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Il liberismo è una fantasia
di Riccardo Bellofiore
su Liberazione del 09/11/2008
Dopo il fallimento di tutte le
strategie messe in campo nell'ultimo decennio, oggi la sinistra, in specie
in quella "comunista", ha bisogno di andare a fondo
nell'analisi. Cosa non scontata né semplice, perché significa rimettere
in discussione letture del capitalismo contemporaneo e dei rapporti di
classe politicamente inefficaci, oltre che rozze e ripetitive in molti
casi. E rimettersi in discussione fa paura, come evidenzia lo stato
desolante della discussione politica dentro e fuori Rifondazione Comunista
dopo le elezioni, in cui ci si divide sull'inessenziale e non si
affrontano i nodi di fondo.
In un recente articolo (Liberazione, 29 ottobre 2008) Luigi Cavallaro
utilizzando la visione del capitalismo di Hyman P. Minsky - un autore,
scrive, "il cui nome si ode nuovamente in questi giorni" - ci
mette in guardia da chi riduce la crisi recente a conseguenza di una
euforia irrazionale e non della "furia liberalizzatrice" degli
ultimi due decenni. Le citazioni di Minsky ormai sono una valanga. Dal
marzo 2007 si è tornato a parlare dell'approssimarsi di un "momento
Minsky", e poi del rischio di un "collasso Minsky" del
capitalismo. Questo sorprendente interesse alla riflessione
dell'economista statunitense è venuta da subito da opinionisti tanto
neoliberisti quanto social-liberisti, e non solo da circoli eterodossi.
Per Minsky, il capitalismo tende a far degenerare la stabilità in
instabilità. Quando la prosperità va avanti da un po', le posizioni
degli operatori da "coperte" (con entrate di cassa nette attese
che eccedono le uscite di cassa contrattuali sul debito) si fanno più
coraggiose, e divengono "speculative" (almeno in alcuni periodi
i "profitti" sperati sono inferiori ai pagamenti per interesse e
per restituzione del capitale, e ci si deve rifinanziare).
Al rischio "economico" si affianca così il rischio
"finanziario", che può concretizzarsi all'aumento dei tassi di
interesse (ad esempio perché la Banca centrale vuol combattere
l'inflazione) o alla riduzione dei prezzi delle attività. Quando il boom
degenera in bolla e l'euforia diviene irrazionale, si intrattengono
posizioni "ultraspeculative" o Ponzi: ci si indebita nella
speranza di guadagni "eccezionali" (aumento del corso delle
azioni, rivalutazioni degli immobili, ecc.) che soli possono giustificare
l'investimento. Quando la crisi scoppia, l'alternativa è secca: o
deflazione da debiti e una Grande Crisi come nel 1929-1933 o intervento
della Banca centrale come prestatore di ultima istanza, affiancato da un
intervento di spesa in disavanzo che sostiene i profitti monetari.Il punto
è che la brillante "ipotesi di instabilità finanziaria" di
Minsky, che sembra calarsi perfettamente nella nostra realtà, ha bisogno
di una sua attualizzazione. Altrimenti, anche nella forma in cui ce la
ricorda Cavallaro, rischierebbe di restare muta rispetto ad alcuni degli
aspetti più rilevanti del capitalismo che abbiamo di fronte, Finiremmo
così con il non comprendere né le origini della crisi né la sua natura.
Sul merito ho scritto molto, con Joseph Halevi e da solo (in lingua
italiana su Alternative per il socialismo n. 2, settembre 2007, il
manifesto 23 settembre 2007 e 5 ottobre 2008, e Liberazione 30 marzo
2008). E spero che Luigi Cavallaro accetti questa mia
"incursione" nella sua analisi per provare ad approfondirne
alcuni elementi fondamentali.
Nel ragionamento di Minsky le variabili chiave sono la domanda di
investimenti privati in capitale fisso e il suo finanziamento da parte di
banche e intermediari finanziari. Qui iniziano i problemi per la tesi
minskyana (esposta nel libro John Maynard Keynes del 1975 e nella raccolta
Potrebbe ripetersi? del 1982, i due testi che Cavallaro ci ricorda)
secondo cui la "eva finanziaria" sarebbe inesorabilmente
crescente nel percorso che conduce alla instabilità finanziaria e poi
allo scoppio della "bolla". Mi limiterò a rilevare che, ammesso
che dal punto di vista della singola impresa l'investimento richieda un
indebitamento crescente, si deve però tenere conto che, visto che
l'investimento dà luogo a profitti corrispondenti, non è affatto detto
che a livello di sistema l'indebitamento si impenni davvero. E' questo un
punto che discende dall'insegnamento di Kalecki, autore che lo stesso
Minsky include nelle sue riflessioni nel corso degli anni '70, quando il
suo schema di ragionamento è ormai definit. Detto altrimenti: l'ipotesi
dell'instabilità finanziaria pare reggere bene microeconomicamente, ma
questo non garantisce il suo verificarsi al livello macroeconomico, perché
"il tutto è più della somma delle parti". Possiamo uscirne
rilevando che, pur senza il carattere della necessità, l'esplosione del
debito a breve rispetto ai fondi propri su cui insisteva l'economista
americano si è comunque verificato nel periodo che ci interessa. E'
inoltre indubitabile che, dalla svolta "monetarista" del 1979-82
in poi, le crisi finanziarie e/o valutarie alla Minsky si sono susseguite
una dopo l'altra e che da un decennio investono sempre più gli stessi
Stati Uniti e il "centro" capitalistico.
Un secondo problema, più significativo, riguarda il carattere originale e
irriducibile del "nuovo capitalismo" dalla metà degli anni '90.
La bolla delle dot.com come quella immobiliare (e in essa l'episodio dei
subprime) sono state legate soprattutto all'indebitamento crescente delle
famiglie, non delle imprese. Negli Stati Uniti gli investimenti fissi
privati sono sì cresciuti negli anni della new economy (1995-1999), ma
non sono stati certo la componente più significativa della domanda
aggregata. Lo sono stati invece, mentre il bilancio statale andava in
attivo e la bilancia commerciale aggravava il suo passivo, i consumi delle
famiglie in eccesso al loro reddito. Si tratta di consumi
"autonomi", finanziati col debito, grazie ad un "effetto
ricchezza" trainato dalla bolla speculativa in borsa. La stessa
vicenda si è non solo ripetuta ma radicalizzata dalla metà del 2003, con
la ripresa trascinata dalla bolla immobiliare, a sua volta suscitata dai
bassi tassi d'interesse e dalla inondazione di liquidità con cui la
Federal Reserve aveva risposto alla crisi 2000-2001. Qui con tutta
chiarezza, mentre torna il disavanzo dello Stato, gli investimenti sono
stati sostanzialmente piatti, e la variabile trainante sono stati di
nuovo, ancor più di prima, i consumi "autonomi". Questo modello
è stato retto da politiche monetarie (e non solo) che tutto sono state
meno che "liberiste". Non dovremmo, proprio noi, rimanere
intrappolati dalla ideologia dissimulante dell'avversario di classe. La
"mano visibile" e lo Stato non si sono affatto ritirati, hanno
solo mutato forma nel loro interagire con i mercati e i soggetti sociali,
e questo è vero per tutto l'arco del cosiddetto "neoliberismo".
In estrema sintesi, riprendendo una mia analisi che data almeno dalla fine
degli anni '90 a partire dai miei scritti sulla rivista de il manifesto, i
processi con cui la finanza determina la produzione (il lavoratore
"traumatizzato" e la "sussunzione reale del lavoro alla
finanza", cioè il risparmiatore "maniacale-depressivo" e
il consumatore "indebitato") si trasferiscono alla distribuzione
e alla domanda (compressione della quota dei salari e dei consumi
dipendenti dal reddito). Bisogna partire dai primi (la finanza e la
produzione) e non dai secondi (la distribuzione e la domanda), per non
mettere il carro davanti ai buoi. Certo, la caduta del salario relativo
avrebbe dovuto produrre la crisi da domanda (un tema tipicamente
luxemburghiano, a me caro). Si darebbe però una rappresentazione distorta
e sbagliata di questa realtà se non si tenesse conto che le politiche di
questo "nuovo capitalismo" hanno risolto, temporaneamente ma
efficacemente, il problema della realizzazione (monetaria) del plusvalore
proprio grazie a quella inflazione dei prezzi delle "attività"
che ha potentemente sostenuto i consumi privati, aggirando la debolezza
dei salari. Il processo capitalistico che si è costituito - innovativo e
dinamico sul piano non solo finanziario ma anche reale (è futile separare
finanza "cattiva" e produzione "buona", così come la
rendita dal profitto) - è stato caratterizzato da una potenziale
accentuata instabilità che è stata inizialmente contenuta grazie alla
resilienza della nuova finanza. Ciò poteva però ritardare ma non
cancellare la intrinseca insostenibilità del meccanismo, che si è
comunque inverata in ripetuti "crolli". Si è così dovuti
passare di bolla in bolla (da quella del mercato azionario, a quella
immobiliare, a quella abortita delle commodities come il petrolio e i beni
primari), sino a che si è arrivati al capolinea.
Il materializzarsi della crisi reale, quando finalmente avviene, fa
emergere la fase "depressiva" del risparmiatore, e quindi si ha
un crollo del consumo per la necessità che tutti hanno di rientrare dal
debito (un fenomeno che si sta recentemente verificando con grande
violenza). Insomma: quando questo asset-bubble driven Keynesianism -
questo paradossale keynesismo finanziario e "privatizzato",
trainato dalle bolle ultra-speculative - entra in una crisi che pare
configurarsi come "finale", il problema della domanda riemerge
drammatico. Si entra contemporaneamente in una fase di (probabile) grande
innovazione istituzionale: superata la fase di (presumibilmente
prolungata) recessione che ci attende, il capitale dovrà trovare una
nuova soluzione a queste contraddizioni. Tutte queste dinamiche si sono
per l'intanto tradotte, e si tradurranno, in ulteriore pressione nei
processi capitalistici di lavoro.
Se le cose stanno così, l'ipotesi dell'instabilità finanziaria di Minsky
regge ancora, eccome: ma bisogna darle nuove vesti. E non ci si può
limitare a ricordare il discorso originale di Minsky se si vuole
sostenerne una qualche rilevanza al giorno d'oggi. Per spiegare tanto lo
sviluppo (instabile) quanto la crisi (sistemica) del "nuovo
capitalismo" si deve integrare Minsky in una rinnovata lettura
marxiana dei processi capitalistici centrata sulla produzione di
plusvalore. E si deve anche avere il coraggio di guardare alle "novità"
autentiche dell'ultima fase capitalistica. Altrimenti ci si riduce a uno
strano miscuglio di sottoconsumismo e neoricardismo, che imputa tutto ai
bassi salari e ai bassi consumi prodotti dal "liberismo" degli
ultimi trent'anni - un altro di quei corto-circuiti attraenti ma di breve
respiro - e dipinge il quadro di un capitalismo "asfittico",
senza la dinamicità delle trasformazioni del recente passato. Il
"liberismo" è una fantasia, i bassi salari e i bassi consumi ci
sono da un bel po'. Così non si spiega nulla e non si comprendono le
metamorfosi capitalistiche dell'ultimo trentennio. E dunque non ci si
attrezza a contrastare la ristrutturazione e la "rivoluzione
dall'alto" che ci attende.
L'errore di questa posizione è simmetrico a quello di chi ha scommesso su
una capacità della new economy di estrarre plusvalore stabilmente o è
stato affascinato dal "capitalismo dei derivati", sicché, si è
sostenuto e ancora si propone, sarebbe possibile strappare un
"salario di esistenza". La prima visione, stagnazionistica,
fronteggia la seconda, che è nella sostanza apologetica di quel capitale
che "parassitariamente" sarebbe mosso da una spontanea
produttività di valore delle moltitudini. L'alternativa di fronte a noi
sarebbe il ritorno al keynesismo e all'intervento dello Stato nelle forme
tradizionali, da un lato, o un social-liberismo radicalizzato, dall'altro.
Minsky può esserci molto utile nel capire questo "nuovo
capitalismo" abbandonando queste letture troppo semplici, ampiamente
falsificate negli ultimi due decenni. La sua analisi deve però essere
aggiornata: cosa che farebbe lui per primo, attento com'era
all'innovazione istituzionale e finanziaria. Qui i riferimenti altrettanto
essenziali rispetto ai volumi citati da Cavallaro sono il volume Governare
la crisi del 1986, e ancor di più alcuni scritti successivi come quelli
dedicati alla transizione (allora in corso, e oggi compiuta) al
money-manager capitalism - il capitalismo dei fondi pensione e
patrimoniale, dove il "piccolo risparmio" nei fondi
istituzionali è manovrato da gestori professionali, e si traduce in
particolari criteri di corporate governance imposti alle imprese.
Ma quali sono le vie di uscita dalla deflazione da debiti e dalla
instabilità finanziaria secondo Minsky? Cavallaro sembra sottovalutare la
capacità di risposta della Federal Reserve e del Tesoro statunitensi.
L'uno e l'altro hanno fatto all'apparenza tutte le mosse "minskyanamente"
giuste, sia pure in ritardo. Non stupisce. Il neoliberismo, come ho detto,
tutto è stato (ed è) meno che inattivo. Bernanke la Grande Crisi la
conosce bene. Nel mezzo delle settimane di fuoco di settembre ha ricordato
come "nessuno è ateo nella tana del lupo, nessuno è ideologo in una
crisi finanziaria". E' stato semmai ben più spiazzato il
social-liberismo, la cui risposta alla crisi si limita a una più stretta
regolamentazione della finanza. Da questo punto di vista vale ancora lo
scetticismo di Minsky rispetto al ripetersi della Grande Crisi. Il punto
semmai è che non abbiamo a che fare, in questo caso, con una classica
crisi di liquidità ma con una crisi di insolvenza. La politica monetaria
espansiva si rivela qui necessaria ma doppiamente insufficiente: perché
si finisce in una trappola della liquidità; e perché sono gli
"investimenti" finanziari (la scommessa "moneta oggi -
moneta domani") sottostanti a non essere sostenibili fuori dal
riprodursi artificioso di una persistente spinta ultraspeculativa.
Per questo la politica fiscale non può essere limitata a una politica di
disavanzi di bilancio sic et simpliciter. Si richiede, come ormai è
chiaro anche ai ciechi, non una generica politica di sostegno della
domanda, ma un intervento massiccio e mirato (e lo si doveva capire da
tempo). Non basta una stabilizzazione del rapporto debito pubblico/Pil,
occorre un (temporaneo) innalzamento compensato da capacità di espandere
il denominatore, non solo per l'effetto domanda aggregata, ma per i
contenuti strutturali della spesa (sta arrivando, ma "da
destra"). La sfida è insomma di nuovo quella su cui si incagliò il
New Deal: nazionalizzazione della banca e della finanza, spesa diretta
dello Stato in grado di attivare nuovi processi di lavoro. Un New Deal che
non è stato certo keynesiano secondo la vulgata. La sfida è quella che
si ripropose negli anni '70: sul "cosa" e "come"
produrre.
Ora, non tanto paradossalmente, proprio questo Minsky pensava. E ne parla
non solo nel suo libro del 1986 ma anche in critiche dure, contenute in
scritti editi e inediti, alla "guerra alla povertà" di Kennedy
e Johnson e dei loro consiglieri keynesiani. Minsky riteneva che proprio
lo strumentario keynesiano ricordato da Cavallaro, utile per impedire il
ripetersi di una Grande Crisi, aveva prodotto un male nuovo, la
stagflazione. E la controrivoluzione monetarista avrebbe dato vita ad un
succedersi di episodi di instabilità finanziaria sempre più ravvicinati.
La seconda parte della profezia si è verificata appieno, anche se in un
quadro parzialmente diverso da quello disegnato da Minsky. La
stagflazione, ora compressa dalla recessione in arrivo, non si produce più
per una successione di aumenti dei salari e dei prezzi seguiti da
politiche monetarie restrittive: qualcosa che non è stato più vero nel
contesto del ‘nuovo capitalismo' con piena sotto-occupazione precaria e
con inondazione di finanziamenti all'economia, dove le banche centrali
intervengono non solo in ultima istanza ma anche (come scrive De Cecco) in
prima istanza per promuovere il nuovo meccanismo del paradossale "keynesismo"
finanziario.
Non stupisce di conseguenza che le proposte di politica economica di
Minsky per "stabilizzare una economia instabile" siano ben
lontane dal keynesismo standard, quello anche dei disavanzi di bilancio e
del prestatore di ultima istanza: misure di risposta immediata alla crisi,
ma del tutto inadeguate a definire un modello alternativo di economia più
equa e meno instabile. Occorre una "socializzazione degli
investimenti" che, intesa alla Minsky, va ben oltre Keynes. Potrebbe
oggi essere riletta e "tradotta" così. Si impone un piano del
lavoro con lo Stato che direttamente si fa garante di una piena
occupazione, stabile e di qualità. Si richiedono investimenti pubblici
che migliorino la produttività del sistema, nel lungo orizzonte temporale
che solo lo Stato può intrattenere. Quando scriveva queste cose Minsky
aveva appunto in mente gli interventi strutturali del New Deal "non
keynesiano" e niente affatto il "keynesismo realizzato",
che detestava alquanto. Forse bisognerebbe ricordarlo. Non a caso un
appunto di Minsky sulla "cartolarizzazione" pubblicato da poco
dal Levy Institute si apre con la frase di Eraclito secondo cui non ci può
bagnare due volte nello stesso fiume. Tra le lezioni di Minsky c'è anche
questa, e la sinistra farebbe bene a rammentarsela.
Lo stato è intervenuto anche
nel «neoliberismo»
di Riccardo Bellofiore e Joseph
Halevi
su Il Manifesto del 24/10/2008
CRISI GLOBALE. Realtà e miti
intorno al New Deal
Il New Deal decollò solo quando
l'economia stava toccando il fondo, e perché la crisi si era
approfondita, senza essere controllabile nei modi sino allora consueti.
Oggi è ancora possibile intervenire prima dello sfascio. Ma proprio perchè
l'atterraggio duro non si è ancora verificato con virulenza sull'economia
reale, sull'occupazione e nella realtà sociale, e siamo nel mondo
dell'incertezza e della paura, le resistenze sono molte. Ad eccezione del
Fmi - che per una volta sta perorando l'espansione della spesa - le misure
finora adottate sono del tipo cash for trash, per sostenere le banche
senza un impegno a spendere.
Le interpretazioni correnti sono preda dei luoghi comuni dell'ultimo
trentennio. Se va bene, si legge la crisi come la fine un liberismo «sfrenato»,
la campana a morto della «finanziarizzazione», il ritorno dello «Stato».
Il neoliberismo viene interpretato per come ama presentarsi, non per come
si è davvero incarnato. La rivoluzione monetarista prima, l'era
reaganiana poi, la new economy, si sono mosse in un «pieno» di politica
economica. Qualcosa che a ben vedere affonda le sue radici nello stesso
New Deal e nell'epoca «keynesiana». Come - sul terreno dell'economia
internazionale - gli organismi del «consenso di Washington», la Banca
mondiale e il Fondo Monetario, sono un parto di Bretton Woods, così la
finanziarizzazione, l'esplosione dei derivati e dei mezzi finanziari di
distruzione di massa, persino la sussunzione reale del lavoro alla
finanza, sono figli delle istituzioni del New Deal; che salvò la finanza
dal risentimento popolare e, separandole dalle banche commerciali, rinforzò
le banche di investimento. Nel dopoguerra la finanza ha rotto gli argini
delle regolazioni, così come i capitali hanno infranto i controlli che li
imbrigliavano, dentro l'incubatore keynesiano, senza però mai tornare a
un mitico laisser faire. E questo proprio perché il potere della finanza
non era stato affatto colpito a morte da Roosevelt. L'intervento pubblico
non se ne è mai andato. Senza capire questo, non si comprende il «nuovo»
capitalismo e la sua crisi.
Negli Stati Uniti, dagli anni Trenta almeno, finanza e Stato sono stati
sempre più intrecciati. La stessa integrazione nel «sogno americano» ha
richiesto l'inserimento nel circuito finanziario dei lavoratori,
attraverso i fondi pensione e i mutui ipotecari, sino a che, grazie ai
subprime, si sono annessi anche gli strati poveri e precari. La
deregolazione della finanza è proceduta sulla gamba di una ininterrotta
riregolazione. In questo modo il primato della finanza, che negli anni
Ottanta ha distrutto il movimento dei lavoratori degli anni '60 e '70,
dagli anni Novanta ha promesso anche consumi e abitazioni a tutti. Il
risparmiatore «maniacale» (e ora «terrorizzato») e il consumatore «indebitato»
sono l'altra faccia del lavoratore «traumatizzato»; e sono i prodotti di
un «intervento pubblico» molto attivo.
Solo chi è stato cieco rispetto a questa realtà del rapporto di classe
può essere stato spiazzato dal mutamento delle politiche monetarie,
passate dalla restrizione monetaria degli anni '80 alla inondazione di
liquidità dell'ultimo quindicennio. Solo chi non ha compreso la capacità
di questo meccanismo perverso di produrre da un lato crescita, sia pure
instabile e insostenibile, e dall'altro occupazione e integrazione, sia
pure precaria e incerta, si può stupire che la crisi di legittimazione ed
economica avvenga senza una reazione di mobilitazione sociale e di lotta
all'altezza della sfida. Proprio la compressione del salario nella
distribuzione e la frantumazione del lavoro nella produzione - causa
ultima della crisi - sono all'origine della inclusione delle «famiglie»,
grazie al miracolo della «riduzione del rischio» e alla «facilità del
credito». E su ciò si sono retti i modelli neormercantilistici in giro
per il mondo.
Per queste ragioni, come non meraviglia l'attivismo sul terreno della
provvista di liquidità, o della stessa riduzione di imposte, non
sorprende neanche che di fronte alla crisi finanziaria nessuno si sia
mostrato «ideologo». Più la crisi si aggravava, più l'armamentario del
vecchio New Deal è stato saccheggiato senza problemi dai neoliberisti. Di
questo armamentario ha presto fatto parte l'intervento in prima persona
dello Stato: la sostanziale nazionalizzazione della finanza e
dell'immobiliare, la ricapitalizzazione diretta del sistema bancario,
l'estensione delle garanzie sul credito bancario.
La lezione della Grande Crisi, almeno in questo senso, è stata appresa:
non solo agire come prestatore di ultima istanza (perché, come scrive De
Cecco, lo era diventato sempre più di prima istanza), ma anche come
market maker di emergenza, che si sostituisce - più che si integra - col
mercato stesso: sino a statalizzare pressoché integralmente, anche se
temporaneamente, il canale del credito. La possibile (non certa)
esplosione del debito pubblico non fa paura, e verrà comunque utilizzata,
se non come realtà come timore, come argomento per comprimere la spesa
pubblica sociale. Tra gli esiti possibili un capitalismo autoritario (in
fondo, in Cina i problemi sembrano alquanto minori).
Ad essere spiazzati sono stati i social-liberisti e gli economisti che si
vorrebbero «critici», che per molto tempo, come dischi rotti, hanno
ripetuto i mantra della regolazione di mercati liberalizzati, gli uni, e
dell'invocazione del conflitto distributivo e del ritorno del «keynesismo»
gli altri. Al punto che, di fronte alla dura replica dei fatti, hanno
dovuto progressivamente inseguire, e la sinistra si limita all'invocazione
generica dello «Stato» e dell' «intervento pubblico». Che non ne se ne
sono mai andati, cambiano solo forma. (2 - continua)
La ricetta contro il «crack dei
crack»? Un new deal europeo, puntato sul sociale
di Riccardo Bellofiore e Joseph
Halevi
su Il Manifesto del 26/10/2008
La lezione più profonda del New
Deal è un'altra rispetto a quella ripresa dal «keynesimo reale» o
dall'attuale salvataggio di emergenza. E' la possibilità di cogliere
l'occasione della nazionalizzazione della finanza per promuovere un
intervento strutturale diretto dello Stato, mobilitando un «esercito del
lavoro». Una sfida che ci piomba addosso, ma non è inattesa. Chi
riteneva prematuro porsi i problemi di una più alta e produttiva spesa
pubblica è costretto a ricredersi: ci obbliga la devastazione della crisi
- sociale, ambientale, energetica. Dalla crisi non si esce se non si trova
un nuovo traino di domanda effettiva, e una alternativa di politica
economica richiede un diverso Stato, un diverso lavoro, la costruzione di
contropoteri. Così fu, per quanto contraddittoriamente, con Roosevelt.
Bisogna avere il coraggio di riprendere a pensare in grande: con i piedi
per terra, e la testa ben alta, ricollocarsi a quel livello dello scontro,
dentro una più netta rottura con la logica capitalistica.
Non potrà essere la svalutazione del dollaro a far ripartire la
congiuntura mondiale. Si richiederebbe piuttosto una espansione coordinata
della domanda interna nelle varie aree, il cui perno siano una spesa
pubblica riqualificata e alti salari: il «ritorno dello Stato» va da
un'altra parte. La ricerca parossistica di un «pavimento» alla crisi
finanziaria non sta infatti rispondendo alla carenza di domanda. E le
misure che eventualmente saranno prese arriveranno fuori tempo massimo per
evitare una grave recessione, e il rischio concreto di una successiva
prolungata stagnazione.
Scrivemmo che le banche centrali erano arrivate al capolinea. Ci sono
rimaste, continuando a lanciare soldi alle private senza successo. Il
dogma dominante è non mettere soldi in mano alle persone che devono
spenderli per consumi, o alle istituzioni pubbliche che possono spenderli
dentro un disegno di modifica della qualità di produzione e occupazione.
Tutto ciò chiarisce l'improrogabilità di massicci provvedimenti di
sostegno ai debitori ultimi e compratori primi, con rilevanti riduzioni di
tasse su bassi e medi salari, sostegni sui mutui, e così via. Ma non ci
si può fermare lì: si deve procedere non verso una spesa pubblica
anticiclica «generica», ma verso una spesa diretta e «mirata» dello
Stato.
La dimensione europea è quella adeguata. Qui, dentro una segmentazione
valutaria che può rendere credibile una politica di controlli di
capitale, molte cose sarebbero possibili. Sta saltando di nuovo il Patto
di Stabilità: si deve chiedere che le spese in conto capitale (in senso
ampio) vengano escluse dai parametri, e così quella spesa statale che
sostiene l'attivazione di uno sviluppo diverso. Si può pensare, in
modalità tecniche da definire, a una sorta di «consolidamento» dei
debiti pubblici dell'area, trasformandoli in proprietà, mentre
contemporaneamente si lancia un finanziamento per programmi di intervento
infrastrutturale: siamo in un momento in cui lo Stato è il solo garante
della «fiducia». A questo scopo si possono mobilitare anche le riserve
auree dell'Unione, senza aver paura di rimuovere il tabù del
finanziamento monetario del disavanzo.
E' possibile l'istituzione di una banca europea di finanziamento che si
articoli nei vari paesi dell'Unione. Ancora su scala europea, è
necessario impedire che gli squilibri delle bilance dei pagamenti
diventino un vincolo implicito operativo, con impatto reale. Quella banca
deve poter allora agire da clearing union, «riciclando» gli avanzi di
parte corrente intraeuropei. Si romperebbe così con il miope
neomercantilismo che frantuma il vecchio continente e rende miopi e
contrastanti le politiche economiche. Da tempo avvertiamo che una crisi
dal lato del debito pubblico o dal lato degli squilibri commerciali si può
materializzare, non autonomamente ma di rimbalzo: per l'impatto
asimmetrico sull'Unione della crisi finanziaria globale derivante
dall'insostenibilità reale del «nuovo capitalismo». La probabilità ora
è aumentata.
Una strategia d'urto sull'architettura istituzionale europea è
propedeutica a una politica della spesa pubblica aggressiva non solo nella
entità ma soprattutto nei contenuti. L'idea di partenza è elementare. Un
diverso profilo strutturale delle economie europee, in primis l'Italia,
richiede un impegno finanziario forte e compresso nel tempo per cambiare
il «paradigma» delle economie. Solo lo Stato può promuoverlo, e la
crisi ha ricreato una «finestra» in cui l'azione pubblica può
sfruttare, o produrre cooperativamente, bassi tassi di interesse a suo
favore. Occorre però individuare le grandi questioni inevase della società:
partire dalle domande dove massima è l'interconnessione tra le
problematiche economiche, ecologiche, e di genere, e dove la risposta
passa per la promozione di attività ad alta intensità di lavoro e alta
tecnologia.
Ci limiteremo a pochi cenni, del tutto insufficienti e preliminari. Un
ente energetico europeo può definire politiche industriali e rapporti con
i paesi produttori, dentro un grande piano ambientale a livello micro e
mesoeconomico: il che richiede finanziamenti delle trasformazioni a
livello delle imprese, usando leggi e incentivi come anche penalizzazioni.
Garibaldo ricorda da tempo un altro tema, la mobilità sostenibile: dai
nuovi motori, alla gestione via ICT del traffico nei grandi centri
metropolitani, sino alla costruzione di nuovi mezzi di mobilità urbane.
Va poi rivisto radicalmente il sistema dei trasporti, privilegiando quello
su rotaia rispetto a quello su gomma, o quello aereo low cost. E' urgente
la risistemazione dei bacini idrici e delle coste. In tutti questi casi,
una vera «emergenza», si deve poter accedere ai fondi strutturali,
applicando una legislazione di protezione e di sussidio analoga a quella
degli Stati Uniti verso le industrie militari. Discorsi che possono essere
estesi all'acqua, all'istruzione, alla sanità: a tutti quei bisogni
pubblici o semi-pubblici che devono diventare il riferimento di una nuova
classe di prodotti e servizi. In un'ottica del genere, il lavoro non può
essere precario o mal pagato.
Solo la lotta può spostare gli assi di priorità, non gli schemi astratti
di politica economica. Un «programma» non si improvvisa, è frutto di un
lavoro collettivo. Non si parte però se non si hanno le idee chiare sul
come stanno le cose e sul come iniziare il cammino: se non si attivano,
insieme, lotte e immaginazione programmatica. Ma i più atterriti e
ammutoliti sono proprio i sindacati, gli unici che potrebbero fare
qualcosa vista l'attuale inesistenza della sinistra sul piano europeo.
(3.fine)
Ti ricorda il '29?
di Riccardo Bellofiore e Joseph
Halevi
su Il Manifesto del 23/10/2008
Le risposte di Roosevelt alla
crisi, terribilmente simili alle decisioni affannose di queste settimane
Possiamo oggi ripensare il New
Deal di Roosevelt? Dipende dalle condizioni soggettive: dalla capacità di
radicalizzazione della popolazione salariata, precaria, pensionata e via
dicendo. Certamente, deve essere come minimo un'azione a livello europeo.
La crisi «finanziaria» del 1929, che toccò il fondo come crisi «reale»
nel 1932-3 (la disoccupazione balzò dal 4,5% al 25%, il resto erano
lavori «precari»), nasceva da tre problemi: alta concentrazione nel
settore monopolistico, dunque elevati margini di profitto e bassi salari;
spostamento della ricchezza verso il casinò di Wall Street; concorrenza
sfrenata tra le piccole aziende, che comportò una pletora di capitali. La
crisi fu aggravata dal legame del dollaro all'oro; dalla politica
monetaria restrittiva della Federal Reserve, indifferente ai crolli
bancari; dalla demonizzazione della spesa pubblica da parte di Hoover. Il
primo New Deal scaturiva dalla forte spinta a sinistra del partito
democratico, grazie anche ai lavoratori immigrati non anglosassoni. Le
misure prese immediatamente comprendevano, oltre allo sganciamento dal
vincolo aureo, una più elastica provvista di liquidità da parte della
Fed e il salvataggio delle banche, soggette ad una più stretta
regolazione. Provvedimenti cruciali furono la Federal Deposit Insurance
Corporation, cioè la protezione di conti bancari delle famiglie, che
esiste tuttora, e il Glass-Stegall Act, cioè la separazione tra banche
commerciali e banche di investimento, annullato da Bill Clinton (oggi le
banche di investimento non scompaiono, né sono di nuovo separate dalle
banche commerciali, semmai accedono ai depositi raccolti da queste
ultime).
Non vanno dimenticati, negli anni, gli interventi a sostegno dei mutui
ipotecari sulla casa e il credito ai contadini, ma anche i sussidi alla
disoccupazione, il salario minimo (superiore spesso a quanto garantito dal
padronato), l'istituzione di un welfare nella sanità e la sicurezza
sociale: innovazioni radicali, ma perseguite talora in modo
contraddittorio e discriminatorio. A due altre istituzioni del New Deal -
la Reconstruction Finance Corporation, per aiutare le banche, e la Home
Owners Loans Act, per rifinanziare i mutui - si è fatto riferimento in
questa fase come possibili risposte alla crisi.
Il «nuovo patto» non si fermava alla politica monetaria espansiva o al
sostegno al reddito. Lo illustra bene il National Industrial
Reconstruction Act, la cui gestione ricadeva su un ente appositamente
varato, la National Recovery Agency. L'obiettivo non era «keynesiano».
Della domanda effettiva aggregata se ne occuparono pochissimo: Roosevelt
era per il bilancio in pareggio, e l'Employment Act impose una massiccia
decurtazione degli stipendi pubblici. L'obiettivo era semmai «pianificatorio».
Anche se si affermò pragmaticamente, e fu di breve durata, si trattò di
una gestione strutturale della domanda che accompagnava una ridefinizione
politicamente governata dell'offerta, all'interno di un vero e proprio
piano del lavoro. Giocava a favore il fresco ricordo della gestione
pianificata dell'economia nel primo conflitto mondiale.
L'asse del New Deal era «grande industria-sindacato». La prima si vide
allentare le regole della legge antitrust. Al secondo si garantivano, col
Wagner Act, la libertà organizzativa nelle aziende che era stata
violentemente repressa negli anni Venti, e la contrattazione collettiva.
Alla base vi era l'idea di istituire «contropoteri», dando «potere di
mercato» anche ai sindacati. Si tentò anche una timida organizzazione
dei consumatori. Tutto ciò comportò uno scontro con la terza componente
del «patto», la piccola industria. Finì in un compromesso che non
soddisfece nessuno, e che dovette tener conto del populismo regionale
americano, che è da sempre contro il big business, le big unions e la
centralizzazione a Washington, il big government.
Per qualche anno gli interventi sulle infrastrutture pubbliche e
l'occupazione diretta dei disoccupati da parte dello stato andarono
avanti. Ai Civilian Conservation Corps, per la «protezione» della terra,
e alla Public Works Administration, per i lavori pubblici, si aggiunse la
ben più sostanziale Civil Works Administration, che li mise davvero in
opera. Sono rimasti famosi la Tennessee Valley Authority, che col tempo
sollevò alcune regioni da un profondo sottosviluppo, ed il piano di
elettrificazione rurale. Dopo il 1935 il dilagare dei sit down e delle
occupazioni di fabbriche per prevenire chiusure e serrate spinse alla
promulgazione del Work Progress Administration Act, osteggiato dalla Corte
Suprema, che diede lavoro a circa tre milioni di operai non qualificati.
Tuttavia, al procedere della ripresa, la politica federale puntò al
rapido raggiungimento del pareggio nel bilancio. Nel 1936 l'economia
riguadagnò il livello pre-crisi. Tre anni dopo, malgrado la ripresa, gli
aumenti della produttività e le ristrutturazioni comportarono il
mantenimento della disoccupazione al 14%. La ricaduta del 1937 riportò la
disoccupazione al 19%. Il «keynesismo reale» venne con la Seconda Guerra
Mondiale: la produzione bellica ed un disavanzo di bilancio annuo di oltre
il 25% del Pil portarono al «pieno impiego», facendo perfino aumentare i
consumi privati rispetto agli anni Trenta.
Dopo la guerra, nella c.d. «età dell'oro», la fase capitalistica
1945-1975, l'acquisizione teorica della possibile positività dei
disavanzi nel bilancio pubblico fu pagata cara. Il sostegno alla domanda
non fu «mirato», ma generico. Il perno fu negli Stati Uniti la spesa
militare, che trainava anche le economie europee e asiatiche. Nei fatti,
peraltro, i bilanci pubblici restarono in pareggio: quando, dalla metà
degli anni Sessanta, i disavanzi crebbero e si ebbe un qualche recupero
salariale, il sistema saltò, per le sue contraddizioni interne ed
internazionali. Iniziò l'era del primato della finanza e dell'attacco
permanente al lavoro, nella distribuzione ma prima ancora nella
produzione. L'ANNIVERSARIO
Viene proprio a proposito: domani è l'anniversario del tremendo «giovedì
nero», quello che mise il modo di produzione capitalistico davanti alla
concreta ipotesi del tracollo. Un fantasma che ancora oggi inquieta il
sonno di chi non immagina nemmeno un mondo differente da questo. E giù
tutti a dire: «E' la crisi più grave dopo il '29». Si può essere
d'accordo in senso cronologico: questa viene in effetti «dopo». Ma non
sul piano dimensionale: questa crisi è infinitamente più grande. Per la
quantità di denaro e «valori» coinvolti. Ma soprattutto perché è il
primo «crack» veramente «globale».
LA DEPRESSIONE
Anche chi aveva bandito la parola - estremo esorcismo - ora si ritrova a
pronunciarla: recessione. Come allora, nel '29. Solo col passare del tempo
venne consegnata ai posteri con un nome differente: Grande Depressione.
Contrariamente a quel che si crede, il 1929 non fu un «botto» solitario,
ma una lunga serie di cadute, segnate da improvvise «riprese» di borsa.
Una discesa prolungata, costante, che solo dopo un paio d'anni cominciò a
riversarsi sull'economia reale, sulla produzione e, quindi, alla fine,
anche sull'occupazione. Una crisi che arriva dentro le famiglie, che viene
drammaticamente vissuta e ripetuta in questi giorni anche in Italia, con
tante fabbriche che annunciano improvvisi tagli e chiusure, cassa
integrazione e licenziamenti. Senza dimenticare i lavoratori precari,
privi persino di ammortizzatori soci
Il mercato in difficoltà e lo
stato interventista
di Riccardo Bellofiore
su Il Manifesto del 05/10/2008
Nei commenti di queste settimane
non ci è stata risparmiata la sequela di argomentazioni tranquillizzanti:
crisi passeggera; non si può fare a meno della finanza; le banche europee
sono al riparo; il vecchio continente, ancora manifatturiero, ne uscirà
rafforzato; l'Italia può contare sulle medie imprese multinazionali.
Peccato che questa finanza ci abbia portato sulle soglie di una nuova
Grande Crisi. Che le banche europee abbiano aggirato la regolamentazione
per garantirsi più elevati rendimenti. Che lo sganciamento dell'Europa
dagli Usa si sia negli ultimi mesi sgonfiato come una favola. Che i pochi
spezzoni vitali del nostro apparato produttivo siano fragilissimi e
dipendenti dalla congiuntura. Certo, è finito un mondo. Il punto non è
quello di capire il «perché» di breve periodo. Si tratta di capire come
se ne esce. Meglio, come ne uscirà il capitale. Senza fermarci alle verità
ovvie: socializzazione delle perdite e privatizzazione dei profitti; la
crisi verrà pagata dal mondo del lavoro. E senza saltare sul carro del
solito Tremonti colorato «di sinistra», quando si ha a che fare con un
neoliberismo compassionevole dai tratti fascistoidi e reazionari, incluso
il protezionismo.
Su queste colonne, un anno fa, segnalavo come lo scoppio della bolla
immobiliare abbia visto il ritorno di un Minsky moment, di un punto di
svolta superiore nel ciclo dell'instabilità finanziaria. La «nuova
economia» si è nutrita di una convenzione Greenspan. La politica
monetaria spingeva verso l'alto le «attività» (azioni, case), il che ha
rafforzato l'effetto leva. Si ampliava l'indebitamento delle famiglie, a
sostegno di un consumo «autonomo» da effetto ricchezza. E si forniva
domanda ai neomercantilismi forti (come quelli asiatico e tedesco) e
deboli (come quello italiano). Un sistema bancario ombra, ma interconnesso
con le banche vere e proprie, poteva fornire moneta senza limiti, mentre
la riduzione della disoccupazione di lavoratori «traumatizzati» non si
traduceva in pressione sui salari.
A un certo punto, come nella poesia di Yeats, «le cose si dissociano, il
centro non può reggere». La bolla scoppia, si rischia la deflazione da
debiti. Dietro l'illiquidità fa capolino l'insolvenza, le relazioni
interbancarie si bloccano. Facile prevedere i ripetuti interventi delle
banche centrali come prestatrici di ultima istanza, e la politica di bassi
tassi d'interesse, da parte almeno della Fed. Da marzo/aprile c'è stato
un cambio di passo. Il Minsky moment si è mutato in un Minsky meltdown,
in un collasso vero e proprio. Per lo spettro dell'insolvenza, sempre più
operatori finanziari devono svendere attività: ma se lo fanno tutti,
questo non aiuta i bilanci, li affossa. L'acceleratore finanziario è
diventato un deceleratore finanziario. Quando il problema non è l'illiquidità,
il prestatore di ultima istanza non può bastare. Lo si inizia a vedere
con la prima crisi Bear Sterns. La Fed accetta come collaterale dei suoi
prestiti titoli che sono cartaccia, e inizia a rifinanziare banche
d'investimento non soggette a regolamentazione. E' evidente a questo punto
che la politicizzazione della finanza ha fatto un salto, e che è solo il
primo passo.
Mentre l'economia reale entra in fibrillazione, si deve nazionalizzare,
direttamente e indirettamente, sia la finanza che l'immobiliare: i due
pilastri della crescita Usa, dunque mondiale. La Fed prende il ruolo
implicito di assicuratore e azionista ultimo, spalleggiata dal Tesoro.
Anche questo non è però sufficiente. Lo stato deve acquistare
direttamente i titoli «tossici». In questi giorni si sta proponendo che
sia lui in prima persona a ricapitalizzare le banche, a diventarne
esplicitamente azionista. Fed e Tesoro devono già oggi decidere chi vive
e chi muore, in un sistema soggetto a un pesante consolidamento. Schizza
ovunque verso l'alto il premio da pagare in eccesso al tasso di interesse
di base, e si comprime il credito alle famiglie. Una profonda recessione a
breve/medio termine seguita da una bassa crescita, e un razionamento del
credito con più alti tassi d'interesse, è il futuro che possiamo
attenderci: non solo negli Stati Uniti.
Inutile prendersela con Bernanke. Studioso della Grande Crisi, teorico
dell'acceleratore finanziario, sa che la politica monetaria deve essere
diversa nelle fasi espansive e in quelle di crisi. Ha fatto quel che ha
potuto. Non ce la fa perché non ce la può fare: perché i problemi della
finanza affondano nelle contraddizioni dell'economia reale. E' per questo
che non valgono granché i buoni consigli di chi, soprattutto i
social-liberisti, intona le lodi di migliore regolazione e più stretta
vigilanza, e vuole riregolamentare. Ottime parole, buone nei tempi di
crisi, e presto dimenticate quando le cose vanno bene.
Il problema di fondo è che il rischio sistemico globale della finanza
viene dall'attacco al lavoro degli ultimi decenni. La finanza sregolata,
ma politicamente governata, è stata il modo singolare ma efficace per
rispondere alla tendenza alla stagnazione da domanda che è l'altra faccia
della precarizzazione del lavoro. Non è un problema di instabilità
finanziaria: è un problema di domanda effettiva, che nasce dalla
organizzazione della produzione, e del lavoro al suo interno. Il
paradossale «keynesismo» trainato dalle bolle speculative è oggi al
capolinea. La crisi di questo meccanismo obbligherà a trovarne altri: a
ricostruire da cima a fondo circuiti monetari, governo macroeconomico,
equilibri internazionali.
Il verso successivo di Yeats recita: «e la pura anarchia si rovescia sul
mondo». Non ci conterei. Scommetterei piuttosto su una buona dose di mano
visibile. Non necessariamente benevola, sia chiaro. Invece di discutere di
Stato e mercato, quando è fuori discussione che lo Stato non può che
aumentare la sua presa sull'economia, sarà forse il caso di organizzare
una resistenza, ma anche di riprendere davvero i temi di un intervento
politico nell'economia diverso da quello che il prossimo futuro ci
riserva.
"Come se avesse l'amore in
corpo". Rileggere i Grundrisse dopo il Capitale
di Riccardo Bellofiore
su Liberazione del 16/07/2008
Il testo è una sintesi della
relazione presentata oggi, all'Università di Bergamo, al convegno
internazionale "Reading the Grundrisse" (Leggere i Grundrisse),
organizzato dal dipartimento di Scienze Economiche, nell'ambito dell'unità
di ricerca Prin 2006 (coordinata da Mario Cingoli dell'Università di
Milano Bicocca), e promosso dall'International Symposium of Marxian Theory
e dalla rivista anglosassone "Historical Materialism".
I Grundrisse sono un testo fondativo. L'enorme manoscritto va preso per
quel che è: una frenetica, e geniale, stenografia intellettuale. Un testo
pieno di ambiguità che hanno permesso letture contrapposte,
caratterizzate ora dall'estremo soggettivismo, ora dall'estremo
oggettivismo. A me pare che vadano letti in modo diverso da quello
corrente, a "ritroso", sullo sfondo del Capitale . Non nella
sequenza inversa, che si è in qualche modo imposta: i Grundrisse
"prima" del Capitale . Il che scivola, prima o poi, negli uni
"contro" l'altro.
Nei Grundrisse Marx, che ha già ben chiara la distinzione tra
"capacità lavorativa vivente" e il lavoro in quanto tale, come
"attività", si esprime ciò non di meno con grande ambiguità:
una ambiguità che scomparirà pressoché del tutto nel Capitale . Marx
parla, un po' sbrigativamente, di scambio del "lavoro" con il
capitale, uno scambio in cui il lavoro viene ceduto al capitale, e il
capitale ottiene in questo scambio stesso ancora lavoro. Il lavoratore per
la sua prestazione ottiene nient'altro che il "valore" di questo
"lavoro". Se si leggono queste frasi a partire dal Capitale , il
loro senso si scioglie. Di altro non si parla se non della natura duplice
del rapporto sociale tra capitale e lavoro: segnato, da un lato, dalla
"compravendita" sul mercato del lavoro della forza-lavoro
acquistata dal monte salari; dall'altro, dall'"uso" della
forza-lavoro nel processo di produzione. Il primo momento, nella
circolazione, apre al secondo momento, nella produzione: alla estrazione
(potenzialmente conflittuale) del lavoro "in movimento" dal
lavoratore; una "attività" che è per sua natura
"fluida", in divenire. Tanto la forza-lavoro quanto il lavoro
vivo sono inseparabili dal lavoratore "libero", in quanto essere
umano socialmente determinato. Certo, quell'ambiguità apre la strada alla
visione del lavoro vivo "come soggettività", tipica
dell'operaismo "ideologico", dove il "lavoro vivo" può
identificarsi, a scelta o insieme, con la capacità di lavoro o con il
lavoratore, e talora riferirsi invece alla attività e alla non-attività
(e quindialla fine tutto è meno che "lavoro").
Nei Grundrisse il capitale si identifica con la tendenza universale alla
estrazione massima, illimitata, di lavoro "eccedente", oltre il
lavoro necessario. Sta qui il germe dell'universalità del capitale, di un
mondo di bisogni sempre più sviluppati, di una laboriosità generale -
del mercato mondiale. Per capire in che senso, non possiamo fermarci alla
produzione immediata e dobbiamo considerare la circolazione delle merci.
Il valore "ideale" deve attualizzarsi sul mercato finale delle
merci. Il capitale, nella spinta a massimizzare il plusvalore, ma dunque
anche a tendere all'estremo il lavoro eccedente oltre il lavoro
necessario, finisce con il comprimere il salario in termini relativi.
Nella sua forma "pura" questa tendenza si attua per il tramite
dei metodi mirati all'estrazione di plusvalore relativo, che conduce alla
riduzione della quota dei salari sul nuovo valore aggiunto, anche se il
salario reale è in aumento (purché questo aumento non ecceda l'aumento
della forza produttiva del lavoro). Certo, i lavoratori assunti dagli
"altri" capitalisti sono parte del mercato. Il singolo
capitalista, se detesta la crescita dei salari dei propri lavoratori, non
è dispiaciuto dall'aumento dei salari dei lavoratori impiegati altrove.
Questo ragionamento non può però valere per il "capitale in
generale".
Se la valorizzazione è trainata dalla domanda, come si può superare il
problema del realizzo del valore delle merci? Nei Grundrisse Marx
chiarisce come già con l'estrazione del plusvalore assoluto, ma ancor più
sistematicamente con quella del plusvalore relativo, sia impensabile
l'espansione di un capitale senza che si abbia la costituzione
contemporanea di altri capitali. Il che significa la simultanea presenza
di altri punti di lavoro e altri punti di scambio. All'estendersi
"quantitativo" e all'approfondimento "qualitativo"
della divisione dello scambio nel mercato deve corrispondere, affinché
l'offerta trovi ovunque una corrispettiva e adeguata domanda, il
realizzarsi effettivo di definiti e precisi rapporti quantitativi tra i
rami di produzione. Queste vere e proprie condizioni di
"equilibrio" sono legate in modo necessario a un determinato
rapporto tra lavoro eccedente e lavoro necessario: dunque, al saggio del
plusvalore che si fissa nella produzione immediata. Esse dipendono,
inoltre, da come questo plusvalore si divide in consumo (spesa del
plusvalore come reddito) e investimento (spesa del plusvalore come
capitale). Alle relazioni in termini di "valore (di scambio)"
devono corrispondere particolari relazioni in termini di "valore
d'uso" (materie prime, macchinari, lavoratori ecc.), che devono
essere disponibili in quantità e qualità adeguate.
Il problema non è tanto la "casualità" dei rapporti di scambio
in sé e per sé. E' piuttosto il fatto che il saggio di plusvalore muta
continuamente, e una riproduzione "bilanciata" e in equilibrio
non può a un certo punto che essere infranta. La crisi di
"sovrapproduzione di merci" sopravviene per ragioni
"interne" al capitale: ha origine ultima nella produzione. La
crisi da meramente "possibile" diviene sempre più
"probabile": e proprio la sua dilazione grazie al credito la
renderà più devastante nel momento in cui essa si verificherà.
Il lavoro astratto non è, semplicemente, il lavoro di un generico
produttore in una società di scambio generale di merci. E', soprattutto,
il lavoro dei produttori separati di una società capitalistica, del
lavoratore collettivo organizzato nelle imprese, nei molti capitali in
concorrenza: è il lavoro vivo del salariato. La prestazione del
lavoratore salariato tende a perdere "ogni carattere d'arte". Ma
c'è dell'altro. Il lavoro del lavoratore salariato è "privo di
oggetto". Caratteristica che investe tutte le dimensioni del
"lavoro". Investe la "capacità lavorativa vivente".
Il lavoratore non ha proprietà o possesso dei mezzi di produzione: non può
procurarsi i mezzi di sussistenza, ed è costretto ad alienare la propria
forza-lavoro al capitalista. Investe il lavoro in quanto "attività",
in quanto l'uso di tale capacità è ormai "di altri". In quanto
prodotto di una attività ormai essa stessa "estranea", lo
stesso valore d'uso non gli appartiene. Il lavoratore è il "povero
assoluto", quale che sia la sua retribuzione.
Quando Marx giunge alla considerazione del modo di produzione
"specificamente" capitalistico diviene più chiaro che le
proprietà "concrete" del lavoro, così come la forza produttiva
del lavoro sociale, sono in qualche modo prodotte, dal capitale stesso,
che ha preso un corpo. Un "corpo materiale", un "corpo
meccanico", dai tratti mostruosi, che rende interna al lavoro
oggettivato e morto l'alterità del lavoro vivo, perché immette in sé la
capacità di lavoro, e dunque i lavoratori in carne ed ossa. Quel mostro a
questo punto inizia a lavorare "come se avesse amore in corpo".
Il lavoro "concreto" non scompare affatto. Il punto semmai è
che le "qualità" concrete vengono oramai attribuite al
lavoratore collettivo, ma dunque all'impresa nel suo complesso unitario di
fattori "oggettivi" e "soggettivi", da una volontà e
una coscienza "esterni".
I mezzi di produzione non sono più strumenti del lavoro: al contrario, è
il lavoro che diviene strumento dei suoi strumenti. Questa inversione è
essenziale a produrre quell'incremento della forza produttiva del lavoro
sociale che si mistifica come "produttività del capitale".
Sembra proprietà delle "cose" stesse in quanto cose (mezzi di
produzione, denaro) quella di produrre, per natura, plusvalore e
plusprodotto. Questo feticismo, ci dirà meglio il Capitale , discende dal
"carattere di feticcio" del capitale: davvero quelle
"cose", quando stanno dentro il rapporto sociale capitalistico,
hanno quelle proprietà "sovrasensibili". Non per natura, ma per
la natura del capitale. Il "sociale" della cooperazione dentro
il lavoro è imposto ai lavoratori dal capitale. Non è affatto una
illusione. La "ricchezza", cioè i valori d'uso,
quantitativamente e qualitativamente, dipendono sempre di più anche
dall'impiego del General Intellect .
Il "Frammento sulle macchine", come può essere valutato? La
riduzione del tempo di lavoro cristallizzato nella merce singola significa
che si riduce il tempo di lavoro (pagato dal capitale) che è necessario
destinare a riprodurre nel tempo la classe dei lavoratori secondo un certo
livello di "sussistenza". In forza del continuo aumento della
produttività del lavoro a cui dà vita il capitale si libera tempo
"superfluo", come tempo reso "disponibile". Potrebbe
darsi allora quella parziale liberazione "dal" lavoro che è
condizione affinché si renda possibile la liberazione "del"
lavoro stesso su cui insiste Marx in queste stesse pagine (si leggano i
brani sulla visione del lavoro in Smith). Solo allora il lavoro potrebbe
divenire il primo bisogno. Il peccato mortale del capitalismo, per Marx,
è proprio quello di negare questa possibilità. La totalizzazione,
assorbente ed esclusiva, del lavoro finisce con l'uccidere la dimensione
attiva dell'essere umano.
Il Marx del Capitale ci dice che la dinamica immanente del capitalismo fa
sì che il tempo di lavoro "disponibile" rimanga costretto nella
gabbia del tempo di lavoro eccedente. Le stesse macchine che
"incorporano" il General Intellect portano con sé un giro di
vite nell'estrazione di plusvalore assoluto. Di più, l'estensione del
tempo di lavoro si accompagna a una sua maggiore intensità. Si impone la
"simultaneità" dei tempi dello sfruttamento. Viene negata alla
radice qualsiasi visione sequenziale, in favore di una visione circolare
(meglio, a "spirale"), del rapporto tra plusvalore assoluto e
plusvalore relativo.
Il brano sul General Intellect e sul "crollo" della produzione
basata sul valore di scambio non può essere letto separatamente da quella
tendenza alla sovrapproduzione generale di merci che mette radicalmente in
dubbio la possibilità che il maggior valore d'uso prodotto si confermi
come valore di scambio sul mercato finale. La potenziale riduzione del
tempo di lavoro non può realizzarsi, in forza della inesausta fame di
lavoro "vivo" e di surplus-lavoro del capitale. Si potrebbe dire
così. Il capitale che si espande ha bisogno di più mercato.
Un'estensione del mercato richiede uno sviluppo dei bisogni, il che a sua
volta comporta la costituzione di "individui universalmente
sviluppati". Ma individui universalmente sviluppati si danno solo se
a un certo punto si attua una riduzione del tempo di lavoro. Solo se, in
altri termini, il tempo di lavoro disponibile non si traduce integralmente
in tempo eccedente di lavoro, ma anche in tempo dedicato ad altro che non
sia la produzione. Questo è però esattamente ciò che il capitale, in
forza della propria natura, non può consentire se non forzato dal
conflitto ed entro limiti determinati.
La tendenza alla massimizzazione del (plus)lavoro conduce al
concretizzarsi, prima o poi, di un limite al capitale posto dal capitale
stesso: perché questo significa la crisi generale dal lato della domanda,
come esito della dinamica della produzione. E' per questo che il
"furto del tempo di lavoro altrui" diviene una "base
miserabile" per lo sviluppo delle forze produttive. Non vi è nessun
meccanicismo, ma si rimanda alla crisi e alla sua sorgente nella dinamica
di classe a partire dalla produzione.
Davanti alla crisi, rovesciare i
dogmi sulla spesa pubblica
di Riccardo Bellofiore
su Il Manifesto del 27/03/2008
L'articolo di Halevi (20/3), che
inquadra l'evoluzione più recente della crisi finanziaria, induce a
qualche chiosa su come Europa e Italia entrino nel quadro. Che il discorso
di Halevi riguardi anche il vecchio continente è evidente. Gli Stati
Uniti sono stati assunti come modello per quel che riguarda
precarizzazione del lavoro, capitalismo dei fondi pensione,
liberalizzazione dei mercati. Gli Usa sono stati l'acquirente di ultima
istanza, non solo per Asia e Cina, ma anche per i neomercantilismi
europei. L'euro è stato residuale rispetto alla dinamica del dollaro.
Non ci vuol molto a capire che l'Europa va vista nella sua articolazione
interna. Con almeno cinque aree cruciali, su cui si articolano le varie
periferie, e l'Est. Un polo manifatturiero di qualità, tedesco e in parte
francese, con i suoi satelliti. Un polo scandinavo di produzioni di
nicchia di alta tecnologia. Il centro finanziario: Inghilterra, ma anche
Lussemburgo e Olanda. Le produzioni tradizionali, i distretti e le piccole
imprese dell'Italia. Infine Spagna e Grecia: la prima con una crescita
trainata dalle costruzioni, entrambe con disavanzi con l'estero enormi.
L'Europa cresce se vanno bene le esportazioni del cuore centrale,
largamente mitteleuropeo. I profitti degli esportatori sono in larga
misura interni all'area, i cui squilibri devono riprodursi affinché il
meccanismo possa avere spazio di movimento.
Un universo messo in tensione da quel gigantesco frullatore che è la
grande crisi di questi mesi. Chi scommetteva sullo sganciamento
dell'Europa dalla recessione prossima ventura si sta ricredendo. Chi
esporta in Cina o in Russia, in India o in Brasile, esporta in paesi
colpiti di rimbalzo dalla crisi negli Stati Uniti. La recessione
americana, condita con la svalutazione del dollaro, spingerà ad esportare
di più in Europa. Ciò non toglie che in questi anni si sia
ristrutturato, e alla grande. E' vero per il capitalismo tedesco, che
esporta macchine e beni capitali, ed è più al riparo. La crisi del
manifatturiero francese è stata attutita dalle imprese di media
dimensione, oltre che dall'espansione del terziario. Discorso analogo vale
per l'Italia. Nella crisi della grande industria e del nanismo, qualche
rilancio ha funzionato, come alla Fiat. La media impresa del made in Italy,
la subfornitura di qualità nella meccanica, nei mezzi di trasporto, nella
metallurgia, hanno ridotto i volumi ma incrementato le esportazioni in
qualità e valore.
Il disavanzo commerciale dell'eurozona è cresciuto (10,7 miliardi nel
gennaio 2008, rispetto a 7,4 dell'anno precedente). Le importazioni sono
state rincarate dal prezzo del petrolio e delle materie prime, ma le
esportazioni hanno tenuto in maniera inattesa. Che l'industria tedesca, al
momento, marci alla grande non stupisce. Giocano a suo favore tanto la
svalutazione del dollaro e il boom del petrolio, che aiutano alcuni
acquirenti dei loro beni capitali. Giocano ancora a suo favore gli aumenti
salariali strappati nell'ultimo anno. Non stupisce neppure che la bilancia
commerciale italiana, al netto del petrolio, sia tornata in attivo, o che
le vendite in Russia, Opec, America Latina (un po' meno in Cina) vadano
bene, trainate dal riposizionamento delle medie imprese per quel che le
aree di esportazione o la qualità del prodotto. La rivalutazione
dell'euro ha giocato ovunque come una frusta disciplinante della
razionalizzazione e della ristrutturazione. Ma la crisi è dietro
l'angolo. La Germania può pagare presto l'assenza di una fonte stabile di
domanda interna. L'Italia patisce già ora la fragilità di uno sviluppo
eterodiretto. E le nuove medie imprese multinazionali chiederanno una più
intensa prestazione lavorativa.
Al sopraggiungere della recessione la Bce cederà un po' sui tassi. Ma non
è stata una banca centrale inattiva: gioca cooperativamente con la Fed
sulle iniezioni di liquidità, è attenta a intervenire tempestivamente
per sostenere il sistema finanziario. Bada a due cose. La prima è evitare
che una politica di bassi tassi di interesse stimoli uno sviluppo
speculativo come quello statunitense. Ha poi così torto? La sinistra
dovrebbe guardare alla qualità reale della crescita, e dunque ad un suo
traino pubblico, non al basso costo del denaro. La seconda è che sia il
potere d'acquisto dei lavoratori a pagare il conto dell'aumento dei prezzi
del petrolio, delle materie prime, degli alimentari. A questo scopo i
tassi d'interesse - fin che si può, cioè finché la crisi non arriva -
non sono mai troppo alti.
Il divario tra Btp italiani e Bund tedeschi è cresciuto (0,150 nel giugno
2007, 0,650 il 10 marzo 2008), un'asta recente di Bot è andata
eccezionalmente deserta. Eventi che non si vedevano da tempo. Si sono
sprecati i toni tranquilizzanti, fuori d'Italia. Si capisce il perché.
Non preoccupa, in sé e per ora, la bilancia commerciale. L'Italia fa più
paura fuori che dentro l'eurozona. Tutti sanno che è lo shock finanziario
globale ad aver fatto schizzare verso l'alto il prezzamento del rischio.
Al di là dello scenario, possibile ma non probabile, che salti l'Europa
in quanto tale, in ballo è la ristrutturazione industriale e geografica
dentro l'Europa. Quello che c'è da attendersi è dunque altro: un impatto
della crisi in arrivo, divaricante e violento, sulle varie macroregioni
interne all' Europa, come anche all'interno dell'Italia.
C'entra qualcosa il Patto di Stabilità? Come nel caso dell'euro, anche
qui bisognerebbe invertire la saggezza convenzionale. L'euro, come il
mercato unico, è stato concepito dentro un disegno neomercantilista, e
neoimperialista, europeo. Ciò non toglie che l'Europa sia un'area
pressoché chiusa, potenzialmente autonoma sul piano valutario e
finanziario, sulla cui scala sono pensabili politiche economiche
alternative. Così, la riforma del Patto nella primavera del 2005
aprirebbe ad interessanti spazi di manovra. In casi di shock esterni o di
crescita molto debole sono ammessi 'temporaneamente' disavanzi pubblici in
eccesso del 3%; lo stesso vale per politiche di riforma miranti
all'innovazione. Siamo oggi in una situazione in cui i bilanci pubblici
europei sono spesso in troppa salute, a partire dalla Germania. Politiche
coordinate di rilancio in deficit spending sarebbero insomma possibili.
Certo, nel caso italiano, bisognerebbe andare contro l'opinione prevalente
a livello comunitario e ragionare all'inverso. Partire dai contenuti della
spesa da fare, più che da una rivendicazione generica e contabile sui
disavanzi. Come scrive Galapagos, «rilanciare una ipotesi di controllo
della produzione e della distribuzione del reddito». Però, per farlo, ci
vorrebbe una sinistra. Non dico comunista: socialdemocratica. Se ci fosse,
dovrebbe battere un colpo.
Una proposta di politica
economica per ri-uscire dal precipizio
di Riccardo Bellofiore
su Il Manifesto del 07/03/2008
Le elezioni anticipate impongono
una soluzione di continuità, nell'analisi e nella pratica: la ripresa del
conflitto sociale, la ridefinizione dell'identità programmatica. Solo la
devastazione degli ultimi anni può far credere che il prolungamento
politico delle lotte si esaurisca nella partecipazione al governo. Occorre
saper essere classe parziale, saper diventare classe dirigente. L'egemonia
non si conquista illuministicamente, invocare il conflitto non fa uscire
dalla debolezza. Negli ultimi anni si sono commessi entrambi gli errori.
Coccolando il protagonismo dei «tecnici» portatori della «scienza».
Invocando la spinta del movimento sotto scacco, lasciandolo solo.
Tutto ciò è massimamente vero sul terreno ambiguo della politica
economica. Per chi vuol fare critica della teoria economica e critica
pratica del capitalismo, è il terreno del nemico, in quanto luogo della
gestione del capitale. La sfida va accettata se produce squilibri che
rafforzino il lavoro contro il capitale. Che sia un terreno obbligato lo
si capisce guardando sia al momento alto della forza del lavoro nel
Novecento, sia al presente. Il secolo passato è iniziato sotto l'onda
della caduta tendenziale del saggio di profitto, che condusse all'attacco
all'operaio di mestiere e al fordismo. L'aumento della forza produttiva
del lavoro sfociò nella crisi per insufficienza di domanda. Seguono i
decenni di ferro del secondo conflitto mondiale e del keynesismo della
guerra fredda, che ha consentito lo sviluppo del welfare e il pieno
impiego: in una parte sola del mondo, per i maschi delle età centrali,
con una grande ondata di consumismo distruttivo della natura.
L'età keynesiana si chiude per la messa in questione non solo della
distribuzione, ma anche di modi del lavoro, contenuti della produzione,
riduzione di corpo e mente a mero strumento. Una crisi della
valorizzazione immediata, una contestazione del potere del capitale su
composizione e allocazione del prodotto. Il capitale risponde prima con la
svolta monetarista e la disoccupazione di massa. Poi, con la
centralizzazione senza concentrazione, che frammenta il lavoro, trasforma
la disoccupazione in sotto-occupazione, precarizza la vita. Oggi lo
sviluppo del capitale spontaneamente non riunifica ma divide il lavoro, e
il prodotto interno lordo non significa di per sè soddisfazione dei
bisogni. La crisi del nuovo capitalismo è anche l'insostenibilità,
economica ed ecologica, dei nuovi modelli di produzione e di consumo.
Non se ne esce senza riprendere la sfida su «cosa» e «come» si
produce. Risalire la china, contestare l'egemonia del capitale sono due
lati della stessa medaglia. Se la sinistra non sta in questo orizzonte, il
social-liberismo, tutto interno al nuovo capitalismo, può spacciarsi per
l'unica alternativa al neoliberismo. Limitarsi alla redistribuzione o ad
approcci contabili alla finanza ha reso la sinistra inefficace e
subalterna. Si impone un cambio di paradigma.
Il salario è denaro per tempo di lavoro. L'attacco al salario passa anche
per l'aumento di ore e intensità di lavoro e per il lavoro non pagato
delle donne; la difesa, dalle forme contrattuali, dalla domanda di lavoro,
dallo stato sociale, dal lato reale insomma. Le pensioni non le garantirà
la subordinazione dei lavoratori alla finanza, ma aumentare quantità e
qualità della capacità produttiva di domani. La precarietà non la si
sana con l'erogazione di redditi nominali se non si è in grado di
garantirne il potere d'acquisto, di determinare l'offerta che va incontro
ai redditi monetari, di creare lavoro stabile. Le questioni del genere e
della natura si prendono sul serio se si ricostituisce su basi diverse il
welfare, cosa si produce, come si circola, come ci si procura energia. E
così via.
C'è chi si illude di avere di fronte un capitalismo italiano morente.
Assottigliata la grande impresa privata, la ex impresa pubblica terreno di
razzia dei rentier, in crisi i distretti senza svalutazione, resta un
paese diviso, con reti vitali di piccole imprese e medie imprese
multinazionali aggressive. Boccone ghiotto da colonizzare, per le sue
realtà produttive, per il risparmio ancora consistente. Si tratta di
realtà che non pagano salari adeguati, o lo fanno in nero, in un pieno di
lavoro domestico e migrante che distrugge ogni altra dimensione. Fragili
perché dipendenti dalla congiuntura internazionale, non in grado di fare
da sole «sistema». Dopo la crisi prossima ventura c'è da attendersi uno
sviluppo subalterno e disegualitario di parti del paese, dentro la
riarticolazione geografico-produttiva europea. L'attacco al salario e alla
spesa sociale va avanti: ma territorio per territorio, settore per
settore, voce per voce. Come lo sviluppo, così crisi e ristrutturazione
tutto sono meno che omogeneizzanti.
Occorre intervenire sul piano strutturale. Riqualificare la spesa
pubblica, inizialmente in maggior disavanzo, per aumentare reddito e
benessere a medio termine. Avviare una politica industriale, a partire dai
punti dove interagiscono ragioni sociali, ragioni del lavoro, ragioni
ambientali. Risollevare a livello di sistema una produttività che declina
dove il lavoro precario è la norma. Agire dal lato della domanda e
dell'offerta per aprire spazi alla riduzione d'orario e alla garanzia del
reddito (mentre non vale la sequenza inversa).
E' un lavoro di analisi e di proposta, di inchiesta e di lotta, tutto da
costruire: ma prima o poi deve pur cominciare. Si deve, passo dopo passo,
unire ripresa delle lotte, diversità di contenuti della spesa pubblica,
ridisegno della struttura produttiva, dentro un piano del lavoro. Solo però
se ammette il precipizio in cui è caduta, solo se ha chiaro che questo è
il compito, la sinistra potrà non apparire nient'altro che una rumorosa,
caotica, in fondo inutile, ruota di scorta del social-liberismo. I segni
non sono incoraggianti.
La crisi finanziaria globale
spiazza le visioni ideologiche
di Riccardo Bellofiore
su Il Manifesto del 07/02/2008
La questione di come inquadrare
la crisi dei subprime dentro la dinamica capitalistica di lungo periodo è
importante. Andrea Fumagalli ha provato a impostarla in un articolo di
qualche giorno fa. L'asse del ragionamento è presto detto. I mercati
finanziari valorizzerebbero la produttività «immateriale» del lavoro «cognitivo»,
realizzerebbero una redistribuzione indiretta dal capitale al lavoro,
metterebbero in moto un moltiplicatore reale dell'economia. La novità
della crisi attuale starebbe nella messa in questione degli assetti
gerarchici del comando sui mercati finanziari, sempre più instabili,
mentre l'entrata in scena dei fondi sovrani sancirebbe l'abbandono
dell'interesse nazionale.
Da qualche anno ho provato a impostare una risposta diversa. Attorno alla
metà degli anni '90 si instaura un «nuovo» capitalismo incentrato su
una «nuova» politica monetaria e un paradossale keynesismo «finanziario»
La domanda finale negli Stati Uniti si incarna sempre più in consumi
finanziati con l'indebitamento bancario, grazie all'aumento continuo dei
prezzi delle «attività» (azioni, immobili) spinti all'insù da bolle
speculative che la Federal Reserve ha non solo sostenuto ma provocato. Il
modello si regge su un attivismo statuale molto accentuato. Dietro ci sta
un attacco senza requie alla classe dei lavoratori, frantumata nelle
figure del lavoratore traumatizzato, del risparmiatore affetto da sindrome
maniacale-depressiva, del consumatore indebitato. Quando i prezzi delle
attività salgono, il risparmiatore è in fase maniacale, l'indebitamento
privato garantisce il consumo, gli Stati Uniti sono il traino finale della
domanda per i grandi esportatori asiatici o europei. Il lavoratore
traumatizzato non riesce a tradurre in salario o controllo del lavoro
l'eventuale piena (sotto-)occupazione. Quando la bolla esplode, il
risparmiatore entra in fase depressiva e il debito privato mostra la sua
insostenibilità. La crisi da liquidità tracima in insolvenze, e rischia
di divenire crisi sistemica. Il che non significa crollo: semmai
ristrutturazione profonda, e necessità di una ridefinizione radicale
degli equilibri capitalistici esistenti. In situazioni del genere, come
oggi, non ci si fa scrupolo di far ricorso alla politica fiscale.
L'attacco al mondo del lavoro discende da trasformazioni sociali e
tecniche che hanno dato vita a una «centralizzazione senza concentrazione».
La riunificazione, formale o sostanziale, dei capitali si può accoppiare
a riduzione delle dimensioni di impresa e a frammentazione del mondo del
lavoro. La soggezione delle «famiglie» ai mercati finanziari e al debito
per il consumo configura una «sussunzione reale del lavoro alla finanza»,
retroagendo sulla valorizzazione immediata. Costringe cioè a tempi di
lavoro più lunghi e intensi, e muta la natura del lavoro: che da attività
svolta secondo un piano e sotto controllo diretto diviene, quale che sia
la natura giuridica del rapporto, compito da svolgere con «flessibilità»
in una finta autonomia. Tutto ciò è accelerato dai nuovi criteri di
corporate governance: sono i gestori dei fondi pensione a pretendere
rendimenti elevati del capitale e a gradire scelte penalizzanti su
occupazione e condizioni di lavoro.
Dal 2003, la necessità di tenere in piedi la baracca ha spinto a
includere sotto la finanza anche le famiglie povere e precarie. Per far
decollare l'abnorme espansione dei subprime, ed evitarne il subitaneo
crollo, ci si è appoggiati a strumenti finanziari come derivati,
cartolarizzazioni, «impacchettamenti», in combinazioni esplosive coperte
dalle banche. Quando il castello di carte è crollato, sono finite a
rischio paralisi le relazioni inter-bancarie. Ciò ha depotenziato l'arma
della riduzione dei tassi di interesse, come anche la politica fiscale
quale mera riduzione delle tasse (visto il possibile collasso dei consumi
e il rientro dall'indebitamento). I fondi sovrani possono per ora evitare
che la crisi sistemica abbia un decorso più drammatico, ma nulla più. C'è
comunque da dubitare che il contagio della spinta recessiva, passando
attraverso l'Asia, non colpisca l'Europa e l'Italia. L'uscita dall'inferno
non è affidabile alle sole politiche redistributive, ma richiederebbe
politiche strutturali e un piano del lavoro.
Una interpretazione che si oppone punto per punto a quella di Fumagalli.
Ammesso, ma non concesso, che esista come entità mistica separata, la
forza produttiva del lavoro «cognitivo» è attiva solo nella misura in
cui è messa al lavoro dentro la «fabbrica» capitalistica: il che
richiede appunto la domanda effettiva. Quando i mercati finanziari credono
di «valorizzare» l'innovazione, inclusa quella «comunicativa» e «informazionale»,
prendono solenni cantonate: i profitti attesi dalle dot.com sono crollati
in un batter d'occhio. Non si vede peraltro cosa questo abbia a che fare
con la bolla immobiliare. I fondi sovrani tutto sono meno che sganciati
dalla sovranità: ma è l'intero meccanismo a dipendere da politiche
economiche attive, targate statualmente, nel conflitto geopolitico
globale. Infine, altro che redistribuzione dal capitale al lavoro e nuovo
welfare. E' piuttosto un giro di vite nella subordinazione del lavoro al
capitale: che spreme lavoro, trasferisce lavoro e reddito al profitto
lordo, instaura un workfare che è anche un warfare. Forma nuova dello
sfruttamento di sempre.
Fa piacere che un teorico post-operaista, che si vorrebbe neo-operaista,
riconosca che il «nuovo» capitalismo è intrinsecamente instabile.
L'interpretazione di Fumagalli discende dritta dritta da una visione
apologetica della «potenza» del capitalismo contemporaneo, e da una
subalternità a politiche social-liberiste che si pretenderebbe di
radicalizzare. Più che tornare alle origini, si sfocia in Proudhon.
Stato e mercato
di Riccardo Bellofiore
su Il Manifesto del 23/09/2007
Il Sole 24 Ore, il «momento
Minsky» e il liberismo impossibile
Valentino Parlato ha invitato il
Sole 24 Ore all'apertura di un dibattito. L'invito è stato raccolto da
Fabrizio Galimberti. L'occasione è il salvataggio della Northern Rock da
parte dello stato, ma la discussione investe spazio e ruolo del liberismo.
Vorrei proporre un punto di vista inusuale, forse intrigante anche per i
giornalisti del Sole, che sono di buone letture.
La crisi dei subprime, in incubazione da tempo, si è fatta seria a marzo,
ed è esplosa a luglio. Proprio a marzo e a luglio George Magnus, senior
economic advisor dell'Ubs di Londra, in due rapporti ha avvertito che si
avvicinava un «momento Minsky». L'espressione è circolata nei blog
finanziari, ed è diventata una valanga. Non ha risparmiato il Financial
Times o il Wall Street Journal, il Guardian e Le Monde Diplomatique, da
noi persino Repubblica. Di che si tratta?
Hyman P. Minsky è un economista eterodosso americano, morto nel 1996. Una
Cassandra che ricordava sempre che la «stabilità è destabilizzante».
La crescita capitalistica degenera ineluttabilmente in instabilità
finanziaria. Quando le bolle scoppiano, la deflazione da debiti è dietro
l'angolo. I suoi libri sono tradotti, in italiano da editori prestigiosi.
Ma nessuno se ne ricordava più. Come mai tanta notorietà, ora?
La risposta è facile: Minsky ha avuto fastidiosamente ragione. La sua
visione è semplice e potente. Nel capitalismo, produzione e investimento
devono essere finanziati, e al centro del sistema dei pagamenti ci sono le
banche. Dopo una grave crisi, il ciclo riparte con una crescita «tranquilla».
Gli operatori sono in posizione coperta»: le entrate di cassa coprono le
uscite. Le cose vanno bene, l'ottimismo si diffonde, debitori e creditori
riducono la stima del rischio. Ci si indebita sempre di più, con
posizioni prima «speculative» (in alcuni periodi i profitti eccedono il
pagamento degli interessi, e ci si deve rifinanziare), poi «ultraspeculative»
(l'investimento darà profitto sulla base di eventi «eccezionali», che
possono anche essere rivalutazioni sui «mercati» di attività quali
azioni o immobili). Il boom degenera in euforia irrazionale. La liquidità
crescente è fornita da intermediari finanziari sempre più fantasiosi
negli strumenti di indebitamento che si inventano, e le banche li seguono.
Se la banca centrale cerca di controllare questo processo aumentando i
tassi di interesse, o se si hanno sgonfiamenti delle bolle azionarie o
immobiliari, il castello crolla. La crisi di liquidità può tramutarsi in
crisi di insolvenza, le banche essere coinvolte, l'economia reale si
avvita al ribasso. Le cose si dissociano, il centro non può reggere»: un
verso di Yeats che Minsky citava spesso.
Qualcosa del genere è successo dopo la svolta neoliberista degli inizi
degli anni Ottanta. Qualche esempio: Wall Street nel 1987, le Savings
& Loans nel 1989-90, il Giappone inizio anni Novanta, il 1997-98 tra
Asia e Usa, le dot.com nel 2000, ora i subprime. La spiegazione di Minsky
ha due problemi. Se le cose vanno bene, la singola impresa si indebita, ma
i profitti del settore delle imprese crescono: il leverage può restare
limitato; p.es. oggi le imprese Usa scoppiano finanziariamente di salute.
Poi, Minsky centra il ragionamento sull'investimento: che spiega poco
della new economy, e niente della ripresa Usa dal 2003. Il punto a favore
di Minsky è un altro. Di fatto, le ondate di indebitamento si sono
prodotte. E quando non strettamente nei suoi termini, si sono prodotte
altrove, con la medesima struttura.
Dalla metà degli anni Novanta, l'effetto leva sostiene la spesa del
consumatore «indebitato», senza il quale l'economia non solo Usa ma
mondiale sarebbe scivolata nella stagnazione. La crisi fa riemergere il
risparmiatore «terrorizzato». La globalizzazione e il raddoppio
dell'esercito industriale producono intanto il lavoratore «spaventato».
Bello per i prezzi delle merci, che crescono poco. Peccato che la
compressione dei salari faccia sì che la domanda la devi ottenere per il
tramite di una inflazione dei prezzi delle «attività», per sostenere i
consumi privati. Queste bolle, dal 1995, le ha prodotte la politica
monetaria Usa. Un interventismo bello e buono. E che ha molto a che vedere
con la diffusione della precarietà e la pressione verso un capitalismo
dei fondi pensione.
«Potrebbe ripetersi?» Minsky è scettico. Il laisser faire è per i
poveri, non per i ricchi. La Banca Centrale fornirà liquidità a basso
costo: deve salvare la casino economy. Bernanke ha imitato Greenspan,
controvoglia. Una migliore «regolazione» del sistema finanziario, utile,
verrà comunque aggirata. La politica monetaria ha però efficacia
limitata, specie se il problema è l'insolvenza: sono necessari disavanzi
del bilancio pubblico. Occorrono, dunque, prestatore di ultima istanza e
«grande» stato.
Il Sole si è scordato che la crisi del 2001 si è risolta con il
keynesismo «di guerra» in disavanzo. Che dal 2003 è tornato lo stimolo
al consumo, politicamente governato. Che quando il debito privato collassa,
la ricerca della «qualità» significa caccia ai titoli sul debito
pubblico. Per Minsky, comunque, neppure i disavanzi, che sostengono i
profitti, sono la vera risposta. Come ha scritto Graziani, occorre un
vaglio sulla «congruità», ma dunque anche sui contenuti, della spesa
pubblica, che non può essere difesa o contratta sulla base di formule
contabili.
C'è di più: la «socializzazione degli investimenti», per Minsky, va
fatta con un piano del lavoro che garantisca piena occupazione, stabile e
di qualità, e con investimenti pubblici che migliorino la produttività
del sistema, nel lungo orizzonte temporale che solo lo stato può avere.
Ha in mente il New Deal, non il keynesismo degli anni Sessanta e Settanta,
che detestava. Di «esercito del lavoro» parlavano due bolscevichi,
Ernesto Rossi e Sylos Labini. Basta pensare alla condizione di declino
relativo della industria italiana e ai limiti della nostra
specializzazione internazionale per capire dove ci ha condotto il primato
dell'impresa; e che senza l'ottica di lungo termine dello stato non se ne
esce.
Bellofiore_ L'università
del sapere pesatoe venduto un tanto al chilo pdf 14.2.2007
La bassa produttività e la
pericolosa cura Wolf
di Riccardo Bellofiore * e
Francesco Garibaldo**
su Il Manifesto del 11/11/2006
Nel dibattito sulla situazione
economica italiana Michele Salvati (Corriere della Sera, 25 settembre) ha
formulato un'obiezione, seria, alle posizioni della sinistra radicale, cui
si deve dare risposta. Né la finanza pubblica né il Patto di stabilità
sono il vero problema, lo sono la competitività che si deteriora e la
produttività decrescente. La contrazione fiscale non ci è perciò
imposta dall'esterno. Va assunta di buon grado per imporre, non il
risanamento finanziario in sé e per sé, ma la bonifica della struttura
economica reale del paese e uno snellimento del settore pubblico in nome
dell'efficienza. Da questo punto di vista, limitarsi a richiedere una
Finanziaria meno restrittiva e lasciare nel vago in cosa consisterebbero
una diversa politica industriale e una diversa politica di sviluppo
renderebbe poco credibile la sinistra radicale. Un mese dopo Martin Wolf
sul Financial Times (25 ottobre) formula una diagnosi complementare, in
larga misura condivisibile. Non è il costo del lavoro il problema, ma
appunto la bassa produttività. La più bassa inflazione consente alla
Germania una deflazione competitiva che perpetua il modello
neomercantilista che ci vede perdenti. In termini reali le esportazioni
italiane di beni e servizi ristagnano dal 2000, e il disavanzo con
l'estero si incancrenisce. La bassa capacità di esportazione si
accompagna a un livello ridotto di partecipazione al mercato del lavoro,
come a un profilo di specializzazione internazionale dell'Italia
medio-basso in termini di tecnologia, vulnerabile alla concorrenza dei
paesi asiatici. Wolf segnala pure da tempo il rischio a medio termine di
un aumento dei tassi di interesse a lunga per le possibili tensioni
future, soprattutto tra Usa e Cina, sul finanziamento del doppio disavanzo
americano. I tassi europei, e con loro lo spread tra quelli italiani e
altri paesi europei, salirebbero: qualcosa che impone cautela sui conti
pubblici.
La cura di Wolf è singolare ma intelligente, al di là delle apparenze.
Non solo tagli di spesa, ma spingere a lavorare di più gli italiani
ovunque, aumentando così il Pil; licenziamenti e innovazioni di prodotto
per alzare la produttività nei settori per l'esportazione. Wolf non
trascura il problema della domanda effettiva. La risposta è omogenea al
modello anglosassone cui si sta adeguando, a suo modo, l'Europa
continentale: spingere le famiglie a indebitarsi in modo comparabile con i
paesi europei e il resto del mondo - dal 1995 a oggi le famiglie italiane
hanno già quasi raddoppiato il loro indebitamento. La logica è
trasparente. Mantenere il lavoratore «spaventato», comprimendo il
salario e frammentando il lavoro. Tramite il continuo allarmismo sulle
pensioni (il risparmiatore «terrorizzato») risucchiare nei fondi
pensione il Tfr, e costringere a un maggiore e più lungo tempo di lavoro
sociale. Sostenere infine la realizzazione monetaria del profitto dal lato
del consumatore «indebitato», che il lavoro deve accettarlo così com'è.
Sono argomenti seri e processi pericolosi, del tutto in linea con la via
«alta» alla produttività del «nuovo» capitalismo e la sua politica
monetaria di complemento, ammorbiditi magari con sussidi al reddito.
Vorremmo suggerire un inizio di risposta che non si fermi al pur
necessario contro-argomento macroeconomico, ma consideri anche le
dinamiche strutturali, e dia qualche esempio di politica industriale come
parte di una risposta alternativa di politica economica.
Siamo in presenza di una inaudita centralizzazione del capitale, mediata
da una finanziarizzazione esasperata. Non vi si accompagna una crescente
concentrazione in unità produttive più grandi di masse di lavoratori
omogenei: semmai una riduzione dell'unità tecnica di produzione e una
destrutturazione del lavoro. L'accresciuta concorrenza «globale» innesca
ovunque una trasformazione generale. Anche l'Italia vive una situazione di
crisi, ristrutturazione e riposizionamento dell'industria italiana, con
perdenti e vincenti: ma anche i vincenti sono in posizione subordinata
nella filiera produttiva integrata. L'azienda «focale» della filiera
concentra l'essenziale del know-how e del controllo strategico del
processo, e scarica gli oneri delle restanti parti del processo produttivo
su altre aziende. Il mercato del lavoro si segmenta di conseguenza quanto
a tutele, salari, formazione, e così via. A un certo punto scatta una
soluzione di continuità tra insider e outsider, in una generale
incertezza che colpisce tutti. Per questo anche, in Europa, il contratto
nazionale è sotto attacco. Processi analoghi investono tutte le attività
economiche e il settore pubblico.
Se la precarizzazione del lavoro non è medicina universale, anzi le
imprese più significative vi fanno modesto ricorso, è però componente
importante di tutti i cicli produttivi. Dal punto di vista macrosociale,
avanzamento tecnologico e precarizzazione del lavoro (nativo e migrante)
sono facce della stessa medaglia.
All'Italia, in particolare, manca un centro strategico e egemonico. In
nessun settore, vecchio o nuovo, ha una leadership europea. Non solo per
il prevalere di aziende piccole e piccolissime, ma anche per l'assenza di
grandi aziende nazionali fortemente internazionalizzate. La grande
industria, le concentrazioni bancarie, le strutture chiave della
distribuzione commerciale, alcune grandi aziende fornitrici di servizi di
pubblica utilità vengono ridimensionate e acquisite da grandi gruppi
globali. La parte più avanzata del Nord e del Centro sta diventando
risorsa manifatturiera specializzata di servizio per grandi imprese
tedesche e francesi. Ovunque gli interessi si sfarinano e le coalizioni
sociali si frammentano, con derive regressive.
Una via di uscita passa per una nuova politica industriale, che
riequilibri le esportazioni di prodotti tradizionali, e dia vita a
un'innovazione profonda della gamma di prodotti. Ma, contro Wolf e
Salvati, ciò richiede: 1. un grande impegno finanziario di chi solo lo può
garantire come stabile e credibile, lo Stato; 2. un impulso massiccio,
deciso e concentrato nel tempo, come richiede ogni intervento che voglia
cambiare una traiettoria iscritta nel passato; 3. l'accortezza di
sfruttare ora quella finestra di stabilità dei tassi di interesse che non
è garantita a medio termine, per l'incerto quadro globale; 4. di
individuare le grandi domande inevase della società italiana e europea,
qualcosa che solo la politica e la società possono individuare con
un'ottica di lungo termine; 5. di definire risposte adeguate che il
mercato da solo non è in grado di vedere, per la sua costitutiva miopia;
6. di partire dai punti dove massima e virtuosa può essere
l'interconnessione tra questioni economiche, ecologiche, sociali.
Ci limiteremo a un cenno solo sulla questione emblematica della mobilità
sostenibile: dai nuovi motori, alla gestione via Ict del traffico nei
grandi centri metropolitani, sino alla costruzione di nuovi mezzi di
mobilità urbana. Riorientare una parte della capacità produttiva
esistente e non utilizzata verso la risoluzione di questo problema è una
politica industriale che richiede forte integrazione tra politiche
pubbliche nazionali e a scala europea, come anche l'iniziativa privata
delle imprese. Ma ragionamenti analoghi si possono sviluppare per
l'energia, per l'acqua, per l'istruzione, etc.: cioè per una serie di
beni/servizi di natura pubblica o semipubblica che possono diventare il
quadro di riferimento di una nuova classe di prodotti/servizi. In questa
logica, il lavoro non può costitutivamente essere precario e mal pagato.
Il nostro è un suggerimento, ribadiamo, iniziale, va certamente affinato.
E' però, ne siamo convinti, solo prendendo questa strada, e mettendo in
campo una nuova capacità di conflitto sociale autonomo, che la sinistra
radicale potrà evitare di limitarsi a mettere le note a fondo pagina di
politiche social-liberiste.
* ordinario facoltà di Economia
Università degli studi di Bergamo
Riccardo Bellofiore * e Francesco Garibaldo** ** presidente della
Fondazione
Istituto per il lavoro, Bologna
Il mercato sempre più
impiccione
di Riccardo Bellofiore e
Massimiliano Tomba
su Liberazione del 01/11/2006
Nel 1997 uno sciopero dei
lavoratori delle poste statunitensi, l’UPS, che riguardava 185.000
lavoratori, paralizzò il colosso postale. Erano, in gran parte,
lavoratori precari, part-time e con salari inferiori a quelli dei colleghi
“garantiti”. Ottennero però la loro solidarietà, come quella di
altri lavoratori e degli utenti: una solidarietà inaspettata. Le stesse
relazioni sociali che gli autisti dell’UPS dovevano coltivare con gli
utenti si rovesciarono contro l’UPS, diventando rete di solidarietà a
favore del lavoratore “cordiale”. La lotta di quei lavoratori
investiva non solo le misere figure contrattuali, ma anche la
taylorizzazione della circolazione delle merci e delle informazioni. Un
punto importante della controversia riguardava il peso dei pacchi
trasportati, spesso eccessivo e tale da causare numerosi infortuni. Quello
sciopero ci interroga ancora oggi. Ci ricorda la crescente taylorizzazione
del lavoro in un mondo che ci viene raccontato come ‘post-fordista’.
La sua persistente materialità, anche quando si estenda oltre il luogo
classico della fabbrica. La possibile, anche se mai garantita, comunanza
di lotta tra figure disomogenee e però soggette ad un meccanismo unico di
sfruttamento.
Lo sciopero dell’UPS è una lezione tanto più preziosa e da tenere a
mente quando si voglia davvero aggredire il nodo - sociale e politico,
prima ancora che teorico - di cosa è cambiato nell’epoca della c. d.
‘globalizzazione’ del capitale e del c. d. lavoro ‘immateriale’.
Non vi è nulla di inedito nel fatto che il capitale metta al lavoro i
saperi taciti, le capacità relazionali e cognitive del lavoratore. Ognuno
sa che senza un intervento attivo del lavoratore la catena di montaggio
non avrebbe trasportato un bel nulla. Non sarebbe forse più proficuo
interrogarsi sull’occultamento della dimensione comunicativa
all’interno della fabbrica moderna da parte della sociologia
industriale? L’aspetto ‘comunicativo’, e anche ‘affettivo’, è
oggi più in evidenza perché la valorizzazione sempre più richiede una
organizzazione capitalistica del trasporto, invade la circolazione
imponendole una velocizzazione, scarica i suoi costi e i suoi tempi sul
consumo. Le autostrade sulle quali sfrecciano i TIR non sono che il
prolungamento dei nastri trasportatori della catena di montaggio: nastri
che arrivano fino al lavoratore postale che ci porta le merci in casa, e
passano per il telefonista di un call center che cerca di vendercele. Così
come lavorano gratis i consumatori della Wal-Mart, valorizzando il
capitale, quando raggiungono i supermercati decentrati o trasportano nei
megacentri commerciali la merce alla cassa. E si potrebbe continuare.
Sarebbe però sbagliato non vedere i mutamenti profondi nella dinamica
capitalistica, che vanno compresi tanto nelle origini, che affondano
nell’antagonismo degli anni ‘60 e ‘70, quanto nelle conseguenze
drammatiche, in primis sulla conflittualità sociale. Solo l’indagine di
queste metamorfosi ci consente di capire davvero la natura della precarietà
nella nostra contemporaneità. Un continuismo cieco, così come una
lettura dei processi che veda nel lavoro un soggetto sempre e comunque
passivo, sono inaccettabili, come lo erano quando il primo operaismo vi
reagì.
Va però scongiurato il rischio di ripetere oggi l’errore di ieri:
concentrare la propria attenzione solo sulla ‘tendenza’,
assolutizzarla, per di più dando una analisi parziale e unilaterale,
dunque inaffidabile, della tendenza stessa.
Così avviene in chi, riproponendo le movenze classiche di una filosofia
della storia, magari rimodernata nei termini della scuola regolazionista,
ritiene che il capitale immateriale abbia preso il posto di quello
materiale, o che il lavoro cognitivo sia divenuto immediatamente forza
produttiva socializzata autonoma dal capitale. O ancora che la classe si
sia dissolta in una moltitudine, articolata e complessa certo, ma di cui
il lavoratore cognitivo sarebbe in fondo la figura centrale ed egemone:
come lo erano stati, in sequenza, l’operaio di mestiere, l’operaio
massa, l’operaio sociale. Su questa strada tutto diviene produzione, e
ogni atto vitale di per sé produttivo: il risultato è un olismo del
capitale. L’inchiesta e la lotta dentro il lavoro divengono superflue,
sostituite da lotte distributive scambiate come immediatamente ‘incompatibili’:
quando invece costituiscono il lenitivo che il social-liberismo sa offrire
all’inferno sociale odierno.
Dove sta invece la novità dell’epoca, guardata dal punto di vista del
lavoro? L’accumulazione più incerta ed instabile, proprio come
conseguenza della risposta alle lotte dell’operaio-massa, si struttura
‘a rete’, e pretende che il lavoro, in punti cruciali del ciclo, sia
attività ‘intenzionale’, talora dotata di maggiore qualificazione.
Dove ciò si dà, è e deve rimanere una autonomia limitata e dipendente.
Nel capitalismo hi-tech della rivoluzione della comunicazione e
dell’informazione è l’intrusione del ‘mercato’ nella
‘organizzazione’ a garantire questo controllo impersonale sul lavoro:
ad accrescere la centralità della produzione, mentre produce la parvenza
del contrario. Le unità produttive vengono messe in concorrenza tra di
loro: per la disseminazione geografica, per le delocalizzazioni e
esternalizzazioni, per l’obbligo delle singole unità produttive dentro
le holding di far profitti come se si trattasse di entità separate e
indipendenti, per le terzizzazioni e l’in-house outsourcing. Mentre
tutto ciò ‘regola’ il lavoro, al tempo stesso richiede che, affinché
il denaro e le macchine siano messe a valore, il lavoratore si comporti
come autonomo e immateriale anche quando è dipendente e materialissimo.
Che faccia del proprio sapere e del proprio volere l’elemento ‘attivo’,
ma subordinato, che consente al capitale di riprodursi su scala allargata.
Negli ultimi decenni il progresso tecnologico ha in effetti aperto al
capitale la possibilità nuova di disgiungere ‘centralizzazione’ da
‘concentrazione’, contrariamente a quello che era stato un andamento
secolarmente parallelo. Mezzi di produzione e lavoratori vengono dispersi.
La cooperazione sociale non comporta più necessariamente la collocazione
in un luogo unico, ma può essere comandata tecnicamente in luoghi
distanti. Il lavoro cambia di natura, in questo senso almeno: che non è
più qualcosa da svolgere secondo un ‘piano’, dettato ex ante
dall’esterno, qualcosa da eseguire idealmente in modo rigido,
all’interno di un contesto produttivo e sociale stabile; è invece
innanzitutto un ‘compito’ in un ambiente imprevedibile, da verificare
ex post, qualcosa i cui tempi e qualità desiderati vengono imposti al
lavoratore dal ‘mercato’ e lui deve assicurarli con ‘flessibilità’.
Il processo non è senza rischi per il capitale, in quanto non solo, come
sempre, la subordinazione del lavoratore va ricostituita ciclo dopo ciclo,
ma ciò è ancor più vero quando il lavoro deve essere appunto attività
‘intenzionale’. Ma è proprio per questo che la potenza capitalistica
dell’integrazione e della subordinazione deve dispiegare il massimo
della sua sfida integratrice. Le pratiche antagoniste devono sempre
abbattere la barriera dell’interesse allo sfruttamento di altri
lavoratori: per difendere il proprio posto, il proprio consumo, la propria
pensione. Ed è ancora per questo che, contrariamente alla vulgata
corrente, il capitale, oggi più di ieri, si applica a ‘rubare’ il
sapere al lavoratore, a codificarlo, a razionalizzarlo, a monitorarlo. La
configurazione del lavoro esplode, insomma, proprio mentre il comando
capitalistico diviene ancor più totalizzante. Credere che la forza
produttiva del lavoro sia sempre indipendente dal capitale, e anzi
autonomamente ne spinga lo sviluppo, è per questo una illusione più
pericolosa che nel passato.
Pensare che queste dinamiche confinino in una zona residuale il cosiddetto
lavoro materiale è, prima ancora che un errore teorico, una svista
politica di dimensioni colossali. E non solo perché la gran parte dei
lavori sono a basso salario e bassa qualificazione. O perché il lavoro c.
d. immateriale è in realtà ben materiale esso stesso, indipendentemente
dalla natura della merce prodotta. Chi istituisce una rigida
contrapposizione tra pretesi residui ottocenteschi che parlano ancora di
fabbriche e salario, e radiosi postfordisti del nuovo lavoro cognitivo, dà
una rappresentazione inattendibile e priva di senso del nostro presente,
per una ragione ancor più fondamentale: il passaggio alla subordinazione
reale del lavoro al capitale e alla estrazione del plusvalore relativo non
significa affatto relegare nel passato il prolungamento della giornata
lavorativa, la sua intensificazione, l’attacco al salario,
l’esclusione e le nuove recinzioni. Al contrario, è proprio il
‘progresso tecnico’ che permette di scatenare contro il lavoro ognuna
di queste armi solo apparentemente ‘arretrate’.
Vi è compenetrazione tra le diverse forme di sfruttamento, siano esse
assolute o relative. Tra centro e periferia: il lavoro schiavistico e le
condizioni di sfruttamento dei quattro quinti del pianeta si intrecciano
al lavoro immateriale ed ipertecnologizzato di alcune metropoli
occidentali. Ma anche nello stesso centro, dove l’azienda focale, che
controlla strategicamente la filiera produttiva, scarica costi e
flessibilità sulle aziende a valle, in cerchi concentrici dove
frantumazione e precarizzazione del lavoro, tanto nativo quanto migrante,
crescono esponenzialmente, in una vera e propria discesa agli inferi. Il
fucile del sorvegliante che controlla il grado di intensità del lavoro
coatto è tarato sull’intensità del lavoro socialmente necessario,
proprio come lo è il lavoro di un programmatore di software.
Nell’epoca del capitalismo globalizzato le diverse forme di sfruttamento
vanno intese come assolutamente contemporanee, e tra loro reciprocamente
implicantesi. I profitti straordinari prodotti dove vengono introdotte
nuove macchine spingono ad allungare ovunque, ma ancor più nelle
industrie a bassa tecnologia legate all’impresa che innova, l’orario
di lavoro. La delocalizzazione, a sua volta, mette a profitto i
differenziali di salario nazionale, e il confine, come regolatore politico
dei flussi di forza-lavoro migrante, assume una valenza immediatamente
economica. Questi confini non corrispondono tra l’altro sempre ai
confini degli Stati-nazione, ma li tagliano e li attraversano delimitando
aree a sfruttamento variabili anche dentro uno stesso Stato. La novità è
data dal fatto che tali processi avvengano oggi in presenza di un
raddoppio dell’offerta di lavoro mondiale. Così, in Cina, la
valorizzazione del capitale può sfruttare le nuove tecnologie e
produttività per addetto in rapida crescita con salari stabili, mettendo
in sincrono il mercato e il processo del lavoro mondiale. Ma se il governo
cinese lascia ventilare la possibilità di ‘liberalizzare’ la
contrattazione salariale in alcune provincie, a fare la coda per chiedere
che ciò non avvenga sono in primo luogo le imprese occidentali.
Caro Cavallaro, il nostro sogno
non è il “keynesismo realizzato”
di Riccardo Bellofiore e Joseph
Halevi
su Liberazione del 22/10/2006
Luigi Cavallaro ha replicato su
queste colonne (vedere il numero del 19 settembre, “Il deficit di
spiegazioni e la spiegazione col deficit”) a un nostro intervento sul
manifesto, in cui contestavamo la sua interpretazione della ripresa
europea. In quell’articolo entravamo pure nel merito delle posizioni
espresse dai promotori dell’appello degli economisti promosso da
Riccardo Realfonzo. Una iniziativa animata dalle migliori intenzioni, ma,
teoricamente e politicamente, alquanto fragile. Non ci è stato possibile
rispondere subito, ma le questioni sollevate sono numerose e importanti.
Vale la pena tornarci sopra.
Andiamo per punti. La ripresa in corso. Cavallaro non ha colto il senso
della prima metà del nostro articolo. Sì, il primo semestre del 2006 è
andato bene. E tutto l’anno sarà meglio del previsto. A questo punto,
vediamo che ci si appassiona ad una discussione su delle stime, per giunta
provvisorie. Se si vuol fare una analisi congiunturale, lo si dovrebbe
fare su un orizzonte più lungo, su dati con qualche omogeneità
metodologica. E’ per questa ragione che abbiamo preferito l’ultimo
rapporto semestrale dell’Ocse. Anche accettando a scatola chiusa i dati
congiunturali delle varie fonti - spesso rivisti, e non di poco, dopo
qualche mese - l’interpretazione della ripresa potrebbe comunque essere
alquanto diversa da quella di Cavallaro. Prendiamo, a puro titolo di
esempio, la Germania. Si può escludere nella sua ripresa l’effetto
(temporaneo) della Coppa del Mondo? Oppure, sui consumi privati, si può
escludere che l’annunciato aumento dell’Iva possa aver spinto (di
nuovo, temporaneamente) all’anticipazione dei consumi? Il che
spiegherebbe anche come mai le aspettative sul 2007 delle imprese siano
alquanto pessimiste.
Quella di Cavallaro ci pare una forma di argomentazione che è non
scientifica nello spirito, prima ancora che nella lettera. Non serve
neanche a sostenere il punto centrale della sua tesi: non dà ragione del
perché il moltiplicatore della spesa pubblica avrebbe registrato un
ritardo temporale esattamente pari a quello da lui ipotizzato. Riprendendo
una sua espressione, il ritardo del moltiplicatore di Cavallaro è «solo
un’ipotesi, e nemmeno tanto ragionevole»: una ipotesi ad hoc.
Bisognerebbe a questo punto andare ad una verifica econometrica, che per
sua natura - ci si scusi il nostro scetticismo molto alla Keynes - è
inconclusiva. Non ci pare abbia senso uscirsene con frasi generiche, che
ci si può permettere sui giornali ma di cui non si capisce la portata
analitica, del tipo: «non esiste in generale alcun motivo per escludere
un ritardo nell’effetto moltiplicativo», oppure «è possibile che
ritardi del genere si debbano mettere nel conto». Ci pare che, per un
attimo, Cavallaro si accorga del ginepraio in cui si sta infilando, quando
scrive: «sebbene le stime siano contorte e talora perfino
contraddittorie, alcune cose, forse, possono essere dette». Se le stime
sono stime, e contorte, e pure contraddittorie, non sarebbe forse
preferibile tacere?
Su una base quantitativa ipotetica così ineffabile sembra un po’
precipitoso abbandonare l’idea consolidata che il modello tedesco, come
di altri paesi, sarebbe ancora oggi, a pieno titolo e integralmente,
neomercantilista. Imperniato, dunque, sul sostegno che le esportazioni
nette danno ai profitti monetari. Anche a questo è dovuto il disavanzo
esterno di buona parte dell’Europa, tra cui l’Italia. Noi crediamo che
la svolta costituita da un sistematico e permanente impulso alla domanda
interna europea sia ancora, purtroppo, di là da venire. Cavallaro, al
contrario, vuole convincerci che il modello tedesco (e francese) sia
diventato, all’improvviso, “keynesiano”, visto che c’è la
ripresa. Che si basi, cioè, su quel poco di keynesismo passivo che viene
dal peggioramento dei saldi della finanza pubblica di qualche anno fa.
Basta, peraltro, dare una occhiata al grafico riportato in questa pagina
per farsi venire qualche brivido lungo la schiena. L’economia europea
riparte regolarmente alla fine del boom statunitense, per poi crollare,
incapace di propulsione autonoma, quando quell’economia entra in crisi.
Che adesso, pur con il rallentamento netto degli Usa dovuto allo
sgonfiamento della bolla immobiliare (che ha trainato i consumi privati
negli ultimi anni, ed è stato sostenuto dalla politica monetaria) si sia
entrati in un’altra storia è tutto da vedere. E potrebbe essere una
verifica poco allegra per tutti. Se infatti si prolunga il grafico con le
stime sul 2006, tenendo conto della frenata degli Stati Uniti e della
ripresa europea, il grafico del 2005-6 somiglia in modo inquietante al
1999-2000. Se non sarà così, la spiegazione non starà comunque,
principalmente, nel keynesismo passivo degli ultimi anni.
Cavallaro, ci pare, non si rende conto dell’ironia della situazione. Al
convegno di un anno fa, poi raccolto nel volume Rive Gauche dalla “manifestolibri”,
fummo noi a segnalare che il Patto di Stabilità era da tempo diventato,
se mai era stato altrimenti (e ne dubitiamo), incapace di vincolare
davvero i grandi paesi. Anticipammo pure che ciò non avrebbe impedito che
il Patto fosse usato contro l’Italia, al di fuori di ogni pretesa
razionalità economica, e per altri fini. Soprattutto con il
centrosinistra al governo, e con il rischio di una egemonia al suo interno
di una cultura social-liberista: la quale, per suo conto, vuole imporre
comunque una “rivoluzione” nel capitalismo italiano dagli effetti
sociali pericolossimi, oltre che dalla efficacia economica dubbia. E
aggiungemmo che qualsiasi ripresa economica è in realtà dovuta sempre a
forme, talora nuove e originali, di gestione attiva della politica
economica (come p. es. il paradossale keynesismo finanziario
statunitense), non certo ad un inesistente laisser faire.
Venimmo allora severamente rampognati. In pubblico, dove venimmo accusati
di essere dei difensori del Patto, quando avevamo detto, e scritto, il
contrario, e da sempre. E in privato, visto che la proposta di
stabilizzazione era divenuta in certi circoli non solo un articolo di
fede, che impediva di parlare della sostanza delle cose, ma un talismano
in grado di guarire ogni malanno. Ora, Cavallaro riprende di fatto una
parte di quella nostra tesi, e la riduce discutibilmente a spiegazione
(unica) della ripresa europea, per il tramite di una lettura
eccessivamente semplificata del keynesismo. Nella sua replica alle nostre
critiche, non si accorge, peraltro, che il ruolo (limitato) dei disavanzi
di bilancio “eccessivi” era del tutto riconosciuto nel nostro
articolo, dove scrivevamo testualmente che «lo sforamento dei vincoli ha
certo ridotto una recessione che sarebbe risultata insostenibile».
Il punto che ci divide da Cavallaro non è, a ben vedere, se il keynesismo
del breve periodo abbia o meno insegnamenti da darci sul come funzionano
le economie capitalistiche, e sulle politiche economiche reali. Non è
difficile capirlo. Il keynesismo dell’articolo di Cavallaro, come si è
visto, è in fondo poco più di un keynesismo dell’istante, fondato
sulle stime e su moltiplicatori della finanza pubblica ad hoc. Quando
Keynes ragionava in termini di breve periodo, si riferiva a
qualcos’altro. A quella fase in cui l’investimento netto non si
traduce, ancora, in un accrescimento della grandezza assoluta dello stock
di capitale. A seconda del tasso di capacità utilizzato iniziale, questa
fase può essere più o meno dilatata nel tempo. Tutto ciò è molto
ragionevole. Non lo è non rendersi conto che è proprio il fatto che è
la domanda effettiva a trainare la produzione a far sì che si possano
determinare strozzature dal lato dell’offerta, della produttività,
della competitività, e dunque un vincolo esterno e composizioni della
produzione perverse - il che ovviamente è particolarmente rilevante nel
caso italiano, e per la sinistra; e magari consentirebbe di dialogare con
la cultura ecologista sui nodi di sostanza invece di salire in cattedra.
Se la domanda, infatti, è stabilmente al di sotto di quella necessaria ad
assorbire l’offerta potenziale, sarà quest’ultima, fuori dal breve
periodo (di Keynes, non di Cavallaro), ad aggiustarsi. E questo discende,
dritto dritto, proprio dal principio della domanda effettiva: non
costituisce affatto una contestazione della cittadinanza scientifica della
teoria keynesiana, come ci imputa Cavallaro. Significa semmai che bisogna
abbandonare un keynesismo idraulico (o come fu efficacemente definito da
altri, “pronta beva”) e riconoscere la possibilità, oggi, di una
crisi simultanea del capitale (produttivo e finanziario) e del lavoro
salariato (fabbriche che chiudono ed operai licenziati).
Il nostro non è un invito a non fare politiche della domanda.
Figuriamoci. Si tratta semmai di capire che non è più, se mai è stato,
pensabile “da sinistra” quella sorta di politica dei due tempi - prima
politica della domanda (aumento della spesa monetaria), poi politica
dell’offerta (ridefinizione della struttura della produzione) - che ci
ripropone di fatto Cavallaro. E neanche è possibile dire «prima
stabilizziamo il debito e liberiamo risorse: poi si potrà impiegarle per
la crescita», senza dire come, dove e perché.
Il semplice stimolo alla domanda, se aumenta i profitti monetari, non si
traduce affatto, meccanicisticamente, né in un aumento del livello di
produzione e dell’occupazione, né in una composizione della produzione
socialmente ed ecologicamente desiderabile. La politica della domanda deve
essere declinata, da subito, con una politica dell’offerta molto diversa
da quelle social-liberiste oggi in voga. Si richiede un intervento nella
composizione della spesa e delle entrate, e un piano del lavoro, con un
forte ruolo attivo dello Stato “dall’alto”, senza che il conflitto
del lavoro e la democrazia nella rappresentanza sindacale “dal basso”
siano visti come patologici, senza cioè suggestioni neocorporative. Tutto
questo non è un “di più”, come in Cavallaro: intanto va bene scavare
buche. E’ un sine qua non di una politica economica di sinistra.
Nel nostro ragionamento il disavanzo e il debito pubblico, salvo
interventi correttivi, devono aumentare rispetto al Pil: inizialmente. In
una fase temporanea e di transizione, è quello che infatti non può non
accadere, se si vuole davvero intervenire per migliorare nel medio termine
la qualità del sistema economico e invertire il declino, e quindi per far
cadere quei rapporti successivamente. Politiche che intervengano sul
denominatore, cioè che aprano ad uno sviluppo qualitativamente diverso e
migliore, richiedono un finanziamento in disavanzo prima che i risultati
possano vedere la luce, e danno luogo per questo ad un peggioramento dei
rapporti di finanza pubblica prima che essi possano migliorare: il che
dipenderà, evidentemente, dal contenuto di quelle politiche.
E’ quello che in teoria economica è talora chiamato “paradosso della
produttività”. Se non si ragiona così, è facile essere infilzati
dalle obiezioni di un Michele Salvati sul Corriere Economia. Ma lo si
sapeva da molto: tant’è che noi lo abbiamo scritto un anno fa, e lo
andiamo dicendo da anni. Su questo, abbiamo da dire, come sinistra
corrente, qualcosa di diverso dalla vulgata corrente o dalla pura
resistenza? Sulle politiche strutturali, siamo o no in grado noi di
sfidare le posizioni moderate, di far derivare le politiche di bilancio da
una diversa politica di sviluppo? Crediamo che la mera interdizione o la
riduzione del danno ci salveranno dalle politiche economiche, non più
neo-liberiste (come quelle del governo Berlusconi), ma anche liberiste e
social-liberiste (dominanti e in fragile equilibrio nell’attuale
governo, e che sono diverse tra loro, rovinose tanto le une quanto le
altre)?
A Cavallaro questo appare come un semplice mutamento quantitativo, e si
stupisce che noi, dubbiosi della sua “pistola” keynesiana, si invochi
un “cannone”.
Ma qui non si tratta (soltanto) di un aumento quantitativo della
dimensione della spesa, che pure è necessario. L’accento è
(soprattutto) sulla natura qualitativa dell’intervento, che a valle
giustifica lo sforamento di bilancio, temporaneo. Qualcosa, si badi, che
la revisione del Patto di Stabilità del giugno 2005 potrebbe addirittura
giustificare, visto che ammette infrazioni ai parametri dei saldi della
finanza pubblica, se legate a politiche che migliorano la situazione
strutturale nel medio-lungo termine.
Un equivoco del genere viene dal fatto che Cavallaro non comprende, ci
pare, il quadro concettuale con cui operiamo, come è evidente dal suo
arruolarci in un presunto “paradigma classico-keynesiano” che ci è
alquanto estraneo. Mentre i promotori dell’appello fanno riferimento a
una dubbia sintesi tra impostazione “classico-ricardiana” rimodernata,
più keynesismo da diagramma a 45° senza incertezza e senza finanza, noi
ci rifacciamo ad autori come Marx, Kalecki, Sweezy o Minsky. Il Keynes che
ci interessa è quello più radicale nella critica al paradigma
dell’equilibrio. E la nostra versione della teoria del circuito
monetario non è ridotta al solo deficit spending tanto caro a Cavallaro,
ma ha una forte ispirazione schumpeteriana.
Tutte posizioni teoriche che, dagli anni Settanta almeno, hanno indotto
chi vi aderiva a nutrire un sano scetticismo rispetto al keynesismo
“realizzato” dei “trenta anni gloriosi”. Oggi, quel keynesismo ci
tocca sentircelo decantato, contro i “bocconiani”, come l’ultima
frontiera dell’economia di sinistra.
Molte altre sono le questioni di cui dovremmo discutere con Cavallaro, ma
abbiamo già abusato dello spazio del quotidiano e della pazienza del
lettore. Ma una cosa almeno va ancora detta. Cavallaro dedica un breve
cenno al dibattito su alcune proposte di reddito garantito svoltosi sul
manifesto questa estate, un dibattito che altrove aveva definito
cripticamente “divertente”. Cavallaro riesce nella missione, che
avremmo giudicata impossibile, di attaccare le posizioni “antagoniste”
che parlano di fase “cognitiva” del capitalismo in un modo che le
rende quasi simpatiche. Cavallaro, infatti, ritiene che sia illusorio
vedere il capitalismo odierno come vivo e vitale, e non invece come,
citiamo dal suo articolo, «un malato attaccato alla macchina
dell’ossigeno».
E’ questa una contrapposizione antitetico-polare, che va avanti da
decenni nella sinistra italiana di lontana origine marxista. Da un lato,
chi ritiene che il capitalismo si sviluppi senza crisi, ma dunque, visto
che la crisi è sempre anche ristrutturazione, senza scomposizione della
classe, spinto in avanti dalle lotte di una soggettività del lavoro
comunque incorrotta (di volta in volta l’operaio massa, l’operaio
sociale, il cyborg, il lavoratore cognitivo). Dall’altro lato chi gli
oppone, in modo altrettanto unilaterale, una rinnovata teoria del crollo,
secondo la quale il capitalismo è un morto che cammina. In entrambi i
casi, il capitalismo sembra vivere, o sopravvivere, per autosuggestione.
A noi pare che sia difficile capire qualcosa della realtà del capitalismo
contemporaneo se ci si culla nella fantasia che ciò che abbiamo di fronte
sia un capitale moribondo. Coglie molto di più lo stato delle cose la
frase famosa del generale Emilio Garrastazu Medici - presidente del
Brasile durante la fase della dittatura, nel periodo della grande crescita
della seconda metà degli anni sessanta-primi settanta - il quale, alla
domanda del New York Times su come andasse l’economia, rispose
candidamente: «The economy is doing well. It is the people who are doing
badly» (L’economia va bene. E’ il popolo che se la passa male…).
Contro le politiche neoliberali
non basta un po' di keynesimo
di Riccardo Bellofiore e Joseph
Halevi
su Il Manifesto del 10/09/2006
Luigi Cavallaro su Liberazione
(29/08) sostiene che la ripresa di Eurolandia è dovuta allo sforamento
dei parametri di Maastricht, grazie ai disavanzi nel bilancio statale per
le maggiori economie. Il vincolo del Patto di Stabilità non sarebbe perciò
da tempo stringente. Questa constatazione non significa però che starebbe
qui la causa principale della ripresa in atto. L'ultimo rapporto
semestrale dell'Ocse, appena pubblicato, contiene previsioni al 2006 per
l'insieme della zona euro. Le stime proiettano la ripresa del primo
trimestre di quest'anno, e consentono un confronto con il 2005. Il
maggiore contributo alla crescita (dall'1,4% al 2,2%) viene da tre poste:
l'aumento degli investimenti in capitale fisso non residenziale, la
riduzione dell'impatto negativo del disavanzo nei conti correnti con
l'estero, l'aumento dei consumi pubblici. Quest'ultimo, inferiore alla
crescita del Pil, non è il risultato del disavanzo del bilancio pubblico.
Il rapporto deficit /Pil rimane invariato rispetto al 2005, mostrandosi in
forte calo rispetto al 2004 ed al 2003. Perché mai il ritardo
dell'effetto moltiplicativo del deficit del 2004 e del 2003 dovrebbe
'scadere' proprio ora, mentre la percentuale del deficit ha cessato di
crescere da due anni?
L' Italia ha la maggiore variazione del tasso di crescita del Pil passando
dall'0,1% all'1,4% (Germania: dall'1,1% all'1,8; Francia: dall'1,4% al
2,1%). Determinanti sono la formazione di capitale fisso non residenziale
e la crescita dei consumi privati, che è invece stazionaria nell'area
euro. Il contributo del consumo pubblico, altrove significativo, è da noi
negativo. In Europa la crescita non è spiegata dalla infrazione alle
regole del Patto di Stabilità, avvenuta in forma 'passiva'. In Francia,
come in Germania, le entrate non coprivano le spese per via della
stagnazione, mentre la spesa pubblica è cresciuta per il finanziamento in
titoli del disavanzo. Né si può dimenticare che in Germania quel poco di
crescita recente è dovuto alle esportazioni. Vedremo quanto reggerà al
probabile rallentamento degli Stati Uniti. Lo sforamento dei vincoli ha
certo ridotto una recessione che sarebbe risultata insostenibile. Non sta
però dentro una strategia di politica economica. Il 'keynesismo' non
basta a spiegare le dinamiche macroeconomiche recenti, né è condizione
sufficiente per una politica 'progressista'. Come spiegare che l'enorme
spesa pubblica giapponese non abbia generato alcuna crescita, fino a
quando la Cina non si è messa a trainare l'export nipponico? O che il 'keynesismo'
degli Stati Uniti, finanziario e bellico, nutre la deindustrializzazione e
precarizzazione in quel paese, quale che sia la condizione della finanza
pubblica?
Ci pare che Cavallaro, e non solo lui, sogni un capitalismo lineare, ove
basta premere il grilletto della pistola keynesiana per dare il via alla
crescita. Basta pompare un po' il bilancio, e si aprono finalmente le
possibilità di una politica «di sinistra»? Cavallaro riprende il
recente appello di alcuni economisti di sinistra che chiede una
stabilizzazione del debito pubblico ('progressista'), invece che il suo
abbattimento ('liberale'). Il problema starebbe non nel funzionamento
'materiale' delle economie capitalistiche, ma nelle teorie che dominano il
discorso di politica economica. Cambiate queste idee, e la realtà cambierà!
Si finisce così con l'avallare un'illusione coltivata dalla sinistra
radicale al governo, da cui è bene uscire il prima possibile: limitarsi a
tamponare l'attacco alla spesa pubblica, e sperare che abbiano ragione i
social-liberisti. Liberalizzare, con qualche pallida riregolazione e
sussidi sociali minimali; contare sulle concentrazioni bancarie e su
blande politiche industriali; sperare che la crescita europea si
consolidi. E che tutto questo faccia davvero ripartire l'economia, magari
salvandosi la coscienza con qualche discorso sulla programmazione. Non è
vero. Ma anche se lo fosse non impedirà che prosegua l'attacco al mondo
del lavoro e che si acceleri il declino dell'economia italiana.
Sappiamo che i parametri di Maastricht sono arbitrari, disegnati sui
valori di partenza di debito e deficit di Francia e Germania. La
convergenza al 60% del rapporto debito/Pil è una maschera per imporre
politiche deflattive, che si intendeva praticare comunque. Il contrappasso
sta nel fatto che anche chi all'inizio rispettava quei parametri è
obbligato a crescere al 5% nominale per mantenerli: visto che sono
cresciute di meno, quel rapporto è slittato verso l'alto anche in Francia
e Germania. C'è però una critica più radicale. Se si vuole una
convergenza reale di economie disomogenee, occorrono più investimenti
produttivi e più spesa pubblica nelle economie meno avanzate dell'area,
tra cui ormai l'Italia. Ciò richiede finanziamenti in anticipo rispetto
ai miglioramenti strutturali che verranno, e quindi temporaneo aumento dei
rapporti di disavanzo e debito pubblico sul Pil. Tanto più se si vuole
tenere conto di un vincolo sociale e della lotta alla precarietà:
qualcosa che porterà ad un aumento della produttività, ma a medio
termine. Solo così gli aggiustamenti al bilancio pubblico che si
materializzeranno saranno reali e permanenti. E solo così i nodi
strutturali su cui pone l'accento Graziani sul manifesto (3/09) - aumento
degli investimenti pubblici, dotazioni infrastrutturali, ripresa del
progresso tecnologico, uscita dal nanismo industriale, superamento della
strozzatura allo sviluppo per la debolezza nella capacità di esportare -
potranno essere affrontati davvero: e con essi l'antica questione della
nostra specializzazione produttiva. Una sinistra degna di questo nome,
invece di attestarsi su una politica difensiva di corto respiro, dovrebbe
imporre lei l'agenda di una riforma strutturale, e da quella derivare le
conseguenze sulla finanza pubblica: non il contrario, tutta presa dallo
sfidare a improbabili tenzoni scuole accademiche avverse. Questo si
dovrebbe chiedere a un ex Presidente della Commissione Europea che ha
definito il Patto di Stabilità «stupido»; su questo dovrebbe spendere
il proprio prestigio chi è stato in posizione dirigente nella Bce. Se no,
non si capisce perché stare al governo. Il nodo è politico. Tamponare la
falla nella diga con un dito ha, certo, effetti miracolosi. Solo nelle
favole, però.
Reddito garantito, fra illusione
e diversivo
di Riccardo Bellofiore e Joseph
Halevi
su Il Manifesto del 11/07/2006
L'articolo di Vertova sul reddito
garantito ha messo i piedi nel piatto di una discussione dove troppe cose
vengono date per scontate. Gli interventi di Fumagalli e Lucarelli (FL) e
di Morini ribadiscono le approssimazioni che Vertova aveva disperso. FL
ragionano così: i) nel postfordismo dei paesi avanzati l'economia si
terziarizza e l'occupazione è creata fuori dalla grande impresa
manifatturiera; ii) a ciò corrisponde una immediata produttività del
tempo di vita e delle relazioni nel territorio; iii) il capitale si
appropria gratuitamente della più elevata ricchezza sociale; iv) il tempo
di vita deve invece essere remunerato (reddito), integrando la
retribuzione da salario; v) si tratta di una regolazione istituzionale che
rende stabile il postfordismo, come la crescita del salario in proporzione
della produttività (fisica) stabilizzava il fordismo; vi) il basic income
(BI), cumulabile e incondizionato, non solo aumenta la produttività
sociale, ma ne ridistribuisce i frutti e fa crescere la domanda; vii) è
un compromesso tra capitale e lavoro, realistico (avvicina per passi al
reddito di esistenza) e incompatibile (se elevato, il BI non è un mero
sostituto dei sussidi di disoccupazione).
Tuttavia la maggiore ricchezza relazionale e cognitiva attiene al lavoro
concreto, non al lavoro astratto. La sequenza per cui è il comando
tecnologico e organizzativo sul lavoro vivo a creare neovalore vale
ovunque e sempre nel capitalismo. Inoltre la crescita postbellica si deve
alla domanda autonoma (spesa pubblica elevata, investimenti privati,
esportazioni) in un contesto internazionale di capitalismo da guerra
fredda irripetibile. Non, contrariamente al mito fordista, ai salari, che
sono stati trascinati. Quando le lotte nella produzione hanno morso, il
modello è saltato. In contrasto con la visione di FL, il lavoro nel
terziario è in gran parte legato al manifatturiero: l'economia della
conoscenza si nutre di lavori «materiali».
Eppure è senz'altro vero che il capitalismo è cambiato radicalmente: i)
una 'centralizzazione' finanziaria e produttiva gigantesca senza
'concentrazione' di lavoratori in grandi imprese, con riduzione della
dimensione minima d'impresa; ii) la dicotomia centro-periferia è saltata,
il centro è anche dentro la Cina, la periferia è anche dentro la
Germania; iii) la forza-lavoro mondiale è raddoppiata in 15 anni; iv) il
lavoro è sussunto alla finanza; v) il consumo è sostenuto dalla politica
monetaria e dall'indebitamento; vi) è mutata la natura della prestazione
lavorativa. Il lavoro precario è 'continuo' ma senza 'posto fisso';
quello a tempo indeterminato è sempre più incerto e aggredito: un
avvicinamento oggettivo delle due figure. Intanto, il problema della
realizzazione il nuovo capitalismo lo ha risolto senza BI. L'instabilità
e insostenibilità dei nuovi processi di creazione di neovalore, che non
sono 'spontanei', non consentono una ridistribuzione egualitaria.
Il BI non aumenta di per sé né ricchezza né valore. Ragionare
altrimenti cancella un po' di cose. E' la domanda di lavoro a determinare
la qualità dell'offerta di lavoro. La formazione diffonde oggi non
cultura ma analfabetismo di ritorno. Solo la gestione politica della
domanda (autonoma) traduce in realtà aumenti potenziali di produttività.
FL rispondono che il lavoro è già frammentato, quasi Vertova sostenesse
che il BI sia la causa della precarietà: ma Vertova spiega la precarietà
come noi, e FL non sanno che al peggio non c'è mai fine. Il loro fine è
il reddito di esistenza: intanto, 'realisticamente', si accontentano di un
sussidio ai precari.
Di buone intenzioni è lastricata la via per l'inferno: il BI costituisce
la sponda di politiche social-liberiste di aggressione a tutto il lavoro,
dividendolo. FL prendono Vertova per una neoclassica per cui il BI
creerebbe disoccupazione mettendo un pavimento rigido a salari o redditi.
Vertova ha in testa, crediamo, una impostazione marx-kaleckiana. Il BI, se
'realistico', è più basso del salario, e crea un margine di flessibilità
nel costo del lavoro. L'impresa assume pagando di meno, il lavoratore
otterrà inizialmente lo stesso reddito di prima, ma in una spirale di
deterioramento. Proprio perché oggi la realtà capitalistica si fonda
sulla possibilità di chiusure e di precarizzazione, con il BI come «pavimento»
il salario potrà essere ridotto sempre di più. Quando il salario si
avvicina al BI, i governi abbasseranno, dove esiste, il salario minimo.
Una dinamica che è più pronunciata in una società di servizi. Si crea
una massa amorfa di persone che sopravvivono, frana la capacità
contrattuale di tutti i lavoratori, i redditi manageriali schizzano verso
l'alto. Tendenze già in atto da tempo in vari paesi.
FL ragionano come se il BI dia accesso di per sé ai beni e alla scelta
del lavoro. Ma è chi comanda finanza e domanda autonoma che definisce
livello e composizione della produzione, consumo reale, quantità e qualità
del lavoro. Perché non partire dalla constatazione che l'esigenza è
quella di stabilizzare il posto di lavoro, trasformando il precariato in
lavori a tempo indeterminato, dando sicurezza dentro il lavoro dipendente?
Saggiamente Masi ricorda una verità elementare. Come collettività
possiamo ridistribuire solo la produzione corrente. Quest'ultima,
aggiungiamo, sarà tanto più elevata quanto più alta è, oggi e nel
passato, l'occupazione, e l'occupazione stabile; e quanto più alta è,
oggi e nel passato, qualità e quantità dei mezzi di produzione. Senza
gestione politica della domanda e senza conflitto sociale nella produzione
sussidi come il BI sono acqua fresca, perché domanda e produttività non
aumentano per magia.
IDEE PIÙ CHIARE
SULL'ALTERNATIVA
di Riccardo Bellofiore
su La Rivista del Manifesto del
10/11/2003
Per uscire dalla crisi
economica
Le vicende recenti dell'economia
americana sono interessanti, da più di un punto di vista. Vale la pena di
richiamare qualche aspetto della sua recente dinamica congiunturale, e
vedere di trarne qualche lezione sulle discussioni di casa nostra. Come
negli anni ruggenti della “nuova economia” quasi nessuno sembrava
pronosticare la crisi prossima ventura, così molta pubblicistica di
questi mesi, anche e soprattutto a sinistra, ragiona come se la ripresa in
quel paese sia da ritenersi qualcosa di futuro e improbabile. Certo, è
vero che 1'economia americana ha vissuto dal 2000 un doppio salto nella
recessione. Come è vero che gran parte del sovrainvestimento e degli
eccessi dell'indebitamento sono ancora da smaltire. Non di meno, il treno
dello ;viluppo è ripartito da alcuni mesi. Si stenta a riconoscerlo per
1'attesa - illusoria - di ritmi di crescita pari a quelli della seconda
metà degli anni '90, difficilmente ripetibili. Intanto, tra il primo e il
terzo trimestre di quest'anno la velocità di incremento del reddito è
passa:a dall'1% al 5% su scala annuale. II consumo, tutto sommato, tiene.
La capacità inutilizzata è sempre elevata ma ha cessato di crescere. Gli
stock sono ai minimi. L'investimento privato mostra segni di ripresa.
Francamente, stupirebbe il contrario. La dose di stimolanti iniettata
dalla politica fiscale e da quella monetaria ° di misura inedita ed
enorme, e ha addirittura fatto sospettare a Milton Friedman che Bush jr.
sia un bolsce~ico sotto mentite spoglie.
Di questa potente spinta alla spesa di origine (in senso lato) pubblica
vale la pena di sottolineare, più che la riduzione di imposte (mal
disegnata, ma che pure qualche effetto ha avuto) 0 1'innalzamento della
spesa militare (che sembra non avere fine), ciò che si deve alla politica
monetaria, e le contraddizioni che quest'ultima si porta in seno. La
politica della Riserva federale è stata orientata all'espansione
monetaria, a un costo del danaro a breve termine ai minimi da mezzo secolo
in qua, a una sostanziale benevolenza verso una moderata inflazione. Fatte
le debite proporzioni, certo con meno decisione e più pragmatismo,
qualcosa del genere vale anche per la Banca centrale europea. Se questa è
stata senz'altro una condizione permissiva della ripresa negli Stati Uniti
da non sottovalutare, non ne è stata però il motore principale, vista
1'incertezza che circondava, e circonda tuttora, gli investimenti privati.
Greenspan, per scongiurare il timore di un avvitarsi della depressione,
aveva iniziato a intervenire anche, irritualmente, sui tassi a lungo
termine. Facendo acquistare direttamente dal sistema bancario titoli a
reddito fisso, ne sollevava il prezzo e ne riduceva il rendimento. Il che
creava la condizione inusuale di un boom di borsa sia nelle azioni che
nelle obbligazioni.
Di qui, una serie di effetti positivi non soltanto sulle imprese ma anche
sulle famiglie, consentendo loro di rinegoziare i loro prestiti a tassi più
bassi e liberando così risorse monetarie per la spesa. Di qui, anche,
1'allontanarsi dello spettro di uno sgonfiamento della `bolla immobiliare'.
I rischi di una manovra del genere sono però evidenti, e consistono nel
fatto che un meccanismo del genere è sensibilissimo quant'altri mai alle
aspettative e all'incertezza, e può invertirsi rapidamente e duramente.
Così è già stato nei mesi centrali dell'estate, quando dichiarazioni
che sembravano denotare una ambiguità della Banca centrale americana
sulla politica monetaria futura hanno fatto temere un qualche indurimento
dell'istituto d'emissione: di qui, il rapido correre ai ripari degli
operatori, con il conseguente schizzare verso 1'alto dei tassi a lunga
scadenza, che ha fatto presagire una prematura fine della ripresa. Timore
scongiurato, ma soltanto per ora: la possibilità che quella dinamica si
ripresenti è dietro 1'angolo. Non appena i titoli delle azioni
risultassero più convenienti delle obbligazioni, il che può verificarsi
non appena la crescita si stabilizza, i tassi dell'interesse a lunga
potrebbero davvero riprendere la corsa verso 1'alto: tanto più in
presenza di un disavanzo di bilancio americano a livelli record.
2. La ripresa, dunque, c'è davvero. Dipende però da una politica
monetaria che è impotente da sola a resuscitare 1'investimento, e che nel
suo tentativo di ravvivare comunque 1'economia accumula a un tempo
incertezza e munizioni per la speculazione, sicché 1'instabilità
potrebbe riprendere selvaggia. La ripresa, d'altronde, ha un carattere
inatteso. Non produce, si dice, quell'aumento dell'occupazione che
analoghe esperienze del passato hanno di solito portato con sé. II tasso
di disoccupazione è, in effetti, stabilmente fermo attorno al 6%, con una
crescita della produttività, quest'anno, di ben il 4,1 %. È proprio
questa `crescita senza occupazione' che dà conto della determinazione
della FED a tener bassi i tassi e a inondare 1'economia di liquidità. A
questo punto, però, è ripartita con forza la solita solfa delle
argomentazioni sulla `nuova economia', i computer e la produttività che
le nuove tecnologie porterebbero ineluttabilmente con sé. Ecco,
finalmente si inizierebbe a e 1'insistenza nel procedere, congiuntamente,
alla introduzione del capitalismo dei fondi pensione e alla
finanziarizzazione delle economie europee sul modello statunitense hanno
una loro perversa coerenza. Si ridefinisce così la struttura di classe in
modo tale da impedire, non dirò una radicale inversione di rotta, ma
qualsiasi strategia riformatrice nel segno di una minore disuguaglianza
interna e internazionale.
Che dire, allora? Concluderne, come è senz'altro vero, che alla
televisione ad aspettare la ripresa americana non ci sono solo i cittadini
europei ma anche i loro governanti? Che dunque il dramma dell'Unione
economica è 1'incapacità di immaginare uno sviluppo trainato da una
domanda effettiva (riqualificata) prodotta all'interno? E perciò di
ridursi a variabile dipendente di uno sviluppo eterodiretto e, per di più,
instabile e intrinsecamente regressivo? Così che dall'attacco al lavoro e
dalla centralità dei mercati finanziari - a differenza degli Stati Uniti,
che li accoppiano a politiche fiscali e monetarie espansive, e a politiche
del cambio e industriali ben attive - si ricava paradossalmente la
riduzione della dinamica della produttività e si patisce comunque
1'aumento del rischio di instabilità? Certo. Chi ne concludesse che non
vi è nulla di nuovo negli eventi recenti sarebbe però decisamente fuori
strada. Infatti, questo quadro non brillante è stato peggiorato in modo
drammatico dalla recente scelta del G7 di Dubai (incredibilmente condivisa
dagli europei) di dare un bel colpo di acceleratore alla svalutazione del
dollaro, quando la valuta americana era già orientata al ribasso, e
togliendo ogni dubbio ai mercati sulla direzione da prendere nella
speculazione. Qualcosa che, come è stato osservato, è da vedere se si
riuscirà a tenere nei binari desiderati. Ma qualcosa che difficilmente
gioverà all'Europa.
4. Non credo abbia ragione Scalfari, in un peraltro brillante editoriale
di «Repubblica» di domenica 12 ottobre, nell'individuare nel disavanzo
commerciale galoppante degli Stati Uniti la causa scatenante della volontà
degli Stati Uniti di imporre una svalutazione più marcata e di cui non si
riesce a prevedere il fondo, e neanche e soprattutto nel prevedere che
prima o poi la misura sarà efficace nell'azzerare il rosso di quel paese
nei conti con 1'estero. Gli eventi degli ultimi anni, dopo la crisi
asiatica, hanno chiarito semmai, al di là di ogni ragionevole dubbio, che
- salvo appunto una instabilità fuori controllo (sempre possibile, ma non
necessariamente probabile) - lo squilibrio esterno americano non ha limiti
se non `politici'. E, in effetti, la crisi della nuova economia viene più
dalle contraddizioni reali e finanziarie interne, che non dai rapporti
commerciali con 1'estero.
II perché è presto detto. Per importare più di quanto esportano, gli
Stati Uniti devono evidentemente pagare in dollari, il che, si potrebbe
pensare, prima o poi dovrebbe porre qualche difficoltà a chi accetta
carta in cambio di merci. Ma le cose sono andate ben diversa
mente. Le banche centrali dei paesi asiatici, in primis la Cina, si sono
rivelate un pozzo senza fondo. Hanno infatti aumentato `precauzionalmente'
le loro riserve in dollari, prendendo così il posto occupato dai paesi
produttori di petrolio dalla metà degli anni '70 e '80, e poi in parte
dai fondi pensione nella prima metà degli anni '9C. I paesi in via di
sviluppo asiatici detengono ormai, nel 2002, circa 2/5, e il Giappone 1/5,
delle riserve di dollari, almeno secondo i dati del Fondo monetario. Dal
1997 i paesi asiatici dichiarano che 1'83% dell'incremento delle riserve
è in valute estere mondiali. E sembrano intenzionati a proseguire
illimitatamente lungo questa strada, nonostante i loro elevati saggi di
risparmio che li dovrebbero esentare dalla necessità di importare
capitale, pur di impedire, o almeno contenere, la svalutazione delle loro
monete rispetto al dollaro. II che consente alla Cina di importare dal
Giappone e da altri paesi asiatici, esportando poi massicciamente sui
mercati americani. Cosa che peraltro fanno anche Giappone, Taiwan, Corea
del Sud, Malesia, Indonesia, Filippine e Tailandia. La corsa al ribasso
del dollaro, dunque, si scaricherà prevalentemente su altri: innanzi
tutto sull'Europa dell'euro. La ripresa degli Stati Uniti, se aiuterà
qualcuno, aiuterà 1'Asia: a breve-medio termine 1'Europa è lasciata al
destino che si saprà disegnare da sola.
Non è difficile chiarire perché la manovra non dovrebbe dar sollievo, se
non limitato e temporaneo, alla posizione sull'estero degli Stati Uniti.
La risposta breve è: perché non è nel loro interesse, almeno se
guardiamo alle imprese multinazionali `globalì' nell'industria e nei
servizi. Prendiamo di nuovo come esempio la Cina, oggetto del vituperio
dei ministri `liberisti' non solo statunitensi ma anche europei, per la
sua presunta concorrenza `sleale'. Bene, quest'ultima proviene
essenzialmente dal lavoro di cinesi in imprese ... americane, in tutto o
in parte. Ben due terzi della triplicazione delle esportazioni cinesi
nell'ultimo decennio verso gli Stati Uniti vengono da loro. Anche per
questo è lecito dubitare che la svalutazione verso le valute asiatiche
differenti dallo yen verrà condotta sino in fondo. È chiaro allora, come
da qualche tempo avverte Marcello De Cecco, che quello che è in atto è
un classico (e prevedibile) esempio di `ciclo economico-politico'. Bush,
in vista delle elezioni, ha bisogno di una ripresa con, e non senza,
occupazione. E deve fare di tutto per stimolarla a breve, presentandosi
come il campione del lavoro `nazionale'. Una manovra, però, dalle
conseguenze incerte, e ad alto rischio. Poi, si vedrà. Intanto, sarà
bene allacciare la cintura di sicurezza.
5. Quali conseguenze ha tutto ciò sulle discussioni di casa nostra? È
prevedibile che il consolidarsi di una qualche ripresa negli Stati Uniti,
e il ritardo europeo, ridaranno la stura sia al pensiero neo-liberale che
a quello social- liberale. II primo vedrà nella crisi d'inizio millennio
negli Stati Uniti qualcosa in via di superamento, vedere 1'effetto degli
investimenti nella comunicazione e nell'informatica, come anche delle
innovazioni organizzative. Ecco, ora si dimostrerebbe che 1'aumento di
produttività conseguente è strutturale, non legato alla buona ed
eccezionale congiuntura di fine anni '90, come ribattevano gli scettici.
D'altronde, un campione dei più lucidi tra i contestatori delle iperboli
sulla nuova economia, Robert J. Gordon, non è forse passato dall'altra
parte? Qualcuno magari finirà con risuscitare le tesi sulla `fine del
lavoro'...
Lasciamo pure stare i non pochi e seri problemi di computo della
produttività negli Stati Uniti. Si sa che, se la contabilizzazione fosse
fatta con i medesimi criteri di qua e di là dell'Atlantico, la
produttività europea si alzerebbe e si avvicinerebbe alla dinamica
americana. Le cose stanno comunque in modo molto più semplice, ancora una
volta. Sarebbe ben singolare che innovazioni tecnologiche di vasta portata
non incidano sulla produttività, e nel lungo termine. Ma questo, come
sempre, dà luogo alla creazione di nuovi bisogni e settori, magari
artificiali, ed è in ogni caso sostenibile solo se cresce simultaneamente
la domanda aggregata. La quale, in effetti, negli Stati Uniti è stata, ed
è, politicamente governata, ed è ad essa che si deve parte non piccola
del miracolo americano. Lidea di una tendenza strutturale dicotomizzata
dalla congiuntura è poco brillante.
Ma come mai, oggi, questa ripresa senza occupazione? La risposta è di
nuovo elementare, e ha a che vedere con quella categoria, presunta
obsoleta, che sono i rapporti di classe. Succede sempre all'inizio di una
ripresa che le imprese producano di più con la stessa manodopera, e
dunque che la produttività aumenti. Qui 1'eccezionalità sta in tre
elementi. Primo, che la ridefinizione dei modi del lavoro e la
precarizzazione del lavoro stanno grandemente facilitando lo sfruttamento
più intensivo della manodopera. Secondo, che la esternalizzazione e la
terziarizzazione nel manifatturiero e nei servizi sono per le imprese
degli Stati Uniti un processo per sua natura globale: coinvolge cioè
tutto il loro ciclo produttivo, disteso nelle filiali e nelle joint
ventures collocate fuori dalla madre patria, dall'India al Messico, dalla
Tailandia alla Cina. Il che, oltre ad abbassare il costo del lavoro e
flessibilizzare la prestazione, preme concorrenzialmente e direttamente
sui lavoratori statunitensi. Terzo, la scelta di premere sull'uso più
intenso del lavoro è 1'unica ragionevole quando le prospettive della
domanda e della ripresa sono ancora incerte, e stabilizzare nuova
occupazione rischia di rivelarsi scelta affrettata.
Qui evidentemente il cane si morde la coda. La crescita senza occupazione
può tramutarsi nel contrario, se e quando la crescita si stabilizzerà a
un livello superiore al 3% annuo (ai criteri contabili UsA), il che non è
affatto escluso (almeno per un po'). Ma la domanda effettiva che deve
sostenere quella crescita, affinché duri e traini nuove assunzioni, è
appesa a un filo tenue, certamente retto politicamente, ma altamente
instabile. Di più, la stessa crisi del lavoro negli Stati Uniti, con
licenziamenti che proseguono e assunzioni che non ripartono, contribuisce
all'incertezza delle prospettive della domanda. Se mai il meccanismo si
rimettesse in movimento, il rialzo dei tassi di interesse può poi
strangolarlo. Insomma, quello che ci aspetta è una ripresa della
crescita, ma sempre più incerta e instabile, oltre che disegualitaria.
3. Che dire dell'Europa in questo contesto? La frase più felice 1'ha
avuta qualche settimana fa il chief economist del Fondo monetario, Kenneth
Rogoff: per il momento, la gran parte degli europei che vogliono vedere la
ripresa economica devono accontentarsi di guardarla alla televisione». È
noto da tempo come stanno le cose. Il Trattato di Maastricht e il Patto di
stabilità hanno incorporato nella costituzione materiale europea un
orientamento - non soggetto ad alcun controllo politico o sociale - alla
restrizione monetaria, per 1'ossessione della lotta all'inflazione e per
la corsa all'azzeramento dei disavanzi di bilancio. Ora questa direzione
sciagurata di politica macroeconomica viene addirittura sanzionata nella
costituzione formale, dove per di più il mercato viene santificato come
fine in sé e dove 1'intervento dello Stato viene esplicitamente
finalizzato alla competizione internazionale nel rispetto di una supposta
`libera concorrenza'.
Anche qui lasciamo perdere le molte ipocrisie. È chiaro come il sole che
1'orientamento pragmatico della Banca centrale europea, sia pur benvenuto,
è effetto solo della crisi mondiale e dei limiti della propria stessa
strategia. Così come è chiaro che le molteplici spinte ad aggiustare i
vincoli troppo rigidi del Patto di Amsterdam e Dublino, e una certa qual
tolleranza sugli `sforamenti' dei disavanzi, non preludono affatto al
rinsavimento. Non appena la crescita ripartisse> abbiamo dunque da
attenderci un balzo verso 1'alto del costo del danaro, e il tentativo di
applicare la `finanza sana' allo Stato con più violenza.
Da tempo scriviamo che, senza più 1'arma del cambio, rinunciando a
politiche industriali attive, in mancanza di interventi strutturali sul
sistema creditizio opposti a quelli che vengono oggi caldeggiati -
insomma, senza rompere sia con coloro che vogliono liberalizzare per
liberalizzare (1'orientamento neo-liberale) sia con coloro che vogliono
liberalizzare per ri-regolamentare (1'orientamento social-liberale) - le
uniche variabili di aggiustamento agli squilibri regionali e di
produttività nell'area europea non possono che essere ritrovate, quale
che sia il colore dei governi, nella flessibilità del costo e dell'uso
della forza lavoro. E da tempo aggiungiamo che le riforme `strutturali'
nel mercato del lavoro una semplice parentesi, e nei problemi dell'Europa
la conseguenza delle non superate `rigidità'. I1 secondo sottolineerà
come la liberalizzazione e la globalizzazione, comunque necessarie, siano
positive solo se governate e orientate a una qualche forma di
redistribuzione. Nella sinistra radicale, come ho anticipato, potremmo
vivere forse una qualche reviviscenza della tesi della `fine del lavoro'.
Vi sarà qui senz'altro il riaffacciarsi con più forza delle posizioni
puramente redistributive, come quella del reddito di esistenza o della
riduzione d'orario di lavoro a parità di salario. Tutte argomentazioni,
queste, che nella nuova crescita capitalistica degli anni '90 non hanno
mai visto, in fondo, contraddizioni interne e insanabili più di tanto, e
che, come gli orientamenti più moderati, in fondo mitizzano il modello
americano della nuova economia, assunto a paradigma dell'evoluzione
necessaria e lineare del capitalismo.
II ritardo europeo darà invece, e all'opposto, più eco agli argomenti di
chi pensa che il problema si riduce alla politica della BCE e al Patto di
stabilità. Che il capitalismo sarebbe oggi (ma a bene vedere sempre)
ineluttabilmente `parassitario'. Che in realtà il problema si ridurrebbe
alla dittatura dei creditori. Fatti saltare quei due pilastri di un
orientamento recessivo delle economie europee, proceduto all'eutanasia del
rentier, tornati a un sano kevnesismo, liberata 1a conflittualità
sociale, chiarito alle masse che il sistema è governato da soggetti privi
di qualsiasi legittimazione e le cui scelte sono, puramente e
semplicemente, quelle della stagnazione, sarebbe aperta la strada ad
un'era in cui tutto è possibile.
Il discorso che precede, pur condividendo le critiche al disegno
macro-economico dell'unificazione europea, va tutto in un'altra direzione,
perché tiene conto della novità e della pericolosità del modello
americano; come anche delle ragioni profonde della crisi irreversibile del
keynesismo così come lo abbiamo conosciuto, e del conflittualismo così
come lo abbiamo sperimentato. Il capitale non è parassitario. Procede
piuttosto lungo la via di una crescita disegualitaria e instabile. Ad essa
la finanza è funzionale, è parte essenziale di un processo (distorto) di
produzione di ricchezza, e a suo modo capace di indurre o imporre consenso
e integrazione. Far saltare, come si deve, la camicia di forza di
Maastricht è sicuramente necessario, ma non basta. Se non si accompagna a
un orientamento strutturale diverso della ripresa, infatti, la rottura del
quadro neoliberale è illusoria - e appunto, 1'esperienza degli Stati
Uniti degli ultimi anni è lì a dimostrarlo. In Italia - dove i problemi
dell'apparato industriale sono quelli di cui diceva Gallino sul precedente
numero della «rivista», dove la ripoliticizzazione del sistema
creditizio fa passi da gigante promossa dalla destra, dove Maastricht è
una cattiva parola per i nostri governanti più che per 1'opposizione,
dove la recente inflazione denota 1'impellenza di interventi sulla
composizione dell'offerta oltre che della domanda – non stiamo dicendo
granché di intelligente. Difatti, lo diciamo da tempo.
Ha ragione Magri nel suo editoriale di due fascicoli fa, è necessario
tentare “una politica economica di sostegno allo sviluppo produttivo» e
arealizzare una distribuzione del reddito un po' più equa”difendendo i
diritti socialii riformando il Welfare in senso universalistico, legando
la revisione del Trattato di Maaastricht e del Patto di Amsterdam-Dublino
(esclusione degli investimenti dal computo del disavanzo per dare più
margini di elasticità alla politica anticiclica) a una nuova
programmazione pubblica, che si impegni sui terreni strutturali della
politica industriale, della politica dell'energia, della politica
ambientale, della politica dell'istruzione (per dare il segno di una
diversa composizione dell'offerta a una politica di piena occupazione). E
ha ragione di non preoccuparsi della qualifica di `riformista' a un
approccio del genere. Sono tra quelli che non credono che questo sviluppo
capitalistico tolleri alcun riformismo forte nel senso indicato da Magri.
Penso però che, se una inversione radicale di rotta le lotte sociali e la
politica riusciranno ad imporla, ciò che ne risulterà è un nuovo
capitalismo riformato, instabile, dentro cui giocare la partita del
conflitto tra le classi su un altro, migliore terreno. Niente di più. Ma
niente di meno, salvo una rivoluzione passiva.
Il problema è: come arrivarci. Si è sperimentato quello che sapevamo da
tempo: la crisi economica, la delegittimazione sociale di questo
capitalismo non bastano. Nel segno di una causazione ideale dei processi
di trasformazione sociale, non può non avere il suo peso la chiarezza
sulle contraddizioni attuali, e su quale sia l'agenda della politica
economica alternativa. Ma qui, si deve dire, da anni si riproduce lo
stesso dibattito, indipendentemente da ogni riscontro di realtà, che
avrebbe dovuto liberare il campo. Non c'è da stupirsi dell'ineffettualità
della sinistra, anche della `nostra' sinistra, se le lezioni squadernate
dagli eventi di questi anni non sono apprese, e si procede come se niente
fosse.
Sembra che le sinistre vadano a un nuovo accordo per scalzare Berlusconi.
Ed è probabilmente vero che la sconfitta del Polo delle Libertà, pur non
certa, è ormai nel novero delle probabilità realistiche, salvo gravi
errori del fronte opposto. Peccato che tutto ciò avvenga nella confusione
più totale delle lingue sul terreno dell'analisi del capitalismo e
dell'alternativa propositiva. Il peccato è più grave per la sinistra che
si vuole di alternativa. Perché a un tavolo di discussione programmatica
con il centro-sinistra ci si presenta per andare a dei compromessi. È però
difficile capire quali siano accettabili e non pura e semplice
capitolazione, se sul terreno dell'analisi e - dunque - dell'intervento
necessario e possibile, persino tra le proprie fila regna la babele dei
linguaggi. E se la sinistra radicale si presenta con un profilo incerto su
quella che è la sua idea di come cambiare 1'economia e la società, di
come interrompere il declino italiano ed europeo. A quel punto, e quel
punto temo si sia superato, non si tratterà più di compromessi, ma di
convenienze.
Scenari internazionali e il caso
italiano
di Riccardo Bellofiore
su La Rivista del Manifesto del
05/05/2001
Il rischio di recessione negli
Stati Uniti e l'incapacità dell'Europa dell'euro di prendere la staffetta
dell'economia americana come locomotiva dell'economia mondiale, o almeno
di trovare al suo interno la sorgente di una domanda qualificata in grado
di evitare di rimanere nuovamente intrappolata in un ristagno economico.
1. Non si può dire che gli
ultimi mesi non siano stati istruttivi. Dal punto di vista internazionale,
innanzi tutto, con il venire a termine del `miracolo' americano e il
sempre più incombente rischio di recessione negli Stati Uniti. Con
l'addensarsi di nuove nubi, e addirittura il rischio di fallimento della
disastrata economia giapponese. Con l'incapacità dell'Europa dell'euro di
prendere la staffetta dell'economia americana come locomotiva
dell'economia mondiale, o almeno di trovare al suo interno la sorgente di
una domanda qualificata in grado di evitare di rimanere nuovamente
intrappolata in un ristagno che, di fronte all'assenza di una risposta
espansiva, non potrebbe non mettere a dura prova la tenuta di quel che
resta del modello sociale europeo. Con il diffondersi, alla prima
periferia del centro, dall'Argentina alla Turchia all'Est asiatico, di
nuove tempeste che qualche autorevole commentatore ha letto come sintomo
di febbre globale.
Ma è significativo e presagio di accelerazioni drammatiche – proprio
sullo sfondo di questo contesto internazionale – anche ciò che sta
avvenendo sul terreno nazionale: dove l'approssimarsi delle elezioni, le
tornate contrattuali di categorie importanti (a partire dai metalmeccanici
e dalla Fiat) e la recente assemblea di Confindustria vedono una
convergenza tra padronato riunificato e centro-destra su un programma di
sfondamento delle residue capacità di difesa di quel che resta di un
sindacato autonomo, con una sinistra di governo sempre più sensibile alle
sirene dell'avversario. A fronte di una destra padronale e politica che
`pratica l'obiettivo' sta la subalternità ideale e propositiva di un
centro-sinistra capace soltanto di opporre una linea alternativa dai
tratti appena delineati e tutto meno che limpidi (lasciamo stare
l'attraenti), e per quel che se ne capisce di una povertà disarmante
anche dal punto di vista intellettuale.
Su queste questioni è già intervenuto, nella seconda parte
dell'editoriale del numero scorso, con considerazioni e accenti
condivisibili, Lucio Magri. Vale la pena però di tornarci sopra,
riprendendo e approfondendo e l'uno e l'altro piano dell'analisi.
2 La situazione dell'economia mondiale, in primo luogo. Per ragioni di
spazio, concentriamoci sul centro dell'Impero, gli Stati Uniti, e su ciò
che avviene nella `regione' cosiddetta dell'economia globale in cui siamo
immersi, l'Europa dell'euro. Qualche dato, in entrambi i casi, non guasterà.
Cominciamo dall'economia americana, dalle tendenze della borsa, e in
particolare dal mercato delle azioni. Il Dow Jones, rappresentativo della
`vecchia' economia, è balzato in sù, tra la metà del 1982 e il gennaio
del 2000, di 15 volte, da 777 a 11.772 punti; il Nasdaq, emblema che
sembrava inattaccabile della `nuova' economia, nello stesso periodo era
stato catapultato verso l'alto, soprattutto per l'ascesa sempre più
veloce del decennio appena concluso, di un fattore moltiplicativo ancora
più incredibile, di 30 volte. Il rapporto prezzi-utili era anch'esso
fuori da ogni media storica, risalito nel medesimo arco di anni da un
valore di poco più di 7 a oltre 35. Insomma, l'investimento in teoria `di
rischio' pareva essere divenuto, strutturalmente, il meno rischioso e il
più attraente di tutti. Il patrimonio delle famiglie è così aumentato
costantemente, oltre il 14% nel solo 1999; mentre il rapporto tra
ricchezza azionaria e reddito disponibile delle famiglie da 0,2% nel 1985
ha finito col toccare l'1,3% a fine 1999. I disavanzi commerciali e delle
partite correnti sono – ulteriormente, e di conseguenza, in uno scenario
di crescita relativamente debole altrove — aumentati nell'ultimo
quadrimestre del 2000, raggiungendo il 4,3-4,5% del Pil. Nella recessione
che di fatto è già in atto, se non vi saranno drastiche variazioni in
riduzione del corso del dollaro, alcuni analisti prevedono addirittura che
il buco con l'estero si avvicinerà alla soglia del 5%.
Non stupisce che su queste basi la già elevata propensione al consumo
seguisse la linea ascendente volando dal 91% a oltre il 100%. E neppure
che il boom dei consumi privati — peraltro inegualmente distribuito,
dati i caratteri sperequati della crescita — fosse alimentato dal
credito tratto su valori `virtuali', finendo con il rappresentare ben i
due terzi del Pil e dando vita a un indebitamento privato al di fuori di
ogni esperienza storica conosciuta. Quel che è successo dopo è cronaca.
Molta di questa ricchezza cartacea (più di 4.600 miliardi di dollari
negli Stati Uniti, oltre 10.000 sulle piazze mondiali) è svanita nel
nulla. Nel 2000 il Dow Jones ha avuto una flessione sino a cadere a 9.791
punti, perdendo quasi il 17% rispetto al suo picco. Il Nasdaq, che ha
perso ben il 30% dall'inizio di quest'anno e si trova ora a 1.729 punti,
è sprofondato del 66% dalla vetta raggiunta il 10 marzo del 2000, e
secondo alcune voci potrebbe scivolare di un altro 15% dal livello
attuale, toccando un pavimento a 1.500 punti; mentre a sua volta l'indice
S&P è scivolato del 27% dal tetto raggiunto lo stesso mese dell'anno
scorso. Il patrimonio e la ricchezza azionaria delle famiglie hanno
iniziato una precipitosa marcia all'indietro, e il consumo interno ha
cominciato a cedere. La capacità produttiva inutilizzata – che era
rimasta elevata nonostante la vivace fase espansiva — si è ampliata
ancora di più, e i profitti tanto attesi sono scomparsi ovunque, ma in
modo particolarmente significativo nella `nuova' economia, facendo anzi
emergere vistose perdite. L'intera costruzione ha mostrato crepe sempre più
evidenti, che hanno minato la fiducia, accentuando la correzione di borsa.
Com'è naturale, il tasso di disoccupazione ha ripreso a crescere, per ora
soltanto dal 4,2% al 4,3%: dato che copre peraltro ondate di licenziamenti
durissimi nella vecchia come nella nuova economia. Questa volta,
significativamente, la notizia non ha suscitato gli entusiasmi della
borsa, incerta sulla reazione della banca centrale: fornendo così
conferma ulteriore degli umori e delle aspettative sugli stessi sviluppi
del capitalismo reale.
L'interpretazione apologetica che fantasticava di nuove tecnologie cui si
sarebbe dovuto attribuire integralmente (e indipendentemente dalla
prolungata espansione di fine anni '90) l'accelerazione della dinamica
della produttività, che ne deduceva andamenti mirabolanti degli utili
delle imprese negli anni a venire, e che su questa base riteneva
`realistiche' le quotazioni di borsa e `sostenibile' la voragine che si
era aperta nella posizione debitoria sull'estero, ne esce fortemente
rimessa in questione. Dimostra di essere né affrettata né ideologica la
visione che invece sottolineava le contraddizioni della new economy,
quella visione che ha trovato su queste colonne varie espressioni, cui si
è aggiunto nel numero 14 (febbraio 2001) della «rivista del manifesto»
il sostanzioso saggio di Brenner che, ci sembra, convalida la previsione
di chi si attendeva il sopraggiungere di una `crisi', ma che sottolinea al
contempo come tale crisi non avrebbe assunto i caratteri di un crollo.
Avrebbe semmai velocemente rimesso in moto l'intero quadro
politico-economico, aprendo a esiti alternativi, di ripresa del conflitto
e dell'iniziativa da un lato, di regressione sociale e di arretramento
politico dall'altro.
L'interpretazione critica del miracolo americano ne metteva in evidenza il
circolo, immediatamente benefico ma potenzialmente a lungo termine
perverso, che legava: bolla speculativa; effetto ricchezza positivo
(innanzi tutto sui consumi ma anche, in parte per via autonoma in parte di
rimbalzo, sugli investimenti); l'avvitarsi dell'indebitamento privato;
l'accumularsi del debito sull'estero; per ultimo ma non da ultimo, una
piena occupazione spesso di discontinua e scarsa qualità, sempre precaria
e incerta. E segnalava con forza: la natura in parte congiunturale e
idiosincratica degli aumenti di produttività; l'integrazione del
`decentramento' nell'Est asiatico e in America Latina (che aveva finito
con il determinare una pressione al ribasso su salari e condizioni di
lavoro negli stessi Stati Uniti) dentro il ciclo produttivo dell'economia
e della tecnologia dell'informazione americano; la bassa profittabilità
presente e futura di buona parte delle imprese dell'economia basata su
Internet, le mitizzate `dot.companies'. Tutti annunci di difficoltà serie
ed imminenti. Una volta sopraggiunta la frenata, era ragionevole
attendersi quel che sta avvenendo: che i dati sui profitti, la caduta dei
valori dei titoli, la preoccupazione degli investitori avrebbero portato a
una fuga dalle azioni verso le obbligazioni, alla frenata dei consumi,
alla possibilità di razionamenti nel credito bancario, alla eventualità
concreta del sopravvenire di un equilibrio prolungato di ristagno. In
poche parole, il timore di un `atterraggio duro' dell'economia americana
che potrebbe tirarsi dietro il resto dell'economia mondiale: la quale, a
sua volta, solo in forza della ripresa americana dell'ultimo decennio era
stata in grado di sconfiggere le spinte stagnazionistiche che (per ragioni
in parte diverse) originavano dal Giappone e dall'area dell'euro. E
d'altro canto non era stato proprio il `miracolo' Usa a consentire all'Est
asiatico una nuova ma fragile vitalità dopo la crisi del `97-'98?
Per la verità, i rischi per l'economia mondiale di una impasse globale si
sono addirittura ingigantiti nelle ultime settimane. Stati Uniti e
Giappone, che da soli contano per il 46% della produzione mondiale, sono
in simultanea tendenza negativa per la prima volta dal 1974, cioè dalla
prima crisi petrolifera – il che lascia dubitare che i primi siano lieti
di concedere ai secondi quella significativa svalutazione dello yen di cui
avrebbero bisogno. L'Est asiatico, snodo decisivo della filiera
dell'elettronica (non c'è nulla di più materiale dell'economia
immateriale!), è di nuovo rigettato nella crisi dal crollo delle proprie
esportazioni di materiali, componenti e prodotti di quel settore, visto
che ben più della metà delle vendite all'estero di numerosi paesi di
quell'area fanno capo alla information technology e dipendono crucialmente
dalla domanda degli Stati Uniti. L'Argentina è stata strangolata, in
sequenza, prima dalla dollarizzazione, poi dal repentino e drastico rialzo
recente dei tassi d'interesse nelle aree periferiche a rischio di
fallimento. E ovviamente paesi del genere sono tanto più `fragilizzati'
quanto più hanno avuto pieno corso le politiche di `stabilizzazione' del
Fondo monetario internazionale. Una storia non troppo dissimile si
potrebbe raccontare per la Turchia.
Cosa ha scatenato la sequenza negativa, ed è possibile, e in quanta
misura, porvi rimedio? Vi è chi, cogliendo soltanto una parte della verità,
individua troppo facilmente la causa della svolta nella determinazione con
cui Greenspan – passato con rapidità impressionante dal ruolo di
`maestro', eroe e responsabile unico del `miracolo' americano, a quello di
utile capro espiatorio su cui scaricare la colpa della recessione
imminente — ha a più riprese, tra la metà del 1999 e i primi mesi del
2000, tentato di moderare l' `esuberanza irrazionale' della borsa
americana, spingendo verso l'alto il tasso sui Federal Funds dal 4,75%
(dove si collocavano dopo il salvataggio dell'ottobre 1998) al 6,5%, dove
sono rimasti sino al gennaio di quest'anno. Quello che è certo è che
l'inversione di rotta, segnata da tre riduzioni di mezzo punto negli
ultimi tre mesi, non è bastata, e in contrasto con le attese e
l'esperienza recente non è ancora riuscita a sconfiggere l'ondata
ribassista. Non è detto che abbiano ragione coloro che imputano la
mancata efficacia di questa manovra a una sua eccessiva timidezza, anche
se è vero che il tasso di interesse `reale' rimane al rispettabile
livello del 2% e che dunque spazi per la riduzione ve ne sono. La stessa
analisi di Brenner, ci pare, conferma la tesi degli scettici che alla resa
dei conti il doppio debito sull'interno e sull'estero si sarebbe rivelato
insostenibile, e che non si possa contare semplicemente sulla manovra
monetaria. D'altronde, l'insufficienza, da sola, di una riduzione dei
tassi d'interesse è dovuta anche al fatto che la natura espansiva o meno
delle condizioni finanziarie dipende in modo determinante da due fattori
che nella congiuntura presente giocano in senso negativo, e cioè
l'andamento (al ribasso) dei corsi dei titoli e la (insospettata) tenuta
del dollaro. Se va bene, l'intervento della Federal Reserve eviterà,
durante il rallentamento economico, l'insolvenza di un sistema largamente
indebitato. Nulla di più, almeno a breve.
L'articolo di Brenner è di grande utilità, si deve dire, per due gruppi
di tesi che lo caratterizzano in modo originale, l'uno — a mio parere
— in positivo, l'altro in negativo. Ha ragione Brenner quando chiarisce
come la crescita americana sia stata accompagnata da un progetto politico
esplicito e determinato che mirava a sostituire in corsa il traino della
domanda, passando dai consumi finanziati col debito ad esportazioni nette
positive, tirate da una crescita mondiale che doveva vedere altre aree
aggiungersi all'intonazione espansiva degli Stati Uniti. Come ha ancora
ragione nel rilevare che, per quanto alla fine sovradeterminata
speculativamente e presumibilmente sopravvalutata, la crescita del
prodotto e della produttività negli Usa degli anni '90, a fronte del
deludente andamento di Europa e Giappone, era stata effettiva e non può
essere passata sotto silenzio: e concretamente ha dato vita a una ripresa
di egemonia anche sul terreno del capitale reale, non sappiamo quanto
duratura. Ciò che invece non convince è questo. Non si capisce come
Brenner possa immaginare una ripresa mondiale coordinata che si appoggi
sulla pura spinta di una maggiore concorrenza tra le aree capitalistiche e
che dovrebbe estrinsecarsi in una più approfondita divisione del lavoro.
Detto altrimenti, se la crescita americana e, con difficoltà e al
seguito, quella europea sostenute dal boom dei consumi finanziati dal
debito privato, una crescita mondiale non sostenuta dai consumi richiede a
sua volta, pare inevitabile, l'espansione di qualche altra forma di
domanda autonoma, che non può essere costituita per l'economia `globale'
dalle esportazioni nette. Ma su ciò l'analisi di Brenner tace.
Giocano qui negativamente, con molta probabilità, un qualche
antikeynesismo volgare abbastanza diffuso (e che fa interpretare a molti
come `keynesiane' le politiche del Giappone, il che è dubbio: ma non
possiamo trattarne qui) e un tipico errore smithiano (secondo cui tanto la
crisi quanto lo sviluppo del capitale dipenderebbero dalla concorrenza,
che come è noto da sola non spiega nulla). E in effetti, a veder bene,
gli Stati Uniti hanno – o per essere più precisi, avrebbero: e non è
detto che non la percorrano a loro modo – una via d'uscita, o per meglio
dire un mezzo per attutire il rallentamento dell'economia. Si tratta del
ricorso alla politica fiscale, tanto più in una situazione di vistoso
avanzo nel bilancio pubblico. Da questo punto di vista aveva ragione più
Bush che non i suoi critici pseudo-keynesiani i quali insistevano
puramente sul rilassamento della politica monetaria. Semplicemente, e
questo non può stupire nessuno, la spesa pubblica che Bush sta spingendo
è quella del complesso militare-industriale a lui più vicino e non certo
quella necessaria per un rilancio qualificato del welfare; mentre le
progettate riduzioni fiscali (peraltro radicalmente insufficienti nella
quantità e, per come sono disegnate, lente nella loro traduzione in nuova
domanda) non favoriscono i ceti più esclusi dalla ripresa
dell'accumulazione degli anni scorsi e più a rischio nella recessione
attuale.
A ben vedere, negli anni '90 la stagnazione dei salari e l'allargamento
della forbice distributiva non hanno prodotto negli Usa una classica crisi
da insufficienza di domanda in forza di una dinamica sostenuta ma, come si
è poi potuto constatare, `a termine', in quanto sostenuta unicamente da c
onsumi di carattere `opulento'. Che una simile compensazione delle
tendenze recessive inevitabilmente inscritte in una divaricazione nella
distribuzione del reddito, che privilegia le fasce alte, e i consumi
privati vistosi, avesse dei limiti doveva essere chiaro, almeno per chi
non abbia dimenticato la lezione di Marx e della Luxemburg, prima ancora
che di Kalecki e di Keynes.
3 Veniamo allora al quadro di ciò che sta avvenendo e ci si attende in
Europa. Tra gli eventi inattesi, ne possiamo indicare due a mo' di
preludio al ragionamento. Il primo riguarda la speranza che con
convinzione i circoli dominanti hanno proclamato e diffuso nell'ultimo
paio d'anni. L'Europa dell'euro, si diceva nelle dichiarazioni e nelle
previsioni delle sue massime autorità monetarie e politiche, se non è
pronta a prendere il posto degli Stati Uniti come locomotiva della
crescita, è almeno già sin d'ora in grado di accelerare la corsa e di
sorpassare un'economia americana in perdita di velocità. A smentita, si
è dovuto in questo inizio d'anno rivedere in fretta e furia le troppo
ottimistiche stime di crescita, e facendo buon viso a cattivo gioco far
finta di inorgoglirsi per tassi di sviluppo del Pil che si situeranno
largamente al di sotto del 3%, secondo stime recentissime del FMI non
superando il 2,5%. Un valore che può essere definito soddisfacente
soltanto in forza della sostanziale immobilità degli anni `90.
Il secondo riguarda invece la delusione dell'aspettativa che era comune a
osservatori di diverso orientamento teorico e politico secondo la quale un
blocco troppo brusco della crescita statunitense avrebbe dato vita ad una
caduta (che molti preconizzavano precipitosa) del dollaro, ad una risalita
(che i critici temevano troppo veloce e instabile) del tasso di cambio
dell'euro, e ad una precipitosa inversione della direzione dei movimenti
di capitale. Quel che invece pare verificarsi è che proprio nel momento
di maggiore ansia per gli Stati Uniti la loro moneta mostra ancora una
solidità invidiabile: tant'è che l'euro è tornato nelle settimane
scorse quasi ai suoi minimi, attorno a 0,88 per un dollaro, avendo
cumulato una perdita in due anni del 25%. Si badi, ciò avviene
esattamente nel momento in cui due fattori cui anche osservatori di
sinistra avevano attribuito le ragioni di una peggiore performance delle
economie dell'area dell'euro si sono andati dissolvendo: in primo luogo,
l'aumento del prezzo del petrolio, che è in buona parte rientrato e non
sembra attualmente e nel prossimo futuro dare segni di tensione; ma anche,
e soprattutto, il differenziale nei tassi d'interesse a breve tra Europa e
Stati Uniti, che è sceso dall'1,75% di alcuni mesi fa allo 0,25% di oggi,
e che rischia di scomparire del tutto se le attese dei mercati americani
di imminenti ulteriori riduzioni del tasso sui Federal Funds e i timori di
quelli europei di una persistente riottosità della Banca centrale europea
all'abbassare il tasso d'interesse troveranno conferma. Per quel che
riguarda i tassi a lunga, lo scarto tra quelli europei e quelli americani
oramai non esiste più. E se la Bce riducesse di un quarto di punto il
tasso di riferimento dopo che ho scritto queste note, non cambierebbe
granché. Come negli Stati Uniti, anche una (pur opportuna) politica
monetaria espansiva non è da sola sufficiente a riqualificare lo
sviluppo: a questo fine sono essenziali una politica fiscale orientata al
pieno impiego e una più sostenuta dinamica dei salari e dei redditi da
lavoro.
Ciò che in questo quadro sembra richiedere risposta è l'interrogativo su
quali siano le ragioni per cui le borse europee hanno avuto nell'ultimo
anno un andamento ancora più catastrofico di quelle statunitensi, e su
cosa spieghi il fatto che i movimenti di capitale persistono a muoversi
verso gli Stati Uniti. Può essere utile anche qui fornire qualche cifra.
La sopravvalutazione del rapporto prezzi/utili e la crescita dell'indice
S&P sono stati più marcati nel `vecchio' continente. Per esempio, in
Germania la borsa si è rivalutata del 268% e in Italia del 245% rispetto
al 233% degli Usa; mentre il saggio di profitto `scontato' sul futuro per
le imprese della `nuova' economia era in Europa del 19% a fronte del 14%
americano. Il crollo dal picco di marzo 2000 a un anno dopo è stato, a
sua volta, più pronunciato in Europa (-35% in Germania, -30% in Italia)
che oltre Atlantico (-27%). Se prendiamo i movimenti di capitale tra
Europa e Stati Uniti a gennaio, nel bel mezzo della tormenta in
quest'ultima economia, gli investimenti diretti all'estero continuavano a
muoversi in senso sfavorevole all'area dell'euro, per acquisti di azioni e
obbligazioni americane da parte di europei o vendite di azioni e
obbligazioni in euro da parte di non residenti, per un totale di 45,5
miliardi di euro.
Certo, a produrre questi esiti contribuiscono non poco la ancora stentata
crescita europea, la riconfermata ossessione anti-inflazionistica della
Bce (ma forse ancor più la volontà di non dare segnali accomodanti ai
rinnovi contrattuali) che la induce a non ridurre i tassi, i timori che si
stanno diffondendo per il rischio di hard landing negli Usa, tutti fattori
di cui si è detto. Come anche ci devono ancora convincere quei
commentatori del manifesto che ancora pochi mesi fa hanno interpretato,
troppo unilateralmente e troppo affrettatamente, come armi politiche Usa
l'alto prezzo del petrolio e il basso valore dell'euro (via differenziale
nei tassi) — entrambe circostanze che non è detto fossero da intendersi
come cattive notizie, in verità. Quello che è chiaro è che ora che il
prezzo del petrolio sembra stabilizzarsi sui 24 dollari al barile e che
l'impatto negativo dell'ultima impennata si è rivelato meno traumatico
del previsto, ora che lo scarto tra tassi Usa e tassi europei è svanito,
e ora che l'euro continua la sua magra esistenza pur con il competitore
principale che arranca, emergono alla luce alcune verità. Il fatto che
l'economia europea patisce della crisi americana non direttamente (come
vorrebbe una visione sbrigativa della globalizzazione: cioè in rapporto
alle difficoltà degli scambi commerciali), ma attraverso altri due canali
ben più significativi. Il primo è la sincronizzazione delle dinamiche di
borsa, frutto della liberalizzazione (politicamente decisa, e ancora oggi
politicamente favorita) dei movimenti di capitale, ulteriormente
accelerata dalla costruzione (politicamente voluta) di un capitalismo dei
fondi pensione europeo - altro elemento, sia detto tra parentesi, che
favorisce gli Usa più e meno immediatamente. Il secondo è lo stato dei
rapporti commerciali con l'estero delle grandi imprese multinazionali
europee (quasi tutte ormai non italiane), che loro sì sono fortemente
sensibili al crollo delle vendite sul mercato americano, e le cui perdite
trascinano dietro di sé e rallentano il resto del sistema. Che poi i
venti di crisi finanziaria alla periferia colpiscano paesi dove a essere
esposto non è il sistema finanziario statunitense ma quello europeo, e in
specie quello tedesco, evidentemente rinforza il movimento del dollaro.
Insomma, il nodo europeo torna ad essere, per un verso, l'incapacità di
sfidare una visione della globalizzazione finanziaria di marca
anglosassone, e per l'altro verso la insistita dipendenza dal modello
germanico di crescita tramite esportazioni nette del nucleo manifatturiero
e dei servizi avanzati. Modello che si è esteso al resto della
costruzione europea (e al nostro paese), e che fragilizza anche
un'economia in teoria relativamente `chiusa' come l'area dell'euro, sicché
quando le esportazioni nette franano non si vuole o non si è in grado di
produrre domanda autonoma all''interno. Salvo per così dire, per caso,
che è poi quanto anticipa qualche istituto di previsione, che conta sul
fatto che la caduta dei prezzi del petrolio, la riduzione delle imposte
decisa dai governi per redistribuire le maggiori entrate degli anni
scorsi, e magari l'attesa ripresa dell'euro, consentano una più rapida
dinamica dei consumi privati. Ma è evidente che in questo caso non
soltanto ci troveremmo a dover sperare in qualcosa che ci salvi dal
ristagno senza che ciò sia prodotto da quell'iniziativa politica
espansiva determinata di cui ci è bisogno: ma saremmo, come siamo, nelle
condizioni di doverci accontentare di una stentata sopravvivenza che non
può che riconfermare anche noi, e non soltanto gli Stati Uniti, in quel
modello di crescita disegualitario che si fonda sulla domanda estera e/o
sulla dinamica sperequata dei consumi, e che non può non rivelarsi per
sua natura fragile e dipendente.
4 L'analisi che precede parla in realtà anche dell'Italia, e consente di
comprendere il significato delle prese di posizione di Confindustria.
L'esperienza italiana recente è stata segnata da alcune caratteristiche
degne di nota. Mettiamone in evidenza alcune. La crescita, pur
insufficiente, si è risollevata, raggiungendo a prezzi costanti il 2,9%
(che va paragonato, per essere chiari, non soltanto al 5% Usa, ma anche al
3,2% della Francia e al 3,1% della Germania). Un passo che in ogni caso
— per quanto si è detto sul prevedibile andamento prossimo venturo
dell'economia mondiale ed europea, e per quanto si dirà sul caso italiano
— difficilmente verrà mantenuto per pura forza d'inerzia. A fronte di
ciò, due fatti significativi.
Primo, l'occupazione complessiva cresce nuovamente dalla metà degli anni
`90. Interrompendo una tendenza alla riduzione che aveva caratterizzato i
primi anni di quel decennio — e che si era tradotta in una acritica
accettazione, persino nell'area della sinistra alternativa e antagonista,
della tesi della `fine del lavoro' — i lavoratori occupati erano
risaliti da poco meno di 20 milioni, (il pavimento raggiunto nel gennaio
1995 secondo la rilevazione sulle forze di lavoro dell'Istat) a 21.273.000
unità del gennaio 2001. A un esito del genere ha contribuito non poco la
circostanza che, impiegando un termine tecnico, `l'elasticità
dell'occupazione al reddito' (ovvero, la misura percentuale della
`risposta' dell'occupazione all'incremento del reddito) è aumentata. Il
tasso medio annuo di crescita delle unità di lavoro tra il 1995 e il 1999
è tornato ai livelli degli anni ottanta (0,7 per cento), pur in un
contesto di crescita lenta (pari all'1,4% tra il 1996 e il 1999, gli anni
del rientro nello Sme e dell'adesione all'euro successivi alla
svalutazione della lira); e nel 2000, con il quasi raddoppio della
crescita del Pil, il ritmo delle nuove assunzioni è persino accelerato.
Il che è evidentemente spiegabile, oltre che come correzione di un
eccesso di sostituzione di capitale a lavoro verificatosi nei primi anni
'90, in vari modi: tra cui, per un verso, la stessa moderazione salariale,
e per l'altro l'accumulo temporaneo di forza lavoro in una fase di
ristrutturazione aziendale di cui non si sfruttano appieno e
immediatamente i risultati.
Come si sa pure, e lo ha documentato molto bene recentemente Vittorio
Rieser (cfr. il dattiloscritto Appunti su mutamenti (oggettivi e
soggettivi) nella struttura/composizione di classe in Italia, che commenta
il rapporto Istat 2000, e che spero sia pubblicato presto su queste
colonne), che il lavoro dipendente è in aumento mentre il lavoro autonomo
è in lieve calo. Dato che va letto specificandone la composizione. Perché
aumentano le nuove forme di lavoro autonomo, che mascherano in realtà
lavoro eterodiretto (parasubordinati, collaboratori coordinati e
quantitativi, soci-lavoratori di cooperative, etc.), mentre si riducono le
figure tradizionali. E perché il lavoro dell'industria cala, e ancor più
quello della grande impresa: ma soltanto perché gran parte delle funzioni
prima svolte all'interno vengono ora esternalizzate, oppure si mascherano
come occupazioni del terziario. Cresce a dismisura l'area della precarietà
e dell'insicurezza. Lavoro `atipico', regolato da contratti a tempo
determinato (che nel 1999 avevano raggiunto il 9,5% del totale dei
dipendenti), come contratti a termine, contratti interinali, contratti di
formazione-lavoro, fino a coinvolgere più di un milione e mezzo di donne
e uomini. Oppure lavoro a tempo indeterminato sì, ma `part-time' (per
l'8,2% del complessivo). Spesso e volentieri, vero e proprio lavoro `nero'
e `sommerso'. Quando aumenta l'impiego a tempo indeterminato, ciò avviene
prevalentemente in imprese piccole e piccolissime, quindi esentate
dall'applicazione dello Statuto dei lavoratori.
Insomma, mentre persino il lavoro più o meno esplicitamente `operaio' ha
ricominciato ad espandersi, sia pure di poco, notevole è stata la
dilatazione dell'area del lavoro comunque `dipendente' dal capitale. A ciò
si accompagna una retribuzione reale sempre più compressa. Non soltanto i
lavoratori non godono per nulla dei rilevanti aumenti nella intensità e
nella forza produttiva del lavoro di questi anni, ma non sono neanche in
grado di recuperare l'inflazione effettiva che è stata decisamente
superiore all'inflazione programmata. Non stupisce perciò che, secondo
dati della Banca d'Italia, dal 1980 al 1999 la quota dei salari sul
reddito lordo distribuito si sia ridotta dal 56% al 40%, e che in
particolare negli ultimi dieci anni, la quota dei profitti e delle rendite
si sia gonfiata di oltre il 6%, senza che ciò possa essere attribuito in
alcuna misura ad una particolare dinamicità del sistema delle imprese (e,
come vedremo, lo riconosce di fatto lo stesso padronato). Nello stesso
arco di tempo, le retribuzioni nette mensili sono diminuite dell'8,7%, e i
lavoratori a bassa retribuzione sono aumentati del 10%. I dati diffusi
dall'Eurostat in questi giorni sulla dinamica dei salari nell'ultimo
trimestre del 2000 vedono l'Italia all'ultimo posto: e questo risultato
dipende non poco dal fatto che in particolare i salari dell'industria da
noi crescono soltanto dello 0,6% l'anno (in media, dal 1993), a fronte di
aumenti di cinque-otto volte superiori in Germania, Gran Bretagna e
Francia (cfr. l'articolo di Nicola Cacace su «l'Unità» del 13 aprile
2001). Queste circostanze, assieme alla torsione restrittiva che ha avuto
la nostra politica fiscale (persino in eccesso rispetto a quanto ci è
imposto in sede comunitaria), spiegano come mai i consumi italiani siano
cresciuti relativamente di meno che negli altri paesi europei. Sono questi
tutti frutti avvelenati della politica di `concertazione' e degli accordi
del 1992 e 1993.
Dov'è allora la novità di oggi? Sta nel fatto che nel 2000 a un sia pur
modesto salto verso l'alto della crescita ha corrisposto per la prima
volta da anni una inversione della gerarchia di importanza tra assunzioni
a tempo determinato e assunzioni a tempo indeterminato, con le seconde che
tornano a prevalere. L'ultima rilevazione campionaria dell'Istat sulle
forze di lavoro, infatti, dice che non è più vero che pressoché tutto
l'incremento dell'occupazione dipendente è dovuto alle forme di lavoro
`atipico'. Rispetto al gennaio dell'anno precedente, il lavoro a tempo
indeterminato è cresciuto di 498.000 unità, di cui 370.000 a tempo pieno
e 128.000 a tempo parziale, mentre il lavoro a tempo determinato ha avuto
un gonfiamento più modesto, da 1.403.000 a 1.442.000 unità, restando al
9,4% dell'insieme di occupati. Nella stessa industria l'incremento
dell'occupazione è stato significativo (di 76.000 lavoratori, e dell'1,5
%) ma ancora più rapido si è mostrato quello nei servizi, di 479.000
unità e del 3,7 in percentuale. Una dinamica, certo, che ovunque investe
in primo luogo e soprattutto le donne, che continuano a occupare posti di
lavoro meno qualificati e garantiti. E che ha una interessante dimensione
territoriale, con una espansione più marcata del Nord-Ovest e Centro, ma
anche del Mezzogiorno, rispetto al Nord-Est, sostanzialmente stazionario.
Il che evidentemente apre al commento `di destra' secondo cui la
flessibilità, stimolando la dinamica del prodotto, se in prima battuta
richiede forme di lavoro non garantite e/o a tempo parziale, anche per
soddisfare le `preferenze' dell'offerta di lavoro e in particolare di
giovani e donne, prima o poi, con lo `spontaneo' consolidarsi della
crescita, darebbe luogo ad occupazione `vera' e `tutelata'. Mentre è
chiaro che così non è, che ciò è dovuto in parte considerevole alla
presenza di quella normativa contrattuale che appunto Confindustria e Polo
delle libertà (e speriamo soltanto loro: ma i presagi non sono
incoraggianti) vogliono stravolgere, passando dalla `concertazione' al
ripudio del patto sociale di cui si è sfruttato ciò che si poteva:
normativa che costringe, volenti o nolenti, una volta che il reddito si
riprende, a regolarizzare le scorte di lavoro temporaneo e atipico. Come
è evidente che l'alta reattività dell'occupazione al reddito, per cui la
prima inizia a crescere a tassi di aumento del secondo relativemente
ridotti, è fenomeno tipico di quel capitalismo `postfordista' a crescita
bassa e volatile in cui siamo immersi. Si può star certi che se la
domanda e la produzione si collocassero stabilmente su un sentiero di
crescita sostenuta — in forza di un sostegno deciso e permanente a
livelli alti e stabili di occupazione garantita e di attività, come fu
nell'epoca `fordista' — la forza produttiva del lavoro accelererebbe, e
l'elasticità dell'occupazione rispetto al reddito retrocederebbe (per una
conferma empiricamente ricca e statisticamente documentata basta andarsi a
riguardare l'ancora attuale rapporto dell'ILO sull'occupazione mondiale
nel 1996-97, National Policies in a Global Contect).
Il secondo fatto significativo è questo: l'eccesso dell'inflazione
interna su quella dell'area europea in condizioni di moneta unica, e perciò
l'inesorabile perdita di competitività che si sta determinando, iniziano
a produrre i loro effetti. Tant'è che pure in un anno in cui le
importazioni sono aumentate dell'8,3% e le esportazioni della bellezza del
10,2% rispetto al Pil la bilancia commerciale è tornata a un saldo appena
positivo di poco più di 25.000 miliardi, dopo che nel triennio
preecedente si era aperto un buco nei conti con l'estero che si era
divorato l'attivo accumulato negli anni della svalutazione, e che per il
solo 1996 era ancora di più di 70.000 miliardi. A cosa questo preluda in
un momento in cui il commercio mondiale si sta sgonfiando, e rapidamente,
ognuno lo può immaginare da sé. Tanto più che la quota dovuta ad
importazioni delle recenti variazioni positive del reddito si è mantenuta
a livelli elevati, mentre le imprese italiane si sono mostrate sempre più
in difficoltà nel difendere il mercato interno, e sempre meno abili nel
penetrare sui mercati esteri. Basti segnalare che con il commercio
mondiale che negli ultimi cinque anni è cresciuto del 30%, e con le
esportazioni europee che sfruttavano i nuovi spazi salendo del 34%, le
esportazioni italiane si sono limitate ad aumentare del 20%: il che si è
tradotto in una quota sui mercati mondiali che è declinata dal 4,2% al
3,4%, mentre sui mercati europei la quota è scesa dal 15% al 13%.
In questo scenario, il buon andamento degli investimenti in capitale
fisso, che dopo anni di sostanziale stallo sono finalmente cresciuti del
6,1%, va interpretato come segno di una innovazione per lo più reattiva e
adattiva ai caratteri distorsivi della nuova crescita dipendente
dall'estero e dalla sperequazione distributiva. Conta anche, senz'altro,
la necessità italiana (ma più in generale europea) di recuperare sul
terreno dell'economia della conoscenza, e di applicare trasversalmente le
tecnologie dell'informazione nella produzione, nel trasporto,
nell'intermediazione e nel consumo, promuovendo una drastica
riorganizzazione non soltanto tecnica ma anche organizzativa. Ma da noi
– non sembri stravagante – una ripresa degli investimenti fissi è in
fondo necessitata anche per l'elevato grado di utilizzo della capacità
produttiva del periodo più recente, dovuto esattamente alla carenza di
accumulazione di capitale fisico degli anni e dei decenni trascorsi.
E' questo l'ambiente in cui Confindustria cala il suo proclama alle assise
di Parma. Visto che già l'abbiamo fatta troppo lunga, limitiamoci a pochi
punti di quel programma. D'Amato propone di prendere la qualità
competitiva nel quadro globale come `parametro di confronto' per orientare
e valutare la politica economica, e di accettare di buon grado come
`vincolo' il Patto di stabilità europeo, entrambi assunti come dati
esogeni e immodificabili: il che, com'è ovvio, automaticamente fa delle
scelte politiche una variabile dipendente dalla dinamica presunta
`naturale' dell'economia. Si riconoscono pienamente i limiti e le
debolezze del sistema produttivo e delle aziende italiane, il loro essere
troppo piccole e ancora eccessivamente `familiari', la loro marcata
propensione a nascondersi nel sommerso, la scarsa spesa per ricerca e
sviluppo, la ridotta innovazione di prodotto. Soltanto che i responsabili
sono presto, e convenzionalmente, individuati da D'Amato nei `soliti
sospetti', lo Stato spendaccione e il lavoro troppo rigido.
Emergono qui le due ossessioni di Confindustria, la `flessibilità' e il
contenimento dei salari, da un lato, la riduzione delle imposte sulle
imprese e il taglio della spesa sociale con il consueto corollario delle
privatizzazioni e della riforma delle pensioni, dall'altro. Sulla
efficacia nel medio/lungo periodo della flessibilità nel determinare
aumenti di occupazione si può dubitare. Come è stato dimostrato in
alcuni lavori più e meno recenti, in Italia la flessibilità del lavoro
è spesso a livelli comparabili se non superiori a quella degli Stati
Uniti, e l'occupazione comunque cresce più velocemente proprio nelle aree
dove maggiori sono salario e garanzie; e in ogni caso l'influsso della
flessibilità sembra incidere più (negativamente) sulle caratteristiche e
la composizione dell'occupazione che non (positivamente) sul suo livello.
Rimane la questione su cui si accanisce il dibattito politico e sindacale
quotidiano, quella sulla libertà di licenziamento, la famigerata
flessibilità `all'uscita'. Ma attenzione. La divisione tra chi è
favorevole e chi è contrario alla libertà di licenziamento cela
l'essenziale. In realtà ciò che Confindustria vuole, e che l'iniziativa
padronale sui contratti e gli accordi più o meno sottobanco con Cisl e
Uil rivelano anche ai ciechi, è non soltanto mano libera sull'uso della
forza-lavoro (ne abbiamo molteplici esempi in questi giorni seguendo la
contrattazione nazionale e aziendale dei metalmeccanici) ma anche
liberalizzazione selvaggia dei contratti a termine. Si tratta, a ben
vedere, della cancellazione dello stesso concetto di lavoro a tempo
indeterminato e della ripresa delle grandi linee di una legge che nella
legislatura che si è appena chiusa per poco non passò — con l'accordo,
per di più, di parte significativa della maggioranza (e dei Ds). A questo
punto, francamente, non si vede che bisogno ci sarebbe di flessibilità
del lavoro `in uscita'.
Per quel che riguarda l'attacco allo Stato, si capisce bene come
l'istituzione di un `capitalismo di fondi pensione', che tanti entusiasmi
sembra suscitare nello stesso centro-sinistra, individualizzi e frammenti
ancora di più la società, e come inibisca ulteriormente un controllo
sull'economia da parte di una politica nazionale che si voglia attenta
agli interessi del lavoro. E per quel che riguarda privatizzazione e
qualità innovativa del sistema, è un po' singolare non rendersi conto
che almeno una delle ragioni della superiorità di Usa, Germania, Francia
nell'innovazione e nella tecnologia, e quindi del nostro ritardo, è data
esattamente dal forte indirizzo pubblico che lì è ancora presente,
mentre da noi è stato smantellato in nome della supposta superiore
efficienza del mercato.
Ma non è solo ideologia il discorso di Confindustria. E' vero che `se' si
assumono le tendenze globali e la politica europea come presupposti
immodificabili, allora c'è poco da fare, l'attacco al lavoro è l'unico
modo per recuperare competitività, perché si è fatto in modo che quello
sia l'unico fattore immobile e l'unico margine su cui raschiare sul
terreno impositivo, retributivo, produttivo. E però un futuro che ci
riserva meno domanda dall'estero e, nella migliore delle ipotesi, più
consumi privati, è un futuro dove, lungi dal procedere verso una
autentica modernizzazione, il paese si adagierebbe in una struttura
squilibrata tanto sul terreno produttivo quanto su quello dei consumi,
priva ad un tempo di autonomia tecnologica e di quei consumi collettivi
che caratterizzano un paese civile. E non sarebbe un caso, perché da noi
l'innovazione, quando c'è stata, non è mai stata separata da una
iniziativa pubblica e, ancor più, dalla presenza di un conflitto sociale,
che ora si vuole sterilizzare. Ciò che Confindustria, di fatto, pretende
è che ci si radichi definitivamente in una economia intrappolata dai
bassi salari e privata dello strumento dell'intervento pubblico. Qualcosa
che non si è sinora trasformato in povertà diffusa ma soltanto in
diseguaglianza crescente per la presenza di `cuscinetti' e
`ammortizzatori' sociali come la famiglia, il fondo di ricchezza
accumulata, la funzione redistributiva (talora dai tratti parassitari)
dello Stato.
Ma quel `se' è importante. Il discorso svolto nelle prime sezioni di
questo scritto chiarisce come né il contesto internazionale (tanto più
in tempi di difficoltà generalizzate) né quello europeo (specie quando
il tanto atteso ritorno dello sviluppo è a rischio) possono essere
ritenuti qualcosa su cui non si possa (e non si debba) agire. Se però non
è pura ideologia, il discorso di Confindustria è qualcosa di peggio.
Prelude infatti a una seconda metà del 2001 in cui, sull'onda di una
crisi `oggettiva' e di un risultato elettorale che premi i cantori delle
magnifiche sorti e progressive della concorrenza e del mercato, si possa
smontare quel poco di garanzie per i cittadini e per i lavoratori che
erano residuati. Qualcosa che, mutatis mutandis, è già successo (se
qualcuno si ricorda ancora del 1980). E che segnerebbe un arrretramento
non soltanto per le condizioni del lavoro ma anche per quelle
dell'economia italiana tutta. Prendiamo, di nuovo, soltanto il discorso
sulla `flessibilità'. Lo smantellamento della garanzie legislative sul
lavoro e l'attacco al sindacato (o, per dire la verità, alla Cgil, e in
particolare alla Fiom), non può non produrre effetti perversi sulla
qualità dello sviluppo italiano, tanto più se si tiene conto come un
eccesso di rotazione dei lavoratori, la bassa qualificazione e formazione
della manodopera, la disaffezione del lavoro vivo, la stessa sua ancora più
ridotta conflittualità, finirebbero con il ritorcersi contro la
competitività delle nostre imprese e la capacità di innovazione del
sistema.
Su una cosa, peraltro, D'Amato ha senz'altro ragione. L'economia e la
società italiane, sia pure con caratteri e modalità differenti nelle sue
diverse articolazioni territoriali, sono ovunque caratterizzate dalla
disoccupazione, o da una occupazione inadeguata. Cos'altro vuol dire,
infatti, un `tasso di occupazione' (cioè la percentuale delle forze di
lavoro che trova occupazione) che in Italia si situa sul 54% (dato di
gennaio 2001, più elevato dell'1,7% rispetto a un anno prima) contro il
62% dell'Europa o il 75% degli Stati Uniti (dati del 2000)? O che il
`tasso di partecipazione' (cioè la quota della popolazione in età
lavorativa che fa parte delle forze di lavoro o come occupati o come
persone che cercano `attivamente' lavoro) è soltanto di poco più
elevato, è cioè del 60,1% nel gennaio 2001 (mentre era del 59,1% nel
gennaio 2000)? Tanto per prendere il caso più controverso, e che più
facilmente potrebbe essere impiegato per contrastare questa nostra
affermazione, lo stesso Nord-Est, dove si dice ci sia la piena occupazione
e dove saremmo in un area dal benessere europeo (e in una certa misura ciò
è senz'altro vero), non siamo forse in una situazione dove il tasso di
partecipazione femminile è sotto la media europea di almeno dieci punti,
e il pieno impiego si concentra sui maschi `maturi', mentre il tasso di
disoccupazione femminile è più del doppio di quello maschile? E non è
forse vero che in quest'area sovente mitizzata i giovani abbandonano gli
studi per lavorare, o se li proseguono troveranno un posto non
corrispondente alla loro capacità? E, ancora, non è proprio qui che
buona parte dei lavoratori, per mantenere un livello di vita decoroso,
devono poter contare su case ereditate dai genitori e/o sui salari del
coniuge o dei figli?
5 Una sinistra degna di questo nome dovrebbe opporre il primato
dell'obiettivo di una piena occupazione `di qualità', fuori dal mito del
libero mercato ma anche da quello di uno Stato che si dovrebbe ridurre a
mero regolatore. Dovrebbe sostenere le ragioni di una lotta alla
diseguaglianza e a favore della difesa e dell'estensione di uno Stato
sociale universalista, invece di inseguire l'individualismo e inneggiare
allo Stato `leggero'. Dovrebbe impugnare la bandiera di una ricomposizione
unitaria dei soggetti dentro e fuori il mondo del lavoro, piuttosto che
gestirne in prima persona la frammentazione e la precarizzazione. Dovrebbe
ripresentare a voce spiegata la questione salariale come corollario di una
politica di diverso sviluppo, non separandola dalla riconversione
ecologicamente compatibile dell'apparato produttivo. Dovrebbe, più in
generale e fondamentalmente, rimettere sul tappeto la questione
dell'indirizzo strutturale dell'accumulazione e della struttura economica:
dovrebbe ambire, dunque, a riprendere la sfida sul `come' e `cosa'
produrre. E dentro questo quadro potrebbe — dandogli un senso più
compiuto e condivisibile, oltre che uno sbocco più realistico –
riprendere con maggiore forza il discorso sulla riduzione dell'orario di
lavoro a parità di salario, sulla distribuzione di un reddito
incondizionato al cittadino in quanto tale, su una ripresa di controllo
sulla qualità della vita.
Si tratterebbe, certo, di una sinistra che vede ancora nel lavoro il
centro della propria identità e della propria azione (anche se non vi si
esaurisce), e che pensa possibile oltre che desiderabile una sua
liberazione. E si tratterebbe di una sinistra che considera lo Stato
qualcosa che non è destinato per sua maledizione all'improduttività e
all'inefficienza, ma che potrebbe e dovrebbe esser fatto funzionare, e
servire, diversamente. Non se ne vedono molte in giro, ed è comunque su
questo che siamo chiamati a giudicare i loro programmi.
Capitale e lavoro: rimozione del
conflitto e risposte illusorie
di Riccardo Bellofiore
su L'ERNESTO 2/2000 del
01/03/2000
Da tempo Marco Revelli va
conducendo una riflessione di raro rigore sulla crisi e le prospettive del
movimento operaio. Al fondo del discorso di Revelli vi sono preoccupazioni
che condivido. Innanzitutto, si registra l’esaurirsi della fase fordista,
caratterizzata dalla organizzazione scientifica del lavoro, della
tecnologia rigida della catena di montaggio, da uno Stato interventista
garante, a un tempo, della sicurezza sociale per i lavoratori e della pace
sociale per il capitale; e si tenta di definire i caratteri del nuovo
regime produttivo. In secondo luogo, si segnala che questa transizione
impone alla sinistra un mutamento di paradigma, che lasci alle spalle quel
primato della produzione che traduce la centralità sociale del lavoro
eterodiretto in una superiore dignità dei lavoratori e in una preminenza
organizzativa del partito e del sindacato; partito e sindacato che, a
somiglianza del capitale dell’era keynesiana, sono preda di quel
feticismo dello Stato che, pur nelle mutate condizioni, affligge ancora la
sinistra. Infine non ci si accontenta di arroccarsi sulla mera resistenza,
ma si prende la responsabilità di proporre una via d’uscita nel
presente. Su queste posizioni, la sintonia con le tesi di Alain Bihr è
forte, e mi sento di farla mia: urgenza di una analisi dei salti nella
dinamica capitalistica, riconoscimento della crisi del modello
socialdemocratico, appello a una pratica comunista come strategia di
contropoteri che qui e ora contendono al capitale la sfera della socialità.
L’interpretazione della fase attuale e le prospettive di azione
suggerite da Revelli, in cui quelle preoccupazioni si incarnano, mi
trovano però in radicale disaccordo. Un disaccordo che tutto è meno che
accademico: l’analisi di Revelli, divenuta ormai quasi il senso comune
della sinistra radicale italiana, nasconde i caratteri salienti del
conflitto di classe in corso e fornisce risposte illusorie: rischia, perciò,
di indirizzare l’indagine e l’intervento politico verso vicoli ciechi.
La transizione del toyotismo
L’argomentazione di Revelli può essere sintetizzata in pochi passaggi.
La crisi del fordismo è dovuta alla saturazione del consumo durevole di
massa, indica la fine della illimitatezza dei mercati, rivela una barriera
naturale alla crescita per l’insostenibilità ecologica di una
estensione all’intero pianeta dei livelli di consumo del
"centro". Alla conseguente esigenza di flessibilità il capitale
risponde con la mondializzazione sul terreno del mercato, della produzione
e dei capitali, da cui discende la crisi dello Stato-nazione.
Organizzativamente, la flessibilità richiede la transizione del toyotismo:
l’inclusione subalterna dei lavoratori e la loro pressoché compiuta
alienazione sul terreno dei processi di lavoro. La combinazione di aumento
vorticoso della produttività del lavoro, da un lato, e di limiti alla
produzione, dall’altro lato, ha come esito la "fine del
lavoro": una distruzione sistematica di occupazione che segnala
l’ormai ineluttabile riduzione della quantità di lavoro vivo
nell’universo capitalistico. È un merito di Revelli la chiarezza con
cui, sulle orme di Bihr che su questo è ancor più esplicito, trae le
conseguenze politiche della diagnosi appena ricordata. L’unica
prospettiva percorribile è quella di cavalcare la liberazione dal lavoro
di cui il capitale si fa strumento, "traghettando fuori dal sistema
sempre più asociale delle relazioni di mercato, strati crescenti di
popolazione per riaggregarli sulla base di un nuovo legame sociale".
Nel libro di Bihr si chiarisce ciò che in Revelli è solo accennato, che
un terzo settore fuori dallo Stato e fuori dal capitale non esclude, ma
anzi presuppone, le altre opzioni tese a por termine alla disoccupazione
di massa: la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, i
lavori socialmente utili, il reddito di cittadinanza. Si può ragionare
così: affinché la riduzione d’orario non dia luogo a doppio lavoro, e
affinché il reddito sociale garantito non si riduca a salario di
disoccupazione, sancendo la tendenza a una società duale, le due misure
vanno perseguite insieme. Il reddito minimo deve essere retribuzione piena
di un lavoro utile, prestato per un certo periodo di tempo in una rete di
imprese di tipo cooperativo, secondo piani di riorientamento sociale della
produzione; il suo livello dovrebbe essere tale da rendere concreta
l’opzione di "uscita" dal mercato del lavoro, e dunque
consistente.
Diverrebbe così praticabile una riduzione dell’orario durante
l’intera vita lavorativa, tale da andare incontro alle esigenze di
flessibilità nell’uso del tempo che non sono appannaggio esclusivo
delle imprese. Il punto è che la rappresentazione della crisi del
fordismo e dell’emergente nuovo ordine economico non è affatto
convincente.
L’interpretazione di Revelli e di Bihr sottovaluta che se vi fu una
economia mondiale unificata essa fu proprio l’era del keynesismo
trionfante, caratterizzata dall’egemonia statunitense e dal dollaro come
moneta mondiale, da bilanci quasi ovunque in pareggio e dal traino della
domanda privata di investimenti; e dove il salario reale cresceva perché
la produttività e il prodotto crescevano a ritmi ancora superiori (vale
la pena di ricordare l’abc della teoria marxiana, che la riduzione
dell’orario di lavoro e l’aumento del salario reale sono compatibili
con un aumento del profitto). Un regime instabile che alla fine segò, per
la riduzione permanente della disoccupazione, il ramo della pace sociale
su cui era seduto, e che si incagliò in una contestazione della
"disciplina" nella fabbrica e nella società di inedita
virulenza ed estensione.
La "riformazione" della classe operaia
Quell’interpretazione, inoltre, immagina di avere a che fare con una
mondializzazione univoca, quando invece assistiamo a una segmentazione del
capitalismo nelle tre aree americana, europea e asiatica; con una
mondializzazione ineluttabile, quando invece la libertà di movimento dei
capitali non è fatalità ma scelta politica; con una mondializzazione
disincarnante dalla materialità dei processi di lavoro, quando invece mai
come oggi contano la qualità dei fattori di produzione, del credito,
dell’indirizzo statale "locali". Dove però il mio dissenso è
più marcato è sulla presunzione universale secondo cui assisteremmo a un
ineluttabile calo delle ore lavorate. È certo che il lavoro vivo si
restringe nel manifatturiero, ancora di più nella grande fabbrica. Ma che
questo configuri una eutanasia del lavoro planetaria è tutto da
dimostrare. Vi si oppongono l’espansione nei capitalismi asiatici, il
caso statunitense (dove la creazione di posti di lavoro non è soltanto a
bassa qualificazione), il Nord-Est italiano (un caso, se mai ve n’è
uno, di pieno impiego: sino a che la svalutazione lo sostiene), la realtà
del lavoro dipendente e autonomo attorno alla grande fabbrica. Credo che
le cose stiano esattamente al contrario di quel che si dice: che stiamo
vivendo una fase di allungamento e intensificazione della giornata
lavorativa sull’arco vitale con la quale il capitale sta percorrendo,
dopo la sconfitta del movimento operaio, la via più facile dell’aumento
dello sfruttamento; e con la quale i lavoratori che mantengono una
occupazione tamponano come possono la compressione del salario reale,
altra forma canonica dell’aumento del saggio di pluslavoro. Il tempo di
lavoro totale si estende, e con esso, insieme, cresce il tempo di non
lavoro. Si attua così un lungo processo di "riformazione" della
classe operaia dopo la grande paura degli anni Sessanta-Settanta. La forza
delle cose non costringe, quindi a disertare la sfera del lavoro.
D’altra parte, la proposta di traghettare "altrove" i
naufraghi dello sviluppo incontra due altre difficoltà dirimenti. La
prima è che quella proposta sembra ritenere possibile emanciparsi, quasi
in un punto del tempo e stabilmente (appunto uscendo "fuori"),
dal dominio del capitale, la cui natura è invece totalitaria e non
consente "esternità". La seconda è che basta dare
un’occhiata all’economia "terza" di Bihr per rendersi conto
che essa richiede più Stato, più mercato, più conflitto: una fiscalità
altamente progressiva, una politica industriale attiva, un piano generale
del lavoro; lo stimolo a mantenere elevata la crescita della produttività;
un vincolo sociale che inibisca al capitale la via di minimo sforzo nella
caccia al profitto. Se le cose stanno così, l’uscita di emergenza
proposta da Bihr e da Revelli presuppone che siano già stati rimossi
proprio gli ostacoli all’azione della sinistra costituiti
dall’impotenza dello Stato e dalla subalternità del lavoro. Lo spazio
concesso è alla fine. Chiuderò allora citando don Milani: "Il
problema degli altri è uguale al mio. Uscirne tutti insieme è la
politica. Uscirne da soli è l’avarizia". Se, come credo, la
condizione del lavoro sfruttato segna ancora la nostra modernità, sarà
bene ricominciare a unire dove il capitale separa, a contrastare la
precarizzazione del lavoro e la distruzione dello Stato sociale.
Ripartendo dal lavoro e dal capitale per come materialmente sono.
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