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Non è una riunione sindacale, non sembra nemmeno una assemblea di
minatori. Somiglia piuttosto a un processo al governo. Al loro governo. Al
governo di cui uno dei loro rappresentanti sindacali storici, José
Pimentel, è appena stato nominato ministro delle miniere.
Altopiano andino. Strada sterrata in direzione Oruro. Seduti in cerchio in
uno spiazzo battuto dal vento gelido della cordigliera, un gruppo di
minatori analizza cosa si aspettava di avere e cosa ha invece avuto dal
primo governo Morales. Saranno un'ottantina. Sono qui dall'alba. «La
promessa va mantenuta entro marzo - si agita uno che mostra sessant'anni e
dice di averne trentuno - O ci liberano la terza miniera di Llallagua o
dobbiamo scendere a la Paz» . «No, scendere no - gli rispondono in tre -
prima vediamo come si comporta il nuovo ministro con i cooperativisti, poi
semmai scendiamo». C'è un settore dei minatori, quello formato dalle
cooperative, che è furioso per la nomina del ministro. Considera l'ex
sindacalista pericoloso, lo considera responsabile di aver promosso misure
anti-cooperative ai tempi in cui era deputato. Per questo si è dichiarato
in stato d'emergenza. Gli fa eco il comunicato appena arrivato delle
cooperative minerarie del nord di Potosì, l'antico cuore minerario
d'America. Anche loro «in stato d'emergenza». Ce l'hanno con la Caja
nacional de la salud che non li tratta come vorrebbero. «Ci riserviamo di
occupare in qualsiasi momento tutti i consultori medici della regione»
dicono da Potosì.
Evo Morales ha inaugurato il 22 gennaio il suo secondo mandato, forte del
64% dei voti avuti a dicembre e del robusto sostegno dei governi
progressisti del continente. Ma deve costantemente vedersela con i
movimenti sociali organizzati che lo appoggiano e che gli chiedono di
contrattare minuziosamente ogni loro richiesta. Il primo governo indigeno
della Bolivia, guidato dal movimento al socialismo dell'ex dirigente
cocalero ora presidente, è sotto la pressione della destra secessionista
dell'Oriente bianco e ricco del Paese, ma è da sinistra che lo minacciano
assai spesso di farlo cadere. Il movimento contadino rivendica e ottiene.
Se non ottiene, taglia le strade e blocca il commercio. Il sindacato delle
lavoratrici domestiche, le associazioni in difesa dell'acqua pubblica e le
federazioni dei vicini dei sobborghi della capitale fanno lo stesso.
I minatori hanno una diversa forza di contrattazione. Hanno una grande
capacità di mobilitazione e agiscono come gruppo di rottura. Arrivano a
la Paz con i candelotti di dinamite. Scendono loro e il messaggio è
chiaro. Quando marciano sono disciplinatissimi. «E' l'unica forza che
abbiamo, la dinamite» spiega secco uno degli autoconvocati alla riunione
dell'altopiano che non ha aperto bocca durante tutta la assemblea.
Nell’ottobre 2003, quando “la rivolta del gas” travolse la
presidenza di de Losada e l’esercitò sparò sulla folla uccidendo
ottanta persone, minatori delle cooperative arrivarono in carovana a la
Paz e parteciparono agli scontri degli ultimi due giorni. Furono
determinanti nel braccio di ferro con il governo. Nel 2005, in un’altra
protesta in cui si chiedeva la nazionalizzazione del gas (realizzata poi
da Morales eletto nel dicembre di quell’anno) tornarono e accerchiarono
il Parlamento. Deputati e senatori, per sfuggire alla pressione,
convocarono una seduta straordinaria a Sucre. E i minatori delle
cooperative andarono fin lì. Incolonnati, a volto coperto, con la
dinamite in mano. Di solito si muovono su rivendicazioni di settore.
Chiedono crediti allo Stato e zone di produzione per non essere costretti
a occupare le miniere dimesse. Ma in momenti straordinari partecipano alle
mobilitazioni convocate da altri movimenti organizzati. Quando si alleano
con i contadini hanno in mano il Paese. Il governo Morales con loro tratta
sempre ed è per questo che, alla fine, anche i più duri tra i minatori -
alle prime elezioni di quattro anni fa, al referendum sulla Costituzione
indigenista come alle presidenziali di dicembre - lo votano. Isaac Tichas
studia da sociologo le cooperative di Potosì. Sembra voler soffiare sulla
rabbia dei minatori. «E' vero che il settore minerario apporta al
prodotto interno lordo una quota che non supera il 7% - va ripetendo in
giro ai minatori già di malanimo per conto loro - ma è vero anche che le
esportazioni di minerali rappresentano il 23% dell'export totale
boliviano. Siete fondamentali per l'entrata di valuta. Dovete chiedere
molto, ve lo devono».
I minatori sono una forza molto organizzata, nonostante l'esplosione delle
loro strutture sondacali avvenuta negli ultimi trenta anni, Nel 1985
l’ondata di privatizzazioni forzate dell’intero settore pubblico
boliviano polverizzò anche la Comibol (Corporazione miniere della
Bolivia). Esisteva da trentatré anni. Licenziati 30mila minatori. Alcuni
hanno trovato lavoro in subappalto nelle cooperative di estrazione, poi
sono scappati. Migrazione forzata. Sono arrivati in città a ondate
successive. E si sono trovati senza un lavoro. Quelli a cui è andata bene
stanno nel contrabbando e sono ricchi. Quelli che se la cavano hanno un
banco volante al mercato. Gli altri lavorano su commissione, in luoghi
anonimi, per un intermediario di una fabbrica. O in casa, in quattro o
cinque persone. Non ci sono sindacati, né padroni visibili. Né orario
fisso, né diritti sindacali. E’ il lavoro operaio a domicilio, molto
diffuso nei sobborghi della capitale. Le case di mattoni senza intonaco,
costruite una sull'altra lungo le pareti delle montagne che racchiudono la
valle di la Paz, nascondono 'maquiladoras', ossia fabbriche informali,
clandestine, dove i primi ad essere invisibili sono i lavoratori. E' la
fotografia della fine del vecchio lavoro operaio, scomparso insieme alla
figura dell'operaio sindacalizzato.
In Bolivia per anni è esistita una sola grande organizzazione sociale che
raggruppava diversi movimenti sociali, la Cob (centrale operaia
boliviana). Il suo nucleo era la fabbrica: migliaia di operai. Attorno si
coagularono via via altri movimenti organizzati. Studenti, contadini,
commercianti. La Cob ha avuto grande capacità di intervento politico
nelle battaglie contro i militari negli anni Sessanta e Settanta. La sua
forza politica l’ha mantenuta fino all’85, quando iniziarono i
processi di trasformazione strutturale dell’economia nazionale:
investimenti stranieri, privatizzazioni, aperture di mercato.
Nei dieci anni dall’85 al ‘95 si distrugge il nucleo operaio. Si
chiudono fabbriche, si chiudono miniere, si licenziano lavoratori. La
cultura operaia di fabbrica si estingue e sorge un nuovo tipo di
proletariato, frammentato. Alla fine di questo processo di indebolimento
strutturale della condizione operaia, la Cob si è ritrovata ad avere come
iscritti soltanto il 9% degli operai. la maggior parte dei suoi aderenti
sono maestri, lavoratori della sanità e studenti. Negli ultimi anni sono
stati i singoli movimenti sociali a determinare l’esito delle lotte. I
contadini, per esempio, si mobilitano da soli. Spiega il vicepresidente
della Bolivia, Alvaro Garcia Linera: «Noi qui chiamiamo sindacato
contadino una cosa che in realtà è una comunità».
Anche i minatori, in un modo diverso da tutti gli altri, sono una comunità.
Che si costruisce però sull'identità, non sulle reali condizioni
di lavoro. «Chi è stato minatore - racconta Felipe, medico del distretto
sanitario del 'barrio minero' della capitale - continua a sentirsi
tale anche se da anni vende materiale elettrico al mercato».
Spiega Alexandra, studentessa universitaria che sull'identità dei
minatori sta preparando la sua tesi di lauera: «Una caratteristica dei
minatori attualmente è che gran parte di loro divide la sua attività tra
la miniera e il lavoro nei campi. Questo permette loro di avere un'altra
fonte di reddito, o per lo meno di avere qualcosa da mangiare, nei momenti
di poco lavoro nella miniera a causa di una diminuzione del valore del
minerale nel mercato o in caso di altre emergenze. C'è gente che nelle
miniere non trovi mai nei periodi di semina o di raccolta nei campi».
La decadenza della miniera è evidente nella parabola storica della città
di Potosì. Nel 1560 nel centro urbano vivevano 160mila persone.
L’argento di Potosì sembrava infinito. Si calcola che ne sia stata
tirata fuori una massa pura pari a 46mila tonnellate. Tramontata l’epoca
dell’argento, cominciò quella dello stagno. Dell’era mitica non c’è
più traccia. Dei 700mila abitanti attuali di Potosì, il 70% è povero.
Finita l’era del colonialismo classico arrivò un’industria privata
che gestì le miniere fino al 1952. Fu allora che i militari decisero di
nazionalizzare le tre grandi compagnie minerarie proprietarie dei due
terzi dei giacimenti. Il resto rimase in mani private, frammentato in
piccole e medie imprese di estrazione. Qualcosa della media impresa è
rimasto, ma rappresenta una minima parte della industria mineraria
boliviana: pochissimi lavoratori e tecnologia di punta. Dopo la
privatizzazione la gente è scappata.
«Del mito operaio della miniera boliviana non c'è più di niente - dice
il dirigente di una cooperativa di Potosì - ci siamo rimasti solo noi: i
cooperativisti». Le cooperative sono un capitolo a parte, tragico, della
industria mineraria boliviana. Le cooperative minerarie sono centinaia e
raggruppano il 73% di tutti i minatori boliviani. Sessantamila persone in
tutto. In teoria avrebbero dovuto essere un modello di autogestione
applicata al lavoro in miniera. Invece sono un modello di sfruttamento.
Padri che sfruttano i figli. Madri che partoriscono e tornano a lavorare
in miniera. La loro base organizzativa è la famiglia. Questo garantisce
molta flessibilità e molta capacità di resistenza, ma nasconde un tasso
di violenza elevatissimo.
Nelle cooperative si produce con metodi arcaici. Spesso senza tecnologie,
con attrezzi da museo. E poi si vende a prezzi stracciati, senza nessuna
forza di contrattazione, alle imprese private. Quando esisteva l’impresa
statale, 30mila addetti, e una grande impresa media, altri trentamila,
esistevano comunque i cooperativisti, ma erano una minoranza: 8, 10mila.
E’ andata così fino alla metà degli anni 80. Quando sparisce
l’industria statale e l'industria privata si frammenta in microimprese,
si moltiplicano i cooperativisti.
Sono quasi sempre minatori disoccupati che si organizzano in gruppo,
occupano una miniera in disuso, cercano una vena all'interno e se la
trovano portano dentro moglie e figli per tirar fuori in fretta più
minerale possibile. Dice Alexandra: «Ci si chiudono spesso dentro per non
farsi rubare gli attrezzi o il materiale estratto. Ho visto bambini di un
anno dormire nei cunicoli delle miniere di Atocha».
In teoria i minatori cooperativisti, autonomamente o dopo aver trattato
col governo, dovrebbero occupare un miniera e investire soldi loro,
cercando profitti. In realtà dentro le cooperative si nascondono piccoli
imprenditori che dispongono di denaro liquido e fanno lavorare altri come
schiavi, li subcontrattano. Dentro la cooperativa c’è una grande gamma
di sfruttamento. Quelli nelle condizioni peggiori sono quelli delle
miniere d’oro, nella zona nord di la Paz. Sono in stato di schiavitù,
la loro vita è al servizio dei padroni che li fanno lavorare
indebitandoli. I subcontrattati non possono pagare il debito e indebitano
i figli.
I minatori cooperativisti della Bolivia sono anche il soggetto sociale più
'esplosivo' con cui il governo deve avere a che fare. Morales non è stato
il primo a trattare con loro. Anche la destra quando era al potere era
costretta a farlo. Apparentemente li ignorava. Discretamente, però,
inviava sempre un emissario per trovare un punto d'accordo. Una colonna di
minatori infuriati che scende ordinata dall'altopiano verso la capitale,
d'altra parte, è un segnale inequivocabile per qualsiasi presidente. Vuol
dire che cade il governo.
Angela Nocioni
in data:16/02/2010
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