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Il liberismo è una fantasia

di Riccardo Bellofiore

su Liberazione del 09/11/2008

 

Dopo il fallimento di tutte le strategie messe in campo nell'ultimo decennio, oggi la sinistra, in specie in quella "comunista", ha bisogno di andare a fondo nell'analisi. Cosa non scontata né semplice, perché significa rimettere in discussione letture del capitalismo contemporaneo e dei rapporti di classe politicamente inefficaci, oltre che rozze e ripetitive in molti casi. E rimettersi in discussione fa paura, come evidenzia lo stato desolante della discussione politica dentro e fuori Rifondazione Comunista dopo le elezioni, in cui ci si divide sull'inessenziale e non si affrontano i nodi di fondo.
In un recente articolo (Liberazione, 29 ottobre 2008) Luigi Cavallaro utilizzando la visione del capitalismo di Hyman P. Minsky - un autore, scrive, "il cui nome si ode nuovamente in questi giorni" - ci mette in guardia da chi riduce la crisi recente a conseguenza di una euforia irrazionale e non della "furia liberalizzatrice" degli ultimi due decenni. Le citazioni di Minsky ormai sono una valanga. Dal marzo 2007 si è tornato a parlare dell'approssimarsi di un "momento Minsky", e poi del rischio di un "collasso Minsky" del capitalismo. Questo sorprendente interesse alla riflessione dell'economista statunitense è venuta da subito da opinionisti tanto neoliberisti quanto social-liberisti, e non solo da circoli eterodossi.
Per Minsky, il capitalismo tende a far degenerare la stabilità in instabilità. Quando la prosperità va avanti da un po', le posizioni degli operatori da "coperte" (con entrate di cassa nette attese che eccedono le uscite di cassa contrattuali sul debito) si fanno più coraggiose, e divengono "speculative" (almeno in alcuni periodi i "profitti" sperati sono inferiori ai pagamenti per interesse e per restituzione del capitale, e ci si deve rifinanziare).
Al rischio "economico" si affianca così il rischio "finanziario", che può concretizzarsi all'aumento dei tassi di interesse (ad esempio perché la Banca centrale vuol combattere l'inflazione) o alla riduzione dei prezzi delle attività. Quando il boom degenera in bolla e l'euforia diviene irrazionale, si intrattengono posizioni "ultraspeculative" o Ponzi: ci si indebita nella speranza di guadagni "eccezionali" (aumento del corso delle azioni, rivalutazioni degli immobili, ecc.) che soli possono giustificare l'investimento. Quando la crisi scoppia, l'alternativa è secca: o deflazione da debiti e una Grande Crisi come nel 1929-1933 o intervento della Banca centrale come prestatore di ultima istanza, affiancato da un intervento di spesa in disavanzo che sostiene i profitti monetari.Il punto è che la brillante "ipotesi di instabilità finanziaria" di Minsky, che sembra calarsi perfettamente nella nostra realtà, ha bisogno di una sua attualizzazione. Altrimenti, anche nella forma in cui ce la ricorda Cavallaro, rischierebbe di restare muta rispetto ad alcuni degli aspetti più rilevanti del capitalismo che abbiamo di fronte, Finiremmo così con il non comprendere né le origini della crisi né la sua natura. Sul merito ho scritto molto, con Joseph Halevi e da solo (in lingua italiana su Alternative per il socialismo n. 2, settembre 2007, il manifesto 23 settembre 2007 e 5 ottobre 2008, e Liberazione 30 marzo 2008). E spero che Luigi Cavallaro accetti questa mia "incursione" nella sua analisi per provare ad approfondirne alcuni elementi fondamentali.
Nel ragionamento di Minsky le variabili chiave sono la domanda di investimenti privati in capitale fisso e il suo finanziamento da parte di banche e intermediari finanziari. Qui iniziano i problemi per la tesi minskyana (esposta nel libro John Maynard Keynes del 1975 e nella raccolta Potrebbe ripetersi? del 1982, i due testi che Cavallaro ci ricorda) secondo cui la "eva finanziaria" sarebbe inesorabilmente crescente nel percorso che conduce alla instabilità finanziaria e poi allo scoppio della "bolla". Mi limiterò a rilevare che, ammesso che dal punto di vista della singola impresa l'investimento richieda un indebitamento crescente, si deve però tenere conto che, visto che l'investimento dà luogo a profitti corrispondenti, non è affatto detto che a livello di sistema l'indebitamento si impenni davvero. E' questo un punto che discende dall'insegnamento di Kalecki, autore che lo stesso Minsky include nelle sue riflessioni nel corso degli anni '70, quando il suo schema di ragionamento è ormai definit. Detto altrimenti: l'ipotesi dell'instabilità finanziaria pare reggere bene microeconomicamente, ma questo non garantisce il suo verificarsi al livello macroeconomico, perché "il tutto è più della somma delle parti". Possiamo uscirne rilevando che, pur senza il carattere della necessità, l'esplosione del debito a breve rispetto ai fondi propri su cui insisteva l'economista americano si è comunque verificato nel periodo che ci interessa. E' inoltre indubitabile che, dalla svolta "monetarista" del 1979-82 in poi, le crisi finanziarie e/o valutarie alla Minsky si sono susseguite una dopo l'altra e che da un decennio investono sempre più gli stessi Stati Uniti e il "centro" capitalistico.
Un secondo problema, più significativo, riguarda il carattere originale e irriducibile del "nuovo capitalismo" dalla metà degli anni '90. La bolla delle dot.com come quella immobiliare (e in essa l'episodio dei subprime) sono state legate soprattutto all'indebitamento crescente delle famiglie, non delle imprese. Negli Stati Uniti gli investimenti fissi privati sono sì cresciuti negli anni della new economy (1995-1999), ma non sono stati certo la componente più significativa della domanda aggregata. Lo sono stati invece, mentre il bilancio statale andava in attivo e la bilancia commerciale aggravava il suo passivo, i consumi delle famiglie in eccesso al loro reddito. Si tratta di consumi "autonomi", finanziati col debito, grazie ad un "effetto ricchezza" trainato dalla bolla speculativa in borsa. La stessa vicenda si è non solo ripetuta ma radicalizzata dalla metà del 2003, con la ripresa trascinata dalla bolla immobiliare, a sua volta suscitata dai bassi tassi d'interesse e dalla inondazione di liquidità con cui la Federal Reserve aveva risposto alla crisi 2000-2001. Qui con tutta chiarezza, mentre torna il disavanzo dello Stato, gli investimenti sono stati sostanzialmente piatti, e la variabile trainante sono stati di nuovo, ancor più di prima, i consumi "autonomi". Questo modello è stato retto da politiche monetarie (e non solo) che tutto sono state meno che "liberiste". Non dovremmo, proprio noi, rimanere intrappolati dalla ideologia dissimulante dell'avversario di classe. La "mano visibile" e lo Stato non si sono affatto ritirati, hanno solo mutato forma nel loro interagire con i mercati e i soggetti sociali, e questo è vero per tutto l'arco del cosiddetto "neoliberismo".
In estrema sintesi, riprendendo una mia analisi che data almeno dalla fine degli anni '90 a partire dai miei scritti sulla rivista de il manifesto, i processi con cui la finanza determina la produzione (il lavoratore "traumatizzato" e la "sussunzione reale del lavoro alla finanza", cioè il risparmiatore "maniacale-depressivo" e il consumatore "indebitato") si trasferiscono alla distribuzione e alla domanda (compressione della quota dei salari e dei consumi dipendenti dal reddito). Bisogna partire dai primi (la finanza e la produzione) e non dai secondi (la distribuzione e la domanda), per non mettere il carro davanti ai buoi. Certo, la caduta del salario relativo avrebbe dovuto produrre la crisi da domanda (un tema tipicamente luxemburghiano, a me caro). Si darebbe però una rappresentazione distorta e sbagliata di questa realtà se non si tenesse conto che le politiche di questo "nuovo capitalismo" hanno risolto, temporaneamente ma efficacemente, il problema della realizzazione (monetaria) del plusvalore proprio grazie a quella inflazione dei prezzi delle "attività" che ha potentemente sostenuto i consumi privati, aggirando la debolezza dei salari. Il processo capitalistico che si è costituito - innovativo e dinamico sul piano non solo finanziario ma anche reale (è futile separare finanza "cattiva" e produzione "buona", così come la rendita dal profitto) - è stato caratterizzato da una potenziale accentuata instabilità che è stata inizialmente contenuta grazie alla resilienza della nuova finanza. Ciò poteva però ritardare ma non cancellare la intrinseca insostenibilità del meccanismo, che si è comunque inverata in ripetuti "crolli". Si è così dovuti passare di bolla in bolla (da quella del mercato azionario, a quella immobiliare, a quella abortita delle commodities come il petrolio e i beni primari), sino a che si è arrivati al capolinea.
Il materializzarsi della crisi reale, quando finalmente avviene, fa emergere la fase "depressiva" del risparmiatore, e quindi si ha un crollo del consumo per la necessità che tutti hanno di rientrare dal debito (un fenomeno che si sta recentemente verificando con grande violenza). Insomma: quando questo asset-bubble driven Keynesianism - questo paradossale keynesismo finanziario e "privatizzato", trainato dalle bolle ultra-speculative - entra in una crisi che pare configurarsi come "finale", il problema della domanda riemerge drammatico. Si entra contemporaneamente in una fase di (probabile) grande innovazione istituzionale: superata la fase di (presumibilmente prolungata) recessione che ci attende, il capitale dovrà trovare una nuova soluzione a queste contraddizioni. Tutte queste dinamiche si sono per l'intanto tradotte, e si tradurranno, in ulteriore pressione nei processi capitalistici di lavoro.
Se le cose stanno così, l'ipotesi dell'instabilità finanziaria di Minsky regge ancora, eccome: ma bisogna darle nuove vesti. E non ci si può limitare a ricordare il discorso originale di Minsky se si vuole sostenerne una qualche rilevanza al giorno d'oggi. Per spiegare tanto lo sviluppo (instabile) quanto la crisi (sistemica) del "nuovo capitalismo" si deve integrare Minsky in una rinnovata lettura marxiana dei processi capitalistici centrata sulla produzione di plusvalore. E si deve anche avere il coraggio di guardare alle "novità" autentiche dell'ultima fase capitalistica. Altrimenti ci si riduce a uno strano miscuglio di sottoconsumismo e neoricardismo, che imputa tutto ai bassi salari e ai bassi consumi prodotti dal "liberismo" degli ultimi trent'anni - un altro di quei corto-circuiti attraenti ma di breve respiro - e dipinge il quadro di un capitalismo "asfittico", senza la dinamicità delle trasformazioni del recente passato. Il "liberismo" è una fantasia, i bassi salari e i bassi consumi ci sono da un bel po'. Così non si spiega nulla e non si comprendono le metamorfosi capitalistiche dell'ultimo trentennio. E dunque non ci si attrezza a contrastare la ristrutturazione e la "rivoluzione dall'alto" che ci attende.
L'errore di questa posizione è simmetrico a quello di chi ha scommesso su una capacità della new economy di estrarre plusvalore stabilmente o è stato affascinato dal "capitalismo dei derivati", sicché, si è sostenuto e ancora si propone, sarebbe possibile strappare un "salario di esistenza". La prima visione, stagnazionistica, fronteggia la seconda, che è nella sostanza apologetica di quel capitale che "parassitariamente" sarebbe mosso da una spontanea produttività di valore delle moltitudini. L'alternativa di fronte a noi sarebbe il ritorno al keynesismo e all'intervento dello Stato nelle forme tradizionali, da un lato, o un social-liberismo radicalizzato, dall'altro.
Minsky può esserci molto utile nel capire questo "nuovo capitalismo" abbandonando queste letture troppo semplici, ampiamente falsificate negli ultimi due decenni. La sua analisi deve però essere aggiornata: cosa che farebbe lui per primo, attento com'era all'innovazione istituzionale e finanziaria. Qui i riferimenti altrettanto essenziali rispetto ai volumi citati da Cavallaro sono il volume Governare la crisi del 1986, e ancor di più alcuni scritti successivi come quelli dedicati alla transizione (allora in corso, e oggi compiuta) al money-manager capitalism - il capitalismo dei fondi pensione e patrimoniale, dove il "piccolo risparmio" nei fondi istituzionali è manovrato da gestori professionali, e si traduce in particolari criteri di corporate governance imposti alle imprese.
Ma quali sono le vie di uscita dalla deflazione da debiti e dalla instabilità finanziaria secondo Minsky? Cavallaro sembra sottovalutare la capacità di risposta della Federal Reserve e del Tesoro statunitensi. L'uno e l'altro hanno fatto all'apparenza tutte le mosse "minskyanamente" giuste, sia pure in ritardo. Non stupisce. Il neoliberismo, come ho detto, tutto è stato (ed è) meno che inattivo. Bernanke la Grande Crisi la conosce bene. Nel mezzo delle settimane di fuoco di settembre ha ricordato come "nessuno è ateo nella tana del lupo, nessuno è ideologo in una crisi finanziaria". E' stato semmai ben più spiazzato il social-liberismo, la cui risposta alla crisi si limita a una più stretta regolamentazione della finanza. Da questo punto di vista vale ancora lo scetticismo di Minsky rispetto al ripetersi della Grande Crisi. Il punto semmai è che non abbiamo a che fare, in questo caso, con una classica crisi di liquidità ma con una crisi di insolvenza. La politica monetaria espansiva si rivela qui necessaria ma doppiamente insufficiente: perché si finisce in una trappola della liquidità; e perché sono gli "investimenti" finanziari (la scommessa "moneta oggi - moneta domani") sottostanti a non essere sostenibili fuori dal riprodursi artificioso di una persistente spinta ultraspeculativa.
Per questo la politica fiscale non può essere limitata a una politica di disavanzi di bilancio sic et simpliciter. Si richiede, come ormai è chiaro anche ai ciechi, non una generica politica di sostegno della domanda, ma un intervento massiccio e mirato (e lo si doveva capire da tempo). Non basta una stabilizzazione del rapporto debito pubblico/Pil, occorre un (temporaneo) innalzamento compensato da capacità di espandere il denominatore, non solo per l'effetto domanda aggregata, ma per i contenuti strutturali della spesa (sta arrivando, ma "da destra"). La sfida è insomma di nuovo quella su cui si incagliò il New Deal: nazionalizzazione della banca e della finanza, spesa diretta dello Stato in grado di attivare nuovi processi di lavoro. Un New Deal che non è stato certo keynesiano secondo la vulgata. La sfida è quella che si ripropose negli anni '70: sul "cosa" e "come" produrre.
Ora, non tanto paradossalmente, proprio questo Minsky pensava. E ne parla non solo nel suo libro del 1986 ma anche in critiche dure, contenute in scritti editi e inediti, alla "guerra alla povertà" di Kennedy e Johnson e dei loro consiglieri keynesiani. Minsky riteneva che proprio lo strumentario keynesiano ricordato da Cavallaro, utile per impedire il ripetersi di una Grande Crisi, aveva prodotto un male nuovo, la stagflazione. E la controrivoluzione monetarista avrebbe dato vita ad un succedersi di episodi di instabilità finanziaria sempre più ravvicinati. La seconda parte della profezia si è verificata appieno, anche se in un quadro parzialmente diverso da quello disegnato da Minsky. La stagflazione, ora compressa dalla recessione in arrivo, non si produce più per una successione di aumenti dei salari e dei prezzi seguiti da politiche monetarie restrittive: qualcosa che non è stato più vero nel contesto del ‘nuovo capitalismo' con piena sotto-occupazione precaria e con inondazione di finanziamenti all'economia, dove le banche centrali intervengono non solo in ultima istanza ma anche (come scrive De Cecco) in prima istanza per promuovere il nuovo meccanismo del paradossale "keynesismo" finanziario.
Non stupisce di conseguenza che le proposte di politica economica di Minsky per "stabilizzare una economia instabile" siano ben lontane dal keynesismo standard, quello anche dei disavanzi di bilancio e del prestatore di ultima istanza: misure di risposta immediata alla crisi, ma del tutto inadeguate a definire un modello alternativo di economia più equa e meno instabile. Occorre una "socializzazione degli investimenti" che, intesa alla Minsky, va ben oltre Keynes. Potrebbe oggi essere riletta e "tradotta" così. Si impone un piano del lavoro con lo Stato che direttamente si fa garante di una piena occupazione, stabile e di qualità. Si richiedono investimenti pubblici che migliorino la produttività del sistema, nel lungo orizzonte temporale che solo lo Stato può intrattenere. Quando scriveva queste cose Minsky aveva appunto in mente gli interventi strutturali del New Deal "non keynesiano" e niente affatto il "keynesismo realizzato", che detestava alquanto. Forse bisognerebbe ricordarlo. Non a caso un appunto di Minsky sulla "cartolarizzazione" pubblicato da poco dal Levy Institute si apre con la frase di Eraclito secondo cui non ci può bagnare due volte nello stesso fiume. Tra le lezioni di Minsky c'è anche questa, e la sinistra farebbe bene a rammentarsela.


 

Lo stato è intervenuto anche nel «neoliberismo»

di Riccardo Bellofiore e Joseph Halevi

su Il Manifesto del 24/10/2008

CRISI GLOBALE. Realtà e miti intorno al New Deal

Il New Deal decollò solo quando l'economia stava toccando il fondo, e perché la crisi si era approfondita, senza essere controllabile nei modi sino allora consueti. Oggi è ancora possibile intervenire prima dello sfascio. Ma proprio perchè l'atterraggio duro non si è ancora verificato con virulenza sull'economia reale, sull'occupazione e nella realtà sociale, e siamo nel mondo dell'incertezza e della paura, le resistenze sono molte. Ad eccezione del Fmi - che per una volta sta perorando l'espansione della spesa - le misure finora adottate sono del tipo cash for trash, per sostenere le banche senza un impegno a spendere.
Le interpretazioni correnti sono preda dei luoghi comuni dell'ultimo trentennio. Se va bene, si legge la crisi come la fine un liberismo «sfrenato», la campana a morto della «finanziarizzazione», il ritorno dello «Stato». Il neoliberismo viene interpretato per come ama presentarsi, non per come si è davvero incarnato. La rivoluzione monetarista prima, l'era reaganiana poi, la new economy, si sono mosse in un «pieno» di politica economica. Qualcosa che a ben vedere affonda le sue radici nello stesso New Deal e nell'epoca «keynesiana». Come - sul terreno dell'economia internazionale - gli organismi del «consenso di Washington», la Banca mondiale e il Fondo Monetario, sono un parto di Bretton Woods, così la finanziarizzazione, l'esplosione dei derivati e dei mezzi finanziari di distruzione di massa, persino la sussunzione reale del lavoro alla finanza, sono figli delle istituzioni del New Deal; che salvò la finanza dal risentimento popolare e, separandole dalle banche commerciali, rinforzò le banche di investimento. Nel dopoguerra la finanza ha rotto gli argini delle regolazioni, così come i capitali hanno infranto i controlli che li imbrigliavano, dentro l'incubatore keynesiano, senza però mai tornare a un mitico laisser faire. E questo proprio perché il potere della finanza non era stato affatto colpito a morte da Roosevelt. L'intervento pubblico non se ne è mai andato. Senza capire questo, non si comprende il «nuovo» capitalismo e la sua crisi.
Negli Stati Uniti, dagli anni Trenta almeno, finanza e Stato sono stati sempre più intrecciati. La stessa integrazione nel «sogno americano» ha richiesto l'inserimento nel circuito finanziario dei lavoratori, attraverso i fondi pensione e i mutui ipotecari, sino a che, grazie ai subprime, si sono annessi anche gli strati poveri e precari. La deregolazione della finanza è proceduta sulla gamba di una ininterrotta riregolazione. In questo modo il primato della finanza, che negli anni Ottanta ha distrutto il movimento dei lavoratori degli anni '60 e '70, dagli anni Novanta ha promesso anche consumi e abitazioni a tutti. Il risparmiatore «maniacale» (e ora «terrorizzato») e il consumatore «indebitato» sono l'altra faccia del lavoratore «traumatizzato»; e sono i prodotti di un «intervento pubblico» molto attivo.
Solo chi è stato cieco rispetto a questa realtà del rapporto di classe può essere stato spiazzato dal mutamento delle politiche monetarie, passate dalla restrizione monetaria degli anni '80 alla inondazione di liquidità dell'ultimo quindicennio. Solo chi non ha compreso la capacità di questo meccanismo perverso di produrre da un lato crescita, sia pure instabile e insostenibile, e dall'altro occupazione e integrazione, sia pure precaria e incerta, si può stupire che la crisi di legittimazione ed economica avvenga senza una reazione di mobilitazione sociale e di lotta all'altezza della sfida. Proprio la compressione del salario nella distribuzione e la frantumazione del lavoro nella produzione - causa ultima della crisi - sono all'origine della inclusione delle «famiglie», grazie al miracolo della «riduzione del rischio» e alla «facilità del credito». E su ciò si sono retti i modelli neormercantilistici in giro per il mondo.
Per queste ragioni, come non meraviglia l'attivismo sul terreno della provvista di liquidità, o della stessa riduzione di imposte, non sorprende neanche che di fronte alla crisi finanziaria nessuno si sia mostrato «ideologo». Più la crisi si aggravava, più l'armamentario del vecchio New Deal è stato saccheggiato senza problemi dai neoliberisti. Di questo armamentario ha presto fatto parte l'intervento in prima persona dello Stato: la sostanziale nazionalizzazione della finanza e dell'immobiliare, la ricapitalizzazione diretta del sistema bancario, l'estensione delle garanzie sul credito bancario.
La lezione della Grande Crisi, almeno in questo senso, è stata appresa: non solo agire come prestatore di ultima istanza (perché, come scrive De Cecco, lo era diventato sempre più di prima istanza), ma anche come market maker di emergenza, che si sostituisce - più che si integra - col mercato stesso: sino a statalizzare pressoché integralmente, anche se temporaneamente, il canale del credito. La possibile (non certa) esplosione del debito pubblico non fa paura, e verrà comunque utilizzata, se non come realtà come timore, come argomento per comprimere la spesa pubblica sociale. Tra gli esiti possibili un capitalismo autoritario (in fondo, in Cina i problemi sembrano alquanto minori).
Ad essere spiazzati sono stati i social-liberisti e gli economisti che si vorrebbero «critici», che per molto tempo, come dischi rotti, hanno ripetuto i mantra della regolazione di mercati liberalizzati, gli uni, e dell'invocazione del conflitto distributivo e del ritorno del «keynesismo» gli altri. Al punto che, di fronte alla dura replica dei fatti, hanno dovuto progressivamente inseguire, e la sinistra si limita all'invocazione generica dello «Stato» e dell' «intervento pubblico». Che non ne se ne sono mai andati, cambiano solo forma. (2 - continua)

 

 

 

La ricetta contro il «crack dei crack»? Un new deal europeo, puntato sul sociale

di Riccardo Bellofiore e Joseph Halevi

su Il Manifesto del 26/10/2008

 

La lezione più profonda del New Deal è un'altra rispetto a quella ripresa dal «keynesimo reale» o dall'attuale salvataggio di emergenza. E' la possibilità di cogliere l'occasione della nazionalizzazione della finanza per promuovere un intervento strutturale diretto dello Stato, mobilitando un «esercito del lavoro». Una sfida che ci piomba addosso, ma non è inattesa. Chi riteneva prematuro porsi i problemi di una più alta e produttiva spesa pubblica è costretto a ricredersi: ci obbliga la devastazione della crisi - sociale, ambientale, energetica. Dalla crisi non si esce se non si trova un nuovo traino di domanda effettiva, e una alternativa di politica economica richiede un diverso Stato, un diverso lavoro, la costruzione di contropoteri. Così fu, per quanto contraddittoriamente, con Roosevelt. Bisogna avere il coraggio di riprendere a pensare in grande: con i piedi per terra, e la testa ben alta, ricollocarsi a quel livello dello scontro, dentro una più netta rottura con la logica capitalistica.
Non potrà essere la svalutazione del dollaro a far ripartire la congiuntura mondiale. Si richiederebbe piuttosto una espansione coordinata della domanda interna nelle varie aree, il cui perno siano una spesa pubblica riqualificata e alti salari: il «ritorno dello Stato» va da un'altra parte. La ricerca parossistica di un «pavimento» alla crisi finanziaria non sta infatti rispondendo alla carenza di domanda. E le misure che eventualmente saranno prese arriveranno fuori tempo massimo per evitare una grave recessione, e il rischio concreto di una successiva prolungata stagnazione.
Scrivemmo che le banche centrali erano arrivate al capolinea. Ci sono rimaste, continuando a lanciare soldi alle private senza successo. Il dogma dominante è non mettere soldi in mano alle persone che devono spenderli per consumi, o alle istituzioni pubbliche che possono spenderli dentro un disegno di modifica della qualità di produzione e occupazione. Tutto ciò chiarisce l'improrogabilità di massicci provvedimenti di sostegno ai debitori ultimi e compratori primi, con rilevanti riduzioni di tasse su bassi e medi salari, sostegni sui mutui, e così via. Ma non ci si può fermare lì: si deve procedere non verso una spesa pubblica anticiclica «generica», ma verso una spesa diretta e «mirata» dello Stato.
La dimensione europea è quella adeguata. Qui, dentro una segmentazione valutaria che può rendere credibile una politica di controlli di capitale, molte cose sarebbero possibili. Sta saltando di nuovo il Patto di Stabilità: si deve chiedere che le spese in conto capitale (in senso ampio) vengano escluse dai parametri, e così quella spesa statale che sostiene l'attivazione di uno sviluppo diverso. Si può pensare, in modalità tecniche da definire, a una sorta di «consolidamento» dei debiti pubblici dell'area, trasformandoli in proprietà, mentre contemporaneamente si lancia un finanziamento per programmi di intervento infrastrutturale: siamo in un momento in cui lo Stato è il solo garante della «fiducia». A questo scopo si possono mobilitare anche le riserve auree dell'Unione, senza aver paura di rimuovere il tabù del finanziamento monetario del disavanzo.
E' possibile l'istituzione di una banca europea di finanziamento che si articoli nei vari paesi dell'Unione. Ancora su scala europea, è necessario impedire che gli squilibri delle bilance dei pagamenti diventino un vincolo implicito operativo, con impatto reale. Quella banca deve poter allora agire da clearing union, «riciclando» gli avanzi di parte corrente intraeuropei. Si romperebbe così con il miope neomercantilismo che frantuma il vecchio continente e rende miopi e contrastanti le politiche economiche. Da tempo avvertiamo che una crisi dal lato del debito pubblico o dal lato degli squilibri commerciali si può materializzare, non autonomamente ma di rimbalzo: per l'impatto asimmetrico sull'Unione della crisi finanziaria globale derivante dall'insostenibilità reale del «nuovo capitalismo». La probabilità ora è aumentata.
Una strategia d'urto sull'architettura istituzionale europea è propedeutica a una politica della spesa pubblica aggressiva non solo nella entità ma soprattutto nei contenuti. L'idea di partenza è elementare. Un diverso profilo strutturale delle economie europee, in primis l'Italia, richiede un impegno finanziario forte e compresso nel tempo per cambiare il «paradigma» delle economie. Solo lo Stato può promuoverlo, e la crisi ha ricreato una «finestra» in cui l'azione pubblica può sfruttare, o produrre cooperativamente, bassi tassi di interesse a suo favore. Occorre però individuare le grandi questioni inevase della società: partire dalle domande dove massima è l'interconnessione tra le problematiche economiche, ecologiche, e di genere, e dove la risposta passa per la promozione di attività ad alta intensità di lavoro e alta tecnologia.
Ci limiteremo a pochi cenni, del tutto insufficienti e preliminari. Un ente energetico europeo può definire politiche industriali e rapporti con i paesi produttori, dentro un grande piano ambientale a livello micro e mesoeconomico: il che richiede finanziamenti delle trasformazioni a livello delle imprese, usando leggi e incentivi come anche penalizzazioni. Garibaldo ricorda da tempo un altro tema, la mobilità sostenibile: dai nuovi motori, alla gestione via ICT del traffico nei grandi centri metropolitani, sino alla costruzione di nuovi mezzi di mobilità urbane. Va poi rivisto radicalmente il sistema dei trasporti, privilegiando quello su rotaia rispetto a quello su gomma, o quello aereo low cost. E' urgente la risistemazione dei bacini idrici e delle coste. In tutti questi casi, una vera «emergenza», si deve poter accedere ai fondi strutturali, applicando una legislazione di protezione e di sussidio analoga a quella degli Stati Uniti verso le industrie militari. Discorsi che possono essere estesi all'acqua, all'istruzione, alla sanità: a tutti quei bisogni pubblici o semi-pubblici che devono diventare il riferimento di una nuova classe di prodotti e servizi. In un'ottica del genere, il lavoro non può essere precario o mal pagato.
Solo la lotta può spostare gli assi di priorità, non gli schemi astratti di politica economica. Un «programma» non si improvvisa, è frutto di un lavoro collettivo. Non si parte però se non si hanno le idee chiare sul come stanno le cose e sul come iniziare il cammino: se non si attivano, insieme, lotte e immaginazione programmatica. Ma i più atterriti e ammutoliti sono proprio i sindacati, gli unici che potrebbero fare qualcosa vista l'attuale inesistenza della sinistra sul piano europeo.

(3.fine)

 


 

Ti ricorda il '29?

di Riccardo Bellofiore e Joseph Halevi

su Il Manifesto del 23/10/2008

Le risposte di Roosevelt alla crisi, terribilmente simili alle decisioni affannose di queste settimane

Possiamo oggi ripensare il New Deal di Roosevelt? Dipende dalle condizioni soggettive: dalla capacità di radicalizzazione della popolazione salariata, precaria, pensionata e via dicendo. Certamente, deve essere come minimo un'azione a livello europeo.
La crisi «finanziaria» del 1929, che toccò il fondo come crisi «reale» nel 1932-3 (la disoccupazione balzò dal 4,5% al 25%, il resto erano lavori «precari»), nasceva da tre problemi: alta concentrazione nel settore monopolistico, dunque elevati margini di profitto e bassi salari; spostamento della ricchezza verso il casinò di Wall Street; concorrenza sfrenata tra le piccole aziende, che comportò una pletora di capitali. La crisi fu aggravata dal legame del dollaro all'oro; dalla politica monetaria restrittiva della Federal Reserve, indifferente ai crolli bancari; dalla demonizzazione della spesa pubblica da parte di Hoover. Il primo New Deal scaturiva dalla forte spinta a sinistra del partito democratico, grazie anche ai lavoratori immigrati non anglosassoni. Le misure prese immediatamente comprendevano, oltre allo sganciamento dal vincolo aureo, una più elastica provvista di liquidità da parte della Fed e il salvataggio delle banche, soggette ad una più stretta regolazione. Provvedimenti cruciali furono la Federal Deposit Insurance Corporation, cioè la protezione di conti bancari delle famiglie, che esiste tuttora, e il Glass-Stegall Act, cioè la separazione tra banche commerciali e banche di investimento, annullato da Bill Clinton (oggi le banche di investimento non scompaiono, né sono di nuovo separate dalle banche commerciali, semmai accedono ai depositi raccolti da queste ultime).
Non vanno dimenticati, negli anni, gli interventi a sostegno dei mutui ipotecari sulla casa e il credito ai contadini, ma anche i sussidi alla disoccupazione, il salario minimo (superiore spesso a quanto garantito dal padronato), l'istituzione di un welfare nella sanità e la sicurezza sociale: innovazioni radicali, ma perseguite talora in modo contraddittorio e discriminatorio. A due altre istituzioni del New Deal - la Reconstruction Finance Corporation, per aiutare le banche, e la Home Owners Loans Act, per rifinanziare i mutui - si è fatto riferimento in questa fase come possibili risposte alla crisi.
Il «nuovo patto» non si fermava alla politica monetaria espansiva o al sostegno al reddito. Lo illustra bene il National Industrial Reconstruction Act, la cui gestione ricadeva su un ente appositamente varato, la National Recovery Agency. L'obiettivo non era «keynesiano». Della domanda effettiva aggregata se ne occuparono pochissimo: Roosevelt era per il bilancio in pareggio, e l'Employment Act impose una massiccia decurtazione degli stipendi pubblici. L'obiettivo era semmai «pianificatorio». Anche se si affermò pragmaticamente, e fu di breve durata, si trattò di una gestione strutturale della domanda che accompagnava una ridefinizione politicamente governata dell'offerta, all'interno di un vero e proprio piano del lavoro. Giocava a favore il fresco ricordo della gestione pianificata dell'economia nel primo conflitto mondiale.
L'asse del New Deal era «grande industria-sindacato». La prima si vide allentare le regole della legge antitrust. Al secondo si garantivano, col Wagner Act, la libertà organizzativa nelle aziende che era stata violentemente repressa negli anni Venti, e la contrattazione collettiva. Alla base vi era l'idea di istituire «contropoteri», dando «potere di mercato» anche ai sindacati. Si tentò anche una timida organizzazione dei consumatori. Tutto ciò comportò uno scontro con la terza componente del «patto», la piccola industria. Finì in un compromesso che non soddisfece nessuno, e che dovette tener conto del populismo regionale americano, che è da sempre contro il big business, le big unions e la centralizzazione a Washington, il big government.
Per qualche anno gli interventi sulle infrastrutture pubbliche e l'occupazione diretta dei disoccupati da parte dello stato andarono avanti. Ai Civilian Conservation Corps, per la «protezione» della terra, e alla Public Works Administration, per i lavori pubblici, si aggiunse la ben più sostanziale Civil Works Administration, che li mise davvero in opera. Sono rimasti famosi la Tennessee Valley Authority, che col tempo sollevò alcune regioni da un profondo sottosviluppo, ed il piano di elettrificazione rurale. Dopo il 1935 il dilagare dei sit down e delle occupazioni di fabbriche per prevenire chiusure e serrate spinse alla promulgazione del Work Progress Administration Act, osteggiato dalla Corte Suprema, che diede lavoro a circa tre milioni di operai non qualificati.
Tuttavia, al procedere della ripresa, la politica federale puntò al rapido raggiungimento del pareggio nel bilancio. Nel 1936 l'economia riguadagnò il livello pre-crisi. Tre anni dopo, malgrado la ripresa, gli aumenti della produttività e le ristrutturazioni comportarono il mantenimento della disoccupazione al 14%. La ricaduta del 1937 riportò la disoccupazione al 19%. Il «keynesismo reale» venne con la Seconda Guerra Mondiale: la produzione bellica ed un disavanzo di bilancio annuo di oltre il 25% del Pil portarono al «pieno impiego», facendo perfino aumentare i consumi privati rispetto agli anni Trenta.
Dopo la guerra, nella c.d. «età dell'oro», la fase capitalistica 1945-1975, l'acquisizione teorica della possibile positività dei disavanzi nel bilancio pubblico fu pagata cara. Il sostegno alla domanda non fu «mirato», ma generico. Il perno fu negli Stati Uniti la spesa militare, che trainava anche le economie europee e asiatiche. Nei fatti, peraltro, i bilanci pubblici restarono in pareggio: quando, dalla metà degli anni Sessanta, i disavanzi crebbero e si ebbe un qualche recupero salariale, il sistema saltò, per le sue contraddizioni interne ed internazionali. Iniziò l'era del primato della finanza e dell'attacco permanente al lavoro, nella distribuzione ma prima ancora nella produzione. L'ANNIVERSARIO
Viene proprio a proposito: domani è l'anniversario del tremendo «giovedì nero», quello che mise il modo di produzione capitalistico davanti alla concreta ipotesi del tracollo. Un fantasma che ancora oggi inquieta il sonno di chi non immagina nemmeno un mondo differente da questo. E giù tutti a dire: «E' la crisi più grave dopo il '29». Si può essere d'accordo in senso cronologico: questa viene in effetti «dopo». Ma non sul piano dimensionale: questa crisi è infinitamente più grande. Per la quantità di denaro e «valori» coinvolti. Ma soprattutto perché è il primo «crack» veramente «globale».
LA DEPRESSIONE
Anche chi aveva bandito la parola - estremo esorcismo - ora si ritrova a pronunciarla: recessione. Come allora, nel '29. Solo col passare del tempo venne consegnata ai posteri con un nome differente: Grande Depressione. Contrariamente a quel che si crede, il 1929 non fu un «botto» solitario, ma una lunga serie di cadute, segnate da improvvise «riprese» di borsa. Una discesa prolungata, costante, che solo dopo un paio d'anni cominciò a riversarsi sull'economia reale, sulla produzione e, quindi, alla fine, anche sull'occupazione. Una crisi che arriva dentro le famiglie, che viene drammaticamente vissuta e ripetuta in questi giorni anche in Italia, con tante fabbriche che annunciano improvvisi tagli e chiusure, cassa integrazione e licenziamenti. Senza dimenticare i lavoratori precari, privi persino di ammortizzatori soci

 


Il mercato in difficoltà e lo stato interventista

di Riccardo Bellofiore

su Il Manifesto del 05/10/2008

 

Nei commenti di queste settimane non ci è stata risparmiata la sequela di argomentazioni tranquillizzanti: crisi passeggera; non si può fare a meno della finanza; le banche europee sono al riparo; il vecchio continente, ancora manifatturiero, ne uscirà rafforzato; l'Italia può contare sulle medie imprese multinazionali. Peccato che questa finanza ci abbia portato sulle soglie di una nuova Grande Crisi. Che le banche europee abbiano aggirato la regolamentazione per garantirsi più elevati rendimenti. Che lo sganciamento dell'Europa dagli Usa si sia negli ultimi mesi sgonfiato come una favola. Che i pochi spezzoni vitali del nostro apparato produttivo siano fragilissimi e dipendenti dalla congiuntura. Certo, è finito un mondo. Il punto non è quello di capire il «perché» di breve periodo. Si tratta di capire come se ne esce. Meglio, come ne uscirà il capitale. Senza fermarci alle verità ovvie: socializzazione delle perdite e privatizzazione dei profitti; la crisi verrà pagata dal mondo del lavoro. E senza saltare sul carro del solito Tremonti colorato «di sinistra», quando si ha a che fare con un neoliberismo compassionevole dai tratti fascistoidi e reazionari, incluso il protezionismo.
Su queste colonne, un anno fa, segnalavo come lo scoppio della bolla immobiliare abbia visto il ritorno di un Minsky moment, di un punto di svolta superiore nel ciclo dell'instabilità finanziaria. La «nuova economia» si è nutrita di una convenzione Greenspan. La politica monetaria spingeva verso l'alto le «attività» (azioni, case), il che ha rafforzato l'effetto leva. Si ampliava l'indebitamento delle famiglie, a sostegno di un consumo «autonomo» da effetto ricchezza. E si forniva domanda ai neomercantilismi forti (come quelli asiatico e tedesco) e deboli (come quello italiano). Un sistema bancario ombra, ma interconnesso con le banche vere e proprie, poteva fornire moneta senza limiti, mentre la riduzione della disoccupazione di lavoratori «traumatizzati» non si traduceva in pressione sui salari.
A un certo punto, come nella poesia di Yeats, «le cose si dissociano, il centro non può reggere». La bolla scoppia, si rischia la deflazione da debiti. Dietro l'illiquidità fa capolino l'insolvenza, le relazioni interbancarie si bloccano. Facile prevedere i ripetuti interventi delle banche centrali come prestatrici di ultima istanza, e la politica di bassi tassi d'interesse, da parte almeno della Fed. Da marzo/aprile c'è stato un cambio di passo. Il Minsky moment si è mutato in un Minsky meltdown, in un collasso vero e proprio. Per lo spettro dell'insolvenza, sempre più operatori finanziari devono svendere attività: ma se lo fanno tutti, questo non aiuta i bilanci, li affossa. L'acceleratore finanziario è diventato un deceleratore finanziario. Quando il problema non è l'illiquidità, il prestatore di ultima istanza non può bastare. Lo si inizia a vedere con la prima crisi Bear Sterns. La Fed accetta come collaterale dei suoi prestiti titoli che sono cartaccia, e inizia a rifinanziare banche d'investimento non soggette a regolamentazione. E' evidente a questo punto che la politicizzazione della finanza ha fatto un salto, e che è solo il primo passo.
Mentre l'economia reale entra in fibrillazione, si deve nazionalizzare, direttamente e indirettamente, sia la finanza che l'immobiliare: i due pilastri della crescita Usa, dunque mondiale. La Fed prende il ruolo implicito di assicuratore e azionista ultimo, spalleggiata dal Tesoro. Anche questo non è però sufficiente. Lo stato deve acquistare direttamente i titoli «tossici». In questi giorni si sta proponendo che sia lui in prima persona a ricapitalizzare le banche, a diventarne esplicitamente azionista. Fed e Tesoro devono già oggi decidere chi vive e chi muore, in un sistema soggetto a un pesante consolidamento. Schizza ovunque verso l'alto il premio da pagare in eccesso al tasso di interesse di base, e si comprime il credito alle famiglie. Una profonda recessione a breve/medio termine seguita da una bassa crescita, e un razionamento del credito con più alti tassi d'interesse, è il futuro che possiamo attenderci: non solo negli Stati Uniti.
Inutile prendersela con Bernanke. Studioso della Grande Crisi, teorico dell'acceleratore finanziario, sa che la politica monetaria deve essere diversa nelle fasi espansive e in quelle di crisi. Ha fatto quel che ha potuto. Non ce la fa perché non ce la può fare: perché i problemi della finanza affondano nelle contraddizioni dell'economia reale. E' per questo che non valgono granché i buoni consigli di chi, soprattutto i social-liberisti, intona le lodi di migliore regolazione e più stretta vigilanza, e vuole riregolamentare. Ottime parole, buone nei tempi di crisi, e presto dimenticate quando le cose vanno bene.
Il problema di fondo è che il rischio sistemico globale della finanza viene dall'attacco al lavoro degli ultimi decenni. La finanza sregolata, ma politicamente governata, è stata il modo singolare ma efficace per rispondere alla tendenza alla stagnazione da domanda che è l'altra faccia della precarizzazione del lavoro. Non è un problema di instabilità finanziaria: è un problema di domanda effettiva, che nasce dalla organizzazione della produzione, e del lavoro al suo interno. Il paradossale «keynesismo» trainato dalle bolle speculative è oggi al capolinea. La crisi di questo meccanismo obbligherà a trovarne altri: a ricostruire da cima a fondo circuiti monetari, governo macroeconomico, equilibri internazionali.
Il verso successivo di Yeats recita: «e la pura anarchia si rovescia sul mondo». Non ci conterei. Scommetterei piuttosto su una buona dose di mano visibile. Non necessariamente benevola, sia chiaro. Invece di discutere di Stato e mercato, quando è fuori discussione che lo Stato non può che aumentare la sua presa sull'economia, sarà forse il caso di organizzare una resistenza, ma anche di riprendere davvero i temi di un intervento politico nell'economia diverso da quello che il prossimo futuro ci riserva.


"Come se avesse l'amore in corpo". Rileggere i Grundrisse dopo il Capitale

di Riccardo Bellofiore

su Liberazione del 16/07/2008

 

Il testo è una sintesi della relazione presentata oggi, all'Università di Bergamo, al convegno internazionale "Reading the Grundrisse" (Leggere i Grundrisse), organizzato dal dipartimento di Scienze Economiche, nell'ambito dell'unità di ricerca Prin 2006 (coordinata da Mario Cingoli dell'Università di Milano Bicocca), e promosso dall'International Symposium of Marxian Theory e dalla rivista anglosassone "Historical Materialism".

I Grundrisse sono un testo fondativo. L'enorme manoscritto va preso per quel che è: una frenetica, e geniale, stenografia intellettuale. Un testo pieno di ambiguità che hanno permesso letture contrapposte, caratterizzate ora dall'estremo soggettivismo, ora dall'estremo oggettivismo. A me pare che vadano letti in modo diverso da quello corrente, a "ritroso", sullo sfondo del Capitale . Non nella sequenza inversa, che si è in qualche modo imposta: i Grundrisse "prima" del Capitale . Il che scivola, prima o poi, negli uni "contro" l'altro.
Nei Grundrisse Marx, che ha già ben chiara la distinzione tra "capacità lavorativa vivente" e il lavoro in quanto tale, come "attività", si esprime ciò non di meno con grande ambiguità: una ambiguità che scomparirà pressoché del tutto nel Capitale . Marx parla, un po' sbrigativamente, di scambio del "lavoro" con il capitale, uno scambio in cui il lavoro viene ceduto al capitale, e il capitale ottiene in questo scambio stesso ancora lavoro. Il lavoratore per la sua prestazione ottiene nient'altro che il "valore" di questo "lavoro". Se si leggono queste frasi a partire dal Capitale , il loro senso si scioglie. Di altro non si parla se non della natura duplice del rapporto sociale tra capitale e lavoro: segnato, da un lato, dalla "compravendita" sul mercato del lavoro della forza-lavoro acquistata dal monte salari; dall'altro, dall'"uso" della forza-lavoro nel processo di produzione. Il primo momento, nella circolazione, apre al secondo momento, nella produzione: alla estrazione (potenzialmente conflittuale) del lavoro "in movimento" dal lavoratore; una "attività" che è per sua natura "fluida", in divenire. Tanto la forza-lavoro quanto il lavoro vivo sono inseparabili dal lavoratore "libero", in quanto essere umano socialmente determinato. Certo, quell'ambiguità apre la strada alla visione del lavoro vivo "come soggettività", tipica dell'operaismo "ideologico", dove il "lavoro vivo" può identificarsi, a scelta o insieme, con la capacità di lavoro o con il lavoratore, e talora riferirsi invece alla attività e alla non-attività (e quindialla fine tutto è meno che "lavoro").
Nei Grundrisse il capitale si identifica con la tendenza universale alla estrazione massima, illimitata, di lavoro "eccedente", oltre il lavoro necessario. Sta qui il germe dell'universalità del capitale, di un mondo di bisogni sempre più sviluppati, di una laboriosità generale - del mercato mondiale. Per capire in che senso, non possiamo fermarci alla produzione immediata e dobbiamo considerare la circolazione delle merci. Il valore "ideale" deve attualizzarsi sul mercato finale delle merci. Il capitale, nella spinta a massimizzare il plusvalore, ma dunque anche a tendere all'estremo il lavoro eccedente oltre il lavoro necessario, finisce con il comprimere il salario in termini relativi. Nella sua forma "pura" questa tendenza si attua per il tramite dei metodi mirati all'estrazione di plusvalore relativo, che conduce alla riduzione della quota dei salari sul nuovo valore aggiunto, anche se il salario reale è in aumento (purché questo aumento non ecceda l'aumento della forza produttiva del lavoro). Certo, i lavoratori assunti dagli "altri" capitalisti sono parte del mercato. Il singolo capitalista, se detesta la crescita dei salari dei propri lavoratori, non è dispiaciuto dall'aumento dei salari dei lavoratori impiegati altrove. Questo ragionamento non può però valere per il "capitale in generale".
Se la valorizzazione è trainata dalla domanda, come si può superare il problema del realizzo del valore delle merci? Nei Grundrisse Marx chiarisce come già con l'estrazione del plusvalore assoluto, ma ancor più sistematicamente con quella del plusvalore relativo, sia impensabile l'espansione di un capitale senza che si abbia la costituzione contemporanea di altri capitali. Il che significa la simultanea presenza di altri punti di lavoro e altri punti di scambio. All'estendersi "quantitativo" e all'approfondimento "qualitativo" della divisione dello scambio nel mercato deve corrispondere, affinché l'offerta trovi ovunque una corrispettiva e adeguata domanda, il realizzarsi effettivo di definiti e precisi rapporti quantitativi tra i rami di produzione. Queste vere e proprie condizioni di "equilibrio" sono legate in modo necessario a un determinato rapporto tra lavoro eccedente e lavoro necessario: dunque, al saggio del plusvalore che si fissa nella produzione immediata. Esse dipendono, inoltre, da come questo plusvalore si divide in consumo (spesa del plusvalore come reddito) e investimento (spesa del plusvalore come capitale). Alle relazioni in termini di "valore (di scambio)" devono corrispondere particolari relazioni in termini di "valore d'uso" (materie prime, macchinari, lavoratori ecc.), che devono essere disponibili in quantità e qualità adeguate.
Il problema non è tanto la "casualità" dei rapporti di scambio in sé e per sé. E' piuttosto il fatto che il saggio di plusvalore muta continuamente, e una riproduzione "bilanciata" e in equilibrio non può a un certo punto che essere infranta. La crisi di "sovrapproduzione di merci" sopravviene per ragioni "interne" al capitale: ha origine ultima nella produzione. La crisi da meramente "possibile" diviene sempre più "probabile": e proprio la sua dilazione grazie al credito la renderà più devastante nel momento in cui essa si verificherà.
Il lavoro astratto non è, semplicemente, il lavoro di un generico produttore in una società di scambio generale di merci. E', soprattutto, il lavoro dei produttori separati di una società capitalistica, del lavoratore collettivo organizzato nelle imprese, nei molti capitali in concorrenza: è il lavoro vivo del salariato. La prestazione del lavoratore salariato tende a perdere "ogni carattere d'arte". Ma c'è dell'altro. Il lavoro del lavoratore salariato è "privo di oggetto". Caratteristica che investe tutte le dimensioni del "lavoro". Investe la "capacità lavorativa vivente". Il lavoratore non ha proprietà o possesso dei mezzi di produzione: non può procurarsi i mezzi di sussistenza, ed è costretto ad alienare la propria forza-lavoro al capitalista. Investe il lavoro in quanto "attività", in quanto l'uso di tale capacità è ormai "di altri". In quanto prodotto di una attività ormai essa stessa "estranea", lo stesso valore d'uso non gli appartiene. Il lavoratore è il "povero assoluto", quale che sia la sua retribuzione.
Quando Marx giunge alla considerazione del modo di produzione "specificamente" capitalistico diviene più chiaro che le proprietà "concrete" del lavoro, così come la forza produttiva del lavoro sociale, sono in qualche modo prodotte, dal capitale stesso, che ha preso un corpo. Un "corpo materiale", un "corpo meccanico", dai tratti mostruosi, che rende interna al lavoro oggettivato e morto l'alterità del lavoro vivo, perché immette in sé la capacità di lavoro, e dunque i lavoratori in carne ed ossa. Quel mostro a questo punto inizia a lavorare "come se avesse amore in corpo". Il lavoro "concreto" non scompare affatto. Il punto semmai è che le "qualità" concrete vengono oramai attribuite al lavoratore collettivo, ma dunque all'impresa nel suo complesso unitario di fattori "oggettivi" e "soggettivi", da una volontà e una coscienza "esterni".
I mezzi di produzione non sono più strumenti del lavoro: al contrario, è il lavoro che diviene strumento dei suoi strumenti. Questa inversione è essenziale a produrre quell'incremento della forza produttiva del lavoro sociale che si mistifica come "produttività del capitale". Sembra proprietà delle "cose" stesse in quanto cose (mezzi di produzione, denaro) quella di produrre, per natura, plusvalore e plusprodotto. Questo feticismo, ci dirà meglio il Capitale , discende dal "carattere di feticcio" del capitale: davvero quelle "cose", quando stanno dentro il rapporto sociale capitalistico, hanno quelle proprietà "sovrasensibili". Non per natura, ma per la natura del capitale. Il "sociale" della cooperazione dentro il lavoro è imposto ai lavoratori dal capitale. Non è affatto una illusione. La "ricchezza", cioè i valori d'uso, quantitativamente e qualitativamente, dipendono sempre di più anche dall'impiego del General Intellect .
Il "Frammento sulle macchine", come può essere valutato? La riduzione del tempo di lavoro cristallizzato nella merce singola significa che si riduce il tempo di lavoro (pagato dal capitale) che è necessario destinare a riprodurre nel tempo la classe dei lavoratori secondo un certo livello di "sussistenza". In forza del continuo aumento della produttività del lavoro a cui dà vita il capitale si libera tempo "superfluo", come tempo reso "disponibile". Potrebbe darsi allora quella parziale liberazione "dal" lavoro che è condizione affinché si renda possibile la liberazione "del" lavoro stesso su cui insiste Marx in queste stesse pagine (si leggano i brani sulla visione del lavoro in Smith). Solo allora il lavoro potrebbe divenire il primo bisogno. Il peccato mortale del capitalismo, per Marx, è proprio quello di negare questa possibilità. La totalizzazione, assorbente ed esclusiva, del lavoro finisce con l'uccidere la dimensione attiva dell'essere umano.
Il Marx del Capitale ci dice che la dinamica immanente del capitalismo fa sì che il tempo di lavoro "disponibile" rimanga costretto nella gabbia del tempo di lavoro eccedente. Le stesse macchine che "incorporano" il General Intellect portano con sé un giro di vite nell'estrazione di plusvalore assoluto. Di più, l'estensione del tempo di lavoro si accompagna a una sua maggiore intensità. Si impone la "simultaneità" dei tempi dello sfruttamento. Viene negata alla radice qualsiasi visione sequenziale, in favore di una visione circolare (meglio, a "spirale"), del rapporto tra plusvalore assoluto e plusvalore relativo.
Il brano sul General Intellect e sul "crollo" della produzione basata sul valore di scambio non può essere letto separatamente da quella tendenza alla sovrapproduzione generale di merci che mette radicalmente in dubbio la possibilità che il maggior valore d'uso prodotto si confermi come valore di scambio sul mercato finale. La potenziale riduzione del tempo di lavoro non può realizzarsi, in forza della inesausta fame di lavoro "vivo" e di surplus-lavoro del capitale. Si potrebbe dire così. Il capitale che si espande ha bisogno di più mercato. Un'estensione del mercato richiede uno sviluppo dei bisogni, il che a sua volta comporta la costituzione di "individui universalmente sviluppati". Ma individui universalmente sviluppati si danno solo se a un certo punto si attua una riduzione del tempo di lavoro. Solo se, in altri termini, il tempo di lavoro disponibile non si traduce integralmente in tempo eccedente di lavoro, ma anche in tempo dedicato ad altro che non sia la produzione. Questo è però esattamente ciò che il capitale, in forza della propria natura, non può consentire se non forzato dal conflitto ed entro limiti determinati.
La tendenza alla massimizzazione del (plus)lavoro conduce al concretizzarsi, prima o poi, di un limite al capitale posto dal capitale stesso: perché questo significa la crisi generale dal lato della domanda, come esito della dinamica della produzione. E' per questo che il "furto del tempo di lavoro altrui" diviene una "base miserabile" per lo sviluppo delle forze produttive. Non vi è nessun meccanicismo, ma si rimanda alla crisi e alla sua sorgente nella dinamica di classe a partire dalla produzione.


Davanti alla crisi, rovesciare i dogmi sulla spesa pubblica

di Riccardo Bellofiore

su Il Manifesto del 27/03/2008

 

L'articolo di Halevi (20/3), che inquadra l'evoluzione più recente della crisi finanziaria, induce a qualche chiosa su come Europa e Italia entrino nel quadro. Che il discorso di Halevi riguardi anche il vecchio continente è evidente. Gli Stati Uniti sono stati assunti come modello per quel che riguarda precarizzazione del lavoro, capitalismo dei fondi pensione, liberalizzazione dei mercati. Gli Usa sono stati l'acquirente di ultima istanza, non solo per Asia e Cina, ma anche per i neomercantilismi europei. L'euro è stato residuale rispetto alla dinamica del dollaro.
Non ci vuol molto a capire che l'Europa va vista nella sua articolazione interna. Con almeno cinque aree cruciali, su cui si articolano le varie periferie, e l'Est. Un polo manifatturiero di qualità, tedesco e in parte francese, con i suoi satelliti. Un polo scandinavo di produzioni di nicchia di alta tecnologia. Il centro finanziario: Inghilterra, ma anche Lussemburgo e Olanda. Le produzioni tradizionali, i distretti e le piccole imprese dell'Italia. Infine Spagna e Grecia: la prima con una crescita trainata dalle costruzioni, entrambe con disavanzi con l'estero enormi. L'Europa cresce se vanno bene le esportazioni del cuore centrale, largamente mitteleuropeo. I profitti degli esportatori sono in larga misura interni all'area, i cui squilibri devono riprodursi affinché il meccanismo possa avere spazio di movimento.
Un universo messo in tensione da quel gigantesco frullatore che è la grande crisi di questi mesi. Chi scommetteva sullo sganciamento dell'Europa dalla recessione prossima ventura si sta ricredendo. Chi esporta in Cina o in Russia, in India o in Brasile, esporta in paesi colpiti di rimbalzo dalla crisi negli Stati Uniti. La recessione americana, condita con la svalutazione del dollaro, spingerà ad esportare di più in Europa. Ciò non toglie che in questi anni si sia ristrutturato, e alla grande. E' vero per il capitalismo tedesco, che esporta macchine e beni capitali, ed è più al riparo. La crisi del manifatturiero francese è stata attutita dalle imprese di media dimensione, oltre che dall'espansione del terziario. Discorso analogo vale per l'Italia. Nella crisi della grande industria e del nanismo, qualche rilancio ha funzionato, come alla Fiat. La media impresa del made in Italy, la subfornitura di qualità nella meccanica, nei mezzi di trasporto, nella metallurgia, hanno ridotto i volumi ma incrementato le esportazioni in qualità e valore.
Il disavanzo commerciale dell'eurozona è cresciuto (10,7 miliardi nel gennaio 2008, rispetto a 7,4 dell'anno precedente). Le importazioni sono state rincarate dal prezzo del petrolio e delle materie prime, ma le esportazioni hanno tenuto in maniera inattesa. Che l'industria tedesca, al momento, marci alla grande non stupisce. Giocano a suo favore tanto la svalutazione del dollaro e il boom del petrolio, che aiutano alcuni acquirenti dei loro beni capitali. Giocano ancora a suo favore gli aumenti salariali strappati nell'ultimo anno. Non stupisce neppure che la bilancia commerciale italiana, al netto del petrolio, sia tornata in attivo, o che le vendite in Russia, Opec, America Latina (un po' meno in Cina) vadano bene, trainate dal riposizionamento delle medie imprese per quel che le aree di esportazione o la qualità del prodotto. La rivalutazione dell'euro ha giocato ovunque come una frusta disciplinante della razionalizzazione e della ristrutturazione. Ma la crisi è dietro l'angolo. La Germania può pagare presto l'assenza di una fonte stabile di domanda interna. L'Italia patisce già ora la fragilità di uno sviluppo eterodiretto. E le nuove medie imprese multinazionali chiederanno una più intensa prestazione lavorativa.
Al sopraggiungere della recessione la Bce cederà un po' sui tassi. Ma non è stata una banca centrale inattiva: gioca cooperativamente con la Fed sulle iniezioni di liquidità, è attenta a intervenire tempestivamente per sostenere il sistema finanziario. Bada a due cose. La prima è evitare che una politica di bassi tassi di interesse stimoli uno sviluppo speculativo come quello statunitense. Ha poi così torto? La sinistra dovrebbe guardare alla qualità reale della crescita, e dunque ad un suo traino pubblico, non al basso costo del denaro. La seconda è che sia il potere d'acquisto dei lavoratori a pagare il conto dell'aumento dei prezzi del petrolio, delle materie prime, degli alimentari. A questo scopo i tassi d'interesse - fin che si può, cioè finché la crisi non arriva - non sono mai troppo alti.
Il divario tra Btp italiani e Bund tedeschi è cresciuto (0,150 nel giugno 2007, 0,650 il 10 marzo 2008), un'asta recente di Bot è andata eccezionalmente deserta. Eventi che non si vedevano da tempo. Si sono sprecati i toni tranquilizzanti, fuori d'Italia. Si capisce il perché. Non preoccupa, in sé e per ora, la bilancia commerciale. L'Italia fa più paura fuori che dentro l'eurozona. Tutti sanno che è lo shock finanziario globale ad aver fatto schizzare verso l'alto il prezzamento del rischio. Al di là dello scenario, possibile ma non probabile, che salti l'Europa in quanto tale, in ballo è la ristrutturazione industriale e geografica dentro l'Europa. Quello che c'è da attendersi è dunque altro: un impatto della crisi in arrivo, divaricante e violento, sulle varie macroregioni interne all' Europa, come anche all'interno dell'Italia.
C'entra qualcosa il Patto di Stabilità? Come nel caso dell'euro, anche qui bisognerebbe invertire la saggezza convenzionale. L'euro, come il mercato unico, è stato concepito dentro un disegno neomercantilista, e neoimperialista, europeo. Ciò non toglie che l'Europa sia un'area pressoché chiusa, potenzialmente autonoma sul piano valutario e finanziario, sulla cui scala sono pensabili politiche economiche alternative. Così, la riforma del Patto nella primavera del 2005 aprirebbe ad interessanti spazi di manovra. In casi di shock esterni o di crescita molto debole sono ammessi 'temporaneamente' disavanzi pubblici in eccesso del 3%; lo stesso vale per politiche di riforma miranti all'innovazione. Siamo oggi in una situazione in cui i bilanci pubblici europei sono spesso in troppa salute, a partire dalla Germania. Politiche coordinate di rilancio in deficit spending sarebbero insomma possibili. Certo, nel caso italiano, bisognerebbe andare contro l'opinione prevalente a livello comunitario e ragionare all'inverso. Partire dai contenuti della spesa da fare, più che da una rivendicazione generica e contabile sui disavanzi. Come scrive Galapagos, «rilanciare una ipotesi di controllo della produzione e della distribuzione del reddito». Però, per farlo, ci vorrebbe una sinistra. Non dico comunista: socialdemocratica. Se ci fosse, dovrebbe battere un colpo.


Una proposta di politica economica per ri-uscire dal precipizio

di Riccardo Bellofiore

su Il Manifesto del 07/03/2008

 

Le elezioni anticipate impongono una soluzione di continuità, nell'analisi e nella pratica: la ripresa del conflitto sociale, la ridefinizione dell'identità programmatica. Solo la devastazione degli ultimi anni può far credere che il prolungamento politico delle lotte si esaurisca nella partecipazione al governo. Occorre saper essere classe parziale, saper diventare classe dirigente. L'egemonia non si conquista illuministicamente, invocare il conflitto non fa uscire dalla debolezza. Negli ultimi anni si sono commessi entrambi gli errori. Coccolando il protagonismo dei «tecnici» portatori della «scienza». Invocando la spinta del movimento sotto scacco, lasciandolo solo.
Tutto ciò è massimamente vero sul terreno ambiguo della politica economica. Per chi vuol fare critica della teoria economica e critica pratica del capitalismo, è il terreno del nemico, in quanto luogo della gestione del capitale. La sfida va accettata se produce squilibri che rafforzino il lavoro contro il capitale. Che sia un terreno obbligato lo si capisce guardando sia al momento alto della forza del lavoro nel Novecento, sia al presente. Il secolo passato è iniziato sotto l'onda della caduta tendenziale del saggio di profitto, che condusse all'attacco all'operaio di mestiere e al fordismo. L'aumento della forza produttiva del lavoro sfociò nella crisi per insufficienza di domanda. Seguono i decenni di ferro del secondo conflitto mondiale e del keynesismo della guerra fredda, che ha consentito lo sviluppo del welfare e il pieno impiego: in una parte sola del mondo, per i maschi delle età centrali, con una grande ondata di consumismo distruttivo della natura.
L'età keynesiana si chiude per la messa in questione non solo della distribuzione, ma anche di modi del lavoro, contenuti della produzione, riduzione di corpo e mente a mero strumento. Una crisi della valorizzazione immediata, una contestazione del potere del capitale su composizione e allocazione del prodotto. Il capitale risponde prima con la svolta monetarista e la disoccupazione di massa. Poi, con la centralizzazione senza concentrazione, che frammenta il lavoro, trasforma la disoccupazione in sotto-occupazione, precarizza la vita. Oggi lo sviluppo del capitale spontaneamente non riunifica ma divide il lavoro, e il prodotto interno lordo non significa di per sè soddisfazione dei bisogni. La crisi del nuovo capitalismo è anche l'insostenibilità, economica ed ecologica, dei nuovi modelli di produzione e di consumo.
Non se ne esce senza riprendere la sfida su «cosa» e «come» si produce. Risalire la china, contestare l'egemonia del capitale sono due lati della stessa medaglia. Se la sinistra non sta in questo orizzonte, il social-liberismo, tutto interno al nuovo capitalismo, può spacciarsi per l'unica alternativa al neoliberismo. Limitarsi alla redistribuzione o ad approcci contabili alla finanza ha reso la sinistra inefficace e subalterna. Si impone un cambio di paradigma.
Il salario è denaro per tempo di lavoro. L'attacco al salario passa anche per l'aumento di ore e intensità di lavoro e per il lavoro non pagato delle donne; la difesa, dalle forme contrattuali, dalla domanda di lavoro, dallo stato sociale, dal lato reale insomma. Le pensioni non le garantirà la subordinazione dei lavoratori alla finanza, ma aumentare quantità e qualità della capacità produttiva di domani. La precarietà non la si sana con l'erogazione di redditi nominali se non si è in grado di garantirne il potere d'acquisto, di determinare l'offerta che va incontro ai redditi monetari, di creare lavoro stabile. Le questioni del genere e della natura si prendono sul serio se si ricostituisce su basi diverse il welfare, cosa si produce, come si circola, come ci si procura energia. E così via.
C'è chi si illude di avere di fronte un capitalismo italiano morente. Assottigliata la grande impresa privata, la ex impresa pubblica terreno di razzia dei rentier, in crisi i distretti senza svalutazione, resta un paese diviso, con reti vitali di piccole imprese e medie imprese multinazionali aggressive. Boccone ghiotto da colonizzare, per le sue realtà produttive, per il risparmio ancora consistente. Si tratta di realtà che non pagano salari adeguati, o lo fanno in nero, in un pieno di lavoro domestico e migrante che distrugge ogni altra dimensione. Fragili perché dipendenti dalla congiuntura internazionale, non in grado di fare da sole «sistema». Dopo la crisi prossima ventura c'è da attendersi uno sviluppo subalterno e disegualitario di parti del paese, dentro la riarticolazione geografico-produttiva europea. L'attacco al salario e alla spesa sociale va avanti: ma territorio per territorio, settore per settore, voce per voce. Come lo sviluppo, così crisi e ristrutturazione tutto sono meno che omogeneizzanti.
Occorre intervenire sul piano strutturale. Riqualificare la spesa pubblica, inizialmente in maggior disavanzo, per aumentare reddito e benessere a medio termine. Avviare una politica industriale, a partire dai punti dove interagiscono ragioni sociali, ragioni del lavoro, ragioni ambientali. Risollevare a livello di sistema una produttività che declina dove il lavoro precario è la norma. Agire dal lato della domanda e dell'offerta per aprire spazi alla riduzione d'orario e alla garanzia del reddito (mentre non vale la sequenza inversa).
E' un lavoro di analisi e di proposta, di inchiesta e di lotta, tutto da costruire: ma prima o poi deve pur cominciare. Si deve, passo dopo passo, unire ripresa delle lotte, diversità di contenuti della spesa pubblica, ridisegno della struttura produttiva, dentro un piano del lavoro. Solo però se ammette il precipizio in cui è caduta, solo se ha chiaro che questo è il compito, la sinistra potrà non apparire nient'altro che una rumorosa, caotica, in fondo inutile, ruota di scorta del social-liberismo. I segni non sono incoraggianti.


La crisi finanziaria globale spiazza le visioni ideologiche

di Riccardo Bellofiore

su Il Manifesto del 07/02/2008

 

La questione di come inquadrare la crisi dei subprime dentro la dinamica capitalistica di lungo periodo è importante. Andrea Fumagalli ha provato a impostarla in un articolo di qualche giorno fa. L'asse del ragionamento è presto detto. I mercati finanziari valorizzerebbero la produttività «immateriale» del lavoro «cognitivo», realizzerebbero una redistribuzione indiretta dal capitale al lavoro, metterebbero in moto un moltiplicatore reale dell'economia. La novità della crisi attuale starebbe nella messa in questione degli assetti gerarchici del comando sui mercati finanziari, sempre più instabili, mentre l'entrata in scena dei fondi sovrani sancirebbe l'abbandono dell'interesse nazionale.
Da qualche anno ho provato a impostare una risposta diversa. Attorno alla metà degli anni '90 si instaura un «nuovo» capitalismo incentrato su una «nuova» politica monetaria e un paradossale keynesismo «finanziario» La domanda finale negli Stati Uniti si incarna sempre più in consumi finanziati con l'indebitamento bancario, grazie all'aumento continuo dei prezzi delle «attività» (azioni, immobili) spinti all'insù da bolle speculative che la Federal Reserve ha non solo sostenuto ma provocato. Il modello si regge su un attivismo statuale molto accentuato. Dietro ci sta un attacco senza requie alla classe dei lavoratori, frantumata nelle figure del lavoratore traumatizzato, del risparmiatore affetto da sindrome maniacale-depressiva, del consumatore indebitato. Quando i prezzi delle attività salgono, il risparmiatore è in fase maniacale, l'indebitamento privato garantisce il consumo, gli Stati Uniti sono il traino finale della domanda per i grandi esportatori asiatici o europei. Il lavoratore traumatizzato non riesce a tradurre in salario o controllo del lavoro l'eventuale piena (sotto-)occupazione. Quando la bolla esplode, il risparmiatore entra in fase depressiva e il debito privato mostra la sua insostenibilità. La crisi da liquidità tracima in insolvenze, e rischia di divenire crisi sistemica. Il che non significa crollo: semmai ristrutturazione profonda, e necessità di una ridefinizione radicale degli equilibri capitalistici esistenti. In situazioni del genere, come oggi, non ci si fa scrupolo di far ricorso alla politica fiscale.
L'attacco al mondo del lavoro discende da trasformazioni sociali e tecniche che hanno dato vita a una «centralizzazione senza concentrazione». La riunificazione, formale o sostanziale, dei capitali si può accoppiare a riduzione delle dimensioni di impresa e a frammentazione del mondo del lavoro. La soggezione delle «famiglie» ai mercati finanziari e al debito per il consumo configura una «sussunzione reale del lavoro alla finanza», retroagendo sulla valorizzazione immediata. Costringe cioè a tempi di lavoro più lunghi e intensi, e muta la natura del lavoro: che da attività svolta secondo un piano e sotto controllo diretto diviene, quale che sia la natura giuridica del rapporto, compito da svolgere con «flessibilità» in una finta autonomia. Tutto ciò è accelerato dai nuovi criteri di corporate governance: sono i gestori dei fondi pensione a pretendere rendimenti elevati del capitale e a gradire scelte penalizzanti su occupazione e condizioni di lavoro.
Dal 2003, la necessità di tenere in piedi la baracca ha spinto a includere sotto la finanza anche le famiglie povere e precarie. Per far decollare l'abnorme espansione dei subprime, ed evitarne il subitaneo crollo, ci si è appoggiati a strumenti finanziari come derivati, cartolarizzazioni, «impacchettamenti», in combinazioni esplosive coperte dalle banche. Quando il castello di carte è crollato, sono finite a rischio paralisi le relazioni inter-bancarie. Ciò ha depotenziato l'arma della riduzione dei tassi di interesse, come anche la politica fiscale quale mera riduzione delle tasse (visto il possibile collasso dei consumi e il rientro dall'indebitamento). I fondi sovrani possono per ora evitare che la crisi sistemica abbia un decorso più drammatico, ma nulla più. C'è comunque da dubitare che il contagio della spinta recessiva, passando attraverso l'Asia, non colpisca l'Europa e l'Italia. L'uscita dall'inferno non è affidabile alle sole politiche redistributive, ma richiederebbe politiche strutturali e un piano del lavoro.
Una interpretazione che si oppone punto per punto a quella di Fumagalli. Ammesso, ma non concesso, che esista come entità mistica separata, la forza produttiva del lavoro «cognitivo» è attiva solo nella misura in cui è messa al lavoro dentro la «fabbrica» capitalistica: il che richiede appunto la domanda effettiva. Quando i mercati finanziari credono di «valorizzare» l'innovazione, inclusa quella «comunicativa» e «informazionale», prendono solenni cantonate: i profitti attesi dalle dot.com sono crollati in un batter d'occhio. Non si vede peraltro cosa questo abbia a che fare con la bolla immobiliare. I fondi sovrani tutto sono meno che sganciati dalla sovranità: ma è l'intero meccanismo a dipendere da politiche economiche attive, targate statualmente, nel conflitto geopolitico globale. Infine, altro che redistribuzione dal capitale al lavoro e nuovo welfare. E' piuttosto un giro di vite nella subordinazione del lavoro al capitale: che spreme lavoro, trasferisce lavoro e reddito al profitto lordo, instaura un workfare che è anche un warfare. Forma nuova dello sfruttamento di sempre.
Fa piacere che un teorico post-operaista, che si vorrebbe neo-operaista, riconosca che il «nuovo» capitalismo è intrinsecamente instabile. L'interpretazione di Fumagalli discende dritta dritta da una visione apologetica della «potenza» del capitalismo contemporaneo, e da una subalternità a politiche social-liberiste che si pretenderebbe di radicalizzare. Più che tornare alle origini, si sfocia in Proudhon.


Stato e mercato

di Riccardo Bellofiore

su Il Manifesto del 23/09/2007

Il Sole 24 Ore, il «momento Minsky» e il liberismo impossibile

Valentino Parlato ha invitato il Sole 24 Ore all'apertura di un dibattito. L'invito è stato raccolto da Fabrizio Galimberti. L'occasione è il salvataggio della Northern Rock da parte dello stato, ma la discussione investe spazio e ruolo del liberismo. Vorrei proporre un punto di vista inusuale, forse intrigante anche per i giornalisti del Sole, che sono di buone letture.
La crisi dei subprime, in incubazione da tempo, si è fatta seria a marzo, ed è esplosa a luglio. Proprio a marzo e a luglio George Magnus, senior economic advisor dell'Ubs di Londra, in due rapporti ha avvertito che si avvicinava un «momento Minsky». L'espressione è circolata nei blog finanziari, ed è diventata una valanga. Non ha risparmiato il Financial Times o il Wall Street Journal, il Guardian e Le Monde Diplomatique, da noi persino Repubblica. Di che si tratta?
Hyman P. Minsky è un economista eterodosso americano, morto nel 1996. Una Cassandra che ricordava sempre che la «stabilità è destabilizzante». La crescita capitalistica degenera ineluttabilmente in instabilità finanziaria. Quando le bolle scoppiano, la deflazione da debiti è dietro l'angolo. I suoi libri sono tradotti, in italiano da editori prestigiosi. Ma nessuno se ne ricordava più. Come mai tanta notorietà, ora?
La risposta è facile: Minsky ha avuto fastidiosamente ragione. La sua visione è semplice e potente. Nel capitalismo, produzione e investimento devono essere finanziati, e al centro del sistema dei pagamenti ci sono le banche. Dopo una grave crisi, il ciclo riparte con una crescita «tranquilla». Gli operatori sono in posizione coperta»: le entrate di cassa coprono le uscite. Le cose vanno bene, l'ottimismo si diffonde, debitori e creditori riducono la stima del rischio. Ci si indebita sempre di più, con posizioni prima «speculative» (in alcuni periodi i profitti eccedono il pagamento degli interessi, e ci si deve rifinanziare), poi «ultraspeculative» (l'investimento darà profitto sulla base di eventi «eccezionali», che possono anche essere rivalutazioni sui «mercati» di attività quali azioni o immobili). Il boom degenera in euforia irrazionale. La liquidità crescente è fornita da intermediari finanziari sempre più fantasiosi negli strumenti di indebitamento che si inventano, e le banche li seguono.
Se la banca centrale cerca di controllare questo processo aumentando i tassi di interesse, o se si hanno sgonfiamenti delle bolle azionarie o immobiliari, il castello crolla. La crisi di liquidità può tramutarsi in crisi di insolvenza, le banche essere coinvolte, l'economia reale si avvita al ribasso. Le cose si dissociano, il centro non può reggere»: un verso di Yeats che Minsky citava spesso.
Qualcosa del genere è successo dopo la svolta neoliberista degli inizi degli anni Ottanta. Qualche esempio: Wall Street nel 1987, le Savings & Loans nel 1989-90, il Giappone inizio anni Novanta, il 1997-98 tra Asia e Usa, le dot.com nel 2000, ora i subprime. La spiegazione di Minsky ha due problemi. Se le cose vanno bene, la singola impresa si indebita, ma i profitti del settore delle imprese crescono: il leverage può restare limitato; p.es. oggi le imprese Usa scoppiano finanziariamente di salute. Poi, Minsky centra il ragionamento sull'investimento: che spiega poco della new economy, e niente della ripresa Usa dal 2003. Il punto a favore di Minsky è un altro. Di fatto, le ondate di indebitamento si sono prodotte. E quando non strettamente nei suoi termini, si sono prodotte altrove, con la medesima struttura.
Dalla metà degli anni Novanta, l'effetto leva sostiene la spesa del consumatore «indebitato», senza il quale l'economia non solo Usa ma mondiale sarebbe scivolata nella stagnazione. La crisi fa riemergere il risparmiatore «terrorizzato». La globalizzazione e il raddoppio dell'esercito industriale producono intanto il lavoratore «spaventato». Bello per i prezzi delle merci, che crescono poco. Peccato che la compressione dei salari faccia sì che la domanda la devi ottenere per il tramite di una inflazione dei prezzi delle «attività», per sostenere i consumi privati. Queste bolle, dal 1995, le ha prodotte la politica monetaria Usa. Un interventismo bello e buono. E che ha molto a che vedere con la diffusione della precarietà e la pressione verso un capitalismo dei fondi pensione.
«Potrebbe ripetersi?» Minsky è scettico. Il laisser faire è per i poveri, non per i ricchi. La Banca Centrale fornirà liquidità a basso costo: deve salvare la casino economy. Bernanke ha imitato Greenspan, controvoglia. Una migliore «regolazione» del sistema finanziario, utile, verrà comunque aggirata. La politica monetaria ha però efficacia limitata, specie se il problema è l'insolvenza: sono necessari disavanzi del bilancio pubblico. Occorrono, dunque, prestatore di ultima istanza e «grande» stato.
Il Sole si è scordato che la crisi del 2001 si è risolta con il keynesismo «di guerra» in disavanzo. Che dal 2003 è tornato lo stimolo al consumo, politicamente governato. Che quando il debito privato collassa, la ricerca della «qualità» significa caccia ai titoli sul debito pubblico. Per Minsky, comunque, neppure i disavanzi, che sostengono i profitti, sono la vera risposta. Come ha scritto Graziani, occorre un vaglio sulla «congruità», ma dunque anche sui contenuti, della spesa pubblica, che non può essere difesa o contratta sulla base di formule contabili.
C'è di più: la «socializzazione degli investimenti», per Minsky, va fatta con un piano del lavoro che garantisca piena occupazione, stabile e di qualità, e con investimenti pubblici che migliorino la produttività del sistema, nel lungo orizzonte temporale che solo lo stato può avere.
Ha in mente il New Deal, non il keynesismo degli anni Sessanta e Settanta, che detestava. Di «esercito del lavoro» parlavano due bolscevichi, Ernesto Rossi e Sylos Labini. Basta pensare alla condizione di declino relativo della industria italiana e ai limiti della nostra specializzazione internazionale per capire dove ci ha condotto il primato dell'impresa; e che senza l'ottica di lungo termine dello stato non se ne esce.


Bellofiore_ L'università del sapere pesatoe venduto un tanto al chilo pdf 14.2.2007


La bassa produttività e la pericolosa cura Wolf

di Riccardo Bellofiore * e Francesco Garibaldo**

su Il Manifesto del 11/11/2006

 

Nel dibattito sulla situazione economica italiana Michele Salvati (Corriere della Sera, 25 settembre) ha formulato un'obiezione, seria, alle posizioni della sinistra radicale, cui si deve dare risposta. Né la finanza pubblica né il Patto di stabilità sono il vero problema, lo sono la competitività che si deteriora e la produttività decrescente. La contrazione fiscale non ci è perciò imposta dall'esterno. Va assunta di buon grado per imporre, non il risanamento finanziario in sé e per sé, ma la bonifica della struttura economica reale del paese e uno snellimento del settore pubblico in nome dell'efficienza. Da questo punto di vista, limitarsi a richiedere una Finanziaria meno restrittiva e lasciare nel vago in cosa consisterebbero una diversa politica industriale e una diversa politica di sviluppo renderebbe poco credibile la sinistra radicale. Un mese dopo Martin Wolf sul Financial Times (25 ottobre) formula una diagnosi complementare, in larga misura condivisibile. Non è il costo del lavoro il problema, ma appunto la bassa produttività. La più bassa inflazione consente alla Germania una deflazione competitiva che perpetua il modello neomercantilista che ci vede perdenti. In termini reali le esportazioni italiane di beni e servizi ristagnano dal 2000, e il disavanzo con l'estero si incancrenisce. La bassa capacità di esportazione si accompagna a un livello ridotto di partecipazione al mercato del lavoro, come a un profilo di specializzazione internazionale dell'Italia medio-basso in termini di tecnologia, vulnerabile alla concorrenza dei paesi asiatici. Wolf segnala pure da tempo il rischio a medio termine di un aumento dei tassi di interesse a lunga per le possibili tensioni future, soprattutto tra Usa e Cina, sul finanziamento del doppio disavanzo americano. I tassi europei, e con loro lo spread tra quelli italiani e altri paesi europei, salirebbero: qualcosa che impone cautela sui conti pubblici.
La cura di Wolf è singolare ma intelligente, al di là delle apparenze. Non solo tagli di spesa, ma spingere a lavorare di più gli italiani ovunque, aumentando così il Pil; licenziamenti e innovazioni di prodotto per alzare la produttività nei settori per l'esportazione. Wolf non trascura il problema della domanda effettiva. La risposta è omogenea al modello anglosassone cui si sta adeguando, a suo modo, l'Europa continentale: spingere le famiglie a indebitarsi in modo comparabile con i paesi europei e il resto del mondo - dal 1995 a oggi le famiglie italiane hanno già quasi raddoppiato il loro indebitamento. La logica è trasparente. Mantenere il lavoratore «spaventato», comprimendo il salario e frammentando il lavoro. Tramite il continuo allarmismo sulle pensioni (il risparmiatore «terrorizzato») risucchiare nei fondi pensione il Tfr, e costringere a un maggiore e più lungo tempo di lavoro sociale. Sostenere infine la realizzazione monetaria del profitto dal lato del consumatore «indebitato», che il lavoro deve accettarlo così com'è. Sono argomenti seri e processi pericolosi, del tutto in linea con la via «alta» alla produttività del «nuovo» capitalismo e la sua politica monetaria di complemento, ammorbiditi magari con sussidi al reddito. Vorremmo suggerire un inizio di risposta che non si fermi al pur necessario contro-argomento macroeconomico, ma consideri anche le dinamiche strutturali, e dia qualche esempio di politica industriale come parte di una risposta alternativa di politica economica.
Siamo in presenza di una inaudita centralizzazione del capitale, mediata da una finanziarizzazione esasperata. Non vi si accompagna una crescente concentrazione in unità produttive più grandi di masse di lavoratori omogenei: semmai una riduzione dell'unità tecnica di produzione e una destrutturazione del lavoro. L'accresciuta concorrenza «globale» innesca ovunque una trasformazione generale. Anche l'Italia vive una situazione di crisi, ristrutturazione e riposizionamento dell'industria italiana, con perdenti e vincenti: ma anche i vincenti sono in posizione subordinata nella filiera produttiva integrata. L'azienda «focale» della filiera concentra l'essenziale del know-how e del controllo strategico del processo, e scarica gli oneri delle restanti parti del processo produttivo su altre aziende. Il mercato del lavoro si segmenta di conseguenza quanto a tutele, salari, formazione, e così via. A un certo punto scatta una soluzione di continuità tra insider e outsider, in una generale incertezza che colpisce tutti. Per questo anche, in Europa, il contratto nazionale è sotto attacco. Processi analoghi investono tutte le attività economiche e il settore pubblico.
Se la precarizzazione del lavoro non è medicina universale, anzi le imprese più significative vi fanno modesto ricorso, è però componente importante di tutti i cicli produttivi. Dal punto di vista macrosociale, avanzamento tecnologico e precarizzazione del lavoro (nativo e migrante) sono facce della stessa medaglia.
All'Italia, in particolare, manca un centro strategico e egemonico. In nessun settore, vecchio o nuovo, ha una leadership europea. Non solo per il prevalere di aziende piccole e piccolissime, ma anche per l'assenza di grandi aziende nazionali fortemente internazionalizzate. La grande industria, le concentrazioni bancarie, le strutture chiave della distribuzione commerciale, alcune grandi aziende fornitrici di servizi di pubblica utilità vengono ridimensionate e acquisite da grandi gruppi globali. La parte più avanzata del Nord e del Centro sta diventando risorsa manifatturiera specializzata di servizio per grandi imprese tedesche e francesi. Ovunque gli interessi si sfarinano e le coalizioni sociali si frammentano, con derive regressive.
Una via di uscita passa per una nuova politica industriale, che riequilibri le esportazioni di prodotti tradizionali, e dia vita a un'innovazione profonda della gamma di prodotti. Ma, contro Wolf e Salvati, ciò richiede: 1. un grande impegno finanziario di chi solo lo può garantire come stabile e credibile, lo Stato; 2. un impulso massiccio, deciso e concentrato nel tempo, come richiede ogni intervento che voglia cambiare una traiettoria iscritta nel passato; 3. l'accortezza di sfruttare ora quella finestra di stabilità dei tassi di interesse che non è garantita a medio termine, per l'incerto quadro globale; 4. di individuare le grandi domande inevase della società italiana e europea, qualcosa che solo la politica e la società possono individuare con un'ottica di lungo termine; 5. di definire risposte adeguate che il mercato da solo non è in grado di vedere, per la sua costitutiva miopia; 6. di partire dai punti dove massima e virtuosa può essere l'interconnessione tra questioni economiche, ecologiche, sociali.
Ci limiteremo a un cenno solo sulla questione emblematica della mobilità sostenibile: dai nuovi motori, alla gestione via Ict del traffico nei grandi centri metropolitani, sino alla costruzione di nuovi mezzi di mobilità urbana. Riorientare una parte della capacità produttiva esistente e non utilizzata verso la risoluzione di questo problema è una politica industriale che richiede forte integrazione tra politiche pubbliche nazionali e a scala europea, come anche l'iniziativa privata delle imprese. Ma ragionamenti analoghi si possono sviluppare per l'energia, per l'acqua, per l'istruzione, etc.: cioè per una serie di beni/servizi di natura pubblica o semipubblica che possono diventare il quadro di riferimento di una nuova classe di prodotti/servizi. In questa logica, il lavoro non può costitutivamente essere precario e mal pagato.
Il nostro è un suggerimento, ribadiamo, iniziale, va certamente affinato. E' però, ne siamo convinti, solo prendendo questa strada, e mettendo in campo una nuova capacità di conflitto sociale autonomo, che la sinistra radicale potrà evitare di limitarsi a mettere le note a fondo pagina di politiche social-liberiste.

* ordinario facoltà di Economia
Università degli studi di Bergamo

Riccardo Bellofiore * e Francesco Garibaldo** ** presidente della Fondazione
Istituto per il lavoro, Bologna


Il mercato sempre più impiccione

di Riccardo Bellofiore e Massimiliano Tomba

su Liberazione del 01/11/2006

 

Nel 1997 uno sciopero dei lavoratori delle poste statunitensi, l’UPS, che riguardava 185.000 lavoratori, paralizzò il colosso postale. Erano, in gran parte, lavoratori precari, part-time e con salari inferiori a quelli dei colleghi “garantiti”. Ottennero però la loro solidarietà, come quella di altri lavoratori e degli utenti: una solidarietà inaspettata. Le stesse relazioni sociali che gli autisti dell’UPS dovevano coltivare con gli utenti si rovesciarono contro l’UPS, diventando rete di solidarietà a favore del lavoratore “cordiale”. La lotta di quei lavoratori investiva non solo le misere figure contrattuali, ma anche la taylorizzazione della circolazione delle merci e delle informazioni. Un punto importante della controversia riguardava il peso dei pacchi trasportati, spesso eccessivo e tale da causare numerosi infortuni. Quello sciopero ci interroga ancora oggi. Ci ricorda la crescente taylorizzazione del lavoro in un mondo che ci viene raccontato come ‘post-fordista’. La sua persistente materialità, anche quando si estenda oltre il luogo classico della fabbrica. La possibile, anche se mai garantita, comunanza di lotta tra figure disomogenee e però soggette ad un meccanismo unico di sfruttamento.
Lo sciopero dell’UPS è una lezione tanto più preziosa e da tenere a mente quando si voglia davvero aggredire il nodo - sociale e politico, prima ancora che teorico - di cosa è cambiato nell’epoca della c. d. ‘globalizzazione’ del capitale e del c. d. lavoro ‘immateriale’. Non vi è nulla di inedito nel fatto che il capitale metta al lavoro i saperi taciti, le capacità relazionali e cognitive del lavoratore. Ognuno sa che senza un intervento attivo del lavoratore la catena di montaggio non avrebbe trasportato un bel nulla. Non sarebbe forse più proficuo interrogarsi sull’occultamento della dimensione comunicativa all’interno della fabbrica moderna da parte della sociologia industriale? L’aspetto ‘comunicativo’, e anche ‘affettivo’, è oggi più in evidenza perché la valorizzazione sempre più richiede una organizzazione capitalistica del trasporto, invade la circolazione imponendole una velocizzazione, scarica i suoi costi e i suoi tempi sul consumo. Le autostrade sulle quali sfrecciano i TIR non sono che il prolungamento dei nastri trasportatori della catena di montaggio: nastri che arrivano fino al lavoratore postale che ci porta le merci in casa, e passano per il telefonista di un call center che cerca di vendercele. Così come lavorano gratis i consumatori della Wal-Mart, valorizzando il capitale, quando raggiungono i supermercati decentrati o trasportano nei megacentri commerciali la merce alla cassa. E si potrebbe continuare.

Sarebbe però sbagliato non vedere i mutamenti profondi nella dinamica capitalistica, che vanno compresi tanto nelle origini, che affondano nell’antagonismo degli anni ‘60 e ‘70, quanto nelle conseguenze drammatiche, in primis sulla conflittualità sociale. Solo l’indagine di queste metamorfosi ci consente di capire davvero la natura della precarietà nella nostra contemporaneità. Un continuismo cieco, così come una lettura dei processi che veda nel lavoro un soggetto sempre e comunque passivo, sono inaccettabili, come lo erano quando il primo operaismo vi reagì.

Va però scongiurato il rischio di ripetere oggi l’errore di ieri: concentrare la propria attenzione solo sulla ‘tendenza’, assolutizzarla, per di più dando una analisi parziale e unilaterale, dunque inaffidabile, della tendenza stessa.

Così avviene in chi, riproponendo le movenze classiche di una filosofia della storia, magari rimodernata nei termini della scuola regolazionista, ritiene che il capitale immateriale abbia preso il posto di quello materiale, o che il lavoro cognitivo sia divenuto immediatamente forza produttiva socializzata autonoma dal capitale. O ancora che la classe si sia dissolta in una moltitudine, articolata e complessa certo, ma di cui il lavoratore cognitivo sarebbe in fondo la figura centrale ed egemone: come lo erano stati, in sequenza, l’operaio di mestiere, l’operaio massa, l’operaio sociale. Su questa strada tutto diviene produzione, e ogni atto vitale di per sé produttivo: il risultato è un olismo del capitale. L’inchiesta e la lotta dentro il lavoro divengono superflue, sostituite da lotte distributive scambiate come immediatamente ‘incompatibili’: quando invece costituiscono il lenitivo che il social-liberismo sa offrire all’inferno sociale odierno.
Dove sta invece la novità dell’epoca, guardata dal punto di vista del lavoro? L’accumulazione più incerta ed instabile, proprio come conseguenza della risposta alle lotte dell’operaio-massa, si struttura ‘a rete’, e pretende che il lavoro, in punti cruciali del ciclo, sia attività ‘intenzionale’, talora dotata di maggiore qualificazione. Dove ciò si dà, è e deve rimanere una autonomia limitata e dipendente. Nel capitalismo hi-tech della rivoluzione della comunicazione e dell’informazione è l’intrusione del ‘mercato’ nella ‘organizzazione’ a garantire questo controllo impersonale sul lavoro: ad accrescere la centralità della produzione, mentre produce la parvenza del contrario. Le unità produttive vengono messe in concorrenza tra di loro: per la disseminazione geografica, per le delocalizzazioni e esternalizzazioni, per l’obbligo delle singole unità produttive dentro le holding di far profitti come se si trattasse di entità separate e indipendenti, per le terzizzazioni e l’in-house outsourcing. Mentre tutto ciò ‘regola’ il lavoro, al tempo stesso richiede che, affinché il denaro e le macchine siano messe a valore, il lavoratore si comporti come autonomo e immateriale anche quando è dipendente e materialissimo. Che faccia del proprio sapere e del proprio volere l’elemento ‘attivo’, ma subordinato, che consente al capitale di riprodursi su scala allargata.

Negli ultimi decenni il progresso tecnologico ha in effetti aperto al capitale la possibilità nuova di disgiungere ‘centralizzazione’ da ‘concentrazione’, contrariamente a quello che era stato un andamento secolarmente parallelo. Mezzi di produzione e lavoratori vengono dispersi. La cooperazione sociale non comporta più necessariamente la collocazione in un luogo unico, ma può essere comandata tecnicamente in luoghi distanti. Il lavoro cambia di natura, in questo senso almeno: che non è più qualcosa da svolgere secondo un ‘piano’, dettato ex ante dall’esterno, qualcosa da eseguire idealmente in modo rigido, all’interno di un contesto produttivo e sociale stabile; è invece innanzitutto un ‘compito’ in un ambiente imprevedibile, da verificare ex post, qualcosa i cui tempi e qualità desiderati vengono imposti al lavoratore dal ‘mercato’ e lui deve assicurarli con ‘flessibilità’.

Il processo non è senza rischi per il capitale, in quanto non solo, come sempre, la subordinazione del lavoratore va ricostituita ciclo dopo ciclo, ma ciò è ancor più vero quando il lavoro deve essere appunto attività ‘intenzionale’. Ma è proprio per questo che la potenza capitalistica dell’integrazione e della subordinazione deve dispiegare il massimo della sua sfida integratrice. Le pratiche antagoniste devono sempre abbattere la barriera dell’interesse allo sfruttamento di altri lavoratori: per difendere il proprio posto, il proprio consumo, la propria pensione. Ed è ancora per questo che, contrariamente alla vulgata corrente, il capitale, oggi più di ieri, si applica a ‘rubare’ il sapere al lavoratore, a codificarlo, a razionalizzarlo, a monitorarlo. La configurazione del lavoro esplode, insomma, proprio mentre il comando capitalistico diviene ancor più totalizzante. Credere che la forza produttiva del lavoro sia sempre indipendente dal capitale, e anzi autonomamente ne spinga lo sviluppo, è per questo una illusione più pericolosa che nel passato.

Pensare che queste dinamiche confinino in una zona residuale il cosiddetto lavoro materiale è, prima ancora che un errore teorico, una svista politica di dimensioni colossali. E non solo perché la gran parte dei lavori sono a basso salario e bassa qualificazione. O perché il lavoro c. d. immateriale è in realtà ben materiale esso stesso, indipendentemente dalla natura della merce prodotta. Chi istituisce una rigida contrapposizione tra pretesi residui ottocenteschi che parlano ancora di fabbriche e salario, e radiosi postfordisti del nuovo lavoro cognitivo, dà una rappresentazione inattendibile e priva di senso del nostro presente, per una ragione ancor più fondamentale: il passaggio alla subordinazione reale del lavoro al capitale e alla estrazione del plusvalore relativo non significa affatto relegare nel passato il prolungamento della giornata lavorativa, la sua intensificazione, l’attacco al salario, l’esclusione e le nuove recinzioni. Al contrario, è proprio il ‘progresso tecnico’ che permette di scatenare contro il lavoro ognuna di queste armi solo apparentemente ‘arretrate’.

Vi è compenetrazione tra le diverse forme di sfruttamento, siano esse assolute o relative. Tra centro e periferia: il lavoro schiavistico e le condizioni di sfruttamento dei quattro quinti del pianeta si intrecciano al lavoro immateriale ed ipertecnologizzato di alcune metropoli occidentali. Ma anche nello stesso centro, dove l’azienda focale, che controlla strategicamente la filiera produttiva, scarica costi e flessibilità sulle aziende a valle, in cerchi concentrici dove frantumazione e precarizzazione del lavoro, tanto nativo quanto migrante, crescono esponenzialmente, in una vera e propria discesa agli inferi. Il fucile del sorvegliante che controlla il grado di intensità del lavoro coatto è tarato sull’intensità del lavoro socialmente necessario, proprio come lo è il lavoro di un programmatore di software.

Nell’epoca del capitalismo globalizzato le diverse forme di sfruttamento vanno intese come assolutamente contemporanee, e tra loro reciprocamente implicantesi. I profitti straordinari prodotti dove vengono introdotte nuove macchine spingono ad allungare ovunque, ma ancor più nelle industrie a bassa tecnologia legate all’impresa che innova, l’orario di lavoro. La delocalizzazione, a sua volta, mette a profitto i differenziali di salario nazionale, e il confine, come regolatore politico dei flussi di forza-lavoro migrante, assume una valenza immediatamente economica. Questi confini non corrispondono tra l’altro sempre ai confini degli Stati-nazione, ma li tagliano e li attraversano delimitando aree a sfruttamento variabili anche dentro uno stesso Stato. La novità è data dal fatto che tali processi avvengano oggi in presenza di un raddoppio dell’offerta di lavoro mondiale. Così, in Cina, la valorizzazione del capitale può sfruttare le nuove tecnologie e produttività per addetto in rapida crescita con salari stabili, mettendo in sincrono il mercato e il processo del lavoro mondiale. Ma se il governo cinese lascia ventilare la possibilità di ‘liberalizzare’ la contrattazione salariale in alcune provincie, a fare la coda per chiedere che ciò non avvenga sono in primo luogo le imprese occidentali.


Caro Cavallaro, il nostro sogno non è il “keynesismo realizzato”

di Riccardo Bellofiore e Joseph Halevi

su Liberazione del 22/10/2006

 

Luigi Cavallaro ha replicato su queste colonne (vedere il numero del 19 settembre, “Il deficit di spiegazioni e la spiegazione col deficit”) a un nostro intervento sul manifesto, in cui contestavamo la sua interpretazione della ripresa europea. In quell’articolo entravamo pure nel merito delle posizioni espresse dai promotori dell’appello degli economisti promosso da Riccardo Realfonzo. Una iniziativa animata dalle migliori intenzioni, ma, teoricamente e politicamente, alquanto fragile. Non ci è stato possibile rispondere subito, ma le questioni sollevate sono numerose e importanti. Vale la pena tornarci sopra.
Andiamo per punti. La ripresa in corso. Cavallaro non ha colto il senso della prima metà del nostro articolo. Sì, il primo semestre del 2006 è andato bene. E tutto l’anno sarà meglio del previsto. A questo punto, vediamo che ci si appassiona ad una discussione su delle stime, per giunta provvisorie. Se si vuol fare una analisi congiunturale, lo si dovrebbe fare su un orizzonte più lungo, su dati con qualche omogeneità metodologica. E’ per questa ragione che abbiamo preferito l’ultimo rapporto semestrale dell’Ocse. Anche accettando a scatola chiusa i dati congiunturali delle varie fonti - spesso rivisti, e non di poco, dopo qualche mese - l’interpretazione della ripresa potrebbe comunque essere alquanto diversa da quella di Cavallaro. Prendiamo, a puro titolo di esempio, la Germania. Si può escludere nella sua ripresa l’effetto (temporaneo) della Coppa del Mondo? Oppure, sui consumi privati, si può escludere che l’annunciato aumento dell’Iva possa aver spinto (di nuovo, temporaneamente) all’anticipazione dei consumi? Il che spiegherebbe anche come mai le aspettative sul 2007 delle imprese siano alquanto pessimiste.

Quella di Cavallaro ci pare una forma di argomentazione che è non scientifica nello spirito, prima ancora che nella lettera. Non serve neanche a sostenere il punto centrale della sua tesi: non dà ragione del perché il moltiplicatore della spesa pubblica avrebbe registrato un ritardo temporale esattamente pari a quello da lui ipotizzato. Riprendendo una sua espressione, il ritardo del moltiplicatore di Cavallaro è «solo un’ipotesi, e nemmeno tanto ragionevole»: una ipotesi ad hoc. Bisognerebbe a questo punto andare ad una verifica econometrica, che per sua natura - ci si scusi il nostro scetticismo molto alla Keynes - è inconclusiva. Non ci pare abbia senso uscirsene con frasi generiche, che ci si può permettere sui giornali ma di cui non si capisce la portata analitica, del tipo: «non esiste in generale alcun motivo per escludere un ritardo nell’effetto moltiplicativo», oppure «è possibile che ritardi del genere si debbano mettere nel conto». Ci pare che, per un attimo, Cavallaro si accorga del ginepraio in cui si sta infilando, quando scrive: «sebbene le stime siano contorte e talora perfino contraddittorie, alcune cose, forse, possono essere dette». Se le stime sono stime, e contorte, e pure contraddittorie, non sarebbe forse preferibile tacere?
Su una base quantitativa ipotetica così ineffabile sembra un po’ precipitoso abbandonare l’idea consolidata che il modello tedesco, come di altri paesi, sarebbe ancora oggi, a pieno titolo e integralmente, neomercantilista. Imperniato, dunque, sul sostegno che le esportazioni nette danno ai profitti monetari. Anche a questo è dovuto il disavanzo esterno di buona parte dell’Europa, tra cui l’Italia. Noi crediamo che la svolta costituita da un sistematico e permanente impulso alla domanda interna europea sia ancora, purtroppo, di là da venire. Cavallaro, al contrario, vuole convincerci che il modello tedesco (e francese) sia diventato, all’improvviso, “keynesiano”, visto che c’è la ripresa. Che si basi, cioè, su quel poco di keynesismo passivo che viene dal peggioramento dei saldi della finanza pubblica di qualche anno fa.

Basta, peraltro, dare una occhiata al grafico riportato in questa pagina per farsi venire qualche brivido lungo la schiena. L’economia europea riparte regolarmente alla fine del boom statunitense, per poi crollare, incapace di propulsione autonoma, quando quell’economia entra in crisi. Che adesso, pur con il rallentamento netto degli Usa dovuto allo sgonfiamento della bolla immobiliare (che ha trainato i consumi privati negli ultimi anni, ed è stato sostenuto dalla politica monetaria) si sia entrati in un’altra storia è tutto da vedere. E potrebbe essere una verifica poco allegra per tutti. Se infatti si prolunga il grafico con le stime sul 2006, tenendo conto della frenata degli Stati Uniti e della ripresa europea, il grafico del 2005-6 somiglia in modo inquietante al 1999-2000. Se non sarà così, la spiegazione non starà comunque, principalmente, nel keynesismo passivo degli ultimi anni.

Cavallaro, ci pare, non si rende conto dell’ironia della situazione. Al convegno di un anno fa, poi raccolto nel volume Rive Gauche dalla “manifestolibri”, fummo noi a segnalare che il Patto di Stabilità era da tempo diventato, se mai era stato altrimenti (e ne dubitiamo), incapace di vincolare davvero i grandi paesi. Anticipammo pure che ciò non avrebbe impedito che il Patto fosse usato contro l’Italia, al di fuori di ogni pretesa razionalità economica, e per altri fini. Soprattutto con il centrosinistra al governo, e con il rischio di una egemonia al suo interno di una cultura social-liberista: la quale, per suo conto, vuole imporre comunque una “rivoluzione” nel capitalismo italiano dagli effetti sociali pericolossimi, oltre che dalla efficacia economica dubbia. E aggiungemmo che qualsiasi ripresa economica è in realtà dovuta sempre a forme, talora nuove e originali, di gestione attiva della politica economica (come p. es. il paradossale keynesismo finanziario statunitense), non certo ad un inesistente laisser faire.

Venimmo allora severamente rampognati. In pubblico, dove venimmo accusati di essere dei difensori del Patto, quando avevamo detto, e scritto, il contrario, e da sempre. E in privato, visto che la proposta di stabilizzazione era divenuta in certi circoli non solo un articolo di fede, che impediva di parlare della sostanza delle cose, ma un talismano in grado di guarire ogni malanno. Ora, Cavallaro riprende di fatto una parte di quella nostra tesi, e la riduce discutibilmente a spiegazione (unica) della ripresa europea, per il tramite di una lettura eccessivamente semplificata del keynesismo. Nella sua replica alle nostre critiche, non si accorge, peraltro, che il ruolo (limitato) dei disavanzi di bilancio “eccessivi” era del tutto riconosciuto nel nostro articolo, dove scrivevamo testualmente che «lo sforamento dei vincoli ha certo ridotto una recessione che sarebbe risultata insostenibile».

Il punto che ci divide da Cavallaro non è, a ben vedere, se il keynesismo del breve periodo abbia o meno insegnamenti da darci sul come funzionano le economie capitalistiche, e sulle politiche economiche reali. Non è difficile capirlo. Il keynesismo dell’articolo di Cavallaro, come si è visto, è in fondo poco più di un keynesismo dell’istante, fondato sulle stime e su moltiplicatori della finanza pubblica ad hoc. Quando Keynes ragionava in termini di breve periodo, si riferiva a qualcos’altro. A quella fase in cui l’investimento netto non si traduce, ancora, in un accrescimento della grandezza assoluta dello stock di capitale. A seconda del tasso di capacità utilizzato iniziale, questa fase può essere più o meno dilatata nel tempo. Tutto ciò è molto ragionevole. Non lo è non rendersi conto che è proprio il fatto che è la domanda effettiva a trainare la produzione a far sì che si possano determinare strozzature dal lato dell’offerta, della produttività, della competitività, e dunque un vincolo esterno e composizioni della produzione perverse - il che ovviamente è particolarmente rilevante nel caso italiano, e per la sinistra; e magari consentirebbe di dialogare con la cultura ecologista sui nodi di sostanza invece di salire in cattedra. Se la domanda, infatti, è stabilmente al di sotto di quella necessaria ad assorbire l’offerta potenziale, sarà quest’ultima, fuori dal breve periodo (di Keynes, non di Cavallaro), ad aggiustarsi. E questo discende, dritto dritto, proprio dal principio della domanda effettiva: non costituisce affatto una contestazione della cittadinanza scientifica della teoria keynesiana, come ci imputa Cavallaro. Significa semmai che bisogna abbandonare un keynesismo idraulico (o come fu efficacemente definito da altri, “pronta beva”) e riconoscere la possibilità, oggi, di una crisi simultanea del capitale (produttivo e finanziario) e del lavoro salariato (fabbriche che chiudono ed operai licenziati).

Il nostro non è un invito a non fare politiche della domanda. Figuriamoci. Si tratta semmai di capire che non è più, se mai è stato, pensabile “da sinistra” quella sorta di politica dei due tempi - prima politica della domanda (aumento della spesa monetaria), poi politica dell’offerta (ridefinizione della struttura della produzione) - che ci ripropone di fatto Cavallaro. E neanche è possibile dire «prima stabilizziamo il debito e liberiamo risorse: poi si potrà impiegarle per la crescita», senza dire come, dove e perché.

Il semplice stimolo alla domanda, se aumenta i profitti monetari, non si traduce affatto, meccanicisticamente, né in un aumento del livello di produzione e dell’occupazione, né in una composizione della produzione socialmente ed ecologicamente desiderabile. La politica della domanda deve essere declinata, da subito, con una politica dell’offerta molto diversa da quelle social-liberiste oggi in voga. Si richiede un intervento nella composizione della spesa e delle entrate, e un piano del lavoro, con un forte ruolo attivo dello Stato “dall’alto”, senza che il conflitto del lavoro e la democrazia nella rappresentanza sindacale “dal basso” siano visti come patologici, senza cioè suggestioni neocorporative. Tutto questo non è un “di più”, come in Cavallaro: intanto va bene scavare buche. E’ un sine qua non di una politica economica di sinistra.

Nel nostro ragionamento il disavanzo e il debito pubblico, salvo interventi correttivi, devono aumentare rispetto al Pil: inizialmente. In una fase temporanea e di transizione, è quello che infatti non può non accadere, se si vuole davvero intervenire per migliorare nel medio termine la qualità del sistema economico e invertire il declino, e quindi per far cadere quei rapporti successivamente. Politiche che intervengano sul denominatore, cioè che aprano ad uno sviluppo qualitativamente diverso e migliore, richiedono un finanziamento in disavanzo prima che i risultati possano vedere la luce, e danno luogo per questo ad un peggioramento dei rapporti di finanza pubblica prima che essi possano migliorare: il che dipenderà, evidentemente, dal contenuto di quelle politiche.

E’ quello che in teoria economica è talora chiamato “paradosso della produttività”. Se non si ragiona così, è facile essere infilzati dalle obiezioni di un Michele Salvati sul Corriere Economia. Ma lo si sapeva da molto: tant’è che noi lo abbiamo scritto un anno fa, e lo andiamo dicendo da anni. Su questo, abbiamo da dire, come sinistra corrente, qualcosa di diverso dalla vulgata corrente o dalla pura resistenza? Sulle politiche strutturali, siamo o no in grado noi di sfidare le posizioni moderate, di far derivare le politiche di bilancio da una diversa politica di sviluppo? Crediamo che la mera interdizione o la riduzione del danno ci salveranno dalle politiche economiche, non più neo-liberiste (come quelle del governo Berlusconi), ma anche liberiste e social-liberiste (dominanti e in fragile equilibrio nell’attuale governo, e che sono diverse tra loro, rovinose tanto le une quanto le altre)?

A Cavallaro questo appare come un semplice mutamento quantitativo, e si stupisce che noi, dubbiosi della sua “pistola” keynesiana, si invochi un “cannone”.


Ma qui non si tratta (soltanto) di un aumento quantitativo della dimensione della spesa, che pure è necessario. L’accento è (soprattutto) sulla natura qualitativa dell’intervento, che a valle giustifica lo sforamento di bilancio, temporaneo. Qualcosa, si badi, che la revisione del Patto di Stabilità del giugno 2005 potrebbe addirittura giustificare, visto che ammette infrazioni ai parametri dei saldi della finanza pubblica, se legate a politiche che migliorano la situazione strutturale nel medio-lungo termine.

Un equivoco del genere viene dal fatto che Cavallaro non comprende, ci pare, il quadro concettuale con cui operiamo, come è evidente dal suo arruolarci in un presunto “paradigma classico-keynesiano” che ci è alquanto estraneo. Mentre i promotori dell’appello fanno riferimento a una dubbia sintesi tra impostazione “classico-ricardiana” rimodernata, più keynesismo da diagramma a 45° senza incertezza e senza finanza, noi ci rifacciamo ad autori come Marx, Kalecki, Sweezy o Minsky. Il Keynes che ci interessa è quello più radicale nella critica al paradigma dell’equilibrio. E la nostra versione della teoria del circuito monetario non è ridotta al solo deficit spending tanto caro a Cavallaro, ma ha una forte ispirazione schumpeteriana.

Tutte posizioni teoriche che, dagli anni Settanta almeno, hanno indotto chi vi aderiva a nutrire un sano scetticismo rispetto al keynesismo “realizzato” dei “trenta anni gloriosi”. Oggi, quel keynesismo ci tocca sentircelo decantato, contro i “bocconiani”, come l’ultima frontiera dell’economia di sinistra.

Molte altre sono le questioni di cui dovremmo discutere con Cavallaro, ma abbiamo già abusato dello spazio del quotidiano e della pazienza del lettore. Ma una cosa almeno va ancora detta. Cavallaro dedica un breve cenno al dibattito su alcune proposte di reddito garantito svoltosi sul manifesto questa estate, un dibattito che altrove aveva definito cripticamente “divertente”. Cavallaro riesce nella missione, che avremmo giudicata impossibile, di attaccare le posizioni “antagoniste” che parlano di fase “cognitiva” del capitalismo in un modo che le rende quasi simpatiche. Cavallaro, infatti, ritiene che sia illusorio vedere il capitalismo odierno come vivo e vitale, e non invece come, citiamo dal suo articolo, «un malato attaccato alla macchina dell’ossigeno».

E’ questa una contrapposizione antitetico-polare, che va avanti da decenni nella sinistra italiana di lontana origine marxista. Da un lato, chi ritiene che il capitalismo si sviluppi senza crisi, ma dunque, visto che la crisi è sempre anche ristrutturazione, senza scomposizione della classe, spinto in avanti dalle lotte di una soggettività del lavoro comunque incorrotta (di volta in volta l’operaio massa, l’operaio sociale, il cyborg, il lavoratore cognitivo). Dall’altro lato chi gli oppone, in modo altrettanto unilaterale, una rinnovata teoria del crollo, secondo la quale il capitalismo è un morto che cammina. In entrambi i casi, il capitalismo sembra vivere, o sopravvivere, per autosuggestione.

A noi pare che sia difficile capire qualcosa della realtà del capitalismo contemporaneo se ci si culla nella fantasia che ciò che abbiamo di fronte sia un capitale moribondo. Coglie molto di più lo stato delle cose la frase famosa del generale Emilio Garrastazu Medici - presidente del Brasile durante la fase della dittatura, nel periodo della grande crescita della seconda metà degli anni sessanta-primi settanta - il quale, alla domanda del New York Times su come andasse l’economia, rispose candidamente: «The economy is doing well. It is the people who are doing badly» (L’economia va bene. E’ il popolo che se la passa male…).

 


Contro le politiche neoliberali non basta un po' di keynesimo

di Riccardo Bellofiore e Joseph Halevi

su Il Manifesto del 10/09/2006

 

Luigi Cavallaro su Liberazione (29/08) sostiene che la ripresa di Eurolandia è dovuta allo sforamento dei parametri di Maastricht, grazie ai disavanzi nel bilancio statale per le maggiori economie. Il vincolo del Patto di Stabilità non sarebbe perciò da tempo stringente. Questa constatazione non significa però che starebbe qui la causa principale della ripresa in atto. L'ultimo rapporto semestrale dell'Ocse, appena pubblicato, contiene previsioni al 2006 per l'insieme della zona euro. Le stime proiettano la ripresa del primo trimestre di quest'anno, e consentono un confronto con il 2005. Il maggiore contributo alla crescita (dall'1,4% al 2,2%) viene da tre poste: l'aumento degli investimenti in capitale fisso non residenziale, la riduzione dell'impatto negativo del disavanzo nei conti correnti con l'estero, l'aumento dei consumi pubblici. Quest'ultimo, inferiore alla crescita del Pil, non è il risultato del disavanzo del bilancio pubblico. Il rapporto deficit /Pil rimane invariato rispetto al 2005, mostrandosi in forte calo rispetto al 2004 ed al 2003. Perché mai il ritardo dell'effetto moltiplicativo del deficit del 2004 e del 2003 dovrebbe 'scadere' proprio ora, mentre la percentuale del deficit ha cessato di crescere da due anni?
L' Italia ha la maggiore variazione del tasso di crescita del Pil passando dall'0,1% all'1,4% (Germania: dall'1,1% all'1,8; Francia: dall'1,4% al 2,1%). Determinanti sono la formazione di capitale fisso non residenziale e la crescita dei consumi privati, che è invece stazionaria nell'area euro. Il contributo del consumo pubblico, altrove significativo, è da noi negativo. In Europa la crescita non è spiegata dalla infrazione alle regole del Patto di Stabilità, avvenuta in forma 'passiva'. In Francia, come in Germania, le entrate non coprivano le spese per via della stagnazione, mentre la spesa pubblica è cresciuta per il finanziamento in titoli del disavanzo. Né si può dimenticare che in Germania quel poco di crescita recente è dovuto alle esportazioni. Vedremo quanto reggerà al probabile rallentamento degli Stati Uniti. Lo sforamento dei vincoli ha certo ridotto una recessione che sarebbe risultata insostenibile. Non sta però dentro una strategia di politica economica. Il 'keynesismo' non basta a spiegare le dinamiche macroeconomiche recenti, né è condizione sufficiente per una politica 'progressista'. Come spiegare che l'enorme spesa pubblica giapponese non abbia generato alcuna crescita, fino a quando la Cina non si è messa a trainare l'export nipponico? O che il 'keynesismo' degli Stati Uniti, finanziario e bellico, nutre la deindustrializzazione e precarizzazione in quel paese, quale che sia la condizione della finanza pubblica?
Ci pare che Cavallaro, e non solo lui, sogni un capitalismo lineare, ove basta premere il grilletto della pistola keynesiana per dare il via alla crescita. Basta pompare un po' il bilancio, e si aprono finalmente le possibilità di una politica «di sinistra»? Cavallaro riprende il recente appello di alcuni economisti di sinistra che chiede una stabilizzazione del debito pubblico ('progressista'), invece che il suo abbattimento ('liberale'). Il problema starebbe non nel funzionamento 'materiale' delle economie capitalistiche, ma nelle teorie che dominano il discorso di politica economica. Cambiate queste idee, e la realtà cambierà! Si finisce così con l'avallare un'illusione coltivata dalla sinistra radicale al governo, da cui è bene uscire il prima possibile: limitarsi a tamponare l'attacco alla spesa pubblica, e sperare che abbiano ragione i social-liberisti. Liberalizzare, con qualche pallida riregolazione e sussidi sociali minimali; contare sulle concentrazioni bancarie e su blande politiche industriali; sperare che la crescita europea si consolidi. E che tutto questo faccia davvero ripartire l'economia, magari salvandosi la coscienza con qualche discorso sulla programmazione. Non è vero. Ma anche se lo fosse non impedirà che prosegua l'attacco al mondo del lavoro e che si acceleri il declino dell'economia italiana.
Sappiamo che i parametri di Maastricht sono arbitrari, disegnati sui valori di partenza di debito e deficit di Francia e Germania. La convergenza al 60% del rapporto debito/Pil è una maschera per imporre politiche deflattive, che si intendeva praticare comunque. Il contrappasso sta nel fatto che anche chi all'inizio rispettava quei parametri è obbligato a crescere al 5% nominale per mantenerli: visto che sono cresciute di meno, quel rapporto è slittato verso l'alto anche in Francia e Germania. C'è però una critica più radicale. Se si vuole una convergenza reale di economie disomogenee, occorrono più investimenti produttivi e più spesa pubblica nelle economie meno avanzate dell'area, tra cui ormai l'Italia. Ciò richiede finanziamenti in anticipo rispetto ai miglioramenti strutturali che verranno, e quindi temporaneo aumento dei rapporti di disavanzo e debito pubblico sul Pil. Tanto più se si vuole tenere conto di un vincolo sociale e della lotta alla precarietà: qualcosa che porterà ad un aumento della produttività, ma a medio termine. Solo così gli aggiustamenti al bilancio pubblico che si materializzeranno saranno reali e permanenti. E solo così i nodi strutturali su cui pone l'accento Graziani sul manifesto (3/09) - aumento degli investimenti pubblici, dotazioni infrastrutturali, ripresa del progresso tecnologico, uscita dal nanismo industriale, superamento della strozzatura allo sviluppo per la debolezza nella capacità di esportare - potranno essere affrontati davvero: e con essi l'antica questione della nostra specializzazione produttiva. Una sinistra degna di questo nome, invece di attestarsi su una politica difensiva di corto respiro, dovrebbe imporre lei l'agenda di una riforma strutturale, e da quella derivare le conseguenze sulla finanza pubblica: non il contrario, tutta presa dallo sfidare a improbabili tenzoni scuole accademiche avverse. Questo si dovrebbe chiedere a un ex Presidente della Commissione Europea che ha definito il Patto di Stabilità «stupido»; su questo dovrebbe spendere il proprio prestigio chi è stato in posizione dirigente nella Bce. Se no, non si capisce perché stare al governo. Il nodo è politico. Tamponare la falla nella diga con un dito ha, certo, effetti miracolosi. Solo nelle favole, però.


Reddito garantito, fra illusione e diversivo

di Riccardo Bellofiore e Joseph Halevi

su Il Manifesto del 11/07/2006

 

L'articolo di Vertova sul reddito garantito ha messo i piedi nel piatto di una discussione dove troppe cose vengono date per scontate. Gli interventi di Fumagalli e Lucarelli (FL) e di Morini ribadiscono le approssimazioni che Vertova aveva disperso. FL ragionano così: i) nel postfordismo dei paesi avanzati l'economia si terziarizza e l'occupazione è creata fuori dalla grande impresa manifatturiera; ii) a ciò corrisponde una immediata produttività del tempo di vita e delle relazioni nel territorio; iii) il capitale si appropria gratuitamente della più elevata ricchezza sociale; iv) il tempo di vita deve invece essere remunerato (reddito), integrando la retribuzione da salario; v) si tratta di una regolazione istituzionale che rende stabile il postfordismo, come la crescita del salario in proporzione della produttività (fisica) stabilizzava il fordismo; vi) il basic income (BI), cumulabile e incondizionato, non solo aumenta la produttività sociale, ma ne ridistribuisce i frutti e fa crescere la domanda; vii) è un compromesso tra capitale e lavoro, realistico (avvicina per passi al reddito di esistenza) e incompatibile (se elevato, il BI non è un mero sostituto dei sussidi di disoccupazione).
Tuttavia la maggiore ricchezza relazionale e cognitiva attiene al lavoro concreto, non al lavoro astratto. La sequenza per cui è il comando tecnologico e organizzativo sul lavoro vivo a creare neovalore vale ovunque e sempre nel capitalismo. Inoltre la crescita postbellica si deve alla domanda autonoma (spesa pubblica elevata, investimenti privati, esportazioni) in un contesto internazionale di capitalismo da guerra fredda irripetibile. Non, contrariamente al mito fordista, ai salari, che sono stati trascinati. Quando le lotte nella produzione hanno morso, il modello è saltato. In contrasto con la visione di FL, il lavoro nel terziario è in gran parte legato al manifatturiero: l'economia della conoscenza si nutre di lavori «materiali».
Eppure è senz'altro vero che il capitalismo è cambiato radicalmente: i) una 'centralizzazione' finanziaria e produttiva gigantesca senza 'concentrazione' di lavoratori in grandi imprese, con riduzione della dimensione minima d'impresa; ii) la dicotomia centro-periferia è saltata, il centro è anche dentro la Cina, la periferia è anche dentro la Germania; iii) la forza-lavoro mondiale è raddoppiata in 15 anni; iv) il lavoro è sussunto alla finanza; v) il consumo è sostenuto dalla politica monetaria e dall'indebitamento; vi) è mutata la natura della prestazione lavorativa. Il lavoro precario è 'continuo' ma senza 'posto fisso'; quello a tempo indeterminato è sempre più incerto e aggredito: un avvicinamento oggettivo delle due figure. Intanto, il problema della realizzazione il nuovo capitalismo lo ha risolto senza BI. L'instabilità e insostenibilità dei nuovi processi di creazione di neovalore, che non sono 'spontanei', non consentono una ridistribuzione egualitaria.
Il BI non aumenta di per sé né ricchezza né valore. Ragionare altrimenti cancella un po' di cose. E' la domanda di lavoro a determinare la qualità dell'offerta di lavoro. La formazione diffonde oggi non cultura ma analfabetismo di ritorno. Solo la gestione politica della domanda (autonoma) traduce in realtà aumenti potenziali di produttività. FL rispondono che il lavoro è già frammentato, quasi Vertova sostenesse che il BI sia la causa della precarietà: ma Vertova spiega la precarietà come noi, e FL non sanno che al peggio non c'è mai fine. Il loro fine è il reddito di esistenza: intanto, 'realisticamente', si accontentano di un sussidio ai precari.
Di buone intenzioni è lastricata la via per l'inferno: il BI costituisce la sponda di politiche social-liberiste di aggressione a tutto il lavoro, dividendolo. FL prendono Vertova per una neoclassica per cui il BI creerebbe disoccupazione mettendo un pavimento rigido a salari o redditi. Vertova ha in testa, crediamo, una impostazione marx-kaleckiana. Il BI, se 'realistico', è più basso del salario, e crea un margine di flessibilità nel costo del lavoro. L'impresa assume pagando di meno, il lavoratore otterrà inizialmente lo stesso reddito di prima, ma in una spirale di deterioramento. Proprio perché oggi la realtà capitalistica si fonda sulla possibilità di chiusure e di precarizzazione, con il BI come «pavimento» il salario potrà essere ridotto sempre di più. Quando il salario si avvicina al BI, i governi abbasseranno, dove esiste, il salario minimo. Una dinamica che è più pronunciata in una società di servizi. Si crea una massa amorfa di persone che sopravvivono, frana la capacità contrattuale di tutti i lavoratori, i redditi manageriali schizzano verso l'alto. Tendenze già in atto da tempo in vari paesi.
FL ragionano come se il BI dia accesso di per sé ai beni e alla scelta del lavoro. Ma è chi comanda finanza e domanda autonoma che definisce livello e composizione della produzione, consumo reale, quantità e qualità del lavoro. Perché non partire dalla constatazione che l'esigenza è quella di stabilizzare il posto di lavoro, trasformando il precariato in lavori a tempo indeterminato, dando sicurezza dentro il lavoro dipendente? Saggiamente Masi ricorda una verità elementare. Come collettività possiamo ridistribuire solo la produzione corrente. Quest'ultima, aggiungiamo, sarà tanto più elevata quanto più alta è, oggi e nel passato, l'occupazione, e l'occupazione stabile; e quanto più alta è, oggi e nel passato, qualità e quantità dei mezzi di produzione. Senza gestione politica della domanda e senza conflitto sociale nella produzione sussidi come il BI sono acqua fresca, perché domanda e produttività non aumentano per magia.


IDEE PIÙ CHIARE SULL'ALTERNATIVA

di Riccardo Bellofiore

su La Rivista del Manifesto del 10/11/2003

Per uscire dalla crisi economica

Le vicende recenti dell'economia americana sono interessanti, da più di un punto di vista. Vale la pena di richiamare qualche aspetto della sua recente dinamica congiunturale, e vedere di trarne qualche lezione sulle discussioni di casa nostra. Come negli anni ruggenti della “nuova economia” quasi nessuno sembrava pronosticare la crisi prossima ventura, così molta pubblicistica di questi mesi, anche e soprattutto a sinistra, ragiona come se la ripresa in quel paese sia da ritenersi qualcosa di futuro e improbabile. Certo, è vero che 1'economia americana ha vissuto dal 2000 un doppio salto nella recessione. Come è vero che gran parte del sovrainvestimento e degli eccessi dell'indebitamento sono ancora da smaltire. Non di meno, il treno dello ;viluppo è ripartito da alcuni mesi. Si stenta a riconoscerlo per 1'attesa - illusoria - di ritmi di crescita pari a quelli della seconda metà degli anni '90, difficilmente ripetibili. Intanto, tra il primo e il terzo trimestre di quest'anno la velocità di incremento del reddito è passa:a dall'1% al 5% su scala annuale. II consumo, tutto sommato, tiene. La capacità inutilizzata è sempre elevata ma ha cessato di crescere. Gli stock sono ai minimi. L'investimento privato mostra segni di ripresa. Francamente, stupirebbe il contrario. La dose di stimolanti iniettata dalla politica fiscale e da quella monetaria ° di misura inedita ed enorme, e ha addirittura fatto sospettare a Milton Friedman che Bush jr. sia un bolsce~ico sotto mentite spoglie.
Di questa potente spinta alla spesa di origine (in senso lato) pubblica vale la pena di sottolineare, più che la riduzione di imposte (mal disegnata, ma che pure qualche effetto ha avuto) 0 1'innalzamento della spesa militare (che sembra non avere fine), ciò che si deve alla politica monetaria, e le contraddizioni che quest'ultima si porta in seno. La politica della Riserva federale è stata orientata all'espansione monetaria, a un costo del danaro a breve termine ai minimi da mezzo secolo in qua, a una sostanziale benevolenza verso una moderata inflazione. Fatte le debite proporzioni, certo con meno decisione e più pragmatismo, qualcosa del genere vale anche per la Banca centrale europea. Se questa è stata senz'altro una condizione permissiva della ripresa negli Stati Uniti da non sottovalutare, non ne è stata però il motore principale, vista 1'incertezza che circondava, e circonda tuttora, gli investimenti privati. Greenspan, per scongiurare il timore di un avvitarsi della depressione, aveva iniziato a intervenire anche, irritualmente, sui tassi a lungo termine. Facendo acquistare direttamente dal sistema bancario titoli a reddito fisso, ne sollevava il prezzo e ne riduceva il rendimento. Il che creava la condizione inusuale di un boom di borsa sia nelle azioni che nelle obbligazioni.
Di qui, una serie di effetti positivi non soltanto sulle imprese ma anche sulle famiglie, consentendo loro di rinegoziare i loro prestiti a tassi più bassi e liberando così risorse monetarie per la spesa. Di qui, anche, 1'allontanarsi dello spettro di uno sgonfiamento della `bolla immobiliare'. I rischi di una manovra del genere sono però evidenti, e consistono nel fatto che un meccanismo del genere è sensibilissimo quant'altri mai alle aspettative e all'incertezza, e può invertirsi rapidamente e duramente. Così è già stato nei mesi centrali dell'estate, quando dichiarazioni che sembravano denotare una ambiguità della Banca centrale americana sulla politica monetaria futura hanno fatto temere un qualche indurimento dell'istituto d'emissione: di qui, il rapido correre ai ripari degli operatori, con il conseguente schizzare verso 1'alto dei tassi a lunga scadenza, che ha fatto presagire una prematura fine della ripresa. Timore scongiurato, ma soltanto per ora: la possibilità che quella dinamica si ripresenti è dietro 1'angolo. Non appena i titoli delle azioni risultassero più convenienti delle obbligazioni, il che può verificarsi non appena la crescita si stabilizza, i tassi dell'interesse a lunga potrebbero davvero riprendere la corsa verso 1'alto: tanto più in presenza di un disavanzo di bilancio americano a livelli record.
2. La ripresa, dunque, c'è davvero. Dipende però da una politica monetaria che è impotente da sola a resuscitare 1'investimento, e che nel suo tentativo di ravvivare comunque 1'economia accumula a un tempo incertezza e munizioni per la speculazione, sicché 1'instabilità potrebbe riprendere selvaggia. La ripresa, d'altronde, ha un carattere inatteso. Non produce, si dice, quell'aumento dell'occupazione che analoghe esperienze del passato hanno di solito portato con sé. II tasso di disoccupazione è, in effetti, stabilmente fermo attorno al 6%, con una crescita della produttività, quest'anno, di ben il 4,1 %. È proprio questa `crescita senza occupazione' che dà conto della determinazione della FED a tener bassi i tassi e a inondare 1'economia di liquidità. A questo punto, però, è ripartita con forza la solita solfa delle argomentazioni sulla `nuova economia', i computer e la produttività che le nuove tecnologie porterebbero ineluttabilmente con sé. Ecco, finalmente si inizierebbe a e 1'insistenza nel procedere, congiuntamente, alla introduzione del capitalismo dei fondi pensione e alla finanziarizzazione delle economie europee sul modello statunitense hanno una loro perversa coerenza. Si ridefinisce così la struttura di classe in modo tale da impedire, non dirò una radicale inversione di rotta, ma qualsiasi strategia riformatrice nel segno di una minore disuguaglianza interna e internazionale.
Che dire, allora? Concluderne, come è senz'altro vero, che alla televisione ad aspettare la ripresa americana non ci sono solo i cittadini europei ma anche i loro governanti? Che dunque il dramma dell'Unione economica è 1'incapacità di immaginare uno sviluppo trainato da una domanda effettiva (riqualificata) prodotta all'interno? E perciò di ridursi a variabile dipendente di uno sviluppo eterodiretto e, per di più, instabile e intrinsecamente regressivo? Così che dall'attacco al lavoro e dalla centralità dei mercati finanziari - a differenza degli Stati Uniti, che li accoppiano a politiche fiscali e monetarie espansive, e a politiche del cambio e industriali ben attive - si ricava paradossalmente la riduzione della dinamica della produttività e si patisce comunque 1'aumento del rischio di instabilità? Certo. Chi ne concludesse che non vi è nulla di nuovo negli eventi recenti sarebbe però decisamente fuori strada. Infatti, questo quadro non brillante è stato peggiorato in modo drammatico dalla recente scelta del G7 di Dubai (incredibilmente condivisa dagli europei) di dare un bel colpo di acceleratore alla svalutazione del dollaro, quando la valuta americana era già orientata al ribasso, e togliendo ogni dubbio ai mercati sulla direzione da prendere nella speculazione. Qualcosa che, come è stato osservato, è da vedere se si riuscirà a tenere nei binari desiderati. Ma qualcosa che difficilmente gioverà all'Europa.
4. Non credo abbia ragione Scalfari, in un peraltro brillante editoriale di «Repubblica» di domenica 12 ottobre, nell'individuare nel disavanzo commerciale galoppante degli Stati Uniti la causa scatenante della volontà degli Stati Uniti di imporre una svalutazione più marcata e di cui non si riesce a prevedere il fondo, e neanche e soprattutto nel prevedere che prima o poi la misura sarà efficace nell'azzerare il rosso di quel paese nei conti con 1'estero. Gli eventi degli ultimi anni, dopo la crisi asiatica, hanno chiarito semmai, al di là di ogni ragionevole dubbio, che - salvo appunto una instabilità fuori controllo (sempre possibile, ma non necessariamente probabile) - lo squilibrio esterno americano non ha limiti se non `politici'. E, in effetti, la crisi della nuova economia viene più dalle contraddizioni reali e finanziarie interne, che non dai rapporti commerciali con 1'estero.
II perché è presto detto. Per importare più di quanto esportano, gli Stati Uniti devono evidentemente pagare in dollari, il che, si potrebbe pensare, prima o poi dovrebbe porre qualche difficoltà a chi accetta carta in cambio di merci. Ma le cose sono andate ben diversa
mente. Le banche centrali dei paesi asiatici, in primis la Cina, si sono rivelate un pozzo senza fondo. Hanno infatti aumentato `precauzionalmente' le loro riserve in dollari, prendendo così il posto occupato dai paesi produttori di petrolio dalla metà degli anni '70 e '80, e poi in parte dai fondi pensione nella prima metà degli anni '9C. I paesi in via di sviluppo asiatici detengono ormai, nel 2002, circa 2/5, e il Giappone 1/5, delle riserve di dollari, almeno secondo i dati del Fondo monetario. Dal 1997 i paesi asiatici dichiarano che 1'83% dell'incremento delle riserve è in valute estere mondiali. E sembrano intenzionati a proseguire illimitatamente lungo questa strada, nonostante i loro elevati saggi di risparmio che li dovrebbero esentare dalla necessità di importare capitale, pur di impedire, o almeno contenere, la svalutazione delle loro monete rispetto al dollaro. II che consente alla Cina di importare dal Giappone e da altri paesi asiatici, esportando poi massicciamente sui mercati americani. Cosa che peraltro fanno anche Giappone, Taiwan, Corea del Sud, Malesia, Indonesia, Filippine e Tailandia. La corsa al ribasso del dollaro, dunque, si scaricherà prevalentemente su altri: innanzi tutto sull'Europa dell'euro. La ripresa degli Stati Uniti, se aiuterà qualcuno, aiuterà 1'Asia: a breve-medio termine 1'Europa è lasciata al destino che si saprà disegnare da sola.
Non è difficile chiarire perché la manovra non dovrebbe dar sollievo, se non limitato e temporaneo, alla posizione sull'estero degli Stati Uniti. La risposta breve è: perché non è nel loro interesse, almeno se guardiamo alle imprese multinazionali `globalì' nell'industria e nei servizi. Prendiamo di nuovo come esempio la Cina, oggetto del vituperio dei ministri `liberisti' non solo statunitensi ma anche europei, per la sua presunta concorrenza `sleale'. Bene, quest'ultima proviene essenzialmente dal lavoro di cinesi in imprese ... americane, in tutto o in parte. Ben due terzi della triplicazione delle esportazioni cinesi nell'ultimo decennio verso gli Stati Uniti vengono da loro. Anche per questo è lecito dubitare che la svalutazione verso le valute asiatiche differenti dallo yen verrà condotta sino in fondo. È chiaro allora, come da qualche tempo avverte Marcello De Cecco, che quello che è in atto è un classico (e prevedibile) esempio di `ciclo economico-politico'. Bush, in vista delle elezioni, ha bisogno di una ripresa con, e non senza, occupazione. E deve fare di tutto per stimolarla a breve, presentandosi come il campione del lavoro `nazionale'. Una manovra, però, dalle conseguenze incerte, e ad alto rischio. Poi, si vedrà. Intanto, sarà bene allacciare la cintura di sicurezza.
5. Quali conseguenze ha tutto ciò sulle discussioni di casa nostra? È prevedibile che il consolidarsi di una qualche ripresa negli Stati Uniti, e il ritardo europeo, ridaranno la stura sia al pensiero neo-liberale che a quello social- liberale. II primo vedrà nella crisi d'inizio millennio negli Stati Uniti qualcosa in via di superamento, vedere 1'effetto degli investimenti nella comunicazione e nell'informatica, come anche delle innovazioni organizzative. Ecco, ora si dimostrerebbe che 1'aumento di produttività conseguente è strutturale, non legato alla buona ed eccezionale congiuntura di fine anni '90, come ribattevano gli scettici. D'altronde, un campione dei più lucidi tra i contestatori delle iperboli sulla nuova economia, Robert J. Gordon, non è forse passato dall'altra parte? Qualcuno magari finirà con risuscitare le tesi sulla `fine del lavoro'...
Lasciamo pure stare i non pochi e seri problemi di computo della produttività negli Stati Uniti. Si sa che, se la contabilizzazione fosse fatta con i medesimi criteri di qua e di là dell'Atlantico, la produttività europea si alzerebbe e si avvicinerebbe alla dinamica americana. Le cose stanno comunque in modo molto più semplice, ancora una volta. Sarebbe ben singolare che innovazioni tecnologiche di vasta portata non incidano sulla produttività, e nel lungo termine. Ma questo, come sempre, dà luogo alla creazione di nuovi bisogni e settori, magari artificiali, ed è in ogni caso sostenibile solo se cresce simultaneamente la domanda aggregata. La quale, in effetti, negli Stati Uniti è stata, ed è, politicamente governata, ed è ad essa che si deve parte non piccola del miracolo americano. Lidea di una tendenza strutturale dicotomizzata dalla congiuntura è poco brillante.
Ma come mai, oggi, questa ripresa senza occupazione? La risposta è di nuovo elementare, e ha a che vedere con quella categoria, presunta obsoleta, che sono i rapporti di classe. Succede sempre all'inizio di una ripresa che le imprese producano di più con la stessa manodopera, e dunque che la produttività aumenti. Qui 1'eccezionalità sta in tre elementi. Primo, che la ridefinizione dei modi del lavoro e la precarizzazione del lavoro stanno grandemente facilitando lo sfruttamento più intensivo della manodopera. Secondo, che la esternalizzazione e la terziarizzazione nel manifatturiero e nei servizi sono per le imprese degli Stati Uniti un processo per sua natura globale: coinvolge cioè tutto il loro ciclo produttivo, disteso nelle filiali e nelle joint ventures collocate fuori dalla madre patria, dall'India al Messico, dalla Tailandia alla Cina. Il che, oltre ad abbassare il costo del lavoro e flessibilizzare la prestazione, preme concorrenzialmente e direttamente sui lavoratori statunitensi. Terzo, la scelta di premere sull'uso più intenso del lavoro è 1'unica ragionevole quando le prospettive della domanda e della ripresa sono ancora incerte, e stabilizzare nuova occupazione rischia di rivelarsi scelta affrettata.
Qui evidentemente il cane si morde la coda. La crescita senza occupazione può tramutarsi nel contrario, se e quando la crescita si stabilizzerà a un livello superiore al 3% annuo (ai criteri contabili UsA), il che non è affatto escluso (almeno per un po'). Ma la domanda effettiva che deve sostenere quella crescita, affinché duri e traini nuove assunzioni, è appesa a un filo tenue, certamente retto politicamente, ma altamente instabile. Di più, la stessa crisi del lavoro negli Stati Uniti, con licenziamenti che proseguono e assunzioni che non ripartono, contribuisce all'incertezza delle prospettive della domanda. Se mai il meccanismo si rimettesse in movimento, il rialzo dei tassi di interesse può poi strangolarlo. Insomma, quello che ci aspetta è una ripresa della crescita, ma sempre più incerta e instabile, oltre che disegualitaria.
3. Che dire dell'Europa in questo contesto? La frase più felice 1'ha avuta qualche settimana fa il chief economist del Fondo monetario, Kenneth Rogoff: per il momento, la gran parte degli europei che vogliono vedere la ripresa economica devono accontentarsi di guardarla alla televisione». È noto da tempo come stanno le cose. Il Trattato di Maastricht e il Patto di stabilità hanno incorporato nella costituzione materiale europea un orientamento - non soggetto ad alcun controllo politico o sociale - alla restrizione monetaria, per 1'ossessione della lotta all'inflazione e per la corsa all'azzeramento dei disavanzi di bilancio. Ora questa direzione sciagurata di politica macroeconomica viene addirittura sanzionata nella costituzione formale, dove per di più il mercato viene santificato come fine in sé e dove 1'intervento dello Stato viene esplicitamente finalizzato alla competizione internazionale nel rispetto di una supposta `libera concorrenza'.
Anche qui lasciamo perdere le molte ipocrisie. È chiaro come il sole che 1'orientamento pragmatico della Banca centrale europea, sia pur benvenuto, è effetto solo della crisi mondiale e dei limiti della propria stessa strategia. Così come è chiaro che le molteplici spinte ad aggiustare i vincoli troppo rigidi del Patto di Amsterdam e Dublino, e una certa qual tolleranza sugli `sforamenti' dei disavanzi, non preludono affatto al rinsavimento. Non appena la crescita ripartisse> abbiamo dunque da attenderci un balzo verso 1'alto del costo del danaro, e il tentativo di applicare la `finanza sana' allo Stato con più violenza.
Da tempo scriviamo che, senza più 1'arma del cambio, rinunciando a politiche industriali attive, in mancanza di interventi strutturali sul sistema creditizio opposti a quelli che vengono oggi caldeggiati - insomma, senza rompere sia con coloro che vogliono liberalizzare per liberalizzare (1'orientamento neo-liberale) sia con coloro che vogliono liberalizzare per ri-regolamentare (1'orientamento social-liberale) - le uniche variabili di aggiustamento agli squilibri regionali e di produttività nell'area europea non possono che essere ritrovate, quale che sia il colore dei governi, nella flessibilità del costo e dell'uso della forza lavoro. E da tempo aggiungiamo che le riforme `strutturali' nel mercato del lavoro una semplice parentesi, e nei problemi dell'Europa la conseguenza delle non superate `rigidità'. I1 secondo sottolineerà come la liberalizzazione e la globalizzazione, comunque necessarie, siano positive solo se governate e orientate a una qualche forma di redistribuzione. Nella sinistra radicale, come ho anticipato, potremmo vivere forse una qualche reviviscenza della tesi della `fine del lavoro'. Vi sarà qui senz'altro il riaffacciarsi con più forza delle posizioni puramente redistributive, come quella del reddito di esistenza o della riduzione d'orario di lavoro a parità di salario. Tutte argomentazioni, queste, che nella nuova crescita capitalistica degli anni '90 non hanno mai visto, in fondo, contraddizioni interne e insanabili più di tanto, e che, come gli orientamenti più moderati, in fondo mitizzano il modello americano della nuova economia, assunto a paradigma dell'evoluzione necessaria e lineare del capitalismo.
II ritardo europeo darà invece, e all'opposto, più eco agli argomenti di chi pensa che il problema si riduce alla politica della BCE e al Patto di stabilità. Che il capitalismo sarebbe oggi (ma a bene vedere sempre) ineluttabilmente `parassitario'. Che in realtà il problema si ridurrebbe alla dittatura dei creditori. Fatti saltare quei due pilastri di un orientamento recessivo delle economie europee, proceduto all'eutanasia del rentier, tornati a un sano kevnesismo, liberata 1a conflittualità sociale, chiarito alle masse che il sistema è governato da soggetti privi di qualsiasi legittimazione e le cui scelte sono, puramente e semplicemente, quelle della stagnazione, sarebbe aperta la strada ad un'era in cui tutto è possibile.
Il discorso che precede, pur condividendo le critiche al disegno macro-economico dell'unificazione europea, va tutto in un'altra direzione, perché tiene conto della novità e della pericolosità del modello americano; come anche delle ragioni profonde della crisi irreversibile del keynesismo così come lo abbiamo conosciuto, e del conflittualismo così come lo abbiamo sperimentato. Il capitale non è parassitario. Procede piuttosto lungo la via di una crescita disegualitaria e instabile. Ad essa la finanza è funzionale, è parte essenziale di un processo (distorto) di produzione di ricchezza, e a suo modo capace di indurre o imporre consenso e integrazione. Far saltare, come si deve, la camicia di forza di Maastricht è sicuramente necessario, ma non basta. Se non si accompagna a un orientamento strutturale diverso della ripresa, infatti, la rottura del quadro neoliberale è illusoria - e appunto, 1'esperienza degli Stati Uniti degli ultimi anni è lì a dimostrarlo. In Italia - dove i problemi dell'apparato industriale sono quelli di cui diceva Gallino sul precedente numero della «rivista», dove la ripoliticizzazione del sistema creditizio fa passi da gigante promossa dalla destra, dove Maastricht è una cattiva parola per i nostri governanti più che per 1'opposizione, dove la recente inflazione denota 1'impellenza di interventi sulla composizione dell'offerta oltre che della domanda – non stiamo dicendo granché di intelligente. Difatti, lo diciamo da tempo.
Ha ragione Magri nel suo editoriale di due fascicoli fa, è necessario tentare “una politica economica di sostegno allo sviluppo produttivo» e arealizzare una distribuzione del reddito un po' più equa”difendendo i diritti socialii riformando il Welfare in senso universalistico, legando la revisione del Trattato di Maaastricht e del Patto di Amsterdam-Dublino (esclusione degli investimenti dal computo del disavanzo per dare più margini di elasticità alla politica anticiclica) a una nuova programmazione pubblica, che si impegni sui terreni strutturali della politica industriale, della politica dell'energia, della politica ambientale, della politica dell'istruzione (per dare il segno di una diversa composizione dell'offerta a una politica di piena occupazione). E ha ragione di non preoccuparsi della qualifica di `riformista' a un approccio del genere. Sono tra quelli che non credono che questo sviluppo capitalistico tolleri alcun riformismo forte nel senso indicato da Magri. Penso però che, se una inversione radicale di rotta le lotte sociali e la politica riusciranno ad imporla, ciò che ne risulterà è un nuovo capitalismo riformato, instabile, dentro cui giocare la partita del conflitto tra le classi su un altro, migliore terreno. Niente di più. Ma niente di meno, salvo una rivoluzione passiva.
Il problema è: come arrivarci. Si è sperimentato quello che sapevamo da tempo: la crisi economica, la delegittimazione sociale di questo capitalismo non bastano. Nel segno di una causazione ideale dei processi di trasformazione sociale, non può non avere il suo peso la chiarezza sulle contraddizioni attuali, e su quale sia l'agenda della politica economica alternativa. Ma qui, si deve dire, da anni si riproduce lo stesso dibattito, indipendentemente da ogni riscontro di realtà, che avrebbe dovuto liberare il campo. Non c'è da stupirsi dell'ineffettualità della sinistra, anche della `nostra' sinistra, se le lezioni squadernate dagli eventi di questi anni non sono apprese, e si procede come se niente fosse.
Sembra che le sinistre vadano a un nuovo accordo per scalzare Berlusconi. Ed è probabilmente vero che la sconfitta del Polo delle Libertà, pur non certa, è ormai nel novero delle probabilità realistiche, salvo gravi errori del fronte opposto. Peccato che tutto ciò avvenga nella confusione più totale delle lingue sul terreno dell'analisi del capitalismo e dell'alternativa propositiva. Il peccato è più grave per la sinistra che si vuole di alternativa. Perché a un tavolo di discussione programmatica con il centro-sinistra ci si presenta per andare a dei compromessi. È però difficile capire quali siano accettabili e non pura e semplice capitolazione, se sul terreno dell'analisi e - dunque - dell'intervento necessario e possibile, persino tra le proprie fila regna la babele dei linguaggi. E se la sinistra radicale si presenta con un profilo incerto su quella che è la sua idea di come cambiare 1'economia e la società, di come interrompere il declino italiano ed europeo. A quel punto, e quel punto temo si sia superato, non si tratterà più di compromessi, ma di convenienze.


Scenari internazionali e il caso italiano

di Riccardo Bellofiore

su La Rivista del Manifesto del 05/05/2001

Il rischio di recessione negli Stati Uniti e l'incapacità dell'Europa dell'euro di prendere la staffetta dell'economia americana come locomotiva dell'economia mondiale, o almeno di trovare al suo interno la sorgente di una domanda qualificata in grado di evitare di rimanere nuovamente intrappolata in un ristagno economico.

1. Non si può dire che gli ultimi mesi non siano stati istruttivi. Dal punto di vista internazionale, innanzi tutto, con il venire a termine del `miracolo' americano e il sempre più incombente rischio di recessione negli Stati Uniti. Con l'addensarsi di nuove nubi, e addirittura il rischio di fallimento della disastrata economia giapponese. Con l'incapacità dell'Europa dell'euro di prendere la staffetta dell'economia americana come locomotiva dell'economia mondiale, o almeno di trovare al suo interno la sorgente di una domanda qualificata in grado di evitare di rimanere nuovamente intrappolata in un ristagno che, di fronte all'assenza di una risposta espansiva, non potrebbe non mettere a dura prova la tenuta di quel che resta del modello sociale europeo. Con il diffondersi, alla prima periferia del centro, dall'Argentina alla Turchia all'Est asiatico, di nuove tempeste che qualche autorevole commentatore ha letto come sintomo di febbre globale.
Ma è significativo e presagio di accelerazioni drammatiche – proprio sullo sfondo di questo contesto internazionale – anche ciò che sta avvenendo sul terreno nazionale: dove l'approssimarsi delle elezioni, le tornate contrattuali di categorie importanti (a partire dai metalmeccanici e dalla Fiat) e la recente assemblea di Confindustria vedono una convergenza tra padronato riunificato e centro-destra su un programma di sfondamento delle residue capacità di difesa di quel che resta di un sindacato autonomo, con una sinistra di governo sempre più sensibile alle sirene dell'avversario. A fronte di una destra padronale e politica che `pratica l'obiettivo' sta la subalternità ideale e propositiva di un centro-sinistra capace soltanto di opporre una linea alternativa dai tratti appena delineati e tutto meno che limpidi (lasciamo stare l'attraenti), e per quel che se ne capisce di una povertà disarmante anche dal punto di vista intellettuale.
Su queste questioni è già intervenuto, nella seconda parte dell'editoriale del numero scorso, con considerazioni e accenti condivisibili, Lucio Magri. Vale la pena però di tornarci sopra, riprendendo e approfondendo e l'uno e l'altro piano dell'analisi.
2 La situazione dell'economia mondiale, in primo luogo. Per ragioni di spazio, concentriamoci sul centro dell'Impero, gli Stati Uniti, e su ciò che avviene nella `regione' cosiddetta dell'economia globale in cui siamo immersi, l'Europa dell'euro. Qualche dato, in entrambi i casi, non guasterà.
Cominciamo dall'economia americana, dalle tendenze della borsa, e in particolare dal mercato delle azioni. Il Dow Jones, rappresentativo della `vecchia' economia, è balzato in sù, tra la metà del 1982 e il gennaio del 2000, di 15 volte, da 777 a 11.772 punti; il Nasdaq, emblema che sembrava inattaccabile della `nuova' economia, nello stesso periodo era stato catapultato verso l'alto, soprattutto per l'ascesa sempre più veloce del decennio appena concluso, di un fattore moltiplicativo ancora più incredibile, di 30 volte. Il rapporto prezzi-utili era anch'esso fuori da ogni media storica, risalito nel medesimo arco di anni da un valore di poco più di 7 a oltre 35. Insomma, l'investimento in teoria `di rischio' pareva essere divenuto, strutturalmente, il meno rischioso e il più attraente di tutti. Il patrimonio delle famiglie è così aumentato costantemente, oltre il 14% nel solo 1999; mentre il rapporto tra ricchezza azionaria e reddito disponibile delle famiglie da 0,2% nel 1985 ha finito col toccare l'1,3% a fine 1999. I disavanzi commerciali e delle partite correnti sono – ulteriormente, e di conseguenza, in uno scenario di crescita relativamente debole altrove — aumentati nell'ultimo quadrimestre del 2000, raggiungendo il 4,3-4,5% del Pil. Nella recessione che di fatto è già in atto, se non vi saranno drastiche variazioni in riduzione del corso del dollaro, alcuni analisti prevedono addirittura che il buco con l'estero si avvicinerà alla soglia del 5%.
Non stupisce che su queste basi la già elevata propensione al consumo seguisse la linea ascendente volando dal 91% a oltre il 100%. E neppure che il boom dei consumi privati — peraltro inegualmente distribuito, dati i caratteri sperequati della crescita — fosse alimentato dal credito tratto su valori `virtuali', finendo con il rappresentare ben i due terzi del Pil e dando vita a un indebitamento privato al di fuori di ogni esperienza storica conosciuta. Quel che è successo dopo è cronaca. Molta di questa ricchezza cartacea (più di 4.600 miliardi di dollari negli Stati Uniti, oltre 10.000 sulle piazze mondiali) è svanita nel nulla. Nel 2000 il Dow Jones ha avuto una flessione sino a cadere a 9.791 punti, perdendo quasi il 17% rispetto al suo picco. Il Nasdaq, che ha perso ben il 30% dall'inizio di quest'anno e si trova ora a 1.729 punti, è sprofondato del 66% dalla vetta raggiunta il 10 marzo del 2000, e secondo alcune voci potrebbe scivolare di un altro 15% dal livello attuale, toccando un pavimento a 1.500 punti; mentre a sua volta l'indice S&P è scivolato del 27% dal tetto raggiunto lo stesso mese dell'anno scorso. Il patrimonio e la ricchezza azionaria delle famiglie hanno iniziato una precipitosa marcia all'indietro, e il consumo interno ha cominciato a cedere. La capacità produttiva inutilizzata – che era rimasta elevata nonostante la vivace fase espansiva — si è ampliata ancora di più, e i profitti tanto attesi sono scomparsi ovunque, ma in modo particolarmente significativo nella `nuova' economia, facendo anzi emergere vistose perdite. L'intera costruzione ha mostrato crepe sempre più evidenti, che hanno minato la fiducia, accentuando la correzione di borsa. Com'è naturale, il tasso di disoccupazione ha ripreso a crescere, per ora soltanto dal 4,2% al 4,3%: dato che copre peraltro ondate di licenziamenti durissimi nella vecchia come nella nuova economia. Questa volta, significativamente, la notizia non ha suscitato gli entusiasmi della borsa, incerta sulla reazione della banca centrale: fornendo così conferma ulteriore degli umori e delle aspettative sugli stessi sviluppi del capitalismo reale.
L'interpretazione apologetica che fantasticava di nuove tecnologie cui si sarebbe dovuto attribuire integralmente (e indipendentemente dalla prolungata espansione di fine anni '90) l'accelerazione della dinamica della produttività, che ne deduceva andamenti mirabolanti degli utili delle imprese negli anni a venire, e che su questa base riteneva `realistiche' le quotazioni di borsa e `sostenibile' la voragine che si era aperta nella posizione debitoria sull'estero, ne esce fortemente rimessa in questione. Dimostra di essere né affrettata né ideologica la visione che invece sottolineava le contraddizioni della new economy, quella visione che ha trovato su queste colonne varie espressioni, cui si è aggiunto nel numero 14 (febbraio 2001) della «rivista del manifesto» il sostanzioso saggio di Brenner che, ci sembra, convalida la previsione di chi si attendeva il sopraggiungere di una `crisi', ma che sottolinea al contempo come tale crisi non avrebbe assunto i caratteri di un crollo. Avrebbe semmai velocemente rimesso in moto l'intero quadro politico-economico, aprendo a esiti alternativi, di ripresa del conflitto e dell'iniziativa da un lato, di regressione sociale e di arretramento politico dall'altro.
L'interpretazione critica del miracolo americano ne metteva in evidenza il circolo, immediatamente benefico ma potenzialmente a lungo termine perverso, che legava: bolla speculativa; effetto ricchezza positivo (innanzi tutto sui consumi ma anche, in parte per via autonoma in parte di rimbalzo, sugli investimenti); l'avvitarsi dell'indebitamento privato; l'accumularsi del debito sull'estero; per ultimo ma non da ultimo, una piena occupazione spesso di discontinua e scarsa qualità, sempre precaria e incerta. E segnalava con forza: la natura in parte congiunturale e idiosincratica degli aumenti di produttività; l'integrazione del `decentramento' nell'Est asiatico e in America Latina (che aveva finito con il determinare una pressione al ribasso su salari e condizioni di lavoro negli stessi Stati Uniti) dentro il ciclo produttivo dell'economia e della tecnologia dell'informazione americano; la bassa profittabilità presente e futura di buona parte delle imprese dell'economia basata su Internet, le mitizzate `dot.companies'. Tutti annunci di difficoltà serie ed imminenti. Una volta sopraggiunta la frenata, era ragionevole attendersi quel che sta avvenendo: che i dati sui profitti, la caduta dei valori dei titoli, la preoccupazione degli investitori avrebbero portato a una fuga dalle azioni verso le obbligazioni, alla frenata dei consumi, alla possibilità di razionamenti nel credito bancario, alla eventualità concreta del sopravvenire di un equilibrio prolungato di ristagno. In poche parole, il timore di un `atterraggio duro' dell'economia americana che potrebbe tirarsi dietro il resto dell'economia mondiale: la quale, a sua volta, solo in forza della ripresa americana dell'ultimo decennio era stata in grado di sconfiggere le spinte stagnazionistiche che (per ragioni in parte diverse) originavano dal Giappone e dall'area dell'euro. E d'altro canto non era stato proprio il `miracolo' Usa a consentire all'Est asiatico una nuova ma fragile vitalità dopo la crisi del `97-'98?
Per la verità, i rischi per l'economia mondiale di una impasse globale si sono addirittura ingigantiti nelle ultime settimane. Stati Uniti e Giappone, che da soli contano per il 46% della produzione mondiale, sono in simultanea tendenza negativa per la prima volta dal 1974, cioè dalla prima crisi petrolifera – il che lascia dubitare che i primi siano lieti di concedere ai secondi quella significativa svalutazione dello yen di cui avrebbero bisogno. L'Est asiatico, snodo decisivo della filiera dell'elettronica (non c'è nulla di più materiale dell'economia immateriale!), è di nuovo rigettato nella crisi dal crollo delle proprie esportazioni di materiali, componenti e prodotti di quel settore, visto che ben più della metà delle vendite all'estero di numerosi paesi di quell'area fanno capo alla information technology e dipendono crucialmente dalla domanda degli Stati Uniti. L'Argentina è stata strangolata, in sequenza, prima dalla dollarizzazione, poi dal repentino e drastico rialzo recente dei tassi d'interesse nelle aree periferiche a rischio di fallimento. E ovviamente paesi del genere sono tanto più `fragilizzati' quanto più hanno avuto pieno corso le politiche di `stabilizzazione' del Fondo monetario internazionale. Una storia non troppo dissimile si potrebbe raccontare per la Turchia.
Cosa ha scatenato la sequenza negativa, ed è possibile, e in quanta misura, porvi rimedio? Vi è chi, cogliendo soltanto una parte della verità, individua troppo facilmente la causa della svolta nella determinazione con cui Greenspan – passato con rapidità impressionante dal ruolo di `maestro', eroe e responsabile unico del `miracolo' americano, a quello di utile capro espiatorio su cui scaricare la colpa della recessione imminente — ha a più riprese, tra la metà del 1999 e i primi mesi del 2000, tentato di moderare l' `esuberanza irrazionale' della borsa americana, spingendo verso l'alto il tasso sui Federal Funds dal 4,75% (dove si collocavano dopo il salvataggio dell'ottobre 1998) al 6,5%, dove sono rimasti sino al gennaio di quest'anno. Quello che è certo è che l'inversione di rotta, segnata da tre riduzioni di mezzo punto negli ultimi tre mesi, non è bastata, e in contrasto con le attese e l'esperienza recente non è ancora riuscita a sconfiggere l'ondata ribassista. Non è detto che abbiano ragione coloro che imputano la mancata efficacia di questa manovra a una sua eccessiva timidezza, anche se è vero che il tasso di interesse `reale' rimane al rispettabile livello del 2% e che dunque spazi per la riduzione ve ne sono. La stessa analisi di Brenner, ci pare, conferma la tesi degli scettici che alla resa dei conti il doppio debito sull'interno e sull'estero si sarebbe rivelato insostenibile, e che non si possa contare semplicemente sulla manovra monetaria. D'altronde, l'insufficienza, da sola, di una riduzione dei tassi d'interesse è dovuta anche al fatto che la natura espansiva o meno delle condizioni finanziarie dipende in modo determinante da due fattori che nella congiuntura presente giocano in senso negativo, e cioè l'andamento (al ribasso) dei corsi dei titoli e la (insospettata) tenuta del dollaro. Se va bene, l'intervento della Federal Reserve eviterà, durante il rallentamento economico, l'insolvenza di un sistema largamente indebitato. Nulla di più, almeno a breve.
L'articolo di Brenner è di grande utilità, si deve dire, per due gruppi di tesi che lo caratterizzano in modo originale, l'uno — a mio parere — in positivo, l'altro in negativo. Ha ragione Brenner quando chiarisce come la crescita americana sia stata accompagnata da un progetto politico esplicito e determinato che mirava a sostituire in corsa il traino della domanda, passando dai consumi finanziati col debito ad esportazioni nette positive, tirate da una crescita mondiale che doveva vedere altre aree aggiungersi all'intonazione espansiva degli Stati Uniti. Come ha ancora ragione nel rilevare che, per quanto alla fine sovradeterminata speculativamente e presumibilmente sopravvalutata, la crescita del prodotto e della produttività negli Usa degli anni '90, a fronte del deludente andamento di Europa e Giappone, era stata effettiva e non può essere passata sotto silenzio: e concretamente ha dato vita a una ripresa di egemonia anche sul terreno del capitale reale, non sappiamo quanto duratura. Ciò che invece non convince è questo. Non si capisce come Brenner possa immaginare una ripresa mondiale coordinata che si appoggi sulla pura spinta di una maggiore concorrenza tra le aree capitalistiche e che dovrebbe estrinsecarsi in una più approfondita divisione del lavoro. Detto altrimenti, se la crescita americana e, con difficoltà e al seguito, quella europea sostenute dal boom dei consumi finanziati dal debito privato, una crescita mondiale non sostenuta dai consumi richiede a sua volta, pare inevitabile, l'espansione di qualche altra forma di domanda autonoma, che non può essere costituita per l'economia `globale' dalle esportazioni nette. Ma su ciò l'analisi di Brenner tace.
Giocano qui negativamente, con molta probabilità, un qualche antikeynesismo volgare abbastanza diffuso (e che fa interpretare a molti come `keynesiane' le politiche del Giappone, il che è dubbio: ma non possiamo trattarne qui) e un tipico errore smithiano (secondo cui tanto la crisi quanto lo sviluppo del capitale dipenderebbero dalla concorrenza, che come è noto da sola non spiega nulla). E in effetti, a veder bene, gli Stati Uniti hanno – o per essere più precisi, avrebbero: e non è detto che non la percorrano a loro modo – una via d'uscita, o per meglio dire un mezzo per attutire il rallentamento dell'economia. Si tratta del ricorso alla politica fiscale, tanto più in una situazione di vistoso avanzo nel bilancio pubblico. Da questo punto di vista aveva ragione più Bush che non i suoi critici pseudo-keynesiani i quali insistevano puramente sul rilassamento della politica monetaria. Semplicemente, e questo non può stupire nessuno, la spesa pubblica che Bush sta spingendo è quella del complesso militare-industriale a lui più vicino e non certo quella necessaria per un rilancio qualificato del welfare; mentre le progettate riduzioni fiscali (peraltro radicalmente insufficienti nella quantità e, per come sono disegnate, lente nella loro traduzione in nuova domanda) non favoriscono i ceti più esclusi dalla ripresa dell'accumulazione degli anni scorsi e più a rischio nella recessione attuale.
A ben vedere, negli anni '90 la stagnazione dei salari e l'allargamento della forbice distributiva non hanno prodotto negli Usa una classica crisi da insufficienza di domanda in forza di una dinamica sostenuta ma, come si è poi potuto constatare, `a termine', in quanto sostenuta unicamente da c onsumi di carattere `opulento'. Che una simile compensazione delle tendenze recessive inevitabilmente inscritte in una divaricazione nella distribuzione del reddito, che privilegia le fasce alte, e i consumi privati vistosi, avesse dei limiti doveva essere chiaro, almeno per chi non abbia dimenticato la lezione di Marx e della Luxemburg, prima ancora che di Kalecki e di Keynes.
3 Veniamo allora al quadro di ciò che sta avvenendo e ci si attende in Europa. Tra gli eventi inattesi, ne possiamo indicare due a mo' di preludio al ragionamento. Il primo riguarda la speranza che con convinzione i circoli dominanti hanno proclamato e diffuso nell'ultimo paio d'anni. L'Europa dell'euro, si diceva nelle dichiarazioni e nelle previsioni delle sue massime autorità monetarie e politiche, se non è pronta a prendere il posto degli Stati Uniti come locomotiva della crescita, è almeno già sin d'ora in grado di accelerare la corsa e di sorpassare un'economia americana in perdita di velocità. A smentita, si è dovuto in questo inizio d'anno rivedere in fretta e furia le troppo ottimistiche stime di crescita, e facendo buon viso a cattivo gioco far finta di inorgoglirsi per tassi di sviluppo del Pil che si situeranno largamente al di sotto del 3%, secondo stime recentissime del FMI non superando il 2,5%. Un valore che può essere definito soddisfacente soltanto in forza della sostanziale immobilità degli anni `90.
Il secondo riguarda invece la delusione dell'aspettativa che era comune a osservatori di diverso orientamento teorico e politico secondo la quale un blocco troppo brusco della crescita statunitense avrebbe dato vita ad una caduta (che molti preconizzavano precipitosa) del dollaro, ad una risalita (che i critici temevano troppo veloce e instabile) del tasso di cambio dell'euro, e ad una precipitosa inversione della direzione dei movimenti di capitale. Quel che invece pare verificarsi è che proprio nel momento di maggiore ansia per gli Stati Uniti la loro moneta mostra ancora una solidità invidiabile: tant'è che l'euro è tornato nelle settimane scorse quasi ai suoi minimi, attorno a 0,88 per un dollaro, avendo cumulato una perdita in due anni del 25%. Si badi, ciò avviene esattamente nel momento in cui due fattori cui anche osservatori di sinistra avevano attribuito le ragioni di una peggiore performance delle economie dell'area dell'euro si sono andati dissolvendo: in primo luogo, l'aumento del prezzo del petrolio, che è in buona parte rientrato e non sembra attualmente e nel prossimo futuro dare segni di tensione; ma anche, e soprattutto, il differenziale nei tassi d'interesse a breve tra Europa e Stati Uniti, che è sceso dall'1,75% di alcuni mesi fa allo 0,25% di oggi, e che rischia di scomparire del tutto se le attese dei mercati americani di imminenti ulteriori riduzioni del tasso sui Federal Funds e i timori di quelli europei di una persistente riottosità della Banca centrale europea all'abbassare il tasso d'interesse troveranno conferma. Per quel che riguarda i tassi a lunga, lo scarto tra quelli europei e quelli americani oramai non esiste più. E se la Bce riducesse di un quarto di punto il tasso di riferimento dopo che ho scritto queste note, non cambierebbe granché. Come negli Stati Uniti, anche una (pur opportuna) politica monetaria espansiva non è da sola sufficiente a riqualificare lo sviluppo: a questo fine sono essenziali una politica fiscale orientata al pieno impiego e una più sostenuta dinamica dei salari e dei redditi da lavoro.
Ciò che in questo quadro sembra richiedere risposta è l'interrogativo su quali siano le ragioni per cui le borse europee hanno avuto nell'ultimo anno un andamento ancora più catastrofico di quelle statunitensi, e su cosa spieghi il fatto che i movimenti di capitale persistono a muoversi verso gli Stati Uniti. Può essere utile anche qui fornire qualche cifra. La sopravvalutazione del rapporto prezzi/utili e la crescita dell'indice S&P sono stati più marcati nel `vecchio' continente. Per esempio, in Germania la borsa si è rivalutata del 268% e in Italia del 245% rispetto al 233% degli Usa; mentre il saggio di profitto `scontato' sul futuro per le imprese della `nuova' economia era in Europa del 19% a fronte del 14% americano. Il crollo dal picco di marzo 2000 a un anno dopo è stato, a sua volta, più pronunciato in Europa (-35% in Germania, -30% in Italia) che oltre Atlantico (-27%). Se prendiamo i movimenti di capitale tra Europa e Stati Uniti a gennaio, nel bel mezzo della tormenta in quest'ultima economia, gli investimenti diretti all'estero continuavano a muoversi in senso sfavorevole all'area dell'euro, per acquisti di azioni e obbligazioni americane da parte di europei o vendite di azioni e obbligazioni in euro da parte di non residenti, per un totale di 45,5 miliardi di euro.
Certo, a produrre questi esiti contribuiscono non poco la ancora stentata crescita europea, la riconfermata ossessione anti-inflazionistica della Bce (ma forse ancor più la volontà di non dare segnali accomodanti ai rinnovi contrattuali) che la induce a non ridurre i tassi, i timori che si stanno diffondendo per il rischio di hard landing negli Usa, tutti fattori di cui si è detto. Come anche ci devono ancora convincere quei commentatori del manifesto che ancora pochi mesi fa hanno interpretato, troppo unilateralmente e troppo affrettatamente, come armi politiche Usa l'alto prezzo del petrolio e il basso valore dell'euro (via differenziale nei tassi) — entrambe circostanze che non è detto fossero da intendersi come cattive notizie, in verità. Quello che è chiaro è che ora che il prezzo del petrolio sembra stabilizzarsi sui 24 dollari al barile e che l'impatto negativo dell'ultima impennata si è rivelato meno traumatico del previsto, ora che lo scarto tra tassi Usa e tassi europei è svanito, e ora che l'euro continua la sua magra esistenza pur con il competitore principale che arranca, emergono alla luce alcune verità. Il fatto che l'economia europea patisce della crisi americana non direttamente (come vorrebbe una visione sbrigativa della globalizzazione: cioè in rapporto alle difficoltà degli scambi commerciali), ma attraverso altri due canali ben più significativi. Il primo è la sincronizzazione delle dinamiche di borsa, frutto della liberalizzazione (politicamente decisa, e ancora oggi politicamente favorita) dei movimenti di capitale, ulteriormente accelerata dalla costruzione (politicamente voluta) di un capitalismo dei fondi pensione europeo - altro elemento, sia detto tra parentesi, che favorisce gli Usa più e meno immediatamente. Il secondo è lo stato dei rapporti commerciali con l'estero delle grandi imprese multinazionali europee (quasi tutte ormai non italiane), che loro sì sono fortemente sensibili al crollo delle vendite sul mercato americano, e le cui perdite trascinano dietro di sé e rallentano il resto del sistema. Che poi i venti di crisi finanziaria alla periferia colpiscano paesi dove a essere esposto non è il sistema finanziario statunitense ma quello europeo, e in specie quello tedesco, evidentemente rinforza il movimento del dollaro.
Insomma, il nodo europeo torna ad essere, per un verso, l'incapacità di sfidare una visione della globalizzazione finanziaria di marca anglosassone, e per l'altro verso la insistita dipendenza dal modello germanico di crescita tramite esportazioni nette del nucleo manifatturiero e dei servizi avanzati. Modello che si è esteso al resto della costruzione europea (e al nostro paese), e che fragilizza anche un'economia in teoria relativamente `chiusa' come l'area dell'euro, sicché quando le esportazioni nette franano non si vuole o non si è in grado di produrre domanda autonoma all''interno. Salvo per così dire, per caso, che è poi quanto anticipa qualche istituto di previsione, che conta sul fatto che la caduta dei prezzi del petrolio, la riduzione delle imposte decisa dai governi per redistribuire le maggiori entrate degli anni scorsi, e magari l'attesa ripresa dell'euro, consentano una più rapida dinamica dei consumi privati. Ma è evidente che in questo caso non soltanto ci troveremmo a dover sperare in qualcosa che ci salvi dal ristagno senza che ciò sia prodotto da quell'iniziativa politica espansiva determinata di cui ci è bisogno: ma saremmo, come siamo, nelle condizioni di doverci accontentare di una stentata sopravvivenza che non può che riconfermare anche noi, e non soltanto gli Stati Uniti, in quel modello di crescita disegualitario che si fonda sulla domanda estera e/o sulla dinamica sperequata dei consumi, e che non può non rivelarsi per sua natura fragile e dipendente.
4 L'analisi che precede parla in realtà anche dell'Italia, e consente di comprendere il significato delle prese di posizione di Confindustria. L'esperienza italiana recente è stata segnata da alcune caratteristiche degne di nota. Mettiamone in evidenza alcune. La crescita, pur insufficiente, si è risollevata, raggiungendo a prezzi costanti il 2,9% (che va paragonato, per essere chiari, non soltanto al 5% Usa, ma anche al 3,2% della Francia e al 3,1% della Germania). Un passo che in ogni caso — per quanto si è detto sul prevedibile andamento prossimo venturo dell'economia mondiale ed europea, e per quanto si dirà sul caso italiano — difficilmente verrà mantenuto per pura forza d'inerzia. A fronte di ciò, due fatti significativi.
Primo, l'occupazione complessiva cresce nuovamente dalla metà degli anni `90. Interrompendo una tendenza alla riduzione che aveva caratterizzato i primi anni di quel decennio — e che si era tradotta in una acritica accettazione, persino nell'area della sinistra alternativa e antagonista, della tesi della `fine del lavoro' — i lavoratori occupati erano risaliti da poco meno di 20 milioni, (il pavimento raggiunto nel gennaio 1995 secondo la rilevazione sulle forze di lavoro dell'Istat) a 21.273.000 unità del gennaio 2001. A un esito del genere ha contribuito non poco la circostanza che, impiegando un termine tecnico, `l'elasticità dell'occupazione al reddito' (ovvero, la misura percentuale della `risposta' dell'occupazione all'incremento del reddito) è aumentata. Il tasso medio annuo di crescita delle unità di lavoro tra il 1995 e il 1999 è tornato ai livelli degli anni ottanta (0,7 per cento), pur in un contesto di crescita lenta (pari all'1,4% tra il 1996 e il 1999, gli anni del rientro nello Sme e dell'adesione all'euro successivi alla svalutazione della lira); e nel 2000, con il quasi raddoppio della crescita del Pil, il ritmo delle nuove assunzioni è persino accelerato. Il che è evidentemente spiegabile, oltre che come correzione di un eccesso di sostituzione di capitale a lavoro verificatosi nei primi anni '90, in vari modi: tra cui, per un verso, la stessa moderazione salariale, e per l'altro l'accumulo temporaneo di forza lavoro in una fase di ristrutturazione aziendale di cui non si sfruttano appieno e immediatamente i risultati.
Come si sa pure, e lo ha documentato molto bene recentemente Vittorio Rieser (cfr. il dattiloscritto Appunti su mutamenti (oggettivi e soggettivi) nella struttura/composizione di classe in Italia, che commenta il rapporto Istat 2000, e che spero sia pubblicato presto su queste colonne), che il lavoro dipendente è in aumento mentre il lavoro autonomo è in lieve calo. Dato che va letto specificandone la composizione. Perché aumentano le nuove forme di lavoro autonomo, che mascherano in realtà lavoro eterodiretto (parasubordinati, collaboratori coordinati e quantitativi, soci-lavoratori di cooperative, etc.), mentre si riducono le figure tradizionali. E perché il lavoro dell'industria cala, e ancor più quello della grande impresa: ma soltanto perché gran parte delle funzioni prima svolte all'interno vengono ora esternalizzate, oppure si mascherano come occupazioni del terziario. Cresce a dismisura l'area della precarietà e dell'insicurezza. Lavoro `atipico', regolato da contratti a tempo determinato (che nel 1999 avevano raggiunto il 9,5% del totale dei dipendenti), come contratti a termine, contratti interinali, contratti di formazione-lavoro, fino a coinvolgere più di un milione e mezzo di donne e uomini. Oppure lavoro a tempo indeterminato sì, ma `part-time' (per l'8,2% del complessivo). Spesso e volentieri, vero e proprio lavoro `nero' e `sommerso'. Quando aumenta l'impiego a tempo indeterminato, ciò avviene prevalentemente in imprese piccole e piccolissime, quindi esentate dall'applicazione dello Statuto dei lavoratori.
Insomma, mentre persino il lavoro più o meno esplicitamente `operaio' ha ricominciato ad espandersi, sia pure di poco, notevole è stata la dilatazione dell'area del lavoro comunque `dipendente' dal capitale. A ciò si accompagna una retribuzione reale sempre più compressa. Non soltanto i lavoratori non godono per nulla dei rilevanti aumenti nella intensità e nella forza produttiva del lavoro di questi anni, ma non sono neanche in grado di recuperare l'inflazione effettiva che è stata decisamente superiore all'inflazione programmata. Non stupisce perciò che, secondo dati della Banca d'Italia, dal 1980 al 1999 la quota dei salari sul reddito lordo distribuito si sia ridotta dal 56% al 40%, e che in particolare negli ultimi dieci anni, la quota dei profitti e delle rendite si sia gonfiata di oltre il 6%, senza che ciò possa essere attribuito in alcuna misura ad una particolare dinamicità del sistema delle imprese (e, come vedremo, lo riconosce di fatto lo stesso padronato). Nello stesso arco di tempo, le retribuzioni nette mensili sono diminuite dell'8,7%, e i lavoratori a bassa retribuzione sono aumentati del 10%. I dati diffusi dall'Eurostat in questi giorni sulla dinamica dei salari nell'ultimo trimestre del 2000 vedono l'Italia all'ultimo posto: e questo risultato dipende non poco dal fatto che in particolare i salari dell'industria da noi crescono soltanto dello 0,6% l'anno (in media, dal 1993), a fronte di aumenti di cinque-otto volte superiori in Germania, Gran Bretagna e Francia (cfr. l'articolo di Nicola Cacace su «l'Unità» del 13 aprile 2001). Queste circostanze, assieme alla torsione restrittiva che ha avuto la nostra politica fiscale (persino in eccesso rispetto a quanto ci è imposto in sede comunitaria), spiegano come mai i consumi italiani siano cresciuti relativamente di meno che negli altri paesi europei. Sono questi tutti frutti avvelenati della politica di `concertazione' e degli accordi del 1992 e 1993.
Dov'è allora la novità di oggi? Sta nel fatto che nel 2000 a un sia pur modesto salto verso l'alto della crescita ha corrisposto per la prima volta da anni una inversione della gerarchia di importanza tra assunzioni a tempo determinato e assunzioni a tempo indeterminato, con le seconde che tornano a prevalere. L'ultima rilevazione campionaria dell'Istat sulle forze di lavoro, infatti, dice che non è più vero che pressoché tutto l'incremento dell'occupazione dipendente è dovuto alle forme di lavoro `atipico'. Rispetto al gennaio dell'anno precedente, il lavoro a tempo indeterminato è cresciuto di 498.000 unità, di cui 370.000 a tempo pieno e 128.000 a tempo parziale, mentre il lavoro a tempo determinato ha avuto un gonfiamento più modesto, da 1.403.000 a 1.442.000 unità, restando al 9,4% dell'insieme di occupati. Nella stessa industria l'incremento dell'occupazione è stato significativo (di 76.000 lavoratori, e dell'1,5 %) ma ancora più rapido si è mostrato quello nei servizi, di 479.000 unità e del 3,7 in percentuale. Una dinamica, certo, che ovunque investe in primo luogo e soprattutto le donne, che continuano a occupare posti di lavoro meno qualificati e garantiti. E che ha una interessante dimensione territoriale, con una espansione più marcata del Nord-Ovest e Centro, ma anche del Mezzogiorno, rispetto al Nord-Est, sostanzialmente stazionario.
Il che evidentemente apre al commento `di destra' secondo cui la flessibilità, stimolando la dinamica del prodotto, se in prima battuta richiede forme di lavoro non garantite e/o a tempo parziale, anche per soddisfare le `preferenze' dell'offerta di lavoro e in particolare di giovani e donne, prima o poi, con lo `spontaneo' consolidarsi della crescita, darebbe luogo ad occupazione `vera' e `tutelata'. Mentre è chiaro che così non è, che ciò è dovuto in parte considerevole alla presenza di quella normativa contrattuale che appunto Confindustria e Polo delle libertà (e speriamo soltanto loro: ma i presagi non sono incoraggianti) vogliono stravolgere, passando dalla `concertazione' al ripudio del patto sociale di cui si è sfruttato ciò che si poteva: normativa che costringe, volenti o nolenti, una volta che il reddito si riprende, a regolarizzare le scorte di lavoro temporaneo e atipico. Come è evidente che l'alta reattività dell'occupazione al reddito, per cui la prima inizia a crescere a tassi di aumento del secondo relativemente ridotti, è fenomeno tipico di quel capitalismo `postfordista' a crescita bassa e volatile in cui siamo immersi. Si può star certi che se la domanda e la produzione si collocassero stabilmente su un sentiero di crescita sostenuta — in forza di un sostegno deciso e permanente a livelli alti e stabili di occupazione garantita e di attività, come fu nell'epoca `fordista' — la forza produttiva del lavoro accelererebbe, e l'elasticità dell'occupazione rispetto al reddito retrocederebbe (per una conferma empiricamente ricca e statisticamente documentata basta andarsi a riguardare l'ancora attuale rapporto dell'ILO sull'occupazione mondiale nel 1996-97, National Policies in a Global Contect).
Il secondo fatto significativo è questo: l'eccesso dell'inflazione interna su quella dell'area europea in condizioni di moneta unica, e perciò l'inesorabile perdita di competitività che si sta determinando, iniziano a produrre i loro effetti. Tant'è che pure in un anno in cui le importazioni sono aumentate dell'8,3% e le esportazioni della bellezza del 10,2% rispetto al Pil la bilancia commerciale è tornata a un saldo appena positivo di poco più di 25.000 miliardi, dopo che nel triennio preecedente si era aperto un buco nei conti con l'estero che si era divorato l'attivo accumulato negli anni della svalutazione, e che per il solo 1996 era ancora di più di 70.000 miliardi. A cosa questo preluda in un momento in cui il commercio mondiale si sta sgonfiando, e rapidamente, ognuno lo può immaginare da sé. Tanto più che la quota dovuta ad importazioni delle recenti variazioni positive del reddito si è mantenuta a livelli elevati, mentre le imprese italiane si sono mostrate sempre più in difficoltà nel difendere il mercato interno, e sempre meno abili nel penetrare sui mercati esteri. Basti segnalare che con il commercio mondiale che negli ultimi cinque anni è cresciuto del 30%, e con le esportazioni europee che sfruttavano i nuovi spazi salendo del 34%, le esportazioni italiane si sono limitate ad aumentare del 20%: il che si è tradotto in una quota sui mercati mondiali che è declinata dal 4,2% al 3,4%, mentre sui mercati europei la quota è scesa dal 15% al 13%.
In questo scenario, il buon andamento degli investimenti in capitale fisso, che dopo anni di sostanziale stallo sono finalmente cresciuti del 6,1%, va interpretato come segno di una innovazione per lo più reattiva e adattiva ai caratteri distorsivi della nuova crescita dipendente dall'estero e dalla sperequazione distributiva. Conta anche, senz'altro, la necessità italiana (ma più in generale europea) di recuperare sul terreno dell'economia della conoscenza, e di applicare trasversalmente le tecnologie dell'informazione nella produzione, nel trasporto, nell'intermediazione e nel consumo, promuovendo una drastica riorganizzazione non soltanto tecnica ma anche organizzativa. Ma da noi – non sembri stravagante – una ripresa degli investimenti fissi è in fondo necessitata anche per l'elevato grado di utilizzo della capacità produttiva del periodo più recente, dovuto esattamente alla carenza di accumulazione di capitale fisico degli anni e dei decenni trascorsi.
E' questo l'ambiente in cui Confindustria cala il suo proclama alle assise di Parma. Visto che già l'abbiamo fatta troppo lunga, limitiamoci a pochi punti di quel programma. D'Amato propone di prendere la qualità competitiva nel quadro globale come `parametro di confronto' per orientare e valutare la politica economica, e di accettare di buon grado come `vincolo' il Patto di stabilità europeo, entrambi assunti come dati esogeni e immodificabili: il che, com'è ovvio, automaticamente fa delle scelte politiche una variabile dipendente dalla dinamica presunta `naturale' dell'economia. Si riconoscono pienamente i limiti e le debolezze del sistema produttivo e delle aziende italiane, il loro essere troppo piccole e ancora eccessivamente `familiari', la loro marcata propensione a nascondersi nel sommerso, la scarsa spesa per ricerca e sviluppo, la ridotta innovazione di prodotto. Soltanto che i responsabili sono presto, e convenzionalmente, individuati da D'Amato nei `soliti sospetti', lo Stato spendaccione e il lavoro troppo rigido.
Emergono qui le due ossessioni di Confindustria, la `flessibilità' e il contenimento dei salari, da un lato, la riduzione delle imposte sulle imprese e il taglio della spesa sociale con il consueto corollario delle privatizzazioni e della riforma delle pensioni, dall'altro. Sulla efficacia nel medio/lungo periodo della flessibilità nel determinare aumenti di occupazione si può dubitare. Come è stato dimostrato in alcuni lavori più e meno recenti, in Italia la flessibilità del lavoro è spesso a livelli comparabili se non superiori a quella degli Stati Uniti, e l'occupazione comunque cresce più velocemente proprio nelle aree dove maggiori sono salario e garanzie; e in ogni caso l'influsso della flessibilità sembra incidere più (negativamente) sulle caratteristiche e la composizione dell'occupazione che non (positivamente) sul suo livello. Rimane la questione su cui si accanisce il dibattito politico e sindacale quotidiano, quella sulla libertà di licenziamento, la famigerata flessibilità `all'uscita'. Ma attenzione. La divisione tra chi è favorevole e chi è contrario alla libertà di licenziamento cela l'essenziale. In realtà ciò che Confindustria vuole, e che l'iniziativa padronale sui contratti e gli accordi più o meno sottobanco con Cisl e Uil rivelano anche ai ciechi, è non soltanto mano libera sull'uso della forza-lavoro (ne abbiamo molteplici esempi in questi giorni seguendo la contrattazione nazionale e aziendale dei metalmeccanici) ma anche liberalizzazione selvaggia dei contratti a termine. Si tratta, a ben vedere, della cancellazione dello stesso concetto di lavoro a tempo indeterminato e della ripresa delle grandi linee di una legge che nella legislatura che si è appena chiusa per poco non passò — con l'accordo, per di più, di parte significativa della maggioranza (e dei Ds). A questo punto, francamente, non si vede che bisogno ci sarebbe di flessibilità del lavoro `in uscita'.
Per quel che riguarda l'attacco allo Stato, si capisce bene come l'istituzione di un `capitalismo di fondi pensione', che tanti entusiasmi sembra suscitare nello stesso centro-sinistra, individualizzi e frammenti ancora di più la società, e come inibisca ulteriormente un controllo sull'economia da parte di una politica nazionale che si voglia attenta agli interessi del lavoro. E per quel che riguarda privatizzazione e qualità innovativa del sistema, è un po' singolare non rendersi conto che almeno una delle ragioni della superiorità di Usa, Germania, Francia nell'innovazione e nella tecnologia, e quindi del nostro ritardo, è data esattamente dal forte indirizzo pubblico che lì è ancora presente, mentre da noi è stato smantellato in nome della supposta superiore efficienza del mercato.
Ma non è solo ideologia il discorso di Confindustria. E' vero che `se' si assumono le tendenze globali e la politica europea come presupposti immodificabili, allora c'è poco da fare, l'attacco al lavoro è l'unico modo per recuperare competitività, perché si è fatto in modo che quello sia l'unico fattore immobile e l'unico margine su cui raschiare sul terreno impositivo, retributivo, produttivo. E però un futuro che ci riserva meno domanda dall'estero e, nella migliore delle ipotesi, più consumi privati, è un futuro dove, lungi dal procedere verso una autentica modernizzazione, il paese si adagierebbe in una struttura squilibrata tanto sul terreno produttivo quanto su quello dei consumi, priva ad un tempo di autonomia tecnologica e di quei consumi collettivi che caratterizzano un paese civile. E non sarebbe un caso, perché da noi l'innovazione, quando c'è stata, non è mai stata separata da una iniziativa pubblica e, ancor più, dalla presenza di un conflitto sociale, che ora si vuole sterilizzare. Ciò che Confindustria, di fatto, pretende è che ci si radichi definitivamente in una economia intrappolata dai bassi salari e privata dello strumento dell'intervento pubblico. Qualcosa che non si è sinora trasformato in povertà diffusa ma soltanto in diseguaglianza crescente per la presenza di `cuscinetti' e `ammortizzatori' sociali come la famiglia, il fondo di ricchezza accumulata, la funzione redistributiva (talora dai tratti parassitari) dello Stato.
Ma quel `se' è importante. Il discorso svolto nelle prime sezioni di questo scritto chiarisce come né il contesto internazionale (tanto più in tempi di difficoltà generalizzate) né quello europeo (specie quando il tanto atteso ritorno dello sviluppo è a rischio) possono essere ritenuti qualcosa su cui non si possa (e non si debba) agire. Se però non è pura ideologia, il discorso di Confindustria è qualcosa di peggio. Prelude infatti a una seconda metà del 2001 in cui, sull'onda di una crisi `oggettiva' e di un risultato elettorale che premi i cantori delle magnifiche sorti e progressive della concorrenza e del mercato, si possa smontare quel poco di garanzie per i cittadini e per i lavoratori che erano residuati. Qualcosa che, mutatis mutandis, è già successo (se qualcuno si ricorda ancora del 1980). E che segnerebbe un arrretramento non soltanto per le condizioni del lavoro ma anche per quelle dell'economia italiana tutta. Prendiamo, di nuovo, soltanto il discorso sulla `flessibilità'. Lo smantellamento della garanzie legislative sul lavoro e l'attacco al sindacato (o, per dire la verità, alla Cgil, e in particolare alla Fiom), non può non produrre effetti perversi sulla qualità dello sviluppo italiano, tanto più se si tiene conto come un eccesso di rotazione dei lavoratori, la bassa qualificazione e formazione della manodopera, la disaffezione del lavoro vivo, la stessa sua ancora più ridotta conflittualità, finirebbero con il ritorcersi contro la competitività delle nostre imprese e la capacità di innovazione del sistema.
Su una cosa, peraltro, D'Amato ha senz'altro ragione. L'economia e la società italiane, sia pure con caratteri e modalità differenti nelle sue diverse articolazioni territoriali, sono ovunque caratterizzate dalla disoccupazione, o da una occupazione inadeguata. Cos'altro vuol dire, infatti, un `tasso di occupazione' (cioè la percentuale delle forze di lavoro che trova occupazione) che in Italia si situa sul 54% (dato di gennaio 2001, più elevato dell'1,7% rispetto a un anno prima) contro il 62% dell'Europa o il 75% degli Stati Uniti (dati del 2000)? O che il `tasso di partecipazione' (cioè la quota della popolazione in età lavorativa che fa parte delle forze di lavoro o come occupati o come persone che cercano `attivamente' lavoro) è soltanto di poco più elevato, è cioè del 60,1% nel gennaio 2001 (mentre era del 59,1% nel gennaio 2000)? Tanto per prendere il caso più controverso, e che più facilmente potrebbe essere impiegato per contrastare questa nostra affermazione, lo stesso Nord-Est, dove si dice ci sia la piena occupazione e dove saremmo in un area dal benessere europeo (e in una certa misura ciò è senz'altro vero), non siamo forse in una situazione dove il tasso di partecipazione femminile è sotto la media europea di almeno dieci punti, e il pieno impiego si concentra sui maschi `maturi', mentre il tasso di disoccupazione femminile è più del doppio di quello maschile? E non è forse vero che in quest'area sovente mitizzata i giovani abbandonano gli studi per lavorare, o se li proseguono troveranno un posto non corrispondente alla loro capacità? E, ancora, non è proprio qui che buona parte dei lavoratori, per mantenere un livello di vita decoroso, devono poter contare su case ereditate dai genitori e/o sui salari del coniuge o dei figli?
5 Una sinistra degna di questo nome dovrebbe opporre il primato dell'obiettivo di una piena occupazione `di qualità', fuori dal mito del libero mercato ma anche da quello di uno Stato che si dovrebbe ridurre a mero regolatore. Dovrebbe sostenere le ragioni di una lotta alla diseguaglianza e a favore della difesa e dell'estensione di uno Stato sociale universalista, invece di inseguire l'individualismo e inneggiare allo Stato `leggero'. Dovrebbe impugnare la bandiera di una ricomposizione unitaria dei soggetti dentro e fuori il mondo del lavoro, piuttosto che gestirne in prima persona la frammentazione e la precarizzazione. Dovrebbe ripresentare a voce spiegata la questione salariale come corollario di una politica di diverso sviluppo, non separandola dalla riconversione ecologicamente compatibile dell'apparato produttivo. Dovrebbe, più in generale e fondamentalmente, rimettere sul tappeto la questione dell'indirizzo strutturale dell'accumulazione e della struttura economica: dovrebbe ambire, dunque, a riprendere la sfida sul `come' e `cosa' produrre. E dentro questo quadro potrebbe — dandogli un senso più compiuto e condivisibile, oltre che uno sbocco più realistico – riprendere con maggiore forza il discorso sulla riduzione dell'orario di lavoro a parità di salario, sulla distribuzione di un reddito incondizionato al cittadino in quanto tale, su una ripresa di controllo sulla qualità della vita.
Si tratterebbe, certo, di una sinistra che vede ancora nel lavoro il centro della propria identità e della propria azione (anche se non vi si esaurisce), e che pensa possibile oltre che desiderabile una sua liberazione. E si tratterebbe di una sinistra che considera lo Stato qualcosa che non è destinato per sua maledizione all'improduttività e all'inefficienza, ma che potrebbe e dovrebbe esser fatto funzionare, e servire, diversamente. Non se ne vedono molte in giro, ed è comunque su questo che siamo chiamati a giudicare i loro programmi.


Capitale e lavoro: rimozione del conflitto e risposte illusorie

di Riccardo Bellofiore

su L'ERNESTO 2/2000 del 01/03/2000

 

Da tempo Marco Revelli va conducendo una riflessione di raro rigore sulla crisi e le prospettive del movimento operaio. Al fondo del discorso di Revelli vi sono preoccupazioni che condivido. Innanzitutto, si registra l’esaurirsi della fase fordista, caratterizzata dalla organizzazione scientifica del lavoro, della tecnologia rigida della catena di montaggio, da uno Stato interventista garante, a un tempo, della sicurezza sociale per i lavoratori e della pace sociale per il capitale; e si tenta di definire i caratteri del nuovo regime produttivo. In secondo luogo, si segnala che questa transizione impone alla sinistra un mutamento di paradigma, che lasci alle spalle quel primato della produzione che traduce la centralità sociale del lavoro eterodiretto in una superiore dignità dei lavoratori e in una preminenza organizzativa del partito e del sindacato; partito e sindacato che, a somiglianza del capitale dell’era keynesiana, sono preda di quel feticismo dello Stato che, pur nelle mutate condizioni, affligge ancora la sinistra. Infine non ci si accontenta di arroccarsi sulla mera resistenza, ma si prende la responsabilità di proporre una via d’uscita nel presente. Su queste posizioni, la sintonia con le tesi di Alain Bihr è forte, e mi sento di farla mia: urgenza di una analisi dei salti nella dinamica capitalistica, riconoscimento della crisi del modello socialdemocratico, appello a una pratica comunista come strategia di contropoteri che qui e ora contendono al capitale la sfera della socialità.

L’interpretazione della fase attuale e le prospettive di azione suggerite da Revelli, in cui quelle preoccupazioni si incarnano, mi trovano però in radicale disaccordo. Un disaccordo che tutto è meno che accademico: l’analisi di Revelli, divenuta ormai quasi il senso comune della sinistra radicale italiana, nasconde i caratteri salienti del conflitto di classe in corso e fornisce risposte illusorie: rischia, perciò, di indirizzare l’indagine e l’intervento politico verso vicoli ciechi.


La transizione del toyotismo

L’argomentazione di Revelli può essere sintetizzata in pochi passaggi. La crisi del fordismo è dovuta alla saturazione del consumo durevole di massa, indica la fine della illimitatezza dei mercati, rivela una barriera naturale alla crescita per l’insostenibilità ecologica di una estensione all’intero pianeta dei livelli di consumo del "centro". Alla conseguente esigenza di flessibilità il capitale risponde con la mondializzazione sul terreno del mercato, della produzione e dei capitali, da cui discende la crisi dello Stato-nazione.

Organizzativamente, la flessibilità richiede la transizione del toyotismo: l’inclusione subalterna dei lavoratori e la loro pressoché compiuta alienazione sul terreno dei processi di lavoro. La combinazione di aumento vorticoso della produttività del lavoro, da un lato, e di limiti alla produzione, dall’altro lato, ha come esito la "fine del lavoro": una distruzione sistematica di occupazione che segnala l’ormai ineluttabile riduzione della quantità di lavoro vivo nell’universo capitalistico. È un merito di Revelli la chiarezza con cui, sulle orme di Bihr che su questo è ancor più esplicito, trae le conseguenze politiche della diagnosi appena ricordata. L’unica prospettiva percorribile è quella di cavalcare la liberazione dal lavoro di cui il capitale si fa strumento, "traghettando fuori dal sistema sempre più asociale delle relazioni di mercato, strati crescenti di popolazione per riaggregarli sulla base di un nuovo legame sociale". Nel libro di Bihr si chiarisce ciò che in Revelli è solo accennato, che un terzo settore fuori dallo Stato e fuori dal capitale non esclude, ma anzi presuppone, le altre opzioni tese a por termine alla disoccupazione di massa: la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, i lavori socialmente utili, il reddito di cittadinanza. Si può ragionare così: affinché la riduzione d’orario non dia luogo a doppio lavoro, e affinché il reddito sociale garantito non si riduca a salario di disoccupazione, sancendo la tendenza a una società duale, le due misure vanno perseguite insieme. Il reddito minimo deve essere retribuzione piena di un lavoro utile, prestato per un certo periodo di tempo in una rete di imprese di tipo cooperativo, secondo piani di riorientamento sociale della produzione; il suo livello dovrebbe essere tale da rendere concreta l’opzione di "uscita" dal mercato del lavoro, e dunque consistente.

Diverrebbe così praticabile una riduzione dell’orario durante l’intera vita lavorativa, tale da andare incontro alle esigenze di flessibilità nell’uso del tempo che non sono appannaggio esclusivo delle imprese. Il punto è che la rappresentazione della crisi del fordismo e dell’emergente nuovo ordine economico non è affatto convincente.

L’interpretazione di Revelli e di Bihr sottovaluta che se vi fu una economia mondiale unificata essa fu proprio l’era del keynesismo trionfante, caratterizzata dall’egemonia statunitense e dal dollaro come moneta mondiale, da bilanci quasi ovunque in pareggio e dal traino della domanda privata di investimenti; e dove il salario reale cresceva perché la produttività e il prodotto crescevano a ritmi ancora superiori (vale la pena di ricordare l’abc della teoria marxiana, che la riduzione dell’orario di lavoro e l’aumento del salario reale sono compatibili con un aumento del profitto). Un regime instabile che alla fine segò, per la riduzione permanente della disoccupazione, il ramo della pace sociale su cui era seduto, e che si incagliò in una contestazione della "disciplina" nella fabbrica e nella società di inedita virulenza ed estensione.


La "riformazione" della classe operaia

Quell’interpretazione, inoltre, immagina di avere a che fare con una mondializzazione univoca, quando invece assistiamo a una segmentazione del capitalismo nelle tre aree americana, europea e asiatica; con una mondializzazione ineluttabile, quando invece la libertà di movimento dei capitali non è fatalità ma scelta politica; con una mondializzazione disincarnante dalla materialità dei processi di lavoro, quando invece mai come oggi contano la qualità dei fattori di produzione, del credito, dell’indirizzo statale "locali". Dove però il mio dissenso è più marcato è sulla presunzione universale secondo cui assisteremmo a un ineluttabile calo delle ore lavorate. È certo che il lavoro vivo si restringe nel manifatturiero, ancora di più nella grande fabbrica. Ma che questo configuri una eutanasia del lavoro planetaria è tutto da dimostrare. Vi si oppongono l’espansione nei capitalismi asiatici, il caso statunitense (dove la creazione di posti di lavoro non è soltanto a bassa qualificazione), il Nord-Est italiano (un caso, se mai ve n’è uno, di pieno impiego: sino a che la svalutazione lo sostiene), la realtà del lavoro dipendente e autonomo attorno alla grande fabbrica. Credo che le cose stiano esattamente al contrario di quel che si dice: che stiamo vivendo una fase di allungamento e intensificazione della giornata lavorativa sull’arco vitale con la quale il capitale sta percorrendo, dopo la sconfitta del movimento operaio, la via più facile dell’aumento dello sfruttamento; e con la quale i lavoratori che mantengono una occupazione tamponano come possono la compressione del salario reale, altra forma canonica dell’aumento del saggio di pluslavoro. Il tempo di lavoro totale si estende, e con esso, insieme, cresce il tempo di non lavoro. Si attua così un lungo processo di "riformazione" della classe operaia dopo la grande paura degli anni Sessanta-Settanta. La forza delle cose non costringe, quindi a disertare la sfera del lavoro. D’altra parte, la proposta di traghettare "altrove" i naufraghi dello sviluppo incontra due altre difficoltà dirimenti. La prima è che quella proposta sembra ritenere possibile emanciparsi, quasi in un punto del tempo e stabilmente (appunto uscendo "fuori"), dal dominio del capitale, la cui natura è invece totalitaria e non consente "esternità". La seconda è che basta dare un’occhiata all’economia "terza" di Bihr per rendersi conto che essa richiede più Stato, più mercato, più conflitto: una fiscalità altamente progressiva, una politica industriale attiva, un piano generale del lavoro; lo stimolo a mantenere elevata la crescita della produttività; un vincolo sociale che inibisca al capitale la via di minimo sforzo nella caccia al profitto. Se le cose stanno così, l’uscita di emergenza proposta da Bihr e da Revelli presuppone che siano già stati rimossi proprio gli ostacoli all’azione della sinistra costituiti dall’impotenza dello Stato e dalla subalternità del lavoro. Lo spazio concesso è alla fine. Chiuderò allora citando don Milani: "Il problema degli altri è uguale al mio. Uscirne tutti insieme è la politica. Uscirne da soli è l’avarizia". Se, come credo, la condizione del lavoro sfruttato segna ancora la nostra modernità, sarà bene ricominciare a unire dove il capitale separa, a contrastare la precarizzazione del lavoro e la distruzione dello Stato sociale. Ripartendo dal lavoro e dal capitale per come materialmente sono.