Beloit Italia - da la Beidana

Lorenzo Tibaldo
La Beloit Italia

 

In concomitanza alla crisi Mazzonis sulle scena sindacale del tempo avviene un’altra importante azione di lotta, contro la politica dei licenziamenti, quella della Beloit Italia a Pinerolo. Un’occupazione preceduta nel corso degli anni da altre numerose agitazioni.

Durante l’estate del 1960 in occasione di una vertenza sindacale due membri della C.i.. vennero licenziati com metodi spicci e sbrigativi. Decisione assunta dai dirigenti italiani della Beloit e che venne in seguito sospesa con interventi e pressioni ai vari livelli ( sindacati, sindaco di Pinerolo, il Console americano, ecc.) e il tutto demandato ad un arbitrato. Pier Carlo Pazè scrisse che " con il licenziamento di due membri della Commissione interna era stato violato quel diritto di organizzazione sindacale garantito dall’art. 39 della Costituzione italiana: è chiaro che, al momento dei fatti, i due operai licenziati erano nel pieno compito del loro mandato di membri di Commissione interna."

L’altro tradizionale strumento di potere, teso a creare il consenso, era quello del paternalismo, della grande famiglia ( il Circolo aziendale organizzava attività sportive e ricreative ) che trova la massima espressione nel giornale di fabbrica, " La voce della Beloit Italia", fondato nel gennaio del 1962.

Riportiamo alcuni passi significativi ( tratti dal numero di gennaio del 1962 ) dell’articolo di A.J. Manganaro, nei quali in modo palese emerge l’obiettivo del coinvolgimento ( attivo e passivo ) del lavoratore nell’alveolo dell’ideologia aziendalistica e neo capitalistica: " Chissà quante volte avrai letto articoli sui giornali delle più svariate tendenze ed avrai esclamato : ‘ No, questo non va! Io la penso in un altro modo; ho qualche idea io. Saprei come rispondere’.Ecco il punto: basta avere qualche idea, molta buona volontà e il coraggio della propria opinione.

Pensa che questo non è un giornale di parte o di élite: è il tuo giornale, quello sul quale potrai scrivere anche tu! Questo numero 0 è uscito un po’ di soppiatto, preparato da un gruppo di persone che aveva già un poco di dimestichezza con le redazioni e la carta stampata; ma non è un foglio amministrato da un cerchio chiuso di persone; questi primi redattori non si vogliono certo rinchiudere in una casta di inavvicinabili; al contrario, attendo la tua collaborazione.

Potrai sbizzarrirti:

sei un operaio montatore? un operatore macchina? sei un impiegato, o una signorina che incolonna vertiginosamente cifre su cifre da

mane a sera, o un operaio fonditore o un disegnatore? anche tu hai qualche idea da esprimere, qualche proposta da fare, una novella da pubblicare, un articolo tecnico, o un disegno, o qualche bella foto da mostrare a tutti.

Scrivici dipenderà da te l’uscita del prossimo numero.

Un augurio cordiale per un nuovo anno prospero e felice."

La storia della Beloit insegna che tutti coloro che hanno espresso apertamente le loro opinioni non coincidenti con quelle padronali sono state "allontanate", attraverso licenziamenti individuali o le liste di proscrizione inserite nei licenziamenti collettivi.

 

Il sindacalismo aziendalista dell’ALABI

 

Sul versante strettamente sindacale nel 1961 avviene alla Beloit un fatto significativo: la nascita del sindacato aziendale ALABI ( Associazione Lavoratori Apolitici Beloit Italia). Portavoce del programma sindacale del nuovo raggruppamento filopadronale si farà il settimanale "Il Pellice", il quale pubblicherà il manifesto tecnico-organizzativo dell’Alabi, informando che " La iniziativa ha già riscosso fra le maestranze del complesso ampi consensi." Manifesto fondato essenzialmente su tre punti: I) apoliticità; 2) autonomia finanzia; 3) contratti aziendali.

L’Alabi si caratterizzò con una polemica sulla" politicità" delle altre organizzazioni sindacali, ovvero sui collegamento tra sindacato e partito ( critica che poteva anche essere compresa) ma, più in generale, contro ogni iniziativa sindacale che si fondasse su strategie politiche generali e che esulassero dal contesto delle esigenze aziendali dei lavoratori. Ciò comportava una prospettiva sindacale tutta interna, tipicamente aziendalistica ( che in qualche modo si può richiamare a quella di Arrighi alla Fiat o quella del FALI negli stabilimenti Riv) , pragmatica e rivolta a ricomporre i bisogni operai ognuno all’interno della propria azienda.

Durante le elezioni della Commissione interna alla Beloit per l’anno 1961-62, in cui per la prima volta si presentava l’Alabi, i risultati furono i seguenti:

FONDERIA.

Voti validi: impiegati 8 operai 110.

ALABI: impiegati voti 8 operai 53

CISL: operai 22

FIOM operai 35

 

Seggi assegnati: ALABI impiegati 1 operai 1

FIOM operai 2

SEDE.

Voti validi: impiegati 253 operai 377

ALABI: impiegati 89 operai 97

CISL: impiegati 127 operai 48

FIOM: impiegati 37 operai 175

UIL: operai 57

Seggi assegnati: ALABI impiegati 1 operai 1

CISL impiegati 2

FIOM operai 2

UIL operai

I positivi risultati ottenuti dal neo-sindacato Alabi vennero percepiti non come un fatto sporadico e da sottovalutare, ma come un elemento di trasformazione della strategia padronale. Infatti questo è un fenomeno attuale che si è " già manifestato altrove, alla Fiat, alla Riv, e in modo diverso recentemente alla Mazzonis di Pralafera.

In quest’ultima azienda il fenomeno ha avuto un rilievo particolare, allorché la parte padronale nel riprendere le trattative ha voluto escludere i rappresentanti dei sindacati al fine di trattare unicamente con la Commissione interna. L’atteggiamento della Mazzonis rivela una preoccupazione costante del neocapitalismo moderno, desideroso di imprigionare entro gli schemi aziendali ogni manifestazione, sì da creare un’associazione di uomini a tipo unico, a unico indirizzo, finalizzato al solo scopo aziendale per lo più identificato colla produzione.

In realtà qual’è il discorso che ha portato buona parte del nostro mondo imprenditoriale a tale atteggiamento? Semplicemente questo: favoriamo con ogni mezzo la creazione di un sindacato d’azienda, senza legami con una qualche centrale sindacale ed allora sarà molto più comodo per moi condurre le trattative con le maestranze, dal momento che i rappresentanti operai non avranno l’appoggio di una organizzazione di tipo nazionale. I sindacati d’azienda sono in tondo la realizzazione pratica del ‘divide et impera’ applicata alle relazioni fra mondo operaio e capitalismo. naturalmente nella visione unilaterale di una parte! Nulla più.

E’ un’osservazione che facciamo, perché la storia esige sempre una spiegazione. E tale è la spiegazione più ovvia di un fenomeno che alla Beloit si chiama oggi ALABI."

I licenziamenti e l’occupazione

Nel marzo del 1963 inizia a profilarsi una situazione di crisi per lo stabilimento italo-americano. il Consiglio comunale di Pinerolo si interroga sui 90 licenziamenti paventati dalla Direzione Beloit e si sollecita il diretto intervento del Sindaco.

I licenziamenti saranno 45 e , come in altre circostanze e occasioni, viene posta la domanda se sia giusto o meno che la crisi si scarichi sempre sugli operai, perché si rifiuta " il malvezzo quanto mai crudo che hanno spesso gli industriali di ricorrere ai licenziamenti come prima valvola di sfogo non appena incontrano difficoltà di ordine produttivo, scaricando cioè sui lavoratori il peso dei periodi difficili dimenticando che, quando le cose vanno bene, non sono certo i lavoratori i primi a beneficiarne."

Ma questa politica di riduzione verrà anche usata per fare" pulizia" tra le maestranze, ovvero per allontanare dalla fabbrica gli operai sindacalmente più impegnati o, comunque, decisi a far valere i propri diritti e che si "sono sempre opposti al clima antisindacale e paternalistico". Bisogna ricordare che la politica della Beloit si è sempre caratterizzata da un lata dal paternalismo, che si espresse anche tramite il sindacato filoparonale, dall’altro da un determinato atteggiamento antisindacale rivolto a far piazza pulita di ogni ostacolo che si potesse frapporre alla politica della Direzione.

Il momento più aspro della crisi viene raggiunto nel 1964. Nel febbraio del 1964 vengono licenziati 75 impiegati: era appena trascorso un anno dai precedenti 45 licenziamenti. Diventa sempre più ferreo il controllo dell’aziende sugli operai fino a far scrive che bisogna " Impedire che la proprietà sui mezzi di produzione tenda a diventare proprietà sugli uomini e sulle loro idee, mettendo fuori chi si oppone".

Il 28 dicembre 1964 la Direzione comunica la decisione di procedere a 300 licenziamenti(200 operai e 100 impiegati), sugli attuali 1150 occupati, dopo che da oltre un anno quasi tutti i lavoratori della Beloit lavorano a orario settimanale ridotto di 24 ore.

La risposta dei lavoratori è quella di ricorrere all’arma di lotta che caratterizzo anche la Mazzonis: alle ore 14 di martedì 7 gennaio oltre settecento lavoratori occupano gli stabilimenti di via Vigone (fonderia) e quelli di via Martiri del XXI ( sede centrale). Il giorno seguente "un centinaio di dipendenti, donne della Beloit Italia, hanno sfilato in corteo per le vie della città e dopo essersi fermate di fronte al palazzo comunale hanno raggiunto le sedi dei due stabilimenti in via Martiri del '21 e in via Vigone. Portavano in testa un enorme cartellone con su scritto: ‘Le colleghe di lavoro solidarizzano con gli occupanti della Beloit Italia’. "

Prima di continuare a delineare gli sviluppi della crisi è di estremo interesse soffermarsi sulla organizzazione dell’occupazione da parte dei dirigenti della C.i.. Necessità di far conoscere questi fatti non per un senso di apologia alle lotte e alla perfezione e bontà del cipputi operaio di sessantottina memoria, ma per sottolineare il senso di responsabilità e di organizzazione avuto nel corso dell’occupazione imposta dal licenziamento di 300 lavoratori.

 

Il vademecum dell’occupante

 

Quello citato è una manoscritto di Francesco Castagno, operaio, militante della Cgil e membro di C.I_.

"Il giorno che fu occupata la fabbrica si è formato un comitato d’occupazione il quale si presentò dal dott. Manganaro per dichiarare l’occupazione della fabbrica. A tale comitato è stato fatto presente dalla direzione che la responsabilità di tutto ciò che accadrà nello stabilimento ricade sul comitato stesso, sia per i danni arrecati da tutti i dipendenti sia per qualsiasi ragione penale che può essere intraprese contro le maestranze. Purtroppo, quando il comitato si è formato, non si è potuto chiedere l’elezione degli elementi da parte delle maestranze in quanto non si è avuto assolutamente il tempo, ma si sono presentati volontari elementi responsabili e coerenti alla grave decisione presa. Ora, il comitato, vuole da parte delle maestranze mia approvazione, per avere libertà nelle decisioni di ordine interno. Se qualcuno non è d’accordo, oppure se volete proporre altri nomi graditi a tutto il comitato e disposto a dimettersi e ad assoggettarsi alle decisioni del nuovo comitato.

Bruno - Marzi - Civallero - Gritta Luigi - Cantelli-Ferrarotti - Giordano - Castagno - Fogora - Boaglio - Mag..- Bagna - Aggiunti Olivero - Giraldi - Aimone e Cultrera - Bostie_- Benedetto -Santelli Renato - Gerlero Roberto.

Ora visto che il comitato ha avuto l’approvazione di voi tutti precisa di attenersi scrupolosamente alle disposizioni che verranno date di volta in volta per non creare anomalie e confusione che verranno solo a nostro danno in quanto possono dividere l’unità ora esistente nell’interno della fabbrica.

1°) Assoggettarsi a tutti i servizi comandati (guardia, pulizia) pregando di mantenere a tutte le maestranze la pulizia negli uffici

2°) Rispetto per il materiale esistente negli uffici e officina ( disegni, sedie, tavoli, macchine, ecc., ecc..)

3°) Alla sera alle 23 tutte le luci degli uffici e nei reparti siano spente sino alle 7.Chi vuole giocare a carte vada nella sala mensa cercando quando ritorna al posto per dormire di non disturbare i compagni.

4°) Non eccedere nel bere ( in quanto non è un’osteria) espulsione per gli ubriachi.

5°) Civiltà nel comportamento verso chi passa nella strada, non stari appesi ai cancelli durante il giorno, non urlare a coloro che passano anche se sono dipendenti fuori, ed in special modo se si presenterà qualcuno della direzione.

6°) tutta la roba che viene portata per solidarietà dall’esterno deve essere consegnata al comitato e rimane a disposizione di tutti coloro che ne hanno bisogno. Fare presente a chi non consegna quello che riceve per solidarietà dovrà risarcire il danno e verrà espulso dallo stabilimento.

7°) Per tutte le trattative che il comitato avrà con la direzione prima di prendere decisioni interpellerà le maestranze e tutte le proposte della direzione verranno esposte in_. perciò non dare retta a qualsiasi voce che circoli nello stabili_"

Tutto quanto veniva dato in solidarietà agli occupanti veniva rilasciata una ricevuta.

FAC-SIMILE

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Il Comitato di occupazione fabbrica BELOIT ITALIA ringrazia vivamente per la Vostra solidarietà, a nome di tutto la maestranza.

IL COMITATO

Pinerolo,

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Su queste ricevute veniva riportata il tipo di oggetto, la quantità e la firma di chi lo aveva ricevuto.

Venne anche stilato un elenco di tutti i medicinali di possesso della Commissione Interna con i nomi dei farmacisti donatori. Segue un secondo elenco dei medicinali di appartenenza della Direzione e giacenti in infermeria. Di quest’ultimi ogni giorno veniva stilato la quantità dei medicinali usati, da chi erano assunti e per quali motivi ( quelli più usati: Cibalgina, Optalidon, Borocellina, Causitt, Bicarbonato).

Intanto l’occupazione continua ( durerà in tutto dieci giorni). Come la val Pellice si strinse attorno alla lotta degli operai della Mazzonis, a Pinerolo tutta la città solidarizza con gli occupanti della Beloit. Lunedì 11 gennaio molto negozi chiusero la serranda esponendo il cartello "per solidarietà con i dipendenti della Beloit Italia questo negozio rimarrà chiuso dalle ore 15 alle ore 16 di lunedì 11 corr." E’ ovvio che trecento disoccupati avrebbero inciso negativamente sulle attività commerciali della città.

La solidarietà sembra non trovare steccati ideologici e partitici: dalla DC a Pci, tutti i sindacati, le Commissioni interne di molti fabbriche di molte parti del Piemonte e dell’Italia, la Chiesa, i Consigli comunali, le diverse associazioni. I telegrammi arrivano a decine.

 

La risposta padronale: tutti al freddo

 

La prima reazione padronale all’occupazione della fabbrica non si fa attendere: " Giornata drammatica, quella di oggi, per i 700 lavoratori rinchiusi nei due stabilimenti. In mattinata sono state interrotte per ordine della proprietà tutte le linee telefoniche tranne quella della Portineria. Poco dopo è stata sospesa l’erogazione dell’energia elettrica che alimenta anche gli impianti per l’acqua e il riscaldamento. Più tardi la situazione è migliorata, ma permangono preoccupazioni per altre eventuali misure di rappresaglia. Tutto ciò, lungi dall’intimorire o sfiduciare i dimostranti, ha reso ancora più fermo il proposito di continuare la lotta con assoluta disciplina e in perfetto ordine." Solo l’intervento della Prefettura, sollecitata da più autorevoli voci, consentirà l’erogazione dell’energia elettrica, evitando che gli occupanti restassero senza riscaldamento in pieno inverno.

Nella giornata della domenica in piazza Facta a Pinerolo si svolge una manifestazione: interverranno il segretario della Fim-Cisl

Tridente, , Genisio della Cisl, Ferrari della Uilm, Garavini della Cgil. Il segretario Tridente ha invitato " i lavoratori della ‘Beloit’ a proseguire decisamente nella loro lotta sinché la direzione non accetterà di intavolare un dialogo concreto, offrendo precise proposte scritte."

Il Pci di Pinerolo chiama tutta la cittadinanza stringersi attorno ai lavorato della Beloit, appoggia incondizionatamente l’occupazione non solo per difendere l’occupazione ma anche "contro lo strapotere del padronato, per migliori condizioni di vita".

L’iniziativa degli operai Beloit si viene articolandosi su due livelli( oltre a quello di continuare l’occupazione): il primo di avanzare una serie di controproposte alla Direzione, il secondo di denunciare, in una lettera aperta ai proprietari della Beloit, le carenze e le incapacità dirigenziali che hanno condotto l’azienda alla grave crisi attuale. Le controproposte sono: I) revoca licenziamenti; 2) riesame della situazione produttiva e dei modi per garantire l’occupazione; 3) competenti del confronto saranno le organizzazioni sindacali, il Comitato per la difesa del posto di lavoro e i dirigenti responsabili dell’azienda.

Molto più dettagliata sarà la lettera aperta nel quale verranno individuate le radici della crisi della Beloit. Infatti pur riconoscendo "che l’attuale situazione aziendale è connessa alla crisi generale italiana ed alla particolare crisi periodica che colpisce il mercato della macchine da carta."

A questa presa d’atto di una crisi più generale in cui viene a situarsi anche la Beloit, segue però un preciso e articolato j’accuse dei lavoratori verso la dirigenza aziendale. La riduzione degli occupati seguita dalla Beloit diventa doppiamente colpevole dopo che questa, con il suo insediamento, mise in crisi la piccola e media industria pinerolese dalla quale assorbì a piene mani la sua manodopera qualificata, attratta dalla garanzia e della sicurezza del posto di lavoro, oltre a salari di sicuro rispetto. Inoltre i prodotti finiti presso la Beloit Italia non sono superiori a quelli della Beloit Corporation: se i costi finali dei prodotti sono superiori rispetto ad altri stabilimenti del gruppo, le cause devono essere cercate altrove. Per di più, sempre secondo la lettera aperta, l’approvvigionamento delle materie prime e di tutto quanto serve alla produzione non sempre ha seguito il criterio qualità-prezzo e a volte acquistati in eccessiva quantità per poi essere svenduti come rottame. Inoltre vi sarebbe stato uno sperpero con le enormi spese di rappresentanza.

Di fronte a queste considerazioni " appare evidente che il minacciato licenziamento di trecento unità lavorative non elimina affatto le cause che hanno provocato la presente situazione e giustifica la nostra presa di posizione verso l’attuale direzione aziendale non sufficientemente ben intenzionata a risolvere la situazione."

Una lotta che diventa leggenda

 

In tutta la città si raccolgono offerte di cibi, indumenti e altre oggetti necessario a sostenere un’occupazione di cui non si riesca a prevedere tempi e sbocchi di una situazione sempre più tesa e drammatica. Attorno all’occupazione si crea un alone di "leggenda" e di "eroismo", misto al sentimentalismo di una lotta reputata giusta fin dall’inizio: " Vi sono degli ammalati. Nel reparto fonderia qualcuno ha la febbre a 39. Si è buscato, per solidarietà di causa, una bronchite galoppante o una mezza polmonite, ma non vuole saperne di abbandonare il posto.

C’è gente che non abbandona i cancelli dello stabilimento neppure la notte. Eppure il freddo è pungente, la nebbia è fitta, si è sotto zero. Vi sono spose che offrono quotidianamente ai loro uomini il segno più vivo dell’amore attraverso le sbarre dei cancelli rimanendo per ore ed ore a parlare, ad incoraggiare, a ripetere parole di conforto."

Gli operai della fonderia espongono un cartello, citando un passo di una lettera di S.Giacomo, nel quale si legge che " La mercede di quegli operai che hanno mietuto i vostri campi e che avete loro frodato, grida, e il grido dei mietitori è giunto fino agli orecchi del Signore degli eserciti."

Si fa strada anche il timore che l’intero stabilimento possa essere smantellato. il giorno 13 gennaio, la Fiom-Cgil, la Uilm-Uil e la Fim-Cisl riuniti nella sede di quest’ultima a Pinerolo, in via Montegrappa, prospettano la possibilità di dichiarare uno sciopero generale nel pinerolese. Si esplorano le vie di un’impossibile compromesso : una prima proposta del Presidente Johnson di ridurre del cinquanta per cento i licenziamenti degli impiegati e di mettere in cassa integrazione a zero ore 200 operai viene rifiuta dal sindacato. Al fianco degli operai della Beloit scendono gli studenti del Pinerolese, con un corte che si snoda per le vie della città " ed in perfetto ordine ha offerto una chiarezza di responsabilità senza dubbio lodevole".

Anche la controproposta sindacale ( 50 impiegati che avessero offerto le dimissione volontarie, "premiati" con una cifra in denaro oltre la liquidazione e cassa integrazione, a rotazione, per 130 operai) viene respinta dalla parte padronale. La situazione precipita: il Pretore, al quale si era rivolto la Beloit Italia, ha emanato l’ingiunzione di abbandonare lo stabilimento a tutti gli occupanti. L’ingiunzione è stata appesa ai cancelli della Beloit alle ore 13 del 15 gennaio.

Nel ricorso è presentato dalla Beloit, attraverso l’avv. Franco agostini, si legge tra l’altro che "La forma di sciopero adottata ha valicato di gran lunga i limiti previsti dall’ordinamento giuridico vigente, che non consente la violazione di norme dettate a tutela di beni ed interessi primari, quali la libertà e la proprietà(_) Questo stato di cose si protrae ormai da molti giorni ed alla Società ne deriva un palese, grave danno ed un rischio, anche per quanto ha tratto alla conservazione dei materiali, dei macchinari e degli attrezzi. La situazione impedisce la direzione dell’Azienda in ogni sua attività ed iniziativa e vieta ogni libertà di lavoro."

Ovviamente il problema del licenziamento di 300 persone viene, sempre nel citato ricorso , liquidato con la necessità " per mancanza di lavoro".

In calce al ricorso viene fatto un elenco nominativo di quei operai identificati che fanno parte degli occupanti: gli identificati in tutto sono 62. Il Pretore di Pinerolo accoglierà il ricorso presentato dall’azienda in quanto " la società ricorrente — possessore legittimo — è abilitata ad esercitare la c.d. azione contro lo spoglio semplice e cioè a chiedere di essere rimessa nel possesso anche se ha subito uno spoglio non violento o clandestino (_) il provvedimento ovviamente non comporta alcun giudizio sulla legittimità o meno delle rivendicazioni avanzate dai convenuti i quali possono comunque farle valere soltanto nelle forme consentite dal vigente ordinamento giuridico, il quale, allo stato attuale della legislazione, riconosce soltanto il diritto di sciopero, esercitato nella forma di ‘astensione concertata dal lavoro’(_) mentre costantemente la Giurisprudenza ha ritenuto la illegittimità delle occupazioni delle fabbriche"

 

L’occupazione è finita: la necessità diventa virtù

 

Ovviamente il pretore Verini Angiolo si limitò all’applicazione della legge, senza poter tener conto degli aspetti sociali ed umani della decisione che coinvolgevano centinaia di lavoratori e le loro famiglie. Intanto la Beloit aveva già iniziato a suo modo a sollecitare lo sfratto dei lavoratori dai locali dell’azienda: nella notte tra il 14 e il 15 viene interrotta l’energia elettrica e di riflesso anche il riscaldamento.

Alle ore 17,30 del 16 gennaio tutto era finito: gli occupanti escono dalla fabbrica e l’occupazione è terminata. Uno sbocco inevitabile, dettato dalla forza delle cose: la decisa ostinazione del padronato Beloit a non recedere dalle proprie posizioni; il perdurare dell’occupazione avrebbe portato ad un intervento delle forze dell’ordine per eseguire l’atto di sgombero firmato dal Pretore; l’opera di convincimento da più parte fatta verso gli operai per evitare che la situazione precipitasse verso sbocchi pericolosi e controproducenti.

" Chi abbiamo visto uscire appartengono al ceto umile. I ben pagati sono rimasti nei caffè di Pinerolo, al caldo, a discutere se l’occupazione era un bene o un male, senza altri pensieri dinanzi alle carte o al televisore (_) Per strada , carichi dei loro fagotti, barbe lunghe, occhi stanchi, affrettano il passo. La gente batte le mani e grida:’Viva i dimostranti. Viva i vincitori’. Solo uno, estremamente deluso, ripete:’Dieci giorni al fresco. Ma chi ce lo ha fatto fare?’ ."

Alberto Tridente, sindacalista della Fim-Cisl, cercherà di cogliere con la fine dell’occupazione non una sconfitta, ma una tappa di una battaglia ancora tutta da combattere per una possibile vittoria ancora da conquistare:" dopo dieci giorni, che vanno al di là della semplice valutazione formale, i lavoratori della Beloit hanno vinto la loro battaglia. I lavoratori Beloit non si sono piegati: ragioni di giustizia e di equità stanno dalla loro parte. Voi avete deciso: concordiamo l’ora di uscita: Uscirete a testa alta perché avete condotto una battaglia dignitosa. Il problema rimane aperto. Continueremo a batterci finché , non sarà risolto."

Idealmente la battaglia era vinta, politicamente no in quanto i licenziamenti non erano revocati dalla Direzione. D’altro canto alternative non ce ne erano, ormai le forze dell’ordine si preparavano ad intervenire. Si trattava solo più di decidere in che modo uscirne, possibilmente in qualche modo vincitori.

Il Partito comunista di Pinerolo condanna uno sgombero che di spontaneo e volontario aveva ben poco, se non i carabinieri con gli elmetti alle porte della fabbrica. Mette anche in evidenza la contraddizione di una lotta la quale aveva avuto la totale solidarietà politica e sociale nel pinerolese e una conclusione che di fatto inficiava e annullava quel vasto fronte di solidarietà in appoggio nella difesa del posto di lavoro. Per il Pci questa ampia solidarietà era logica, nelle cose mentre ancora " una volta è il Governo contro l’ordine logico delle cose; è esso che usa unilateralmente le forze dell’ordine a garanzia del privilegio e del profitto."

Per i comunisti "nella controversia per i 300 licenziamenti la Beloit non ha vinto. Ha solo fatto cacciare i lavoratori dalla fabbrica con la forza pubblica", tuttavia si riconosce che lasituazione della Beloit è espressione di una crisi occupazionale più generale che sta investendo la Mazzonis, la Riv, la Talco Grafite e altre aziende. La gravita della situazione deve portare verso "una lotta unitaria consapevole e generale. E questo senza perdere di vista che solo una Società unitaria, costruita da tutte le forze, Cattoliche e Comuniste o comunque democratiche, può garantire la difesa e lo sviluppo dell’occupazione."

La Beloit riapre i battenti il 20 gennaio e rilancia la sua opera di propaganda inviando a tutti i suoi dipendenti una lettera. In essa si spiega i motivi che hanno portato alla decisione di ridurre il personale, auspicando che "un dialogo aperto e sereno venga ripreso tra la nostra direzione e voi attraverso la vostra commissione interna, senza riserve e reciproche diffidenze nel comune interesse." Come avremo modo di leggere in seguito la Beloit farà pagare un prezzo salato a chi ha diretto la lotta di occupazione.

La vertenza e gli scioperi si conclusero il 22 gennaio, quando nel salone della Giovane Pinerolo" la maggioranza dei lavoratori presenti accettano la bozza di compromesso raggiunta all’Amma tra sindacati e la direzione Beloit Italia: 75 impiegati licenziati, con un "premio" extracontrattuale di 1000 mila lie e 160 operai sospesi a zero ore. L’azienda si impegna a non assumere nessun procedimento disciplinare e legale per l’occupazione della fabbrica. I sindacalisti Pugno e Tridente all’assemblea di oltre mille operai e impiegati parlano chiaro: o accettare questo compromesso o riprendere e continuare la lotta fuori dai cancelli dell’azienda. La gente ha scelto, forse, il male minore.

 

Liste di proscrizione e licenziamenti

La Direzione userà la possibilità di ridurre il personale per fare" pulizia" dal suo punto di vista, attuando una discriminazione politica: i leader del comitato interno di agitazione figurano in gran numero tra i licenziarti e i sospesi. La Cisl perderà 3 attivisti, la Cgil 4 ( tra cui un membro di C.i.), la Uil 2 e perfino il filopadronale Alabi veniva mutilato di alcune figure secondarie, forse non troppo consone al modus vivendi aziendale.

Quando al capo del personale della Beloit , dott. Manganaro, venne rivolta la domanda se la Beloit non usasse la pratica del licenziamento per sfoltire l’opposizione sindacale, la risposta fu la seguenti: "Alla Beloit furono fatti dei licenziamenti in diverse riprese, sempre per esigenze tecniche. Mi risulta che per ogni gruppo di licenziati ci fu qualche persona appartenente ai vari sindacati. Se in un gruppo o nell’altro è entrato qualcuno di coloro di coloro che avevano una rappresentatività, si può dire che si tratta di fatalità. So che sono sorte delle polemiche che qualcuno, ancora oggi, quando sente il mio nome diventa verde perché vede in me il propugnatore del suo licenziamento."

La speranza del ritorno in fabbrica dei sospesi rimarrà solo una speranza. Intanto mentre gli operai in fabbrica accumulavano ore di straordinario ( il alcuni reparti passando da 44 ore settimanali a 57), nel 1966 la Beloit procede al licenziamento dei 160 operai sospesi a zero ore lo scorso anno.

Sulla correttezza e sulla serietà dei comportamenti della Beloit, ormai erano in molti a dubitarne, anche perché fino dal momento della richiesta dei 300 licenziamenti, molti dubbi erano sorti sulle capacità imprenditoriali del suo gruppo dirigente ( per esempio, oltre ciò già citato in precedenza, un numero spropositato di impiegati rispetto al numero degli operai):" Il licenziamento dei 160 lavoratori della Beloit, ed i fatti che li hanno preceduti, non rientrano piuttosto in un tatticismo predisposto da tempo, quando ci si è accorti che era stato assunto troppo personale? Più che di un licenziamento non si è trattato piuttosto di una epurazione di elementi sgraditi alla direzione?

Vorremmo, però, ora chiedere alla Beloit: invece di ‘invitare’ ( un invito, per intenderci, che sa tanto di costrizione) i lavoratori a fare gli straordinari non era più logico riprendere gli operai sospesi, tutti o in parte, e reinserirli nell’azienda?"