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Sono pessimista: la
sinistra non conosce il capitale e non ha un progetto
La sinistra manca di
"anticapitalismo", dice Rossanda, cosa significa dalla
tua prospettiva di economista anticapitalista?
Secondo me,
iniziando così, si prenderebbe il ragionamento di Rossanda più
dalla coda che dalla testa. Sono abituato, da sempre, a partire
dall'analisi di "come stanno le cose", e dai conflitti e
antagonismi che covano. Non dalla politica economica. Neanche da
prese di posizioni politiche o ideologiche. A me pare che il nodo
vero che pone Rossanda stia in realtà logicamente prima, e sia
questo: cosa è, davvero, il capitale oggi? Il resto del
ragionamento di Rossanda segue: l'insufficienza di una posizione
critica puramente antiliberista, l'insufficienza della spontaneità,
tutti punti su cui consento da sempre. Ha ragione Rossanda quando
rileva l'inadeguatezza di una analisi del capitalismo
contemporaneo. Soprattutto in Italia. Soprattutto nella sinistra
che una volta si chiamava `di classe' e, non a caso, oggi
chiamiamo genericamente `radicale'. Il punto si lega,
evidentemente, alla questione delle novità vere o presunte
portate dalla c.d. `globalizzazione'. Su questo, si deve dire, i
filoni dominanti della discussione a sinistra sono stati duramente
smentiti dai fatti. Rossanda stessa, con Ingrao e Revelli, propose
a metà degli anni Novanta una lettura incentrata,
sostanzialmente, sulla tesi che la globalizzazione fosse ormai
compiuta e portasse con sé la fine dello stato-nazione e la fine
del lavoro. Una visione, in fondo stagnazionista, e subito
smentita dai fatti, anche per la sostanziale erroneità di quella
prospettiva, in tutti i suoi snodi. Fine di quel decennio, e già
spopola la visione dell'Impero di Hardt e Negri, di un capitalismo
senza testa politica, di grande dinamicità (nuove tecnologie,
capitalismo cognitivo), ma sostanzialmente esente da crisi e
guerre. Anche qui la smentita è stata immediata e drastica.
Inizio del nuovo millennio, e alla risposta alla crisi in termini
di bassi tassi di interesse e di spesa militare, si accompagna a
sinistra la rivalutazione di un keynesismo vecchio e la nostalgia
di un presunto incompatibilismo salariale, che ha portato ad una
battaglia mediatica sul disavanzo e sul debito pubblico, lasciando
la questione dei contenuti della spesa sullo sfondo. Sul terreno
del conflitto sociale e della proposta di politica economica la
sinistra, dall'opposizione o dal governo, sa solo agitare la pura
e semplice redistribuzione, o la riduzione del danno. Se ci badi,
sono esattamente le posizioni che, un giorno sì e l'altro pure,
leggi sul manifesto, e in buona parte anche su Liberazione, che
non sono in grado di inquadrare la battaglia politica e ideale in
una prospettiva meno immediata. Magari la sinistra, se al governo,
invoca che i movimenti vengano a togliere le castagne dal fuoco
con le loro lotte: quando invece, in una fase di debolezza, sono
proprio i movimenti ad avere bisogno di una sponda politica. Nel
frattempo i moderati del centro-sinistra, a partire dal Presidente
del Consiglio e dal Ministero dell'Economia e delle Finanze, hanno
imparato l'arte della contrattazione sindacale.
Allora, secondo te non ci sono novità significative nel
capitalismo? E cosa intende Rossanda quando ci invita ad
analizzare le "nuove forme di dominio" e una nuova fase
della globalizzazione?
Al contrario, le novità ci sono, eccome, e sono proprio quelle
che i keynesiani di sinistra e gli incompatibilisti fuori tempo
massimo non colgono. Credo fosse giusto, nella seconda metà degli
anni Novanta, segnalare che le nuove mode a sinistra vedevano
novità esattamente dove non ce n'erano. Così, la globalizzazione
tutto era meno che compiuta, e irreversibile: tant'è che subito
Revelli ha dovuto parlare di "seconda" globalizzazione.
Così, ancora, la new economy tutto era meno che un capitalismo
privo di testa e senza politica economica attiva, o senza nazione.
La crescita statunitense si spiega solo se si tiene anche conto di
un potente traino della domanda, una sorta di paradossale
`keynesismo finanziario', che ha sostenuto un capitalismo ancora
segnato da instabilità e guerra: come il Clinton multipolare e in
certa misura social-liberista prima, o il Bush unipolare e
neo-liberista dopo, confermano. Tant'è che lo stesso Negri ha
dovuto parlare, a un certo punto, di colpo di stato nell'Impero.
Va da sé che queste analisi, falsificate appena nate, vengono poi
solo emendate, e vengono riprodotte con qualche aggiustamento solo
verbale, come se niente fosse. Basta vedere, che so, Carta , ma lo
stesso Manifesto in primo luogo: le pagine culturali sono una
piattaforma di battaglia di una prospettiva intellettuale nitida,
gestita con ferocia escludente rispetto a una prospettiva
autenticamente marxiana, reputata un residuo ottocentesco.
Però le novità nel capitalismo ci sono, eccome. Provo ad
elencarne alcune. La "concentrazione senza
centralizzazione": cosicché la cooperazione sociale non si
affianca più, necessariamente, alla concentrazione di lavoratori,
sempre più omogenei, in un luogo unico. La mutazione della natura
del lavoro, soggetto a una frammentazione e precarizzazione
trasversali e universali, dove ogni tipo di prestazione viene
controllata sempre meno da un comando diretto, e sempre più
impersonalmente dal "mercato", reale o virtuale (cioè
interno all'impresa) che sia, a fronte di una drammatica
compressione dello stato sociale. Il nuovo ruolo della Cina, più
che dell'India: polmone manifatturiero e al tempo stesso perno del
dollaro come valuta mondiale, non si sa sino a quando. Infine, per
non farla troppo lunga, la terna lavoratore
spaventato/risparmiatore terrorizzato (o meglio, soggetto a una
sindrome maniacale-depressiva)/consumatore indebitato. Un fenomeno
che è l'altra faccia delle nuove forme che ha assunto il primato
della finanza, e del modo con cui si è per ora risolto il
problema della realizzazione monetaria del plusvalore. Ciò
configura una vera e propria "sussunzione reale" del
lavoro alla finanza e al debito. Qui si innesta la nuova politica
monetaria, che inonda di liquidità le economie: va avanti
imperterrita la deflazione salariale, grazie a quanto ho appena
ricordato e che è il contenuto vero della
"globalizzazione", e a schizzare verso l'alto non sono
le retribuzioni o i prezzi delle merci, sono soprattutto i prezzi
dei titoli e degli immobili, e con essi l'indebitamento delle
famiglie.
Non so bene cosa intenda Rossanda per "nuove forme del
dominio". Ma se dovessi, per mio conto, andare a cercare
quelle che io chiamerei piuttosto le "nuove forme del vecchio
sfruttamento", e insieme dovessi dar conto dell'accresciuta
instabilità e della maggiore resilienza del capitalismo (anche
sul terreno del consenso, cui pure accenna Rossanda), partirei di
qui. Per esempio, dal fatto che i lavoratori vengono inclusi,
volenti o nolenti, nel circuito della finanza e nella spirale del
debito, che questo ha ricadute sulla valorizzazione diretta nei
luoghi di lavoro ovunque, che questo si accompagna a un
indebolimento tanto materiale quanto ideologico del mondo del
lavoro. Tanto più quando chi dovrebbe fare economia politica
critica processi di questo genere non li vede nemmeno, e pensa
davvero che i trenta anni gloriosi siano stati una età d'oro, e
magari un anticipo di comunismo sotto mentite spoglie. Se la
sinistra pensa di bloccare questa dinamica con gli scongiuri,
perché questo sono il reddito di esistenza, qualche flebile
difesa delle vecchie garanzie, l'invocazione del conflitto, o
formule `contabili' sulla finanza pubblica, non si andrà lontano.
Rimane la questione del che fare, e del come opporsi al liberismo.
O no?
Qui bisogna intendersi. Questo capitalismo non ha niente di
liberista. Credo che questo termine andrebbe bandito dal
vocabolario. Il liberismo, inteso come mero laissez faire e Stato
minimo, non è mai esistito, se non quando, agli inizi del
capitalismo, era nient'altro che la politica mercantilista
dell'Impero britannico. Bisognerebbe oggi distinguere tra diverse
strategie di politica economica. Quella "neoliberista",
indifferente anzi simpatetica rispetto ai monopoli, che attacca il
lavoro smantellando le garanzie sul mercato del lavoro e sul
welfare, proprio mentre occupa lo Stato e alla bisogna persegue
disavanzi di bilancio. E quella "social-liberista", che
invece difende la disciplina nel bilancio pubblico e l'apertura
massima alla concorrenza nei mercati dei beni e dei prodotti, ma
vuol fare seguire alla deregolamentazione del mercato del lavoro
una rete di sicurezza universalista e una politica industriale per
incentivi, e nulla più. La seconda posizione rischia di essere un
interludio debole rispetto al dominio della prima, ma è
senz'altro vincente rispetto alla povertà della posizione di
politica economica della sinistra alternativa.
Intanto, l'Europa e l'Italia cambiano rapidamente sotto i nostri
occhi. Su queste colonne l'anno passato si è sostenuto che la
ripresa europea era trainata dalla domanda interna. In realtà non
è così: basta leggersi, non dico Halevi (ma devi scovarlo nelle
pagine interne del Manifesto ) ma Marcello De Cecco su Repubblica
, per capire che dietro il boom tedesco ci sono in primo luogo,
ancora una volta, le esportazioni, e ora gli investimenti di
ristrutturazione, sostenuti da una politica economica e un sistema
bancario tutto meno che di laisser faire. Dove conta cosa si
produce, macchine e tecnologia, cosa e dove si esporta, ma anche
cosa e da dove si importa. Il rapporto privilegiato con la Cina,
da cui si importano beni di consumo e verso cui si esportano beni
di investimento. Un modello neomercantilista, che però dipende
dal traino del resto del mondo, e che potrebbe rapidamente andare
in crisi se franasse l'asse Usa-Cina, se dunque l'instabilità del
nuovo capitalismo venisse di nuovo allo scoperto.
Parte delle medie imprese italiane si è agganciata a questo
modello: sta nella subfornitura della manifattura centro-europea,
esporta nei nuovi mercati emergenti, soprattutto asiatici. Della
bilancia commerciale ce ne si può disinteressare, in una Europa
della moneta unica. Intanto il nostro sistema bancario assume
dimensione europea. Siamo però doppiamente subalterni, godiamo di
una crescita dipendente al quadrato: perché trainati da uno
sviluppo a sua volta non autopropulsivo. Le nostre imprese di
successo sono in posizione subordinata nella filiera produttiva
integrata europea, e ciò che esportiamo nelle nuove aree non ha
caratteri tecnologicamente avanzati: sono perciò a rischio di
spiazzamento quando dall'Asia e dall'Est europeo si importeranno
anche i beni intermedi che oggi fornisce la nostra meccanica di
qualità.
A questo nodo di questioni si risponde con interventi strutturali,
che non possono essere quelli di voler imitare i paesi del
`centro' sic et simpliciter, seguendo il mito della `via alta alla
competitività'. Perché, sia chiaro, nelle aree forti d'Europa,
come ovunque, l'altra faccia del successo dell'azienda centrale
della filiera, che controlla strategia e saperi, è proprio l'esternalizzazione
di basse tutele e bassi salari sulle imprese fornitrici. Per
questa ragione avanzamento tecnologico e precarizzazione vanno
avanti insieme, e sono trasversali ai paesi del "centro"
e della "periferia" dell'Europa, perché la catena della
produzione di valore attraversa l'uno e l'altra. Una via di uscita
autentica, non socialmente distruttiva, richiederebbe la capacità
della sinistra di proporre lei un ridisegno della struttura
produttiva con un forte ruolo attivo dello Stato, di autentica
programmazione e di piano del lavoro. Imporrebbe di non essere
terminale passivo di una richiesta di riforme strutturali, di
essere lei a indicare dove e come intervenire. Qualcosa del genere
non lo si improvvisa, lo si prepara nel tempo. Con un paziente
lavoro. Che era possibile, che è mancato, e di cui ora si pagano
i prezzi.
Rossanda scrive che di queste questioni in Italia non ne
parla "nessuno". Ti pare una accusa corretta?
Si e no. Il mio punto di vista è, ovviamente, di parte. Negli
ultimi anni, quando ho cercato di aprire una discussione su questi
temi, a partire dalla mia collaborazione alla rivista del
manifesto, ma anche per un certo periodo con un impegno interno al
partito, mi sono trovato in sempre maggiore solitudine. Ho però
incontrato dei compagni di strada, con cui sono intervenuto tanto
su queste colonne che sul manifesto: Francesco Garibaldo, Joseph
Halevi, Massimiliano Tomba. Molte delle cose a cui ho fatto cenno
si trovano in questi lavori, e in particolare in un contributo mio
con Halevi al volume Rive Gauche. Quello scritto dà un quadro
complessivo delle nuove tendenze capitalistiche e di politica
economica, ed è pure, ahimé, alquanto preveggente sulle derive
future, che stanno ormai alle nostre spalle. Quando, sul Manifesto
di oggi (5 luglio), Valentino Parlato scrive che "manca una
seria analisi dell'attuale crisi", e che però alcuni
"compagni competenti" gli hanno detto che intanto "è
cresciuto il numero dei lavoratori dipendenti proprietari di casa
o di titoli di credito", beh, mi chiedo innanzi tutto se non
legga il Financial Times o l' Economist : perché se vuoi sapere
come va il capitalismo, certo i quotidiani della sinistra
`radicale' ti servono a poco. E però, sia nel caso suo che di
Rossanda, stupisce che non si siano resi conto che delle piste di
ricerca, certo insufficienti e limitate, ma ben vive, e che vanno
esattamente nella direzione di una rinnovata lettura marxiana del
"nuovo" capitalismo, ci sono.
Pure, da un altro punto di vista, hanno ragione. La ricerca che mi
provo a fare, e a cui invito da troppo tempo, dovrebbe essere per
sua natura una ricerca collettiva. E' vero però che questa
ricerca non interessa granché, e dunque rimane marginale. Non
interessa il Manifesto . Immagino Rossanda e Parlato leggano ogni
tanto il "loro" quotidiano: se si vuole leggere qualcosa
di sensato si deve andare alla pagina Lavoro, o Internazionale, in
spazi compressi. Forse bisognerebbe chiedersi come mai. Non sono
sicuro interessi davvero neanche Rifondazione, e forse neppure
Liberazione . Perché non stiamo parlando di aprirsi a un generico
pluralismo: questo te lo concede chiunque, ormai. E' però vero
pluralismo solo se si discute a partire da una posizione chiara,
non se si promuovono mille monologhi irrelati o si solleticano le
voglie di protagonismo. Il problema che Rossanda correttamente
pone è, dal mio punto di vista, quello di un asse marxiano di
lettura del capitalismo: non saprei declinare altrimenti il suo
"anticapitalistico". E non vedo proprio dei luoghi dove
questa ricerca sia assunta davvero. Guarda, per esempio,
Alternative per il socialismo . Ho iniziato una collaborazione, e
spero di poter sviluppare il mio discorso su quelle colonne. Poi
però leggi la lista dei "collaboratori". Trovi un
elenco sterminato, in cui c'è tutto e il contrario di tutto. Il
che segnala come meglio non si potrebbe lo stato della sinistra su
queste questioni. L'assoluta incapacità di sviluppare nel tempo,
con il dovuto impegno e il dovuto investimento, una linea di
ricerca che ambisca davvero a rispondere alla domanda: cosa è il
capitale oggi, come lo si combatte? Che è poi la condizione, non
sufficiente ma necessaria, per trovarsi almeno davanti un
capitalismo meno selvaggio e disegualitario. Qualcosa che richiede
una selezione degli interlocutori, non la sua esplosione. Come
dice Rossanda, occorrerebbe "la proposta di un orizzonte e di
un percorso che non sono neppure tratteggiati". Su questa
strada l'esito prevedibile mi pare lo stesso del dibattito sul
"cantiere della sinistra" che avete aperto qualche tempo
fa, e a cui mi avete invitato. Che si parla di tutto e di niente,
e soprattutto che non si va da nessuna parte.
Claudio Jampaglia
tratto da
Liberazione dell'8 luglio 2007
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