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cronologia
CILE, SIAMO TRECENTO NON TRENTATRE
da peacereporter Nei 69 giorni in cui i minatori cileni sono rimasti intrappolati sottoterra, l'impresa San Esteban che gestisce la miniera non ha pagato né stipendi né liquidazioni ai restanti 267 minatori. Che ora protestano Mentre i 33 minatori cileni liberati giovedì 14 ottobre dall'inferno sotterraneo in cui sono rimasti intrappolati per 69 giorni stavano partecipando, domenica 17, a una messa speciale sul bordo della miniera San José, un gruppo di compagni scampati alla disgrazia hanno inscenato una manifestazione, accusando il governo di averli sempre discriminati e di continuare a farlo. "San Esteban, non siamo trentatré, siamo trecento" o ancora ''Piñera smettila con lo show'', sono solo alcuni degli slogan mostrati durante la protesta. La ragione è che l'impresa San Esteban non ha pagato loro né stipendi né liquidazioni. "Settanta giorni senza lavoro e senza denaro", avevano scritto sui loro striscioni. "Ci devono gli stipendi e non ci hanno nemmeno consegnato la risoluzione di fine rapporto, quindi non possiamo trovarci un altro lavoro", ha spiegato il presidente del sindacato dei lavoratori di San José, Horacio Vicencio. E intanto, mentre la cerimonia si svolgeva in forma privata al riparo da telecamere e curiosi, ma anche lasciando fuori quei compagni in qualche modo anche loro vittime di quel crollo di inizia agosto, la dirigente sindacale, Evelyn Olmos, ha dichiarato: "Vengono esclusi perfino dalla messa. È indecente". E il presidente della Central Unitaria del Trabajo provincial, Javier Castillo, rincara la dose: "Il 10 agosto, cinque giorni dopo la tragedia, venne organizzata una messa alla presenza di tutti, adesso, che sono stati salvati e che il riscatto si è trasformato in un business li estromettono. È forte, è doloroso. Sono nostri compagni". "Qui nessuno ha un soldo per pagare le nostre liquidazioni. Hanno i soldi per far le cose in pompamagnia, ma non per gli stipendi dei lavoratori", ha aggiunto il sindacalista. E intanto, nonostante la manifestazione si stesse svolgendo in maniera pacifica, alcuni carabinieri a guardia della zona hanno inasprito gli animi cercando di impedire ai manifestanti di esporre i loro cartelli. E nel tentativo di non fare decadere l'attenzione del governo sulla condizione dei minatori in Cile, questi operai con le loro famiglie hanno deciso di accamparsi in quel luogo ameno, a 40 chilometri dalla città di Copiapó, in pieno deserto di Atacama. Resteranno fino a che non vedranno una soluzione concreta. E quel villaggio improvvisato lo chiameranno Villa Esperanza II, dal nome con cui era stata battezzata la trappola sotterranea dei loro colleghi. Come loro, anche questi minatori attendono di essere liberati, ma questa volta dal giogo dello sfruttamento. E intanto, la propaganda va avanti in pompamagna. Il ministro dell'interno, Rodrigo Hinzpeter, ha fatto sapere che la capsula Fenix 2, una delle tre usate per mettere in salvo i lavoratori verrà esposta nella piazza principale di Santiago, davanti al Palazzo del La Moneda. Le altre due saranno portate, una all'Expo di Shiangai, e la terza andrà nel sud del paese, a Concepción. Un annuncio dai toni entusiasmanti nel quale non c'è stato il minimo accenno alle richieste dei 267 lavoratori ridotti sul lastrico. Stella SpinelliMineros de Chile, tutti fuori. Con O. Ciai
IL RACCONTO
Il Cile che rinasce dal sottosuolo
di LUIS SEPULVEDA
IL Cile è un paese che cresce nelle tragedie. Il poeta Fernando Alegría ha scritto: "Quando ci colpisce un temporale o ci scuote un terremoto, quando il Cile non può più essere sicuro delle sue mappe, dico infuriato: viva il Cile, merda!". Nel mese di agosto, con la metà del sud del paese ancora tra le rovine provocate dal terremoto del 27 febbraio, giunse l'allarme dal nord, dal deserto di Atacama e venimmo a sapere che 33 minatori erano rimasti intrappolati.
Erano rimasti imprigionati, dopo il crollo di una miniera di proprietà di un'impresa che violava tutte le regole di sicurezza sul lavoro.
Trentatré uomini, uno dei quali boliviano, sono rimasti intrappolati a 700 metri di profondità per 69 giorni finché, nonostante lo spettacolo mediatico organizzato dal governo, hanno cominciato a uscire uno dopo l'altro dalle profondità della terra.
Mentre scrivo queste righe ne sono già usciti una decina, sono usciti in piedi, ricevendo il caloroso saluto dei loro compagni di lavoro che li hanno cercati e trovati, e che hanno scavato la dura roccia promettendo loro, con il sobrio linguaggio dei minatori, che li avrebbero tirati fuori da lì.
Quando è uscito il primo, il presidente Piñera ha ringraziato Dio e la nomenclatura per ordine di importanza negli incarichi, ma ha dimenticato di ringraziare i minatori della Pennsylvania, che avendo sperimentato una tragedia simile si sono fatti solidali con i loro lontani colleghi di Atacama e hanno messo a disposizione le conoscenze tecniche - la cultura mineraria - e parte dei macchinari che hanno reso possibile il salvataggio.
Mentre tiravano fuori il secondo minatore, che usciva dal caldo e dall'umidità di quella reclusione a 700 metri sottoterra per affrontare il clima secco e i 10 gradi sotto zero del deserto, il presidente Piñera non ha resistito alla tentazione di un'altra conferenza stampa "in situ", il cui unico tratto rilevante è stata una vacillante dichiarazione d'intenti a favore della sicurezza sul lavoro dei minatori. Nella sua evidente goffaggine, Piñera non dice che proprio la destra cilena ha incarnato la più feroce opposizione a un regolamento sulla sicurezza del lavoro, sostenendo che i controlli sono sinonimo di burocrazia e attentano alla libertà di mercato.
Durante il suo show, carico di gesti religiosi, Piñera ha omesso qualsiasi riferimento alla triste situazione degli altri duecento e passa minatori della stessa impresa, che lavoravano nella stessa miniera e che da agosto non ricevono il loro salario.
Indubbiamente, è emozionante vederli uscire, uno per uno, e ancor più emozionante è vedere che quei minatori, nonostante i regali promessi, un viaggio in Spagna per vedere una partita del Real Madrid, un viaggio in Inghilterra per vedere una partita del Manchester United, un iPhone di ultima generazione, un viaggio in Grecia, e perfino diecimila dollari per uno donati da un imprenditore cileno che aspira a diventare presidente del Paese, nonostante tutto questo continuano a essere dei minatori e proprio per questo hanno annunciato la creazione di una fondazione che si preoccupi della situazione di tutti i minatori colpiti dal crollo della miniera.
Tirarli fuori da lì è stata una prodezza, ma una prodezza di tutti quelli che hanno sudato finché non ce l'hanno fatta. E la maggior prodezza sarà ottenere che in Cile si rispettino le norme di sicurezza sul lavoro perché non accada mai più che 33 minatori scompaiano nelle viscere della terra.
(Traduzione di Luis E. Moriones)
CILE.
COMINCIATE LE OPeRAZIONI DI RECUPERI DEI 33 MINATORI INTRAPPOLATI NELLA MINIERA DI SAN JOSE.radio anch'io
Florencio e gli altri: tutti i
salvataggi
Con la ''Fenice'' nelle viscere
della montagnaConto alla rovescia a San José. Chi sono i 33 mineros sepolti nella cava d’oro
Dopo 66 giorni trascorsi a oltre 600 metri di profondità i 33 minatori vedono avvicinarsi sempre di più la fine del loro calvario.
E’ stato completato il tunnel di salvataggio per riportare in superficie i 33 'mineros' intrappolati dal 5 agosto scorso sottoterra in seguito al crollo della miniera di oro e rame di San José nel Deserto dell'Atacama in Cile. Oggi è stata abbattuta ultima barriera. Il momento è stato salutato dal suono delle sirene e immediatamente in superficie al ‘Campamento Esperanza’ si è fatto festa. Si tratta del campo popolato da 1.500 'abitanti', tra familiari dei minatori intrappolati, tecnici e autorità impegnati nei soccorsi, e giornalisti di tutto il mondo, circa 500 di 159 media, che sono li per documentare e commentare la vicenda. Subito i familiari si sono abbracciati e tutti hanno suonato i clacson delle auto e camion che erano sul posto. Gruppi di persone sono salite sull'altura che sovrasta il campo dove da tempo sventolano 32 bandiere cilene e una boliviana, questa è per l'unico minatore ‘straniero’. Sul luogo è giunto anche il ministro delle risorse minerarie cilena, Laurence Golborne. La T-130 era giunta alla miniera di San José da una vicina miniera, quella chiamata ‘Ines de Collahuasi’, ed ha iniziato le perforazioni lo scorso 7 settembre. La trivella ha perforato la roccia fino a raggiungere il punto in cui si trova il rifugio dei minatori. Ci sono voluti 33 giorni di perforazioni e alla fine è stato ricavato un tunnel largo 66 cm e lungo 624 metri. Dopo 66 giorni trascorsi a oltre 600 metri di profondità i 33 minatori vedono avvicinarsi sempre di più la fine del loro calvario. Però, in realtà non si può ancora dire che sia giunta la 'fine' della vicenda. Ora si tratta di completare il pozzo. I soccorritori dovranno decidere se puntellare o meno il pozzo con cerchi d’acciaio per renderlo più sicuro. Si tratta di cerchi lunghi 12 metri, spessi 2 cm e larghi 62 cm. L'operazione di consolidamento potrebbe durare tra i tre e i dieci giorni. Dopo di che si darà il via materialmente al salvataggio. E’ previsto infatti, che attraverso una capsula, che verrà calata nel cunicolo ricavato dalla perforatrice, si cercherà di riportare in superficie i 33 'mineros' uno alla volta. Ogni 'viaggio' della capsula richiederà tra i 12 e i 60 minuti. Le capsule sono tre e sono state costruite appositamente dai tecnici della Marina militare cilena. Si tratta di un cilindro pesante 250 chili, lungo 4 metri per 53 cm di diametro e rotelle di gomma alle due estremità, con cui il minatore potrà controllare la ridiscesa, dopo essersi sganciato dal cavo di traino, nel caso la capsula si blocchi nella risalita. La capsula sarà trainata fuori da un cavo agganciato a una gru. Il minatore sarà alloggiato in 2 metri e mezzo di 'modulo vitale' o 'gabbia'. Nella risalita il minatore sarà protetto da un casco e da una speciale tuta, avrà una scorta di ossigeno, cibo, due sistemi di comunicazione, uno bluetooth. Saranno monitorati battito cardiaco e respirazione con sensori collegati a una cintura biometrica. Le fasi di risalita saranno tre, secondo un modello sperimentato: prima i più lucidi, reattivi, in grado cioè di reagire a un imprevisto, di verificare la risalita e raccontarla alla base. Seguiranno i più deboli fisicamente e psicologicamente. Infine i più forti fisicamente e dai nervi più saldi, capaci cioè di aspettare più a lungo. Prima di iniziare il salvataggio scenderanno nella miniera un minatore esperto che collauderà il pozzo e la capsula-ascensore. Successivamente scenderà anche un infermiere-sommozzatore per visitare, selezionare e preparare i minatori alla risalita. Questi ultimi una volta in superficie verranno sottoposti ad una prima visita medica nell'ospedale da campo della miniera. Se in grado, potranno incontrare in privato i familiari, infine saranno trasferiti in elicottero all’ospedale di Copiapo per 48 ore di osservazione. Ieri le autorità cilene hanno ispezionato il locale che ospiterà i minatori quando saranno fuori dal pozzo. Per il fatto che sono stati sottoposti ad un lungo periodo di oscurità, una volta in superficie i minatori porteranno degli speciali occhiali per proteggere gli occhi dalla luce. Intanto che si aspetta il momento di rivedere i ‘los 33’ tutti sani e salvi in superficie, i soccorritori sono omaggiati da tutti come degli eroi anche se la vera protagonista dell’intera vicenda è la trivella che oggi ha raggiunto i minatori. Si tratta di una perforatrice T-130, Piano B, chiamata affettuosamente prima la 'trivella-miracolo' e poi la 'lepre'. Quello di dare un ‘nomignolo’ ad ognuna delle trivelle impegnate nelle perforazioni per raggiungere i minatori intrappolati sottoterra è stata un’iniziativa dei media cileni. Le trivelle usate sono state tre. La perforatrice petrolifera Rig 421, Piano C, è stata chiamata 'l'elefante' per le sue dimensioni, mentre la Strata, Piano A, la 'tartaruga', perchè più lenta nello scavare. Dal giorno che i 33 minatori sono rimasti bloccati nella miniera hanno inviato in superficie, tramite le 'palomas', i contenitori che hanno viaggiato via sonda fino alla superficie, più di 3mila messaggi, mentre da amici e parenti hanno a loro volta ricevuto più di 2.200 lettere. Sempre tramite le 'palomas' i 33 'mineros' hanno ricevuto copie della Bibbia, una per ogni minatore. Hanno ricevuto ognuno anche una trentina di lenti d'ingrandimento, dadi, qualche libro, 3 lanterne, un paio di scarpe, un cuscino e occhiali. Ogni giorno i soccorritori hanno assicurato loro anche due pacchetti di sigarette una bottiglia d'acqua minerale e 40 litri di acqua per fare la doccia.
Ferdinando Pelliccia
Cile, nel circo che aspetta
il ritorno dei 33 minatori
Dal fondo della miniera si comincia a sorridere
9 ottobre Iniziano le ultime operazioni,
la trivella ha raggiunto i minatori.
La capsula speciale dovrebbe
portarli fuori per martedì prossimoEMILIANO GUANELLAMINIERA DI SAN JOSE' (Cile)
La notizia più attesa al «campamento Esperanza» arriva alla fine di una giornata lunghissima e piena d’aspettative. a trivella del «Piano B» ha toccato nella notte il rifugio dove si trovano i 33 minatori, ora non resta che assicurare la prima parte del lungo foro nella montagna per proteggere la discesa della capsula nelle viscere della montagna che li porterà fuori, uno a uno. Un'operazione che potrebbe durare, al massimo, tre giorni: martedì prossimo potrebbe essere il D-Day. I minatori lo sanno e si stanno preparando al gran momento. Il loro «trasloco» è già iniziato: da un paio di giorni le sonde arrivano in superficie con i ricordi raccolti in più di due mesi di permanenza sottoterra. Piccoli frammenti di roccia, carte, oggetti minuscoli, ma preziosi, che li accompagneranno per il resto della loro vita. Settecento metri sopra di loro si è formata una piccola città, la babele del grande circo mediatico, i soccorritori, i volontari, i famigliari e gli amici, i rappresentanti del governo e di tutte le istituzioni chiamate in causa nella più grande operazione di salvataggio che il Cile ricordi.
La gara delle tv
La gara delle postazioni tv è già iniziata, un metro in più in altezza assicura migliore visibilità per i collegamenti da effettuare nel gran giorno. Si grattano le mani i falegnami di Copiapo, che hanno abbandonato lavori e cantieri in corso e si sono messi a costruire come forsennati con compensi molto più cospicui del solito. Impalcature di legno, piattaforme, piccole basi per gli inviati di Al Jazeera, Bbc e un’altra quarantina di televisioni presenti sul posto. I newtork americani hanno trasformato questa storia in un grande reality show, che fra poco si trasformerà in soap opera. Dopo la cronaca immaginata dei giorni sottoterra arriveranno i racconti dei protagonisti, i libri, i film. Cbs, Nbc e Abc stanno facendo a gara per avere le interviste in esclusiva con i minatori appena escono, i cachet chiesti dai famigliari lievitano al suon della concorrenza. Tomas Urzua, l’addetto del governo per la stampa internazionale, ha già distribuito 900 accrediti. Il suo ufficio è in una baracca a fianco dell’ingresso all'aerea delle operazioni, una sbarra presidiata da due carabineros restringe l'accesso esclusivamente ai tecnici impegnati sul posto. Dà il benvenuto ai nuovi arrivati, chiede loro se sono riusciti a trovare una sistemazione, l'intera rete di alberghi e ostelli di Copiapo e della sua vicina Caldera, che si trova sulla costa, è collassata.
Prezzi alle stelle
Tutto, ovviamente è diventato più caro, alcuni vicini si sono organizzati per affittare le loro case. In Cile non si trovano più caravan e camper a noleggio, alla base Esperanza ce ne sono più di cento, di tutte le dimensioni. I più moderni e attrezzati sono quelli di Reuters, che ha una ventina di persone sul posto fra giornalisti, producers, fotografi e cineoperatori. La televisione sovrana è, comunque TVN, il canale pubblico cileno, che sarà l’incaricato di trasmettere le immagini ufficiali del salvataggio. Il D-Day durerà non meno di 30 ore, scenderanno inizialmente due uomini della marina militare specializzati in operazioni di salvataggio e primi soccorsi.L’ospedale da campo
A fianco delle trivelle è stato preparato l’ospedale da campo, i minatori saranno controllati e tenuti in osservazione per un’ora almeno, potranno avere un primo contatto con i famigliari e poi via in elicottero, a gruppi di cinque, verso l’ospedale di Copiapo, dove dovranno restare per almeno due giorni per sottoporsi a diversi controlli. I famigliari sono ansiosi, ma ci tengono a dire che non vogliono assolutamente che si facciano le cose in fretta, che si accorcino i tempi per permettere al presidente cileno Sebastian Piñera di avere la foto con i minatori tratti in salvo prima di partire per la sua visita di Stato in Europa, che dovrebbe iniziare il 17 ottobre.«Abbiamo aspettato fin qui - racconta la signora Maria, mamma di Jimmy Sanchez - non ci costa niente attendere qualche giorno in più». Jimmy ha 19 anni, è il più giovane del gruppo. Aveva avvisato più volte i suoi del pericolo della miniera San José. «La nostra è una famiglia di minatori - spiega la madre - Jimmy aveva dei brutti presentimenti, voleva smettere a fine settembre. Grazie a Dio sta bene, è un ragazzo molto allegro, con un gran cuore, mi dice che è diventato un po’ il beniamino del gruppo. I più grandi gli fanno tutto il tempo degli scherzi, ma lo stanno anche proteggendo molto. Sono diventati una grande famiglia, li voglio abbracciare uno a uno». Ogni famiglia ha la sua piccola base. Una tenda, foto, messaggi. Thermos caldi di caffè e il fuoco per la notte. All’entrata della base il comune di Copiapo ha sistemato un piccolo ristorante, gestito da volontari. Si serve un pasto caldo al giorno, poi rimane aperto per 24 ore per dare piccoli snack, caffè, acqua. «Il pranzo - spiega Darla Rodriguez, infermiera volontaria posta dietro al bancone - è diviso in tre turni. Prima i famigliari, poi la stampa e infine i soccorritori. Non si servono bibite alcoliche, un paio di volte al giorno viene chiuso per celebrare la messa cattolica e un servizio evangelico».
I Brugueño
Al fianco del tendone principale c’è la postazione della famiglia Brugueño. Aspettano Carlos, di 27 anni, il minatore che nella prima lettera mandata in superficie ricordava alla madre di ritirare dagli armadietti degli spogliatoi dell’impresa lo zaino dove teneva trecentomila pesos, il salario degli ultimi quindici giorni. Al cambio fanno quattrocento euro. Alberto Perez è suo cugino e amico di Pedro Cortes, un altro dei «los 33». Sono cresciuti insieme, lavorava anche lui nella stessa miniera, aveva finito il suo turno dodici ore prima dell’incidente. «Li ho portati io a lavorare qui, ho un rimorso di coscienza grandissimo. Questa miniera era troppo insicura, due settimane prima dell’incidente un lavoratore aveva perso una gamba, ma i proprietari hanno fatto finta di niente. Dovrebbero andare in galera, scrivilo pure». Alberto e gli altri 237 minatori fermi da due mesi non hanno ricevuto lo stipendio di settembre.
Senza lavoro
La società, molto probabilmente, fallirà e loro rimarranno senza lavoro e senza liquidazione. Hanno fatto già due manifestazioni per il centro di Copiapo per chiedere che anche la loro situazione venga risolta. Alberto ne ha parlato con il ministro Francisco Golborne, che ogni sera fa il giro delle tende per sondare lo stato d’animo dei famigliari. «I trentatré usciranno bene e saranno sicuramente indennizzati ed è giusto così, quello che hanno vissuto è terribile. A noi, però, non rimarrà nulla. Io cercherò subito un lavoro in un altro giacimento... Non ci crederai, ma stare nelle miniere a me piace tantissimo, la montagna scorre nelle vene della gente di questa regione, è la nostra vita. Ma bisogna fare ancora molto e chiediamo adesso che lo faccia soprattutto lo Stato, perché questo non sia più un lavoro maledetto».Video "Mercoledì tiriamo fuori i minatori"
Il nostro inviato: "Il capoturno ultimo a uscire"Cile, Il tunnel dell'ascensore "rivestito" di acciaio. Stabilito l'ordine della risalita di OMERO CIAI
l Cile con il fiato sospeso
la trivella ha raggiunto i minatoriAudio La cronaca dell'inviato a San Josè -9 ottobre
Un urlo di gioia dei familiari spezza la tensione
nel deserto: la punta della perforatrice è arrivata al
cunicolo a 700 metri di profondità, due mesi dopo
l'incidente di OMERO CIAICile, i minatori fuori in pochi giorni - video 5 ottobre
Uno dei responsabili dei soccorsi alla cava di San
Josè ritiene che i 33 lavoratori intrappolati dal 5
agosto saranno salvati in tempi brevi. Il presidente
Pinera spera che questo avvenga prima del suo viaggio in
Europa, previsto per il 17 ottobreCile, primi test per l'ascensore
che dovrà salvare i minatori - video-- 4 ottobre
Alla cava di San Josè si sperimenta la capsula
"Fenice" allestita per riportare in
superficie i 33 minatori intrappolati dal 5 agosto
scorsodomenica 3 ottobre 2010
TREINTA Y TRES MINEROS

di Pina Piccolo
Treinta y tres mineiros,
Se ne stavano nel grembo di Madre Terra
Inghiottiti
Da El Diablo del capitale
No, non erano un reality
E non era prevista l’espulsione
Per acclamazione popolare
Del meno simpatico
Forse neppure un libro
Si pianificava a Santiago
Nelle avenidas delle case editrici
“Si fueran mineros
Non fueran seguro intelectuales”
Treinta y tres mineros
Treinta y tres proprio come los anos
Di quel povero cristo
Nudi adesso e sottoterra
Sperando in una risurrezione
Tecnologica
Come profeti a mangiar locuste nel deserto
Non piu’ di 60 chili
Snelli e tonici devon restare
Per entrare nella capsula salvifica
Del Plano B.
E i sociologi che come voyeurs
Spiano se si sono creati
Una società verticistica
O se sottoterra sono stati contagiati
Dal virus dell’horizontalismo
De sus hermanos argentinos
E non sanno che sono venuti a tener veglia con loro
Lì nella loro oltretomba provvista di sonde
Gli spiriti de los duemila mineros y su mujeres y su hijos
Massacrati por la policia nel 1907 a Santa Maria de Iquique
Certo che ce ne sono state notizie da scambiarsi
Su 103 anni di prodezze sindacali
Di democrazie e di golpe
Di progresso e di regresso
Forse non sapevano neppure di Lula
Di Evo, di Cochabamba
Los espiritus de los masacrados
E la luce fioca del rifugio d’emergenza
Non è certo canicola che ombra stampi
E questi mineros non son certo l’uomo che se ne va sicuro
E a loro nessun giornalista chiede una parola
Che non sia quella del topo nella trappola
Dello speleologo accidentale che informa
Sullo stato della grotta
Non si prevedono esalazioni
Che portino a vaticini
Tra di essi non è Sibilla
Che qualche verità illustre
Possa comunicare
E le mogli, e i figli e le sorelle
E le madri, e i padri e i cugini
Nel villaggio de la esperanza
A esultare quando el Plano B
Promette de ser realizado
Prima di Natale
E le mogli, e le figlie e i fratelli
E le nonne e i nonni e le cugine
E i figli nati in loro assenza
E i genitori morti quando il figlio
Era sepolto-vivo
Lì ad aspettare
L’elemosina di una notizia
L’eco d’una voce come quella
Che li salutava ogni giorno dalla doccia
Dove si levava la faccia nera
E la sostituiva con la maschera
Benigna del gran lavoratore
Campafamiglia- capofamiglia
Ritornato dal sacrificio quotidiano
E los mineiros come Persefone distratta
Che ingoia i tre chicchi di melagrana
E las mujeres come l’inconsolabile Demetra
Che si vede la figlia strappata sei mesi all’anno
Dal Signore degli Inferi
E noi che dall’interregnum
Ascoltiamo e guardiamo
Con avidità d’occhio e d’orecchi
E aridità di cuore
Il dipanarsi di sventure altrui
Mentre pulluliamo
con dignità di vespe sulla superficie
a orecchie tappate e occhi bendati
verso i segni
che non dovremmo stentare
a decifrare.
Pina Piccolo, 1 ottobre 2010
Cile, i familiari fanno causa allo Stato
"Vogliamo essere risarciti" 1 ottobre
VIDEO
Al governo e alla compagnia mineraria chiedono un
indinnizzo di un milione di dollari. Sono i parenti di
27 dei 33 "mineros" intrappolati nella cava.
Continua il lavoro delle trivelle.Cile, i minatori: "Lavoriamo con voi"- 30.9.10
VIDEO
Un nuovo video dei 33 lavoratori intrappolati dal 5
agosto scorso nella cava di San Josè: i minatori
rimuovono le macerie prodotte dalle tre trivelle che
stanno scavando i tunnel per farli uscire. "Stiamo
bene, siamo super-contenti"Tireremo fuori i minatori entro 15 giorni"
VIDEO.
Cile, applausi, abbracci e pianti alle dichiarazioni
del funzionario del ministero dell'Interno Christian
Barra: "Il piano B procede bene". Ma secondo
il giornale cileno "El Mercurio" il dirigente
sarebbe stato ben più ottimista 30.9.10Cile, nel villaggio della speranza
una scuola per i figli dei minatori 29.9.10
VIDEO
La struttura consentirà, ai figli dei "mineros"
intrappolati nella cava, di continuare a stare vicini ai
loro familiari senza perdere le lezioni. Una classe
speciale: solo otto alunniCile, c'è un "piano D". I minatori si allenano-- 28.9.10
VIDEO
A San Josè arrivano i lunghi tubi di metallo per
costruire i tunnel dove far scorrere
le capsule di salvataggio. Ma è iniziata anche
la preparazione fisica per un eventuale arrampicata nel
tunnel se qualcosa non funzionasse26/9/2010 (10:0) - CILE - INTRAPPOLATI A 700 METRI DI PROFONDITA' DAL 5 AGOSTO
Una capsula per salvare i minatori
La capsula per il recupero dei minatori intrappolati
La gabbia cilindrica alta 4 metri
li riporterà tutti in superficieUna prima capsula di metallo, che servirà a far risalire in superficie i 33 minatori intrappolati dal 5 agosto a 700 metri di profondità nella miniera di San Josè, in Cile, è arrivata ieri scortata da auto della polizia e accolta da applausi e ovazioni dei familiari accampati intorno alla miniera. La capsula, la prima di tre costruite dai cantieri navali della marina cilena, è una specie di gabbia cilindrica «alta 4 metri, pesante 460 Kg. e con un diametro approssimativo di 53 centimetri» ha spiegato Sergio Navarro, membro dell’equipe che ha costruito le capsule.
La gabbia metallica, dipinta di bianco, rosso e blu (i colori della bandiera cilena), è stata battezzata «fenice» dal ministro delle miniere, Laurence Golborne, mentre il ministro della sanità, Jaime Manalich, ha precisato che un soccorritore e un medico scenderanno fino a 700 metri di profondità per preparare i minatori alla risalita. Tutti i minatori, dopo aver preso posto nella capsula, saranno sollevati fino in superficie, uno ad uno, attraverso uno dei tre pozzi che i soccorritori stanno scavando.
L’operazione - hanno affermato alcuni ingegneri - durerà da mezz’ora a un’ora e mezza. Una volta risaliti in superficie, i minatori riceveranno i primi soccorsi in un centro di osservazione dove potranno avere i primi contatti con i familiari. L’obiettivo dei soccorritori, ha aggiunto il ministro delle miniere - è di far risalire i 33 minatori «per i primi giorni di novembre».Cile, così funziona l'"ascensore"
che salverà i minatori imprigionati videoVIDEO. Un altro macchinario all'opera per tentare di liberare i minatori intrappolati a settecento metri di profondità. Utilizzato per le perforazioni petrolifere, scaverà a un ritmo molto più veloce delle altre due trivelle già al lavoro da settimane
21 settembre
CILE
Minatori, festa sottoterra per bicentenario Paese
I soccorritori: "Forse liberi ai primi di novembre"Intrappolati dal 5 agosto nel deserto dell'Atacama, i 33 sono stati quasi raggiunti da una perforatrice. Ci vorrà ancora qualche settimana per allargare il buco dal quale saliranno in superficie. Delle altre trivelle una ha superato quota -320, l'altra entrerà in attività il 20 settembre
COPIAPO' (Cile) - Il Cile spera con prudenza. Da quando una delle perforatrici, T-130, è riuscita a arrivare a 630 metri 1 di profondità vicino al punto in cui sono intrappolati 33 minatori, il Paese segue i lavori minuto per minuto proprio nei giorni della commemorazione del bicentenario dell'indipendenza dalla Spagna, feste presiedute dal capo dello Stato, Sebastian Pinera.
A dare la notizia che i lavori per tirar fuori i 33 minatori - bloccati dal 5 agosto a 700 metri di profondità nelle viscere del deserto dell'Atacama - è stato Pablo Ramirez, responsabile della squadra di soccorso della società 'San Esteban', proprietaria della miniera di San Josè, a Copiapò, nel nord del Cile.
Il ministro delle risorse minerarie, Laurence Golborne, ha poi spiegato più in particolare: "Siamo riusciti ad arrivare, con molta precauzione, nell'officina vicina al rifugio dove si trovano i minatori. Ora dovremo cambiare e montare i martelli della trivella che hanno cinque grosse 'teste' per poter perforare: quindi inizierà il vero e proprio procedimento per allargare il tunnel, fatto che impiegherà - ha puntualizzato - diverse settimane". "Stiamo avanzando un po' meglio della tabella di marcia prevista, forse riusciremo a finire a novembre", ha concluso Golborne
Il 'buco', che adesso è di circa 30 centimetri dovrà raggiungere un diametro di circa il doppio, 65 centimetri, mentre allo stesso tempo si cercherà di rafforzare le pareti del tunnel: opera che richiederà anche la collaborazione dei minatori, i quali dovranno a loro volta rimuovere le macerie che cadono dall'alto durante i lavori. Dopo l'allargamento del tunnel i 33 cercheranno di raggiungere uno ad uno la superficie tramite una sorta di 'campana'.
La perforatrice T-130, al centro di quello che i tecnici chiamano il 'piano B', è riuscita a scavare a una "velocità consistente", e cioé circa 18 metri all'ora. Parallelamente alla trivella del 'piano B' si fanno passi avanti anche con le altre due perforatrici, una ha superato quota -320, l'altra entrerà in attività il 20 settembre.
Alla celebrazione dell'indipendenza partecipano come possono anche i minatori intrappolati che isseranno una grande bandiera cilena, alla presenza dei familiari, delle squadre di soccorso e delle autorità. E riceveranno da superficie il cibo tipico per i cileni in questi giorni di festa, in particolare l'asado (grigliata) e le empanadas (involtini).
"Siamo soliti fare perforazioni per estrarre cose come petrolio, gas, acqua e minerali", ha detto Brandon Fisher, uno degli uomini impegnati nelle operazioni. "Perforare per salvare delle vite umane è un compito del tutto diverso, molto più importante di qualsiasi altra cosa fatta finora nel corso della nostra carriera". Se i lavori di soccorso proseguiranno come previsto, il salvataggio dovrebbe concludersi nei primi giorni di novembre.( 18 settembre 2010 )
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CILE- 18.9.2010
Trivella raggiunge i minatori
sottoterra da 42 giorniLa comunicazione è arrivata dal responsabile della squadra di soccorso della società 'San Esteban', proprietaria della miniera di San Josè, nel nord del Cile. Perché possano tornare in superficie adesso il foro deve essere allargato
COPIACO - Le operazioni di trivellaggio per trarre in salvo i 33 minatori intrappolati sottoterra nel deserto cileno di Atacama hanno raggiunto quota 630 metri, ovvero il livello in cui si trovano gli operai. Perché possano tornare in superficie adesso il foro deve essere allargato.
Lo ha reso noto Pablo Ramirez, responsabile della squadra di soccorso della società 'San Esteban', proprietaria della miniera di San Josè, a Copiapò, nel nord del Cile. "La perforatrice T-130 ha poco fa raggiunto l'officina della miniera", ha detto Ramirez.
Ora si sta lavorando per sgombrare il campo, nel punto dove si trova la perforatrice, ha precisato Ramirez, ricordando che per questa fase saranno necessarie circa sei ore. I tecnici impegnati nell'opera provvederanno inoltre all'installazione di una videocamera per poter verificare in quali condizioni si trova quella parte della miniera.
Domani i tecnici cercheranno invece di allargare il tunnel costruito in questi giorni attraverso il quale i 33 cercheranno, una volta finiti i lavori, di raggiungere la superficie tramite una sorta di 'campana'. L'obiettivo è quello di allargare il 'buco' fino a 60 centimetri e allo stesso tempo di rafforzarne le pareti.
Il piano annunciato dal presidente Sebastian Pinera all'inizio del mese prevedeva la riapertura del tunnel a spirale bloccato dallo smottamento con una perforatrice dell'Enap, compagnia statale del petrolio.
Le comunicazioni fra i minatori e i familiari si sono svolte fino ad ora per lettera, solo una volta per telefono. I minatori hanno ricevuto magliette pulite e scarpe di gomma contro il fango, si sono alimentati bene e, con le torce a pile, hanno avuto anche la luce.
Hanno dormito su brandine leggere ricevute smontate a pezzetti e da rimontare. Vicino all'ingresso della miniera, dove ci sono le sonde, si è addirittura organizzato un piccolo ufficio postale per gestire le lettere delle famiglie.
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da ecomapuche.com/ecomapuche/index.php?option=com_content&view=article&id=
111:cile-33-minatori-e-34-indigeni-mapuche-sepolti-vivi&catid=44:notizie&Itemid=18
Cile, 33 Minatori e 34 indigeni mapuche sepolti vivi20/09/201033 MINATORI SEPOLTI VIVI dal 5 agosto per irresponsabilità del padrone dell’impresa San Esteban; Alejandro Bohon. In Cile l’impresa mineraria ha provocato gravi danni all’ambiente, agli ecosistemi, all’acqua, ai popoli indigeni. Gli imprenditori americani ed europei insieme allo stato cileno promuovono pericolosi progetti estrattivi che devastano il NORD DEL CILE34 NATIVI MAPUCHE SEPOLTI VIVI dal 12 luglio nelle galere per l’irresponsabilità dell’autorità “democratica” che per incarcerare i mapuche usa la legge dittatoriale, N°18.314 di pinochet, chiamata “legge anti-terrorista”. Per questo dal 12 luglio 34 MAPUCHE sono in sciopero della fame chiedendo di porre fine all’uso discriminatorio di questa legge che tutela gli interessi economici dell’impresa forestale e mineraria che devasta il territorio e viola i diritti umani nel SUD DEL CILE.I MINATORI LOTTANO PERCHE’ SI APPLICHI LA CONVENZIONE N. 176 dell'Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) sulla sicurezza e sulla salute nelle miniere.I MAPUCHE LOTTANO PERCHE’ SI APPLICHI LA CONVENZIONE N. 169 dell'Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) concernente i popoli indigeni e tribali in stati indipendenti.La violenza dello $tato cileno e gli interessi economici foranei nelle terre del nord e del sud sono stati e sono causa di massacri, desaparecidos, popoli indigeni estinti, popoli in via d’estinzione e sopra ogni cosa causa di IMPUNITÀ!E’ ORA di cominciare a rispettare i Diritti Umani con i fatti, non solo con le parole o con le immagini folkloristiche adatte a scattare belle fotografie.E’ ORA di far rimuovere a polizia e gendarmeria cilene la dottrina di violenza neoliberale acquisita nella “Escuela de las Americas” e di informarli responsabilmente sugli Accordi Internazionali ratificati dal Cile cosiddetto democratico per poter avviare pratiche concrete sul Rispetto dei Diritti Umani, come fanno le democrazie dell’ OCSE, prestigioso gruppo di paesi democratici al quale il Cile vanta di appartenere.E’ ORA di tutelare la vita, principalmente quella dei bambini e ovunque non arrivino stampa e osservatori.È’ ORA di ispezionare le carceri cilene, di ispezionare i giacimenti e le industrie delle società forestali, di farlo con cadenza regolare senza regalare certificazioni. E’ ora di fare studi seri sull’impatto ambientale soprattutto nelle terre indigene dove le imprese hanno deciso d’attecchire.
- Cile, un "piano C" per salvare i minatori video
- di Luis Sepulveda
CILE
Quei mapuche così poco attuali
Mobilitazione nazionale per liberare i minatori intrappolati sotto terra. Ma lo sciopero della fame di 32 indigeni condannati per terrorismo non fa notizia in un Cile che, denuncia lo scrittore Luis Sepulveda, non ha mai fatto davvero i conti con il proprio passato coloniale e post-coloniale
I meriti letterari di Isabel Allende sono fuori discussione, ma è necessario fare alcune considerazioni riguardo al premio nazionale di letteratura. In tutti i paesi che lo contemplano, questo genere di premio è conferito come riconoscimento di tutta una vita dedicata alla scrittura e in nessun caso l'eventuale successo di vendite di una scrittrice o di uno scrittore viene confuso con il suo potenziale mercato internazionale - sia esse d'oro o da due soldi, perché questo vuol dire confondere capre e cavoli.
Il premio poi non diventa l'argomento polemica dell'anno; in Cile invece, poiché il presente è - terremoto incluso - piuttosto sporco, viene allora rimpiazzato da un'attualità rozza e banale che riempe le televisioni e quasi tutti gli spazi consentiti. Agli occhi del mondo intero bisogna nascondere un fatto, occultarlo, negare la sua esistenza perché i 32 mapuche che stanno affrontando un lungo sciopero della fame, mettendo in pericolo le loro vite, è cosa che inquina l'attualità, in cui campeggia una sorta di dibattito intellettuale rozzo e banale.
Per la maggior parte dei cileni, siano essi scrittori, scrittrici o gente che si dedica allo sport della «cilenitudine», i mapuche non esistono, e se per caso qualcuno accetta il fatto che i mapuche esistono da prima dell'arrivo degli europei, li considera fastidiosi perché non accettano il loro ruolo di «suppellettili etniche» o perché sono contadini il cui unico destino non è altro che quello di fornire manodopera a basso prezzo.
Quei tappetti vanno bene per i lavori domestici, per quanto le peruviane sono più economiche; quei piccoli mapuche sono esperti di giardinaggio, di idraulica, sono quelli che castrano i gatti e che ne capiscono di piante selvatiche. Per duecento anni si è occultato, ignorato, negato uno dei fatti più sporchi della nostra storia: il saccheggio, il furto, l'usurpazione delle terre appartenenti a quella grande aggragazione umana chiamata il popolo dei mapuche.
Dalla dubbia dichiarazione d'indipendenza, manipolata dai primi figli e nipoti dei colonizzatori - può questo essere motivo di festeggiamenti? - fino al recupero di una democrazia concepita dalla cricca della dittatura di Pinochet, le proteste sacrosante dei mapuche sono state ignorate o relegate ai faldoni dei problemi che si risolvono con il tempo. Ovvero, quando i mapuche spariranno come popolo, come nazione, come etnia, come parte integrante della cultura americana. Persino durante i mille giorni di governo Allende si affrontò a malapena la questione, contando sui benefici di una riforma agraria che non tenne conto affatto del sentire culturale dei mapuche, e che ignorò il loro speciale rapporto con la terra e con l'habitat, imprescindibile per la Gente della Terra.
Sono disgustato quando, dopo un giro di acquavite peruviana, biondicce e biondicci di tutte le età e classi sociali, esprimono orgogliosi la gioia di avere qualche goccia di sangue mapuche nelle vene. Allora: «Dai bisogna portarci questo scrittore», e mi invitano ad andare a visitare i loro terreni o i loro poderi nella regione di Araucania, perché veda i mapuche e le belle cose che fanno al telaio. «Se siamo fortunati - aggiungono - magari vedi qualcuno che suona il corno».
Lo sciopero della fame dopo una settimana causa pericolose alterazioni nell'organismo. E' evidente quindi che uno sciopero della fame che dura da più di un mese causa dei danni irrecuperabili. Le alterazioni del ritmo cardiaco e della pressione, avvicinano alla morte, ma è la morte dei mapuche, di un po' di uomini e donne sopravvissuti alla pace dell'Araucania. «Sono testardi questi mapuche», aggiungono, che si rifiutano di accettare passivamente la fine della vita, così spogliati della loro terra senza la quale non sanno, non possono e non vogliono vivere.
Nel deserto di Atacama ci sono 33 minatori rinchiusi sotto una montagna. Sono uomini coraggiosi che non dovrebbero trovarsi sotto tonnellate di pietra se l'azienda mineraria avesse rispettato le norme internazionali della sicurezza del lavoro. Dovrebbero trovarsi ora insieme alle loro famiglie se in Cile l'esigenza di rispettare le norme non fosse considerata un attentato alla libertà di mercato. Quei minatori e la possibilità effettiva - perché le leggi le fanno i padroni a loro uso e consumo - che l'azienda non gli paghi i giorni trascorsi a lavorare lì sepolti, e i giorni che rimarranno lì sepolti fino a quando non li recupereranno, fa parte dello sporco presente del Cile, un presente immobile dal giorno in cui la dittatura ha consegnato il paese ai capricci del libero mercato. Un mercato che genera ricchezze di origine dubbia, come quella dell'attuale presidente.
E anche questo presente è stato occultato, negato, ignorato da tutti coloro che hanno governato potenziando e glorificando il libero mercato. È disgustosa l'epidemia di patriottismo rozzo e banale che la tragedia delle miniere ha suscitato. E' disgustoso vedere soggetti come Leonardo Farkas, quel milionario dalla perenne abbronzatura made in Miami, di origine e stile come quelli di un Berlusconi o di un Piñera, che regalano cinque milioni di pesos alle famiglie dei minatori rinchiusi, senza alcuna progettualità politica, evidentemente. Quando quei minatori saranno recuperati - e devono essere liberati costi quel che costi - se qualcuno di loro dovesse insistere sull'esigenza di un impegno statale che tuteli la sicurezza del lavoro, costui verrà sanzionato con la legge anti-terrorismo?
I minatori di Atacama, così come il premio nazionale di letteratura, fanno parte di quell'attualità che nasconde, occulta e nega il presente più sporco, e questo è il lungo presente dei mapuche. Trentadue uomini del sud rischiano di morire perché chiedono la libertà di prigionieri politici di una democrazia dettata dagli interessi di mercato. Chiedono il riconoscimento legale di uno Stato di Diritto, chiedono che cessi di essere loro applicata l'odiosa legge anti terrorismo che ha eliminato la presunta innocenza e contempla accuse da parte di testimoni incappucciati, processi a porte chiuse, incubi pseudo legali che li condannano a prendere posizioni radicali: ma questo è quel che vuole lo Stato cileno, per giustificare lo sterminio, la soluzione finale del problema dei mapuche.
In Cile, questo strano paese che si affaccia sul mare e alla mercè dalla sua padrona - l'attualità inventata - si respira un presente carico di lerciume e infamia. Adesso l'attualità contemplerà i fasti del bicentenario, nelle osterie si sbaverà cilenitudine, anche la merda puzzerà di patriottismo, volenti o nolenti, il barbaro lemma nazionale sarà l'inno agglutinante di milioni di analfabeti sociali, e nel sud, nel profondo sud, i Mapuche, la Gente della Terra, persevererà la sua giusta lotta, negata, ignorata, occultata, repressa, falsificata dai paladini della cilenitudine, nelle cui vene - così dicono orgogliosi - scorre sangue mapuche.
Quei 32 mapuche che si giocano la vita nelle carceri del sud, sono coloro a cui si riferiva Ercilla quando scrisse sulla terra australe: «La gente che la abita è così superba, gagliarda e bellicosa/che non è stata mai battuta/vinta da alcun re/né mai sottomessa a dominazione straniera».
Traduzione di Valentina Manacorda
PRIGIONIERI
Tre piani per salvare i minatori di San José
In azione le perforatrici
Qualunque sia il piano, la tempistica non cambierà. La data resta fissata ai primi di dicembre per rivedere in superficie i 33 minatori intrappolati nelle gole della miniera di rame di San José. La perforatrice, ad un mese esatto dal crollo della galleria e pur lavorando ininterrottamente, deve fare i conti con la necessità di procedere lentamente, senza provocare crolli o smottamenti, per evitare i quali - come ha sottolineato André Saugarret, capo dell'equipe del Codelco, l'ente nazionale del rame - è necessario fermarsi e rafforzare le pareti del pozzo. Il lieve sisma dei giorni scorsi, avvertito nella regione di Atacamaca, dove sta la miniera, ha ricordato quanto fragile e ballerina sia la terra da queste parti.
Come previsto, sta scattando anche un «piano B», con l'installazione di un secondo macchinario, denominato T-130, di proprietà di un'altra impresa mineraria, che nelle prossime ore procederà ad allargare di poco più di 30 centimetri uno dei condotti già esistenti. Ieri il ministro delle miniere, Laurence Golborne, ha confermato anche l'esistenza di un «piano C», di cui si vociferava i giorni scorsi. Si tratterebbe di ulteriore macchinario usato nell'industria petrolifera, su cui stanno lavorando tecnici dell'ente petrolifero nazionale (Enap) per tentare una terza perforazione.
Il febbrile lavorio delle squadre è protetto da un vasto spiegamento di carabineros, che tengono lontani le decine di reporter che hanno preso d'assalto la miniera e l'accampamento Esperanza, dove i familiari seguono da vicino gli eventi e ora hanno contatti continui con messaggi scritti, audio e video dei minatori intrappolati. Minatori che peraltro sembrano essere ancora in buone condizioni psico-fisiche, almeno così assicurano le autorità sanitarie. Ricevono, grazie alle palomas, cioè alle sonde che fin dal primo contatto stanno funzionando ininterrottamente, cibo caldo, medicinali, cambi di vestiti, persino dei leggerissimi lettini. I minatori stanno collaborando con i tecnici in superficie e il loro aiuto sarà ancora più prezioso mano a mano che la perforatrice si avvicinerà al luogo dove si trovano rifugiati.
Nel frattempo, da due giorni all'interno della galleria è stato messo in funzione un sistema di fibra ottica per monitorare il sistema di sicurezza dei lavoratori, soprattutto contro i rischi di infiltrazioni d'acqua. E permettere comunicazioni continue e veloci.
Il paese segue sempre con grande emozione le vicende dei mineros, diventati veri e propri «eroi della patria», come li ha definiti Isabel Allende, che ha loro dedicato il Premio nazionale di letteratura del Cile, ricevuto in questi giorni. Ormai sono delle star mediatiche, protagonisti di una sorta di reality show. I video registrati e trasmessi continuamente in tivù li ritraggono euforici, cantano l'inno, agitano la bandiera nazionale.
Qui si può sapere tutto su ogni loro gesto. Ieri uno dei minatori ha rispedito in superficie il dolce, lamentandosi della marmellata di mele. Indizio di buon umore. C'è chi discute se hanno problemi di astinenza con l'alcol oppure no. E anche se l'amante di uno dei minatori abbia davvero una tenda nell'accampamento Esperanza, quasi nascosta e tenuta in disparte dalle moglie ufficiali. D'altra parte, pubblico e privato si erano mescolati fin dal giorno del primo messaggio, quando il presidente della repubblica leggeva entusiasta a tutta la nazione la lettera personale indirizzata da uno dei minatori a sua moglie. Stampa e tivù amplificano dettagli e curiosità, per tenere in piedi lo show e anche perché ora cominciano a non sapere più di che parlare.
Finita la visita dell'equipe della Nasa, che ha fornito consigli e valutazioni sulle condizioni di isolamento estremo così somiglianti a quelle nello spazio, ieri sono arrivati all'accampamento di San José anche quattro dei sopravvissuti uruguayani del disastro aereo del 1972. Allora, un veivolo diretto a Santiago, con a bordo una squadra di rugby, si schiantò sulle Ande e solo 16 persone sopravvissero. Loro stessi raccontarono di come, isolati e disperati, arrivarono a cibarsi dei propri compagni deceduti. Per evitare equivoci, hanno già sottolineato quanto diverse siano le due situazioni.
Con l'avvicinarsi delle celebrazioni del Bicentenario dell'indipendenza, il clima nel paese si sta facendo effervescente. Ovunque nastri e bandiere stanno riempiendo macchine, negozi, terrazze. E la vicenda dei mineros è diventata il cuore dell'orgoglio nazionale.
Ad interpretare al meglio la capacità di successo del Paese sembra il suo presidente-impresario. Sebastian Piñera questa settimana ha incassato infatti un indice di gradimento del 56%, volando di dieci punti rispetto a due mesi fa. I cileni, secondo l'agenzia Adimark Gfk, riconoscono al Presidente «energia e decisione» in particolare nella vicenda dei minatori. Un regalo insperato per un politico considerato freddo e decisionista. E lui ringrazia, sbaragliando ancora di più l'opposizione di centro-sinistra, che sembra sempre più ammutolita.
Un giorno alla miniera maledetta
Videoreportage del nostro inviato in Cile
LA STORIA
Cile, quei messaggi dal sottosuolo
"Cara moglie, il buio mi farà impazzire"
A un mese dal crollo della miniera di San José, i trentatré uomini rimasti intrappolati nelle viscere della terra si aggrappano alla vita. Anche con le parole. Un piccolo ufficio postale vicino al pozzo: le famiglie vengono chiamate una alla volta e ricevono o inviano le lettere. Qualcuno ci aggiunge anche un fiore o un pegno d'amore
dal nostro inviato OMERO CIAI
"Cara moglie non so per quale ragione non sono ancora
impazzito, dormiamo sul fango, qui intorno è tutto bagnato, non
abbiamo magliette, solo pantaloni e stivali, è tutto buio, ho la
gastrite, siamo stati quindici giorni mangiando un cucchiaino di
tonno ogni quarantotto ore aggrappandoci alla vita, gli altri giorni
solo acqua...". E un altro: "Non ti dirò bugie, qua sotto
stiamo malissimo, è pieno d'acqua, sopra di noi la montagna si
muove e se ci fosse un altro crollo non avremmo molto spazio dove
scappare. Cerco di essere forte ma non è facile. Quando mi
addormento a volte sogno di essere in un forno e quando mi risveglio
mi ritrovo imprigionato in questa oscurità eterna che ogni giorno
mi sfinisce. Sopravviverò per voi, fino alla fine, ma non
raccontare nulla di tutto questo a nostra figlia".
Erano le prime, drammatiche lettere, che dall'inferno raggiungevano
i familiari dei trentatré minatori sepolti a settecento metri
sottoterra. Foglietti di carta stropicciati scritti in stampatello,
al buio, da dita tremanti. Oggi, ad un mese dal crollo che li ha
intrappolati in fondo alla galleria e a due settimane da quel
foglietto che riemerse con la prima sonda dalle viscere della Terra
("Estamos bien en el refugio los 33"), la situazione è un
po' migliorata. Le comunicazioni fra i minatori e i familiari si
svolgono ancora per lettera, hanno parlato al telefono solo una
volta e per pochi secondi, ma dai video che il governo distribuisce
alle tv è evidente che stanno meglio. Hanno ricevuto magliette
pulite e scarpe di gomma contro il fango, da giorni si alimentano
bene e, con le torce a pile, hanno un po' di luce. Dormono su delle
brandine leggere che hanno ricevuto smontate a pezzetti e da
rimontare.
Vicino all'ingresso della miniera, dove ci sono le sonde, da qualche
giorno c'è un piccolo ufficio postale. Alla sera, prima del
tramonto, una alla volta le famiglie vengono chiamate. Ricevono le
lettere scritte quel giorno dai minatori e consegnano quelle che
hanno scritto loro, che verranno spedite là sotto durante la notte.
È un ciclo vitale. Alcuni minatori scrivono anche quattro o cinque
lettere al giorno. Mantengono i contatti con tutti: mogli, figli,
parenti vicini, parenti lontani. Nel weekend l'ufficio postale
s'affolla, c'è la fila. Ieri Jessica Yañez ha ricevuto tre lettere
dal marito Esteban Roca. Ma non erano per lei, Esteban le ha scritte
per i loro tre figli, ormai grandi. Jessica è una delle mogli che
non ha mai lasciato la miniera fin da quel drammatico 5 agosto.
"Preferisco dormire qui, a casa non ci riesco", ci dice.
Ha una piccola tenda dietro il prefabbricato che serve da refettorio
e cucina. In quelle più grandi montate dall'esercito per i
familiari cento metri più su non c'è mai andata. Jessica è la
donna che ha ricevuto dal suo compagno la promessa di matrimonio
nella prima lettera spedita da sottoterra: "Viviamo insieme da
venticinque anni ma non ci siamo mai sposati in Chiesa perché non
avevamo i soldi per la festa, il ricevimento...". E adesso?:
"Speriamo", risponde Jessica. "Beh - prova a
rincuorarla la sorella - Esteban ormai lo ha detto a tutto il mondo,
mica può ripensarci, ci sarà tutta la stampa cilena al loro
matrimonio quando risorgerà da là sotto". Qualche minatore è
già un caso internazionale. Dopo Mario Sepulveda e Mario Gomez, i
più anziani che hanno guidato il gruppo e hanno messo la faccia nei
primi video girati sottoterra, ora tocca a Yonni, il bigamo. Tutta
colpa di quel maledetto documento che i minatori hanno ricevuto
dall'assicurazione. Per riscuotere i premi hanno firmato un
facsimile dove hanno dovuto specificare a chi andava consegnato
l'assegno. Per prendere quello di Yonni si sono presentate due
donne: la moglie e l'amante. Una all'insaputa dell'altra. Ora tutte
e due l'aspettano per suonargliele, quando sarà di nuovo libero.
Insieme alle lettere dei familiari i minatori ricevono anche
fotografie con dedica. Collabora la comunità dei fotografi. È una
delle cose che i parenti chiedono più spesso. Le ragazze si fanno
fotografare con i figli piccoli in braccio vicino alla miniera,
prendono l'autobus, tornano a Copiapò, stampano la foto e ci
scrivono sotto una dedica. Poi, il giorno dopo, tornano su e, grazie
alla sonda, la buttano settecento metri sottoterra. Qualcuna ci
aggiunge anche un braccialetto o un fiore. Un segno d'amore.
Con il trascorrere dei giorni l'area intorno alla miniera è stata
riorganizzata. All'inizio era anarchia pura. Tutti parlavano con
tutti. Ora intorno alle tende dei familiari c'è un posto di blocco
come prima della zona dove ci sono le sonde, l'ufficio postale, e le
macchine perforatrici. Autorizzati a parlare con i giornalisti sono
solo il capo delle operazioni di soccorso e il ministro delle
miniere. Ogni giorno conferenza stampa all'aperto, sempre puntuali,
alle 13,15 ora locale. Ma avvicinare i familiari resta facilissimo,
nessuno di loro rispetta le regole e vanno nella zona chiusa delle
tende solo quando sono stanchi. Verso mezzogiorno mangiano tutti
insieme sotto il prefabbricato accanto alla sala stampa, un tendone
con cinque grossi tavoli. L'ultima parte della strada che sale verso
l'imbocco della miniera è un reliquiario. Parenti e amici dei
minatori lasciano messaggi sulle rocce. Prima le graffiavano, adesso
si portano gessetti e spray per scrivere. "Ti aspettiamo".
"Resisti". "Abbiamo fiducia in te". I ragazzini
scrivono grandi fogli colorati che poi appendono sotto una bandiera
del Cile e che iniziano con "Papito querido". Quasi per
ogni minatore ci sono altarini improvvisati che cambiano e
s'arricchiscono di giorno in giorno. Ci sono foto di loro più
giovani, ricordi di quando erano ragazzi, immagini di feste,
matrimoni. Una mamma ha appeso la foto del figlio in guantoni,
quando provava a fare il pugile prima di diventare minatore.
È uno scenario che con il passare del tempo scatena anche
paradossali invidie e gelosie. Molti qui sono convinti che le
famiglie dei minatori diventeranno ricche grazie a questa tragedia,
alle donazioni, alla solidarietà e alle esclusive stampa e tv
quando i loro cari riemergeranno dalla miniera. E così spuntano
cugini di terzo grado che nessuno in famiglia ha mai visto. O il
figlio avuto da adolescente da un'altra donna, ormai grande e mai più
incontrato. Chi sfiora la morte senza che questa se lo porti via,
finisce per dover fare con largo anticipo i conti con il suo
passato.
Ogni sera, quando scende il tramonto, il campo intorno alla miniera
si svuota. Il freddo punge e s'accendono fuochi. Alcune mogli, le più
anziane, come Lily e Jessica, restano insieme al turno dei tecnici
che seguono lo scavo del tunnel. Domani è un altro giorno, arriva
un'altra macchina perforatrice, la terza. Nuove speranze: facciamo
più in fretta, raggiungiamoli prima. Magari in due o tre settimane
e non a metà novembre come previsto in un primo momento. Chissà.
CILE- repubblica 2 set
"Il 33, numero fortunato"
Sul bus con i familiari dei mineros
Ogni giorno un pullman dell'esercito porta i parenti dei minatori all'ingresso della cava. Durante il viaggio affiorano ricordi e riti. Per tradizione, le donne non si avvicinano alla miniera
dal nostro inviato OMERO CIAI
MINIERA DI SAN JOSE' - Una antica superstizione dei
minatori cileni impedisce alle donne di avvicinarsi alla miniera. Il
mito sostiene che se una donna si avvicina, o peggio ancora scende
nella miniera, questa si secca. Le vene del rame e dell'oro
scompaiono e, d'un lampo, i minatori perdono la fonte del loro
lavoro e della sopravvivenza delle loro famiglie.
Le donne sorridono di questa superstizione anche se, ancora oggi,
sono pochissime quelle che vengono assunte dalle grandi compagnie di
estrazione che operano nei ricchi giacimenti del nord del Cile. Ne
sorridono un po' timide anche quelle che, ormai da settimane, ogni
mattina aspettano l'autobus dell'esercito che da Copiapò le porta
per cinquanta chilometri di deserto fino alla cima della miniera di
San José. Sono quasi tutte donne, mogli o figlie, quelle che
salgono e, come superstizione, preferiscono quella del
"33", il numero dei minatori sepolti ma anche - racconta
una ragazza che ha un fratello nel fondo della miniera - "gli
anni di Cristo" e, dunque, "una speranza di
resurrezione", quella dei loro cari intrappolati nelle gallerie
sotto terra.
Da quando è iniziato questo via vai quotidiano con la montagna, il
giorno successivo al 5 agosto, i taxi possono chiedere fino a cento
dollari per l'andata e il ritorno, così i familiari s'organizzano.
Il Comune ha messo in campo questo pullman militare, sempre pieno,
per i familiari più stretti, solo mogli e figli dei minatori
sepolti, gli altri fanno l'autostop o salgono
con le proprie auto. Una lunga processione che, ogni giorno,
va e torna. Jorge Galleguillos ha il babbo sottoterra. Lui ha
vent'anni, il padre cinquantasei. Studia ingegneria all'Università
di Copiapò e il suo destino, come quello di moltissimi qui, è la
miniera. Magari non come operaio ad ottocento dollari al mese come
il padre.
Nella regione mineraria dell'Acatama si estrae il 40 per cento di
tutto il rame che esporta il Cile: 40 miliardi di dollari all'anno.
E c'è anche, ancora, un po' d'oro. Jorge è quello che ha la faccia
più scura di tutto l'autobus. "Glielo avevo detto, papà non
ci andare. Lo sapevamo tutti a Copiapò che quella di San Josè era
la miniera più pericolosa di tutta la zona. Scherzando - aggiunge -
la chiamavamo "Groviera" pensando a tutte le gallerie
scavate nella montagna in cent'anni". Ma gli altri minatori -
racconta ancora Jorge - la chiamavano "il Matadero" (il
Macello) e quelli che ci andavano a lavorare erano soprannominati
"Kamikaze"". Insomma per lui quel crollo che ha
incastrato 33 uomini a settecento metri non ha avuto nulla di
casuale, non è stato un incidente, era nell'ordine delle cose,
prevedibilissimo. Primo o poi "Groviera" si sarebbe
accasciata su se stessa come un formaggio sciolto.
Ora però a tutti piace il numero 33. "Porterà fortuna",
dicono. A consolidare la superstizione, due storie. La prima è
quella del minatore numero 34, Alejandro Valeria, il ragazzo di 24
anni che si è licenziato proprio la mattina del 5 agosto altrimenti
sarebbe sceso insieme a tutti gli altri che sono rimasti
intrappolati. E quella dell'autista dell'ultimo camion che è uscito
dalla miniera mentre crollava. Questione di secondi. Ha visto la
polvere nel retrovisore e ha pigiato l'acceleratore.
L'autobus corre veloce sullo sterrato lungo il deserto. Ieri la
brina ha innaffiato un po' i costoni delle colline e dal terreno
sono usciti dei fiorellini viola, macchie irregolari sul giallo
scuro della sabbia. Sul pullman qualcuna delle donne si comincia a
lamentare delle televisioni locali. "Da oggi basta - dice una
-, interviste solo se ce le pagano cash", e ride. L'autobus è
un microcosmo di avventure personali. Ci sono i parenti di Raul
Bustos, uno dei sepolti vivi che è diventato il più famoso da
queste parti per la sua doppia tragedia: sei mesi fa, alla fine di
febbraio, quando ci fu il terremoto, perse ogni cosa a Talcahuano,
nel sud del paese, dove viveva e lavorava in una acciaieria; tecnico
specializzato in idraulica, dal sud si è trasferito quassù per
lavorare nella miniera di San José. Ci sono anche il padre e la
madre di Ariel, il giovane minatore mai apparso fino ad ora nei
video girati sottoterra. Si scrivono, ci dice, ma non l'hanno mai
visto. Nell'ora scarsa che dura il viaggio, i familiari si scambiano
notizie, impressioni. Parlano delle informazioni sulle fasi del
recupero e di quello che sono riusciti a sapere dei loro cari.
Nonostante il reality tv sembrano conservare un filo di solidarietà
comune.
Non lontano dall'ingresso della miniera, su uno spiazzo rialzato, e
ora anche circoscritto da un drappo di stoffa e chiuso, sono state
piantate 33 tende gialle col tetto rosso: una per ogni famiglia. È
li che passano la giornata prima di riprendere il pullman che li
riporterà a casa dopo il tramonto. Adesso i responsabili
governativi dell'accampamento "Esperanza" stanno cercando
di isolare i familiari dai giornalisti. Di proteggerli almeno un
po'. Stampa e tv, nel frattempo, ingoiano di tutto: anche familiari
falsi o lontanissimi parenti dei sepolti vivi, che approfittano
della bulimia generale per partecipare allo show.
L'INCIDENTE
Cile, la terra trema
paura per i minatori
Una scossa di 4,5 gradi nella zona dove sono imprigionati i 33 uomin. Giù sono arrivati anche i pasti caldi e le brandine. Ma per il salvataggio i tempi sono lunghi
dal nostro inviato OMERO CIAI
SAN JOSE' - La terra trema, una scossa
breve che si confonde con il rumore della trivella che ha iniziato a
bucare la roccia. Sono tonfi secchi, continui, di un grande pistone
che colpisce la montagna. L'operazione che potrà restituire il
cielo e le stelle ai 33 minatori è iniziata ieri notte, ma il
piccolo terremoto (4,7 gradi Richter) ha ricordato a tutti quando
sia precaria la situazione: un altro crollo nelle gallerie potrebbe
diventare fatale. Da ieri i minatori ricevono pasti caldi. Prima una
bottiglietta di plastica a testa con il brodo, poi pollo e riso.
Duemila calorie al giorno è la dieta decisa dai medici. Le tre
sonde (las palomas) che arrivano fino a settecento metri di
profondità hanno sette centimetri di diametro e consentono il
passaggio di molte cose. Ieri i 33 uomini hanno ricevuto dei lettini
pieghevoli, molto leggeri, grazie ai quali non dovranno più dormire
a contatto del suolo.
I tempi di recupero dei minatori però restano eterni, "forse
Natale", dicevano ieri mattina i tecnici che seguono la
perforatrice. Anche se è arrivata un'altra macchina che effettuerà
un sondaggio in un'altra zona della montagna, alla ricerca di una
strada più corta per raggiungerli. L'incubo per tutti è il rischio
di smottamenti, di crolli. Per questo il terremoto è stato come un
brivido di terrore. Il Cile è un paese ad altissimo rischio
sismico. Appena sei mesi fa le scosse distrussero, insieme al
maremoto, vaste zone del sud che, ancora oggi,
soffrono le conseguenze.
Fino a qualche giorno fa, il governo cileno e i funzionari
incaricati delle operazioni di recupero, speravano di trovare una
soluzione più rapida per estrarre i minatori. C'è una data
simbolica, politicamente significativa, che avrebbe fatto felice il
presidente Piñera. Il 18 settembre, festa dei duecento anni
dell'indipendenza cilena dalla Corona di Spagna. Ma ormai nessuno ci
pensa più. Le ragioni della sicurezza sono prioritarie.
E' probabile che il salvataggio dei minatori si svolga di notte.
L'altra opzione sarebbe quella di bendarli per proteggerli
dall'impatto con la luce, pericoloso dopo tanto tempo sottoterra.
Mentre i soccorritori stanno già cercando indumenti protettivi
speciali per scongiurare shock termici. L'ultima fase, quella del
recupero dei 33 minatori, durerà almeno tre o quattro giorni visto
che dovranno essere issati uno per uno lungo il tunnel.
In Cile è arrivato anche un team di esperti della Nasa, il loro
compito sarà quello di dare consigli sulla sopravvivenza in spazi
ristretti per un lungo periodo di tempo. I minatori dovranno
imparare a vaccinarsi anche perché il rischio principale della vita
sottoterra sono le infezioni.
( 01 settembre 2010 ) © Riproduzione riservata
IL REPORTAGE
Le voci dei sepolti vivi
nell'inferno di San José
Tra i parenti dei 33 minatori intrappolati nella miniera cilena fra paure, speranze, lacrime, promesse di matrimonio: abbiamo passato una giornata con loro dal nostro inviato OMERO CIAI
MINIERA DI SAN JOSE' (Deserto dell'Atacama) - Neppure
trenta secondi ma Lily è contenta. Ha ascoltato dal vivo la voce di
Mario, il marito, da sotto la terra. Appena un rumore, un sospiro:
"Mario, Mario", ha detto lei. "Ti bacio, ti
abbraccio", ha detto lui. "Sono qui, ti aspetto", ha
detto lei. Si è asciugata le lacrime ed è scesa dalla collinetta
sull'ingresso della miniera verso l'accampamento
"Esperanza". Per qualche minuto una delle sonde che hanno
raggiunto il rifugio dei minatori cileni intrappolati ha funzionato
come telefono tra loro e i familiari. Pochi secondi per ognuno,
"ma sentire la voce dà forza, dà speranza", dice Lily.
Jessica ha ricevuto una proposta di matrimonio da Esteban. Stanno
insieme da vent'anni ma lui non ha mai voluto celebrare le nozze in
chiesa. Ieri, nell'emozione, ha ceduto. "Lo giuro, appena esco ti
sposo. In chiesa, alla grande...", ha detto a Jessica. E lei ha
ridisceso la collinetta quasi arrossendo come una novizia.
Poco dopo l'alba il sole già brucia nel deserto dell'Atacama
nonostante l'inverno australe. È un paesaggio di sabbia e sassi con
le colline che si alzano per sette o ottocento metri tutto intorno.
Niente acqua, niente vegetazione, niente vita. Solo sabbia e sassi. La
miniera appare all'improvviso sulla cima di una collinetta in mezzo
alla nebbiolina. Il costone è graffiato da grandi messaggi scritti
nella roccia ("Fuerza mineros") e trafitto da 33 bandiere
del Cile, una per
ognuno dei minatori sepolti. Al lato della strada piccole tende
e un prefabbricato.
"Sopravvivere là sotto", racconta Heriberto Marquez, un
minatore di 63 anni, "è un inferno, per il caldo e l'umidità".
Però, dicono gli esperti del governo, laggiù a settecento metri
sottoterra si sono organizzati bene. Per qualche ora quando fuori è
giorno accendono le luci dei camion e dei loro caschi per simulare la
mattina e separarla dalla notte. Si muovono in una stanza larga
quattro metri ed alta circa tre, ma hanno un altro chilometro di
galleria verso il basso, libero dai massi del crollo.
Nel nuovo video, diffuso ieri, si vede che stanno un po' meglio. Mario
Sepulveda, il primo che parla, e che descrive l'ambiente, ha indossato
il casco rosso e si mostra meno impaurito e agitato dell'altro giorno.
Hanno trascorso diciotto giorni mangiando due cucchiai di tonno ogni
quarantotto ore mentre ora hanno acqua a volontà e gli arriva la
colazione. Quando riescono a parlare con i familiari tutti chiedono
birra e sigarette, ma sono prodotti vietati insieme alle lamette da
barba.
I medici che seguono le operazioni di soccorso hanno stabilito un
calendario decisamente salutista. Li vogliono nella forma migliore.
Niente alcol e niente tabacco. Piuttosto ginnastica. La versione
ufficiale per le lamette da barba è il rischio di infezioni per le
lievi ferite che possono produrre sul volto quando ci si sbarba. Ma il
commento generale è che gli psicologi temono che qualcuno più
depresso degli altri possa fare qualche fesseria con le lamette. Per
alleviare la rabbia dall'assenza di sigarette, invece, gli hanno
spedito con le sonde delle gomme da masticare alla nicotina. Quelle
che si usano, spesso con scarsissimi successi, per smettere di fumare.
C'è un minatore che non si è mai visto. Si chiama Ariel Ticona, è
un ragazzo di 29 anni. Anche ieri s'è rifiutato di farsi riprendere
nel video. Sua moglie è incinta e sta per partorire. E in una lettera
di poche righe che ha scritto ai familiari, Ariel dice che non vuole
che la sua compagna lo veda in queste condizioni. Smagrito, con la
barba, lo sguardo accecato dal flash. "Ariel è
timidissimo", racconta il padre, minatore anche lui, "non
vuole mai essere fotografato. Mi ha chiesto di far filmare il parto
della moglie così quando tornerà potrà vedere la nascita di suo
figlio".
Nei cento metri di sabbia e sassi tra l'ingresso della miniera e il
prefabbricato dell'accampamento Esperanza, i familiari vagano insieme
ai fotografi in attesa di novità. Molti salgono su con il pullman che
parte tutte le mattine da Copiapò e in meno di un'ora li scarica qui.
Altri, come Lily, la moglie di Mario Gomez, non se ne sono mai andati.
Lei stringe ancora tra le dita i tre foglietti bruciacchiati della
prima ed unica lettera che gli ha spedito il marito dal fondo della
miniera. Gli dice di baciare tutti, figli e nipoti, le promette che
riemergerà da quelle maledette gallerie e che vivranno insieme felici
per tanti anni ancora.
Sono famiglie allargate quelle dei minatori. Spesso un uomo che lavora
in miniera è l'unico stipendio per sei o sette figli. Come Heriberto,
che ha 63 anni, è in pensione ma è tornato in miniera per mandare a
scuola i nipoti. In Cile i minatori fanno turni di dodici ore filate
per sette giorni consecutivi e riposano i sette giorni successivi.
Lui, Heriberto Marquez, s'è salvato dal crollo ma adesso è l'attore
di un altro dramma insieme ai 170 operai della miniera di San José
rimasti senza lavoro. La proprietà è praticamente fallita e di loro,
visto che son vivi, non si sta occupando nessuno.
Vicino al pozzo della miniera c'è la macchina perforatrice, quella
che dovrebbe scavare il tunnel largo 66 centimetri per estrarre i
sepolti vivi. È ferma. Manca un pezzo che deve arrivare in aereo
dalla Germania. Sulle modalità del recupero ormai si ascolta di
tutto. Ieri i minatori si sono spostati più in basso, in un'area
meglio aerata, meno calda e soffocante. La cosa più semplice da fare
sarebbe scavare nella roccia che è franata e ha interrotto la
galleria. Trenta metri, non di più. Ma è pericoloso. Nessuno
assicura che in quel modo, cercando di liberare la galleria, non ci
sarebbero altri crolli. Così ci sono il piano A e il piano B della
perforatrice. Il primo prevede almeno due mesi di lavoro. Non proprio
fino a settecento metri perché in realtà l'ostruzione della galleria
è più in alto ed i minatori potrebbero risalire almeno un centinaio
di metri. L'altro piano è quello di allargare il piccolo tunnel già
scavato dalla sonda che ha raggiunto i minatori una settimana fa.
Tempi lunghi, comunque. E molta paura. Gli altri minatori sono molto
meno ottimisti dei funzionari del governo, ministri ed esperti, che si
alternano sul palcoscenico della miniera. San José, dicono, è un
pozzo maledetto. Ci sono già stati molti incidenti. Quattro anni fa
venne chiusa. Poi quando il prezzo del rame iniziò di nuovo a
schizzare in alto alla Borsa di Londra, la riaprirono. La maggior
parte dei minatori tornò perché pagavamo meglio che in altre
miniere. Niente dell'altro mondo ma più di mille euro. Visto il
rischio. Quello dei crolli.
Adesso le mogli e le figlie dei sepolti vivi incidono parole sui massi
più grandi. Il nome del congiunto e una frase o un ricordo. "Ti
aspettiamo". Gli alunni di una scuola elementare hanno dipinto un
drappo verde che ora è appeso all'ingresso. Valentina manda un
cuoricino, Fernando scrive "non siete soli", Pablito spera
che escano da quel pozzo vivi. Vivi come sono adesso settecento metri
sottoterra. È un gioco di resistenza. Dopo esser scampati alla morte
una volta si è pronti a sopportare anche questo tempo che sembra
infinito pur di ricacciarla ancora, la morte, un'altra volta. Ma quassù
nessuno azzarda previsioni. Si va avanti ora per ora nella speranza
che tutto resti com'è. Che la roccia non si muova e che loro
resistano. Forti come Lily. Che aspetta e che non abbandona mai il suo
posto sotto il cielo del deserto dell'Atacama.



·
Conto
alla rovescia per i minatori del Cile intrappolati
nella cava di oro e rame di San Josè dal 5 agosto.
Domani, mercoledì 13 ottobre, gli operai dovrebbero
rivedere la luce. L’ora ufficiale per l’inizio
delle operazioni di recupero è la mezzanotte locale,
le cinque del mattino in Italia. Ecco un breve profilo
dei 33 mineros.













SANTIAGO
(Cile) - "Siamo nelle mani di Dio". Le
parole del presidente cileno Sebastian Pinera riassumono bene
l'angoscia per la sorte dei 34 minatori cileni, intrappolati
da giovedì in una piccola cava di rame e oro vicino a Copiapò,
nel nord del paese. E' stato un crollo a bloccare i
lavoratori, a circa 300 metri di profondità. Fino a questo
momento i soccorritori non sono ancora riusciti a
raggiungerli. E i tentativi hanno subito un rallentamento dopo
che sabato c'è stato un altro smottamento. Finora non è
stato neppure posisibile capire se i lavoratori sono ancora
vivi.

