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'blog' (artigianale)
1 maggio 2011
Italia:
quali lotte, quale unità sindacale e per cosa? (estratto)**
<<Lo
sciopero generale della CGIL arriva 3 mesi dopo quello proclamato da FIOM
e sindacati di base per il 28 gennaio (sulla Fiat e la linea Marchionne),
e dopo lo sciopero separato del sindacato di base Usb e
quello del 15 aprile dichiarato solo
da CUB, Cobas, Comitato immigrati.
La CGIL ha deciso di lottare, non è mai troppo tardi, ma la lezione
dell'Egitto ci insegna, con tutte le differenze, che occorre in Italia una
lotta più dura, più lunga, più partecipata e con obiettivi veramente
legati agli interessi della classe operaia e dei disoccupati.
Oggi
siamo lontani da questo obiettivo, occorre 'aspettare' che la crisi del
capitale chiarisca a molti - attendisti o ancora 'garantiti' - che occorre
scendere in piazza e difendere 'tutti insieme' - a partire dagli operai-
(ma chi vuole mettersi insieme agli operai?) la propria sopravvivenza
immediata e futura. Occorre anche che cresca la capacità critica, la
coerenza di vita personale, la 'libertà' dai modelli di consumo e
dall'ideologia, imposti dalla classe dominante. Insomma bisogna fare la
propria- difficile a farsi- rivoluzione personale.
Non
è facile arrivare all'unità di lotta: i lavoratori la chiedono (almeno i
più consapevoli ), ma i vertici sindacali continueranno a marciare divisi
per lungo tempo se restiamo passivi e deleghiamo loro le decisioni. (Non
ho mai accettato di dividere i lavoratori in base alle diverse bandiere
sindacali, politiche e religiose , né di tifare per una o l’altra
sigla. Ho aderito ad alpcub nel 1995 per la situazione particolare di
burocratizzazione - anche nella CGIL pinerolese, - e contro l’accordo
sulle pensioni.Per anni anche la CGIL pinerolese si è ‘addormentata’.
So che le divisioni sindacali sono il prodotto, fra l’altro,
della degenerazione inevitabile
del sindacalismo moderno) -
nota:Questa
parte non è stata letta al 1 maggio
perché era rimasta negli appunti….
*
E poi non basta la lotta sindacale, che si svolge nel limite della
contrattazione della forza lavoro - spezzettata- con padroni e
governi.
Ho abbastanza esperienza per attendere il 'giusto' momento, senza
cedere alle scorciatoie e senza più illusioni giovanili , nè subire
quelle delusioni che in questi anni hanno decimato la sinistra italiana-.
Non ho fretta. Chi ha fretta faccia la sua strada e provi – da solo
– a cambiare il suo avvenire , come dice la propaganda padronale
e di regime.
Può
darsi che il ‘momento giusto’ arrivi presto o … con un'altra
generazione. Intanto, quando non si lotta, ‘siedo sulla riva
del fiume ad attendere il passaggio del cadavere dell'avversario di
turno’(Mao- a memoria). Nessun umano, nessun
potere, è eterno, nemmeno il sistema capitalistico in cui 'viviamo'.
'Scenderò in
piazza' quando si muoveranno le grandi masse ( per me la 'rivoluzione' è
quella condivisa dall'80% della popolazione di un paese (e non in un solo
paese) . Sono per una rivoluzione che non abbia bisogno di ricorrere alla
violenza nè prima, nè durante, nè dopo - a parte la giusta legittima
difesa (come scrisse Gandhi) per contenere la minoranza
privilegiata e conservatrice del vecchio potere che facesse
resistenza. >>
Piero
Baral/pensionatoalpcub ( chi vuole discutere queste posizioni scriva a pbaral@alice.it
** vedi pdf il testo integrale per il blog :
clicca Piero
Baral - (pensionato alpcub).
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- di Guido Viale
LE SBERLE DELL'ECONOMIA- 16 giugno 2011 - il
manifesto
Il vento che ci ha portato all'esito delle elezioni amministrative
e dei referendum continuerà a soffiare; bisogna cominciare a fare
i conti con i problemi che ci troveremo di fronte a breve. A
cominciare dai problemi economici. C'è ancora qualcuno che crede
che la Grecia possa ripagare il suo debito (in gran parte nelle
mani di banche francesi, tedesche e inglesi e ora anche della Bce)
o anche solo rinegoziarlo a tassi accettabili mentre le politiche
che le impone l'Unione Europea annientano qualsiasi possibilità
di ripresa?
O c'è ancora qualcuno che crede che alla lunga possano sottrarsi
a una sorte analoga gli altri paesi europei che si trovano più o
meno nella stessa posizione della Grecia, a meno di una revisione
radicale del "patto di stabilità"? E c'è ancora
qualcuno che pensa che in un contesto simile l'economia italiana
possa tornare a crescere, realizzando un avanzo primario
sufficiente a riportare il suo debito al 60 per cento del Pil? E
poi, di che crescita stiamo parlando? Di una crescita del Pil, cioè
contabile, per soddisfare le società di rating, interamente
controllate dai big della finanza internazionale.
Quella stessa finanza che - dopo aver mandato in rovina milioni di
clienti irretiti da mutui fasulli, di risparmiatori ingannati da
titoli di carta straccia, di imprese rimaste senza credito perché
le banche continuano a investire sui derivati - sta ora
scommettendo sul fallimento di quegli Stati che si sono svenati
per salvarla, svenando a loro volta i propri cittadini.
E ancora, è forse possibile affrontare temi di ampio respiro -
come il dibattito sul reddito di cittadinanza (su cui si appena
svolto a Roma un incontro promosso dal Basic Income Network); o il
finanziamento di scuola, università e ricerca; o un piano
nazionale di lavori pubblici finalizzato alla manutenzione del
territorio, degli edifici pubblici e di quelli dismessi (e non
alle "grandi opere"), e molte altre cose ancora -
ipotizzando un semplice spostamento da una posta di bilancio a
un'altra di fondi in gran parte "virtuali", cioè
inesistenti, e senza venir meno al patto di stabilità dell'Unione
Europea (quello di cui si fa forte, e che rende forte, Tremonti)?
Il dibattito sul ritorno alla crescita, imperativo categorico di
tutto l'establishment economico, politico e sindacale del paese -
ma anche del resto del mondo - e che ha coinvolto anche, su questo
giornale, Valentino Parlato e Pierluigi Ciocca, lascia perplessi.
Si parla, certo con approcci differenti e anche contrapposti,
delle condizioni perché l'economia italiana torni a crescere: in
due tempi, secondo alcuni; perché senza tagli di bilancio e
"conti in ordine" non può esserci ripresa; con più
ricerca, più investimenti, più occupazione, secondo altri; perché
questa è la premessa per poter salvare i conti pubblici. Ma di
quale ricerca, quali investimenti, quale occupazione, cioè di
quale "crescita" non si parla mai.
Non sono un fautore della decrescita. Trovo questo concetto povero
di contenuti; inutilizzabile, se non impresentabile, nelle
situazioni di crisi (quando a essere messi in forse sono redditi e
posti di lavoro); ambiguo (in quanto speculare, anche se opposto,
a quanto ci viene proposto dagli economisti mainstream). Non credo
che le otto "R" di Latouche (rivalutare,
riconcettualizzare, ristrutturare, ridistribuire, rilocalizzare,
ridurre, riutilizzare, riciclare) apportino al dibattito politico
molto più di un chiarimento concettuale. Però, quando si scende
- se mai si scende - sulle cose da fare o proporre èmolto più
facile ritrovarsi d'accordo al di là delle formulazioni
dottrinarie. Ma questa diffidenza non significa certo accettazione
del diktat della crescita.
Il problema è individuare prospettive e proposte praticabili
secondo il principio "pensare globalmente e agire
localmente"; dunque, in contesti in cui è possibile
raccogliere le forze intorno a obiettivi condivisi. La campagna
referendaria contro la privatizzazione dell'acqua, con tutti i
significati di cui si è caricata nel corso del suo svolgimento,
è l'esempio di un agire che da modeste dimensioni ha assunto un
respiro generale. La costruzione di un Gas (gruppo di acquisto
solidale) è l'esempio di una prassi che ha un valore
paradigmatico, anche se effetti ancora circoscritti. In ogni caso,
la "crescita" (un concetto largamente screditato: lo
ricordo a Valentino Parlato) non può essere un obiettivo; e
nemmeno lo "sviluppo"; lo è il governo o, meglio,
l'autogoverno dei processi economici. La conversione ambientale
(ecologica, diversificata, diffusa, solidale,
partecipata, sostenuta dai saperi della cittadinanza attiva)nei
settori decisivi dell'efficienza e dell'approvvigionamento
energetico, dell'uso razionale delle risorse - di cui la gestione
dei rifiuti è solo l'ultima fase - dell'agricoltura e
dell'alimentazione, della estione del territorio, edificato
e non, dell'educazione e della ricerca, è una prima
pprossimazione al concetto di autogoverno. E qui ci si ferma;
perché per le sue caratteristiche di processo che nasce dal basso
e, pur armato di buone pratiche e dei saperi che scienza, cultura
e tecnologia mettono a nostra disposizione, la conversione
ecologica ha bisogno in ogni luogo della partecipazione e concorso
degli organismi attraverso cui si esprime la cittadinanza attiva.
Per questo ogni sua ulteriore definizione è in gran parte
rimandata ai processi di auto organizzazione e di autogoverno.
Tuttavia, mano a mano che i processi molecolari si concretizzano,
unificano e rafforzano, i movimenti vengono a confronto ed entrano
in conflitto con il potere della finanza internazionale e dei
governi che ne sono mandatari a livello statuale. La prima posta
in gioco di questo confronto è il bilancio degli Stati. E lungo
questo percorso, la strada della
bancarotta della finanza statale, a meno di una revisione radicale
del patto di stabilità, sembra essere una tappa obbligata. Si
tratta solo di vedere chi e come la gestirà. Prendiamo la Grecia.
Prima o poi farà default. Chi lo nega lo fa per scaramanzia; ma
è come nascondere la testa sotto la sabbia. Il problema è se a
questo passaggio obbligato si arriverà dopo aver spolpato
lavoratori e popolo di tutto quello che hanno conquistato nel
corso del secolo scorso, e dopo aver svenduto alla finanza
internazionale
tutto il vendibile (porti, utility, servizi pubblici, acqua,
edifici, isole, spiagge,magari anche il Partenone); oppure se la
dichiarazione di insolvibilità arriverà prima delle svendite,
perché la mobilitazione popolare e il timore della sua
moltiplicazione in molti altri paesi - avrà imposto al governo
greco o all'Unione europea un cambio di rotta. Il che ci ricollega
alla mobilitazione in corso in Spagna, a un referente nelle
rivolte dei popoli del Maghreb e del Medio Oriente e, finalmente,
anche un po' al vento che ha preso a soffiare in Italia.
E da noi?Qualcuno ha cominciato a pensare come si governa
l'economia di un paese insolvente? Magari in compagnia di altri
paesi insolventi? Forse non è una prospettiva immediata, ma
nemmeno una mera ipotesi di scuola; emeriterebbe qualche
attenzione in più. Gli economisti che possono farlo non mancano.
Gli esempi a cui rifarsi, nemmeno. L'ultimo in ordine di tempo è
l'Argentina, che non ne è neanche uscita tanto male; anche grazie
al fatto che lavoratori e comunità hanno presso in mano il
destino dimolte aziende altrimenti condannate alla chiusura.
Ma il secondo dopoguerra (quello del 1945) è ricco di Stati
insolventi, e l'Italia è uno di questi. Il caso più interessante
è forse la Germania, dove oltre al debito pubblico era stato
azzerato anche il valore della moneta, distribuendo a tutti una
piccola somma per "ripartire". Non che si debba
ripercorrere strade già tracciate; oggi c'è l'euro e prima di
affossarlo è probabile che si renda irrinunciabile l'azzeramento
del patto di stabilità. Comunque, una maggiore apertura di
spirito nel prospettare gli scenari di domani non farebbe male.
Il vento sta cambiando e bisogna attrezzarsi e mettersi al passo.
Cambiare il mondo si può. Quando gli Stati Uniti sono entrati
nella seconda guerra mondiale, in pochi mesi hanno convertito
l'intero loro apparato produttivo (il più potente del mondo) per
fare fronte alle esigenze della produzione bellica. Poi lo hanno
di nuovo convertito (in poco tempo, e solo parzialmente) per fare
fronte alle aspettative della pace. Oggi siamo in guerra contro
una minaccia altrettanto se non più mortale: quella dei
cambiamenti climatici. Molti governi - tra cui il nostro - non se
ne curano affatto; quelli che se ne curano lo fanno in misura
insufficiente. Ma la resa dei conti sta per arrivare e chi si sarà
attrezzato per tempo si troverà meglio; o meno peggio.Ma una
conversione ecologica del sistema produttivo e dei modelli di
consumo dominanti non può avvenire senza liberarsi anche dalla
cappa che la finanza internazionale ha steso sull'economia
mondiale e sulla vita di tutti.
http://www.operaicontro.it/index.php?id=3c893735f
Indesit di Brembate-
riforma 'batte un colpo' sul 1
maggio, l'eco del chisone- questa settimana -lo ignora
riforma
n.18/2011
inserisco l'articolo di
fondo:
Un Primo Maggio contro la
guerra e lo sfruttamento del lavoro
di Paolo Ferrero
su Liberazione del 01/05/2011
Buon Primo maggio a tutti e a
tutte. Questa festa acquista con i passare degli anni un significato più
grande, come quella del 25 aprile. Il motivo è semplice e grave allo
stesso tempo: i significati di fondo delle feste della Liberazione e
della festa dei lavoratori e delle lavoratrici sono messi radicalmente
in discussione. Sul 25 aprile questo è un po' più chiaro. Da anni vi
è una coscienza diffusa che il revisionismo storico - propagandato
dalle destre e da tanta parte del centro sinistra - mette in discussione
la Resistenza e l'antifascismo come elementi fondanti la Repubblica
italiana e la civile convivenza nel nostro paese. Il 25 aprile è negato
alla radice da chi considera la Costituzione italiana un fardello da cui
liberarsi al fine di svincolare il potere economico e politico dal
rispetto delle regole. Per questo attorno al 25 aprile e
all'antifascismo è cresciuta una nuova coscienza civile, che ha
coinvolto anche masse importanti di giovani. Il 25 aprile da
celebrazione rituale è diventata una data di battaglia politica, di
orgogliosa riaffermazione della lotta partigiana come cesura, come nuovo
inizio della storia del paese.
Sul primo maggio le cose sono più confuse. E' del tutto evidente che è
in corso un tentativo di sistematica demolizione del movimento operaio e
della sua forza organizzata. Questo tentativo ha subito un'accelerazione
in quest'ultimo anno con l'attacco di Marchionne volto a peggiorare le
condizioni di lavoro e a distruggere l'autonomia del sindacato.
L'attacco è però più generale e più di lungo periodo. Il punto
centrale riguarda proprio l'autonomia del movimento operaio in quanto
tale. Riguarda cioè la possibilità di pensare e praticare la lotta di
classe come lotta dotata di contenuti, prospettiva e potenzialità di
trasformazione. Il punto di fondo di questa offensiva è che l'unico
soggetto accreditato di progettualità è l'impresa. Essa deve essere
assecondata dentro il vero scontro in atto: la lotta fra imprese e
territori dentro la globalizzazione. La narrazione di Marchionne postula
che l'unico soggetto protagonista della trasformazione è l'impresa,
guidata da condottieri che sanno muoversi fuori e contro le vischiose
regole della democrazia e dei contratti, e che il conflitto di classe è
un fastidioso e nocivo disturbo rispetto alla vera guerra in corso. Il
libero dispiegarsi dell'iniziativa manageriale diviene così la
condizione del successo dell'impresa, che a sua volta è la premessa per
il mantenimento dei posti di lavoro.
II lavoro torna ad essere presentato come variabile totalmente
dipendente dal capitale. I lavoratori e le lavoratrici vengono
raffigurati come infanti incapaci di capire il loro vero interesse, che
ovviamente coincide con quello dell'azienda. Per questo devono essere
guidati per mano da una élite illuminata che spiega loro come il
peggioramento delle condizioni di lavoro coincide con il loro bene. Ai
lavoratori viene chiesto non solo di lavorare di più, ma di essere
consenzienti con questa prospettiva individuata come la sola strada
praticabile per salvare i posti di lavoro. In questa deformata
rappresentazione il movimento operaio non solo è inutile, ma è dannoso
per i lavoratori stessi: più i lavoratori lottano e peggio staranno,
loro e i loro figli. Il punto di vista operaio viene così svuotato di
qualsiasi valore positivo e presentato come egoismo miope, inconcludente
e conservatore.
Il mancato riconoscimento del valore positivo della lotta di classe si
accompagna con altri due elementi, di lungo periodo.
Da un lato, la messa in discussione di una organizzazione autonoma dei
lavoratori e delle lavoratrici sia sul piano politico che sindacale.
L'ideologia interclassista è stata alla base della distruzione del Pci
vent'anni fa e dell'attacco forsennato alle organizzazioni di sinistra
che fanno del riferimento di classe un ancoraggio fondante. Ne è
manifesta espressione il tentativo continuo e pervicace di affossare la
Federazione della Sinistra, attuato attraverso la nostra cancellazione
sistematica dalla comunicazione di massa.
Dall'altro lato, il compromesso neocorporativo attraverso cui la Cgil e
il sindacalismo di base sono regolarmente messi in discussione come
titolari di un ruolo contrattuale. Il tentativo è il ritorno ad una
politica in cui destra e sinistra politica sono espressioni interne al
blocco sociale borghese e in cui il sindacato di classe viene aggredito
a favore di un sindacalismo aziendalista e sostanzialmente complice.
In secondo luogo, l'autonomia di classe viene negata sul piano
simbolico, della produzione dell'immaginario. La cultura di massa
televisiva propone un modello solo: essere ricchi, belli e famosi. Chi
non risponde a queste caratteristiche è uno "sfigato", che se
si ribella lo fa per un motivo solo, perché è invidioso. I ricchi non
ci hanno portato via solo i soldi ma anche la fantasia, la capacità di
pensare. Fino a vent'anni fa un operaio o un disoccupato era uno
sfruttato, con il diritto di ribellarsi contro una società ingiusta;
oggi viene presentato come un fallito, uno che non è stato capace: uno
che deve solo vergognarsi.
Il problema è che di questa aggressione sottile ma violentissima vi è
una consapevolezza limitata. Assai minore di quella relativa
all'aggressione ai valori della Resistenza. Le manifestazioni del Primo
Maggio sono organizzate sia da chi vuole sviluppare l'autonomia di
classe che da chi la vuole annegare nel paternalismo. Festeggiano fianco
a fianco coloro che contestano la centralità assorbente dell'impresa e
coloro che la santificano.
Per questo il compito storico di noi comunisti e comuniste è quello
della ricostruzione di una visione del mondo, di una aggregazione
politica e di una pratica sociale e sindacale che pongano al centro gli
interessi dei lavoratori e delle lavoratrici e siano capaci di mettere
in discussione lo sfruttamento.
Per questo siamo a fianco dei lavoratori della Fiat e della Bertone
contro i dictat di Marchionne. Per questo sosteniamo lo sciopero
generale e il 6 maggio saremo in piazza con la Cgil. Per questo
proponiamo a tutte le forze della sinistra autonome da padroni, banche e
Vaticano di unirsi, perché c'è bisogno di costruire una sinistra degna
di questo nome. Per questo ci battiamo contro la guerra, in Libia come
in Afganistan, perché la lotta contro lo sfruttamento del lavoro non è
che l'altra faccia della medaglia della lotta contro lo sfruttamento dei
popoli. Per questo proponiamo una piattaforma di mobilitazione basata
sulla lotta alle grandi ricchezze attraverso la patrimoniale, sulla
lotta per il lavoro basata sulla riconversione ambientale e sociale
delle produzioni. Per questo proponiamo di rilanciare la lotta al
neoliberismo costruendo coalizioni - come quella per i referendum
sull'acqua pubblica e contro il nucleare - che siano in grado di
proporre l'alternativa fuori e contro la centralità onnipotente
dell'impresa capitalistica.
Questo Primo Maggio allora non partecipiamo solo ad una manifestazione,
ma assumiamo il tema della costruzione di un nuovo movimento operaio
come il punto fondante di una lotta politica contro la guerra e lo
sfruttamento del lavoro.
non conosco come si è comportato lo
spezzone antiguerra,
ma inserisco questa notizia e relativo
commento (piero)
Torino 1
maggio.
Il PD aggredisce
lo spezzone contro la guerra.
Il servizio d’ordine del PD ha tentato di fermare lo spezzone contro la
guerra e il militarismo, promosso da Federazione Anarchica Torinese,
Federazione Anarchica del Monferrato, Perla Nera, Zabriskie Point
Novara,
Collettivo Anarchico Studentesco Torinese. In piazza Vittorio, alla
partenza del corteo, il servizio d’ordine degli squadristi democratici
del
PD ha assaltato il furgone d’apertura degli anarchici. Hanno frantumato
il
parabrezza e rubato le chiavi del mezzo. Quando gli antimilitaristi, dopo
un lungo scontro con i democratici, sono riusciti a riprendersi le chiavi,
le hanno trovate spezzate. Gli stalinisti poi, temendo di essere
riconosciuti, hanno aggredito un manifestante che stava fotografando il
corteo, spaccandogli a pugni la macchina fotografica. Nonostante la
violenza incontrata, nonostante il furgone fuori uso, lo spezzone è
partito lo stesso per terminare numeroso in piazza San Carlo. Diffusa la
notizia dell’aggressione, lo spezzone del PD è stato duramente
contestato,
insultato e anche schiaffeggiato dai manifestanti. Poi l’azione
intimidatoria e repressiva del PD è continuata fuori dal corteo. Un
compagno di Alessandria infatti, tornando alla propria auto, si è
ritrovato chiodi e viti intorno alle ruote. Questi sono i mezzi adoperati
da un partito ora all’opposizione, ma poco tempo fa al potere, che
ha
sostenuto e finanziato guerre in Afganistan, Iraq e nella ex Jugoslavia.
Metodi già utilizzati a Torino nel 1999, quando era presidente del
consiglio Massimo D’Alema, per reprimere il dissenso di chi si opponeva
ai
bombardamenti. Oggi, 1 maggio 2011, non potendo disporre delle truppe
dello Stato, hanno assoldato picchiatori prezzolati in divisa rossa e
bianca. Dopo questa giornata, resta solo la miseria politica e
morale di
chi ha il coraggio di scendere in strada il 1 maggio, quando tutto
l’anno
difende i profitti dei padroni e le guerre degli stati.
Federazione Anarchica Torinese - FAI, Federazione Anarchica del Monferrato
- FAI, laboratorio anarchico Perla Nera di Alessandria, circolo Zabriskie
Point Novara, Collettivo Anarchico Studentesco Torinese
mi spiace ma non condivido il testo segnalato (sotto):
Io non odio i miei avversari,(impariamo dall'Egitto) li combatto sul terreno di massa e
aspetto che muoiano di morte naturale), quando sarà ora quelli come
Renzi potremmo metterli il giusto tempo alle presse (ma non per fabbricare
automobili che sono un mezzo obsoleto e nocivo: Bugani perchè non
parli dei morti in 'incidenti' stradali - quelli ti sembrano naturali?
-Anche questo pezzo che inserisco nel blog è significativo.
Vorrei sapere- non sono molto informato (sono stanco) se Renzi
si riferiva ai ristoranti,bar,ospedali,autobus ecc che lavorano
anche di domenica o ad altri lavori non indispensabili...
-piero
dom, 01 mag @ 18:50
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IL
PIDI-MOCRISTIANO
Pubblicato in:: Numero940-11
operaicontro.it |
( a Matteo Renzi )
Primo Maggio. Lavorate. Io no. Matteo. Renzi. Pidi-mocristiano. Primo Maggio.
Lavorate. Operai. Di merda. Io guardo. Vangelo. Secondo Matteo. Renzi. Primo Maggio.
Lavorativo. Per gli altri. Io guardo. Io Matteo. Voi nessuno. Io come Calearo. Io
sono, pidimocristiano. Voi, operai. Dimmerda. Primo Maggio. Giorno normale. Voi
anormali. Allora lavorate. Ecco cosa è servito. Cenare ad Arcore. Ecco cosa è
servito. Essere sindaco. C’ era La Pira. Ora La Pirla. Pidimocristiano. Come tutti.
Tradiscono. Candidato a segretario. Vangelo secondo Matteo. Primo Veltroni. Terzo
Bersani, dice. PD fondato sul lavoro. Renzi esegue. Ne consegue. Nessuno lo segue.
Elettori. Ribellioni. Dimissioni. Matteo, hai mai lavorato? Matteo grida. Al lavoro.
Schiavi. Per mia poltrona. Io Re Sole. Per te ghigliottina. Per tutti come te. Invece
noi si tace. Thyssen Group. Eureco. Morti bruciati. Cani. Schiavi. Cenere di merda. I
sopravvissuti, piangono. Vedono, i compagni. Bruciare. E tu mi dici. Schiavo. Vedono,
i compagni. Morire, nel fuoco. I sopravvissuti, hanno mani nere. Hanno spento i
compagni. Hanno il viso arso. Pelle squamata. Pori acidi di siero. Il naso è
scomparso. Le labbra sono crosta. Niente ciglia. Ma gli occhi. Gli occhi. Ti
guardano. Nella tua merda poltrona. Il tuo vile discorso. La tua camicia pulita. I
tuoi bracciali d’ oro. I tuoi anelli, diamanti. Gli occhi, ancora. Ti guardano.
Fotteresti tua madre. Per una carriera. Fa paura, bruciare. Fa paura, vedere morire.
Ma io non cambio. Tu no. Fotteresti tuo figlio.
Per te una ghigliottina, presto, la mattina. Un giorno diverso. Una ribellione. A te, Comunione
Liberazione. Ritorna dov’eri. Una ghigliottina, per il tuo vangelo. Dagli occhi. Dei
sopravvissuti. Ti guardo. Senza colore. Retine bruciate. Guardo il tuo odore. Letame di vacca.
Pianto di colpa. Ti pianto, le parole. Nella gola. Lama nera. Bruciata.Stemprata.
Non serve l’acciaio. Per tagliare merda.
1 Maggio 2011 Giuliano Bugani operaio, giornalista, poeta
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