Auschwitz siamo noi 27 gennaio 2001-il manifesto
In Europa la memoria del giorno della
memoria non riguarda i morti ma i vivi, noi. Il suo contrario è
l'indifferenza alla storia, l'autoassolversi dalle colpe del
regime fascista. Questa memoria è una delle carte che abbiamo
oggi per poter condividere una comune identità con l'Europa
sulla base di un comune percorso, tragico e terribile, da cui
uscire insieme
DAVID BIDUSSA
La memoria del "giorno della memoria" non riguarda i
morti. Nel calendario civile a questo scopo esiste già il 2
novembre e quella data assolve con dignità piena questo compito.
La memoria del "giorno della memoria" riguarda i vivi, noi,
il progetto di vita comune che auspichiamo per noi, i nostri
figli, il futuro. Chiama in causa ciò che i vivi vogliono fare
in relazione alla memoria e per la vita collettivamente
condivisa. In secondo luogo, la memoria di cui si discute oggi
non ha niente a che fare con la smemoratezza e il suo contrario
non è l'oblio che è dimensione inclusa nella condizione stessa
del prodursi storico della memoria. La memoria non è
ricordarsi tutto, ma selezionare e mettere in scala gerarchica i
ricordi con un ordine che è dato dalla biografia, dalla cultura
di elezione, dall'esperienza, dal gruppo di provenienza.
Il contrario di questa memoria è l'indifferenza alla
storia, la dichiarazione di inconsistenza del passato,
l'autocandidatura all'innocenza perché vergini alla storia, un
modo di autoassolversi dalla storia.
E' da queste due premesse che occorre partire se si vuol dipanare
la matassa di confusione che si è creata intorno alla indistinta
questione della memoria. La istituzione del "giorno della
memoria" e la decisione di fissarlo il 27 di gennaio -
giorno della liberazione del campo di Auschwitz da parte delle
truppe alleate e materialmente avvenuto per l'arrivo delle truppe
sovietiche - in Italia è stato il risultato del lungo lavoro di
cesello di una legge che una parte politica del parlamento
italiano ha vissuto come un vulnus al proprio pedigree
e che, al più, ha votato per "non perdere la faccia",
se non addirittura per poter giocare questa decisione come moneta
di scambio.
Questo è avvenuto perché in Italia la memoria delle dittature
si perde in un'indistinta classe di totalitarismi. E allora
bisogna dirlo con chiarezza: in Italia c'è stata una dittatura
politica, sociale, culturale. Si chiamava fascismo e apparteneva
a una precisa famiglia politica: quella dei razzismi culturali,
per i quali il mondo si divideva in categorie afferenti al dato
genetico della nascita. La stessa del nazismo. A quella famiglia
apparteneva il fascismo italiano e con quella famiglia scelse di
giocare il proprio destino.
In Italia, inoltre, la questione del fascismo si è intrecciata a
lungo con quella del comunismo. A proposito dei comunisti
italiani, si è parlato di un corpo estraneo nella nazione e al
soldo del nemico, proteso a costruire trame perverse, occupato
nel distruggere l'identità nazionale. Al contrario, i fascisti
scivolavano nella dimensione di corpo interno, di figli sani ma
deviati da cattivi consiglieri. Da una parte i comunisti, agenti
infidi di un potere perfido che veniva dall'Oriente e il cui
intento era distruggere l'Italia. Dall'altra i fascisti che,
certo, avevano trascinato il paese verso la disfatta ma solo
perché avevano avuto la sfortuna di scegliersi un cattivo
alleato. E' da qui che nasce l'idea della morte della patria l'8
settembre del 1943: spesso si dimentica che la patria era già
morta nel settembre del 1938, quando si era deciso che gli ebrei,
sino ad allora cittadini a tutti gli effetti, non erano più tali
per motivi razziali. E si potrebbe anche retrodatare il decesso
dell'idea di patria al 1932, con la richiesta di giuramento di
fedeltà al regime; o, ancora, al novembre del 1926, con
l'abolizione di qualsiasi forma di espressione che non fosse
quella autorizzata dal regime.
La storia d'Italia del '900 è questa. E questo è il giorno
della memoria: è persone vendute alle squadre di rastrellamento
per un po' di sale; è la possibilità di rilevare aziende,
proprietà, affari, negozi, posti di lavoro, vite, in nome di una
italianità che garantisce futuro e benessere. Questa è la
storia banale ma bruciante del giorno della memoria. Per
discuterne è necessario sgombrare il campo da falsi moralismi e
analizzare le difficoltà di un paese che non riesce a fare i
conti con il proprio passato per poi individuare il contorno di
ciò che indichiamo, oggi, con memoria.
Perché in Italia discuterne è così difficile? Perché noi
abbiamo raccontato a noi stessi una storia di vittime, e non anche
di carnefici o complici. Termini che qui non usiamo sotto una
categoria afferente il diritto giurisprudenziale: non si tratta
di tirare in ballo prove giudiziarie, estremi di punibilità o
pratiche processuali. Non di questo hanno discusso gli storici
francesi negli ultimi venti anni, ma di società, di connivenza,
di profili culturali, di storie, di carriere, di esprori, di
diritti violati, di discriminazioni. L'intero ceto politico, da
destra a sinistra, ha affrontato la storia della propria società
negli "anni bui" compresi i momenti più scabrosi.
Nulla di tutto questo è avvenuto in Italia. Noi abbiamo prodotto
un regime politico, il fascismo, che ancora stentiamo a valutare
come fenomeno di portata mondiale, pensiamo sia evento che si
spiega con la piadina o la rabbia delle folle contadine. E anche
quando si tratta di considerarne gli effetti devastanti, li
misuriamo e li addebitiamo ad altro: alla sfortuna, agli alleati
sbagliati, al tempo, alla fronda interna. A qualcosa, dunque, che
ci è estraneo e rispetto al quale non abbiamo colpe. Insomma
"bravi italiani". Ma i "bravi italiani" hanno
fatto delle pessime bravate. Il giorno della memoria riguarda le
bravate di cui non possiamo vantarci e per le quali non possiamo
appellarci alla perfidia di qualcun altro. Così, il "giorno
della memoria" chiama in causa la necessità di considerare
gli effetti della nostra politica e della nostra
storia senza attribuirne ad altri la responsabilità.
E' di questa memoria, dunque, che si tratta. Del perché in
Italia sia ancora così ostico e controverso parlarne, potrebbe
essere assunto come uno degli indicatori della difficoltà a
diventare europei. Questa memoria non è un handicap, ma una
delle carte che abbiamo - oggi - per poter condividere una comune
identità con il continente europeo sulla base di un comune
percorso - terribile e tragico - da cui uscire insieme e da cui
trarre radicali lezioni di morale. Ad Auschwitz si è espressa
una forma della storia d'Europa e non l'"Antieuropa".
Per uscirne dobbiamo affrontare un percorso che può svilupparsi
variamente dal meccanismo più semplice, simile a quello binario
della fiaba, a quello più complesso.
In una delle pagine più felici di Grammatica della fantasia
(Einaudi), Gianni Rodari spiega il motore narrativo della fiaba.
La fiaba, dice, funziona perché si regge su alcuni meccanismi
semplici e costanti. In particolare ciò che rende coerente il
testo della fiaba è che ogni passaggio in cui l'eroe è sfidato
a superare ostacoli, deve essere rifatto, ma al rovescio, per
poter approdare verso l'uscita. Se passando sotto una catena il
protagonista diventa gatto, per poter tornare ad essere ciò che
era all'inizio occorre passare di nuovo sotto la catena, ma in
senso inverso. Possiamo trovare affascinante questo aspetto della
fiaba. Ma se questa condizione si mantiene oltre la fiaba, quello
scenario perde il suo fascino e si trasforma in una trappola. In
Italia arriviamo alla "giornata della memoria" dopo 13
mesi passati a ingurgitare immagini sulla capacità liberatoria
del giubileo come grande kermesse turistico-purificatrice. Come
il gatto di Rodari milioni di individui sono passati per quella
porta ma non ne sono usciti facendo la strada a ritroso. E
allora: che ce ne facciamo della memoria nel "giorno della
memoria" dopo che per un anno ci è stato ripetuto che
quella porta "lava più bianco"? E non sarà la memoria
una "provocazione" contro la bontà divina del perdono?
La memoria è ricordarsi qualcosa di un tempo in un
altro tempo, sapendo che tra ciò che ricordiamo e il momento in
cui lo ricordiamo si è interposto un tempo mediano che sta
dentro un meccanismo selettivo in cui la memoria si scrive e si
riscrive: perché i vivi sono la memoria e la loro vita entra nel
suo processo costituente.
La memoria include che si debba considerare la vita reale, e
lontana nel tempo, di chi conserva memoria e di chi pone il
problema pubblico della memoria. La memoria non è rievocazione o
ricongiungimento con il passato ma la sua riemersione insieme
alla consapevolezza di una distanza temporale e alla necessità
di prendere confidenza con il passare del tempo. E con ciò la
memoria si fa anche interlocuzione. Questo introduce una terza
questione. Che cos'è in discussione quando parliamo di memoria
per il "giorno della memoria"? Oggi viviamo in un'epoca
in cui il racconto include il diritto di parola e, dunque, la
libertà di espressione. Perché si costruisca una memoria
pubblica su eventi che sono un trauma per il potere e per i
sopravvissuti, occorre sempre che ci sia un pezzo di società
civile che imponga alla collettività il senso di una tragedia,
che trasformi il proprio lutto in lutto collettivo e, dunque,
obblighi a una rivisitazione della propria realtà: di quella che
si vive e di quella che si è ereditata.
Perché si costruisca una memoria pubblica occorre un rito di
passaggio che è definito dal dovere di testimoniare.
E' il dovere di dire dove si era, cosa si faceva, perché si sono
fatte delle scelte e non altre. Questa procedura pubblica,
tuttavia, non concerne solo le vittime. Essa riguarda anche
quanti, allora, si collocarono dall'altra parte e, anche, coloro
che ritennero che non collocarsi fosse la scelta più saggia per
conservare intatta la propria pelle e la propria rispettabilità.
La loro memoria, per acquisire diritto di parola, deve fondarsi
sullo stesso principio che regge quello delle vittime. Ovvero
deve nascere anch'essa dal dovere di testimoniare. Ad Auschwitz
l'Europa ha espresso una parte rilevante della propria identità
storica: non si è trattato solo di un momento sottratto al
controllo della razionalità. La storia siamo noi e Auschwitz -
con tutto ciò che simboleggia e sintetizza - è un modo senza
scorciatoie di sapere che cosa siamo stati in un momento cruciale
della nostra storia di europei. E' un'immagine che ci disgusta,
che non vorremmo che ci appartenesse. Ma la storia siamo noi,
anche quando non ci piace.