Armi, chi le fabbrica e chi le acquista
Gli Usa primi produttori mondiali, con il 44% del mercato. Taiwan
e Israele tra i maggiori compratori
LUCIANO BERTOZZI-8/08 il manifesto
Le vendite di armi nel periodo 1997-2001 hanno raggiunto il
valore di 100,7 miliardi di dollari correnti (depurati
dall'inflazione). L'importo considera solo i maggiori sistemi
d'arma (aerei, elicotteri, navi, carri armati, cannoni, ecc). Lo
ha reso noto il Sipri, autorevole istituto di ricerche sulla pace
e il disarmo con sede a Stoccolma, nel suo Yearbook 2002,
pubblicato ultimamente. Il libro individua i principali
esportatori ed importatori di armi e il valore delle rispettive
transazioni. I maggiori fornitori di strumenti di morte sono
proprio, come di consueto, quelli che fanno il bello e il cattivo
tempo nelle relazioni internazionali. Gli Stati Uniti nel
quinquennio esaminato, con 44,8 miliardi di dollari hanno
rappresentato ben il 44% dell'intero mercato. Al secondo posto, a
grande distanza dagli States, c'è la Russia con 17,3
miliardi. Seguono poi, ulteriormente distanziati: la Francia con
9,8, il Regno Unito con 6,7, la Germania con 4,8, l'Ucraina con
2,6, i Paesi Bassi con 1,9, e all'ottavo posto c'è l'Italia con
1,7. Subito dopo c'è la Cina con 1,5 ed un'altra repubblica ex
URSS, la Bielorussia, ricca soltanto di armi, con 1,1. Al
dodicesimo posto troviamo Israele che ha venduto armi per un
miliardo e che ha nell'industria bellica uno dei punti di forza
della propria economia.
L'anno scorso, rispetto al 2000, si è registrato un leggero
incremento del commercio internazionale degli armamenti, che
secondo il Sipri è passato da circa 15 miliardi di dollari ad
oltre 16. Ad ogni modo ben lontano dall'importo di 25 miliardi
raggiunto nel 1997. Nel 2001, rispetto all'anno precedente, è da
registrare, dopo molti anni, il sorpasso della Russia che ha
tolto a Washington il primato dell'anno. L'ex "impero del
male" ha venduto ordigni bellici per 5 miliardi, mentre i
nordamericani "solo" per 4,5. Anche il nostro Paese è
in fase espansiva, l'importo 2001 è stato circa il doppio
dell'anno precedente. Mentre la Cina ha registrato un boom
che, con circa 600 milioni di dollari, le ha consentito di
raggiungere il miglior risultato del quinquennio.
Chi sono i principali clienti? Nel lustro 1997-2001 - afferma il
Sipri - Taiwan è al primo posto assoluto con 11,4 miliardi di
dollari. Segue, a grande distanza, la Cina con 7,1. Ai posti di
immediato rincalzo troviamo l'Arabia Saudita con 6,6, la Turchia
con 5, l'India con 4,7, la Grecia con 4,4, la Corea del sud con
4, l'Egitto e il Giappone con 3,2, il Pakistan con 3 e Israele
con 2,8. Ancora una volta questa classifica evidenzia che i
maggiori acquirenti sono concentrati in alcuni focolai di
tensione: Taiwan e Cina; India e Pakistan, che addirittura
potrebbero scatenare una guerra nucleare; Grecia e Turchia, che
pure hanno notevolmente migliorato i propri rapporti negli ultimi
tempi, e i Paesi mediorientali.
L'anno scorso, rispetto al 2000, è da registrare il calo degli
acquisti in alcuni paesi importatori più importanti. Taiwan nel
2001 ha ridotto il livello di acquisti di 11 volte rispetto al
valore del 1998. Anche Arabia Saudita, Turchia, Corea del Sud ed
Egitto hanno ridotto le importazioni, in genere per crisi
economiche. La Cina, invece, ha seguito il percorso inverso
rispetto a Taiwan e nel 2001 il valore degli acquisti è stato 14
volte superiore al `98.
Anche se è scontato, occorre ripetere fino alla noia che un
simile livello di spesa per le armi uccide anche quando tali
ordigni rimangono chiusi nelle caserme ed utilizzati solo per le
parate. Ad esempio l'India è secondo alcune stime il Paese con
il maggior numero di poveri. Basterebbe una modica riduzione
della spesa militare per disporre dei fondi sufficienti a
migliorare la qualità della vita di tanti esseri umani, cui è
negata ogni dignità. Evidentemente, purtroppo, non è questo
l'obiettivo prioritario perseguito dai politici, tanto più dopo
l'avvio della crociata antiterrorismo.
La situazione sopra evidenziata denota un grave conflitto
d'interessi, fra i Paesi leader della politica mondiale che sono
al tempo stesso parte in causa, essendo i principali venditori di
armi (talvolta anche mediante imprese belliche statali). Salta
agli occhi la scarsa o nulla volontà politica di non vendere
armi almeno ai Paesi belligeranti o in situazioni di tensione o
instabilità. Il caso di Israele è emblematico.