UNA GUERRA UMANITARIA CON URANIO IMPOVERITO
Per collocare nelle giuste dimensioni i pruriti morali, giuridici e umanitari dell'attuale classe dirigente italiana sulla sollevata questione dell'uranio impoverito (Depleted Uranium, DU), basterebbe riportarsi alle precedenti polemiche scatemate, come oggi, con i colori dello scandalo, sull'uso delle mine, la cui produzione, a dispetto della loro messa al bando, vedeva l'industria italiana ai primi posti nel mondo. Analogamente, la polemica sul DU di queste settimane rasenta il cinismo, se si considera quanto sta accadendo in casa nostra sulla questione dell'ecatombe di morti per mesoteliomi e altre forme tumorali contratte con l'amianto usato nell'industria in Italia, con leggi che riducono ulteriormente i già magri riconoscimenti della proposta di legge del diessino Tapparo ottenuti solo grazie alle lotte degli operai interessati perché colpiti direttamente dal flagello dell'amianto. La questione del DU è simile a quella dell'amianto dal punto di vista della classe operaia. Difatti sono da rimarcare anche qui i rilevanti interessi dell'industria bellica a stelle e strisce, che produce queste armi, e le sue pressioni per negare anche l'evidenza in fatto di conseguenze nocive sulle popolazioni e sui militari e per allontanare con ogni mezzo il rischio di moratoria e il pericolo di risarcimenti miliardari. Non a caso, in diversi siti di fabbricazione di armi all'uranio impoverito negli USA, soltanto gli scioperi per il riconoscimento di certi tumori come malattie professionali e per ottenere migliori condizioni di lavoro, condotti dagli operai dei dirty plants (officine sporche) che fabbricavano queste armi, sono approdati a certe norme cautelative. Ma di questo ovviamente non parlano i politici nostrani preoccupati di rassicurare le famiglie e i soldati di quella che chiamano ancora sfacciatamente missione umanitaria.
Sembra inverosimile, eppure tutta la classe politica dirigente e militare, che sbandierava una guerra contro il genocidio balcanico, si ostina ancora ad accreditare a quella sporca guerra natura e intenti umanitari che nessuna guerra può avere. Da R. Prodi agli esperti di problemi "strategici" come S. Silvestri (Il Sole 24 Ore, 04.01.2001) si finge un'incertezza sulla pericolosità "o meno" dei proiettili di DU. Dal canto suo, il presidente della Commissione Esteri del Senato, G. G. Migone, controbatte l'affermazione relativa al riemergere di un "antiamericanismo" preconcetto da "guerra fredda", invocando "più trasparenza" su quelli che chiama "casi" di "vittime", definite "eventuali", del DU, con l'argomentazione che "armi che risultassero contraddittorie con gli obbiettivi umanitari che si intendono perseguire" andrebbero messe al bando (La Stampa, 08.01.2001).
Perché tanta e tale ipocrisia? G. G. Migone, ex PCI e docente proprio di relazioni internazionali all'Università di Torino, sa bene che nelle relazioni internazionali e nelle guerre i moventi non hanno a che fare con le ragioni etiche umanitarie ma di potenza. E sa bene, lui, come lo sanno tutti, che quelli che definisce "casi" e "vittime eventuali" non hanno nulla a che fare né con la pericolosità del DU né con la certezza delle vittime reali di ogni guerra che sono sempre le popolazioni e, in definitiva, i lavoratori. Se poi si tratti di accertare, con accurate indagini epidemiologiche a tappeto, se l'uso di armi contenenti DU siano o meno nocive se usate, appare in tutta evidenza un quesito da azzeccagarbugli: è concepibile che si usino armi che non arrechino danni? Si sa anche che in generale esiste un danno per chi certe armi le usa. Ma questo zelo di obbiettività dei politici della guerra umanitaria non si giustifica quando è un metodo per eludere le responsabilità. Non è da oggi che Migone chiede spiegazioni.
Infatti, già nel corso della guerra in Kossovo, uno studio di una Ong italiana, il Landau Network di Como, aveva segnalato, servendosi di un metodo scrupolosamente scientifico, quello che era prevedibile accadesse di lì a qualche anno. Lo studio (e non fu il solo: cfr. un art. di Le Monde Diplomatique del giugno 1999) metteva in guardia dal rischio radiologico dell'uso militare del DU. Guarda caso, l'indagine era fatta su commissione dal ministero degli Esteri in piena guerra! Quando fu pronto (luglio '99) fu inviato alla Commissione esteri del Senato, quella presieduta da Migone. Nel novembre 1999, venne in Italia il professor Predrag Polic da Belgrado con campioni di terriccio, che furono analizzati nei laboratori dell'Enea di Bologna, sotto la supervisione del dott. Paolo Bartolomei. Uno di questi fu trovato altamente radioattivo, circa cento volte più del dovuto. Sembra una prassi: anche allora ne scaturì l'immancabile interrogazione parlamentare, firmata da Tana Zulueta e da G. G. Migone. E poiché ogni guerra, come insegnano i teorici, non è priva di perdite e di danni anche per i vincitori, ora si cerca di occultare anche questa tremenda verità a quei manovali della guerra, i soldati, che si erano illusi, un po per ragioni mercenarie, i volontari, un po perché ingannati dalle sbandierate ragioni etiche, di fare la parte dei vincitori.
La polemica sulla "pericolosità" effettiva, ossia comprovata da casi accertati, si rivela perciò opportunista e strumentale nell'ambito del dopoguerra dei predoni alleati, che ora si devono palleggiare le responsabilità, le ritorsioni reciproche e magari i risarcimenti. Chi sa che un domani questi sporchi predoni, un tempo alleati, non si lancino addosso accuse di genocidio, di consapevoli crimini contro l'umanità, con processi sullo stampo di Norimberga, in barba ai conclamati moventi etici. Non a caso la questione della "fiducia" reciproca tra partner NATO è quella che ha coinvolto tutti gli europolitici diventando oggetto di trattativa per una "moratoria" per certe armi, che ne metterebbe in crisi i produttori al punto che, per l'infida Italia, la questione si è immediatamente intrecciata con l'affidabilità o meno in termini di "sicurezza" per via della sua "permeabilità" al terrorismo. L'ipotesi che uno degli scopi della guerra fosse proprio il riciclaggio di queste armi già bandite per sostituire l'uranio impoverito, troppo pericoloso per chi lo usa, con il tungsteno, è stata ventilata in Inghilterra.
I politici italiani fanno gli gnorri, eppure la "pericolosità" del DU era nota non solo sul piano scientifico, ma anche su quelli giuridico e militare. Anche il teorico della "guerra inevitabile" e allora premier Massimo D'Alema sapeva dei "rischi" ambientali connessi con l'uso di armi al DU, perché informato dal suo collega diessino sottosegretario all'ambiente V. Calzolaio che così si esprimeva in un protocollo del 24/2/2000: "Le armi a uranio impoverito non solo sono mortali per i propri obiettivi, ma sono anche pericolosi per le persone che le maneggiano e per l'ambiente attuale e futuro del nostro pianeta".
In un rapporto non di questi giorni di convulsioni polemiche ma del 1979 e redatto non da sospetti di interessi "di parte", ma proprio dall'U.S. Army Mobility Equipment Research & Development Command, si sosteneva che l'uso dei proiettili contenenti uranio impoverito mette in pericolo "non solo le persone nelle immediate vicinanze, ma anche quelle che si trovano a distanza sottovento: [ ] le particelle [ ] si depositano rapidamente nei tessuti polmonari esponendo l'ospite ad una dose tossica crescente di radiazioni alfa, capace di provocare il cancro e altre malattie mortali".
Un altro rapporto proveniente dai Los Alamos National Laboratories afferma che "i poligoni di prova delle bombe all'uranio impoverito di Aberdeen e Yuma non potranno essere oggetto di insediamento umano senza preventiva decontaminazione".
C'è di che sospettare che il cinismo dei politici e dei generali dell'imperialismo raggiunga la perversione sadica quando l'elusione da parte loro di questi severi ammonimenti è giustificata con l'argomento che occorrono "dati certi" su "vittime" non eventuali ma accertate.
Nel 1987 l'esercito USA ha pubblicato le istruzioni per il maneggiamento delle armi a DU e dei veicoli contaminati. Nel luglio 1990 un Rapporto della "Science Application International Corporation" degli USA preparato per l'esercito americano affermava che gli effetti a lungo termine di bassi dosaggi di uranio impoverito sarebbero stati l'insorgenza di tumori, patologie renali e difetti genetici. Dal settembre 1990 l'esercito USA pubblica un bollettino in cui si istruisce il personale militare a contatto con il DU sulla sua pericolosità.
Durante la guerra del Golfo del 1991, l'uso massiccio di armi al DU fu arcinoto, il che rende superfluo tornare su questi dati. A seguito dell'insorgenza della Sindrome del Golfo, l'Associazione dei Veterani della Guerra nel Golfo ha sollecitato ed ottenuto indagini ed approfondimenti sulla questione del DU, quali ad esempio una Commissione d'inchiesta della Presidenza degli Stati Uniti che ha prodotto (con lavori nel 1995/96) un rapporto pubblico "Presidential Advisory Committee on Gulf War Veterans' Illnesses Final Report". Altrettanto conosciuto è l'utilizzo di armi al DU durante i bombardamenti NATO/ONU sulla Bosnia nel 1995 ed ammesso pubblicamente dal Dipartimento della Difesa USA (DoD), anche in una intervista recentissima. I militari italiani colpiti da leucemia hanno agito in Bosnia, dove i bombardamenti avvennero tra fine agosto e inizio settembre del '95. Dagli aerei A-10 furono scaricati con certezza più di 10mila proiettili al DU. Discussioni di lana caprina si son fatte anche sull'entità dei proiettili lanciati. Ma da un lato la cifra di 31000 fornita dalla Nato è accompagnata dall'ammissione della stessa di aver "perso il conto", dall'altro non si forniscono cifre sull'uso e l'entità dei missili Cruise Tomahawk al di là del Kosovo e zone limitrofe, cioè in Serbia. Ciò farebbe aumentare di molto la cifra, perché tali missili sono ad alto contenuto di DU sia per aumentarne la forza di penetrazione, che per stabilizzarli in volo.
Vien fatto da più parti rilevare come i portavoce ufficiali del DoD o di istituzioni simili neghino a parole, nelle conferenze stampa, quanto è nascosto nelle pieghe dei loro stessi rapporti ufficiali da parte dei loro stessi enti sulla pericolosità del DU. Il rapporto preparato dal AEPI (Army Environmental Policy Institute) su richiesta del Congresso USA, afferma che i rischi da DU sono sia chimici che radiologici .
Purtroppo per i suddetti uomini politici, anche sui danni provocati a breve dall'uso del DU esistono "dati" certi, e non da oggi, ma a partire dalla guerra del Viet Nam, per proseguire con la guerra del Golfo e da ultimo con quella in Bosnia.
Da qualche decennio esiste una ricca e accessibile documentazione sul DU. The Metal of Dishonor (Il metallo del disonore) di Helen Aldicott, International Action Centre, pubblicato a New York (USA), è un libro diffusissimo, anche in edizione italiana.
Quel che più conta e lascia sconcertati sulle facce di bronzo dei nostri politici è che esiste una legislazione che ne vieta l'uso come distruzione di massa. A dimostrazione di come nelle guerre il criterio operante non sono le buone intenzioni umanitarie né le leggi, ma solo l'uso più o meno dosato della forza che si fa un baffo della giurisprudenza.
La Sottocommissione dell'ONU per la Prevenzione delle Discriminazioni e per la Protezione delle Minoranze, nella sua 48° sessione del 30/8/1996, ha adottato una risoluzione in cui " le armi di distruzione di massa e in particolare le armi nucleari non devono avere alcun ruolo nelle relazioni internazionali e quindi devono essere eliminate. Tutti gli stati devono essere guidati, nelle loro politiche nazionali, dalla necessità di eliminare la produzione e la diffusione di armi di distruzione di massa o con effetti indiscriminati e in particolare le armi nucleari, le armi chimiche, il napalm, le bombe a frammentazione, le armi biologiche e le armi contenenti uranio impoverito" .
Anche per questo l'intervento NATO nei Balcani si pone
oggettivamente contro le stesse direttive ONU e mette a nudo la
falsità degli sbandierati intenti umanitari.