini, le associazioni e i Comuni. Per riunificare l'Italia, un'altra volta. L'idea arriva dal professor Tonino Perna, economista e sociologo, che per il 26 ottobre 2010 ha organizzato tre giornate "celebrative" dell'Unità d'Italia durante le quali si discuterà di federalismo fiscale, green economy, diritti sociali e Meridione. Sposa l'iniziativa Don Ciotti, arrivano le adesioni di Paul Ginsborg e Marco Revelli. Il dibattito avrà luogo a Teano, la città dove, 150 anni fa, Giuseppe Garibaldi e Vittorio Emanuele II si strinsero la mano legando indissolubilmente il Nord e il Sud del Paese. E come allora, il 26 ottobre di quest'anno verrà siglato un nuovo patto che dovrà, questa volta, essere condiviso dalla "base", dal "popolo" e da circa mille sindaci che, dal Nord e dal Sud del Paese, si riverseranno nella cittadina campana per dare l'idea di "un'unità che nasce non dall'incontro di due figure 'regnanti' ma dalla volontà delle comunità locali", spiega Perna.Una scommessa, questa, sorta da una preoccupazione: "Io e altri miei colleghi temiamo - spiega il professor Perna, che insegna all'Università di Messina -  l'incubazione di uno sviluppo insostenibile. Nel 1994 scrissi un libro e l'ultimo capitolo trattava il tema dello sganciamento delle aree ricche da quelle povere. Avviene in molte zone del mondo: in Catalogna, in ex Jugoslavia e in Italia. La crisi economica ha rilanciato questa spinta alla secessione. Ecco perché - conclude - attraverso tre giornate di riflessione, attraverso la partecipazione dei rappresentanti degli enti locali, dei Comuni, dell'associazionismo e dei movimenti, tenteremo di rifondare l'unità del nostro Paese. Partendo, questa volta, da nuove questioni legate ai tempi moderni".Il primo giorno. Verità, riconciliazione e memoria condivisa. Ecco le parole chiave inserite nel piano di lavoro stilato dal Professor Perna, da Don Ciotti, da Ugo Biffieri, presidente della Banca Etica, da Walter Bonan, il referente delle politiche della montagna FederparchI, da Giulio Marcon, uno dei più rappresentativi membri della cooperazione non governativa italiana e da tanti altri. Attraverso questi tre concetti, i migliori storici italiani e stranieri, Paul Ginsborg, Marco Revelli e Piero Bevilacqua, per citarne alcuni, ricostruiranno il puzzle della storia d'Italia e con i loro racconti, forniranno una versione plausibile di ciò che davvero accadde nel 1861. "Il programma che emergerà  dovrà quindi essere utilizzato nelle scuole -  spiega Perna. Perché abbiamo bisogno che negli istituti venga proposto agli studenti un racconto veritiero dell'Unità, frutto di una ricostruzione fattuale che vada al di là della mitologia di un Sud arcaico o, al contrario, saccheggiato del Nord". Basta forzature, quindi. Per ricucire i rapporti tra Nord e Sud è necessario fare i conti con lo scomodo passato del Paese senza il quale sarà impossibile raggiungere una "riconciliazione".Il secondo giorno. Si aprirà all'insegna dello sviluppo sostenibile. I rappresentanti delle associazioni, delle banche, delle imprese e dell'altraeconomia tenteranno di  rispondere ad alcune domande: "E' ancora possibile stilare una piattaforma di cooperazione Sud-Nord fondata sul principio del commercio equo e solidale e della finanza etica?" Per il professor Perna e i suoi colleghi tutto questo si può fare. A patto che vengano individuati i settori produttivi di beni e servizi dove far crescere le nuove forme di mercato per mettere insieme valorizzazione dei produttori e bisogni dei consumatori. A questo servirà la seconda giornata a Teano.Terzo giorno. Si farà festa. E per concludere l'incontro si combineranno, in un unico documento, i contenuti elaborati durante le tre giornate. Per celebrare la nuova Unità d'Italia che non si reggerà più su una mera dichiarazione di principi ma su un elenco di punti chiave che i firmatari si impegneranno a rispettare. Per costruire un'altra idea di Paese. Un esempio? "Prendiamo l'articolo 1 della Costituzione - suggerisce il professore. 'L'Italia è una Repubblica fondata sul lavoro'. Ora immaginiamo di poterlo così integrare: 'L'Italia è una Repubblica fondata sul lavoro dignitoso e minimo vitale per tutti i residenti'. Non sarebbe forse questo un concetto più adatto alle condizioni dei lavoratori attuali?".
Ecco, lo sforzo è tutto qui: consiste nell'ammettere che dal 1860 ad oggi l'Italia, nel bene e nel male, è cambiata. Così, per per rilanciare la cooperazione tra il Nord e il Sud del Paese, sfatando il rischio della rottura, il ricordo di Garibaldi e di Vittorio Emanuele II non basta più. Ma è necessaria la partecipazione dei cittadini e delle comunità locali. Per disegnare un'altra Italia possibile.


07/05/2010 - Reclusi anche preti e militari piemontesi

Fenestrelle assediata
dai "partigiani" del Sud

Manifestazione al forte, prigione
dei soldati borbonici e dei briganti

maurizio lupo
torino

Furono 40 mila i soldati borbonici reclusi a Finestrelle». Tanti ne annoverano gli aderenti a «Rete Sud», un’associazione campana che oggi giungerà al forte per rendere onore a quanti vennero reclusi fra le sue mura. La manifestazione avrà un seguito domani a Torino, dove nel pomeriggio «Rete Sud» organizzerà un corteo che sfilerà fino al Museo Lombroso, in via Pietro Giuria, dedicato al fondatore della criminologia. «Rete Sud» denuncia le teorie di Cesare Lombroso. Le ritiene razziste nei confronti del Mezzogiorno, e per questo chiede che l’esposizione permanente venga chiusa.

Dalla fortezza di Fenestrelle provengono i crani dei briganti esposti nel museo Lombroso. Ma sarebbe sbagliato considerare Fenestrelle esclusivamente come un lager di briganti meridionali. Dal 1727, quando fu rifondata da Ignazio Bertola, la cittadella è la seconda più estesa fortificazione al mondo, dopo la grande muraglia cinese. Ma non ha mai sparato un colpo. Il forte di Fenestrelle, che pure vegliò sull’indipendenza piemontese, aggredita nel 1747 dai francesi, divenne luogo di detenzione.

I Savoia nel primo Settecento vi mandarono agli arresti gli ufficiali insubordinati, come lo scrittore François Xavier de Maistre che a seguito di un duello scontò qui 42 giorni di confino. Li impiegò per abbozzare il suo capolavoro: «Un voyage autour de ma chambre». Ma fu Napoleone che ne fece un confino di detenuti politici. Fra questi il cardinale Bartolomeo Pacca, prigioniero dal 1809 al 1813. Suoi compagni furono ecclesiastici e aristocratici che rifiutavano di giurare fedeltà a Bonaparte.

Restaurato il governo sabaudo, la Real Casa confermò l’impiego carcerario riservandolo agli oppositori della monarchia e ai fautori di idee liberali. Vi fu recluso anche Vincenzo Gioberti, poi graziato per motivi di salute. Vi soggiornò nel 1836 il proprietario del caffè San Carlo di Torino, tal Ducco, accusato di congiurare con Giuseppe Mazzini.

Durante il regno di Vittorio Emanuele II i detenuti politici diminuirono. Furono internati i delinquenti comuni, provenienti dal malfamato rione dei Murazzi di Torino. Ma il 23 settembre 1850 fece ingresso al forte anche monsignor Luigi Fransoni, arcivescovo di Torino, accusato di «atteggiamenti antistatali». Vi rimase finché fu espulso dal Regno. «Fatta l’Italia», al forte vennero destinati soldati e ufficiali dello sconfitto esercito borbonico. Alcuni cercarono di organizzare un’evasione, ma il piano venne scoperto e sventato.

 

cronaca
09/05/2010 - Corteo contro le celebrazioni di Italia 150

"Siamo tutti briganti, vogliamo
il Sud libero"

 

Protesta meridionalista al museo Lombroso: chiudetelo, è razzista

LUCIANO BORGHESAN
torino

In piazza Vittorio riecco Roberto Gremmo. Arrivò in consiglio comunale e provinciale nel 1990 per Piemont, prima della Lega Nord. Che c’entra con il Sud? «Ho simpatia per chi combatte l’Italia centralista e la Padania». Anche la moglie, Anna Sartoris, visse una tornata da «autonomista» in consiglio regionale fino al 1995.

In precedenza la loro Union Piemontèisa si era alleata per le elezioni politiche del 1987 con la Lega Lombarda di Umberto Bossi, ma non era riuscita a conquistare seggi. Poi ci fu la concorrenza del movimento leghista di Gipo Farassino, e Gremmo tornò ai suoi libri: «Sono stato il primo a scrivere dei lager dei Savoia - dice - a Lombardore e a Fenestrelle».


Sulla targa d’ingresso del Museo Lombroso c’è un mazzo di gigli color... «borbone», dice l’avvocato Gianluca Bozzelli che li ha deposti ieri, alle 18, al termine della prima manifestazione contro le celebrazioni del Centocinquantenario. Sono partiti venerdì sera in pullman da Napoli per raggiungere l’ex capitale del 1861: alcune tappe per raccogliere gruppi provenienti da altre città meridionali, 14 ore di viaggio ed eccoli in piazza Vittorio Veneto con le bandiere del «Regno delle Due Sicilie», del «Partito del Sud» e di «Insorgenza». Oltre un centinaio di persone che in un corteo variopinto (al «borbone» si sono aggiunti il rosso e il giallo «aragonese») ha sciorinato i canti dei briganti e slogan contro i «colpevoli» dell’Unità d’Italia.

«Lombroso razzista, Mazzini terrorista», «Lombroso boia, riprenditi i Savoia»... perché questi cori? L’idea della manifestazione è di Bozzelli: nel dicembre scorso visitò il museo, in via Pietro Giuria, e rimase scosso: «Cesare Lombroso - spiega - teorizzò l’inferiorità della “razza meridionale” che sarebbe stata geneticamente portata alla delinquenza, sulla base di misurazioni di centinaia di resti e di crani prelevati al seguito delle truppe piemontesi che invasero il Regno delle Due Sicilie e massacrarono migliaia di meridionali che si erano ribellati a quell’invasione cancellandoli come “briganti”».

Al grido «Siamo tutti briganti» gli organizzatori hanno invocato la chiusura dell’esposizione e annunciato altre iniziative: a Roma, a Teano. In prima fila Nando Dicè (architetto di Napoli) e Michele Iannelli (medico di Caserta, vive a Roma), di Insorgenza, un movimento che si è presentato alle elezioni provinciali dell’anno scorso (risultato: 0,1%): «Abbiamo 800 adesioni su Facebook - dicono -. Non vogliamo mettere in contrapposizione il Nord contro il Sud. Operiamo affinché tutto il popolo meridionale si riappropri della propria dignità e della propria identità». Per l’occasione, solo al ritrovo, è ricomparso Roberto Gremmo, ex consigliere comunale di Piemont, mentre il medico di colore Mario Parker (che negli Anni 70 accusò Torino di razzismo) ha proseguito col corteo fino a pronunciare dinanzi al Lombroso una preghiera contro il colonianismo di ogni parte della terra.

Davanti al monumento di Garibaldi, in corso Cairoli, si è svolta la prima «condanna» al «generale dei Mille» per avere «consegnato il Sud ai Savoia, ai massoni, alla mafia imprenditoriale». Per la verità un’accusa non nuova sotto la Mole: Nord e Sud uniti e divisi lo sono stati nella città più meridionale d’Italia per l’immigrazione degli Anni Sessanta.

Che cosa vuole il plotone di Bozzelli, Dicè, Iannelli? Di tutto tranne che lo Stato-Italia: autonomia, indipendenza, c’è chi sogna il ritorno alle «due Sicilie» e c’è chi ipotizza il «federalismo svizzero». Hanno sfilato, pacificamente, gente che lavora a Torino come gli ingegneri Eduardo Marrone, 33 anni (da 3 in Piemonte) e Ferdinando Mallamaci (68 anni, è stato anche docente al D’Azeglio e al Volta) o come l’avvocato campano Francesca Galateri di Genola che ha avi illustri originari del Cuneese. La battuta finale a un giovane napoletano sulla porta del Lombroso: «Un euro e mezzo per vedere il razzismo: è davvero poca cosa!».

eco del chisone 2008