APPUNTI SUL DECLINO INDUSTRIALE ITALIANO

 

di Renato Strumia

 

L’avvio di un dibattito sulla questione del “presunto” declino industriale italiano è vicenda ormai datata. Già nell’autunno del 1999 tre autorevoli esponenti dell’establishment pongono la questione in modo diretto. Il 4 settembre di quell’anno l’Avvocato Agnelli denuncia in un convegno la perdita di competitività dell’industria italiana. Pochi giorni dopo il presidente Ciampi, parlando all’Aquila il 23 settembre, dichiara che l’Italia sta perdendo terreno in modo preoccupante rispetto agli altri paesi europei. Il 6 ottobre il Ministro del Tesoro Giuliano Amato, illustrando in Senato la legge finanziaria, usa per la prima volta il termine “declino”.

Da allora il dibattito non ha conosciuto soste, pur conoscendo passaggi decisamente contraddittori. Ancora oggi autorevoli personaggi politici negano l’esistenza di un simile fenomeno. Antonio Marzano, Ministro per le Attività Produttive, ha di recente smentito l’esistenza di un problema “italiano” di declino industriale, sostenendo che si deve piuttosto parlare della presenza di alcuni problemi competitivi in singoli settori. Il dimissionato Ministro dell’Economia del governo Berlusconi, Giulio Tremonti, ha sempre negato la gravità della situazione: ancora all’inizio dell’estate 2003 parla di “momento difficile”, ma rifiuta l’idea di un declino, un “fenomeno complesso che sviluppa nell’arco di decenni”.

L’esistenza di un progressivo deterioramento della posizione competitiva italiana nella divisione internazione del lavoro è invece ben presente nell’elaborazione dell’Ufficio Studi della Banca d’Italia. Già nelle Considerazioni Finali del Governatore del 31 maggio 2001 c’è un’analisi sistematica del ritardo italiano. Fazio sostiene che “la perdita di competitività dell’Italia è riconducibile alla tipologia e qualità dei prodotti, più in generale alla inadeguata rispondenza dell’offerta alla composizione della domanda”. Questa situazione è riconducibile, nella sua analisi, a tre cause: “la limitata presenza del nostro sistema nella produzione di beni ad alta tecnologia”; l’indebolimento della “correlazione tra grado di istruzione e mansioni offerte dalle imprese”; la riduzione della “possibilità di sviluppare il capitale umano nello svolgimento dell’attività lavorativa”. Tradotto in italiano corrente, il Governatore addebita alle imprese di investire poco in tecnologia, in innovazione, in ricerca e sviluppo e di restare confinate nell’ambito di produzioni tradizionali a basso valore aggiunto, anche quando il forte livello di profitti consentirebbe di fare scelte più aggressive e, soprattutto, più lungimiranti.

Seppure chiamata in causa in modo diretto, la risposta della Confindustria a questo stato di cose è, almeno fino alla presidenza di Montezemolo, a dir poco latitante. Anziché aprire il dossier e fare una sana autocritica, la Confindustria di Antonio D’Amato cerca di scaricare altrove le proprie responsabilità e di attribuire a cause esterne le difficoltà del sistema produttivo nazionale. Nel convegno di Parma dell’aprile 2002, la Confindustria attribuisce le cause del ritardo italiano alle carenze del “sistema paese”, in particolare il sistema pubblico, la rigidità del mercato del lavoro, l’insufficienza di infrastrutture (trasporti, comunicazioni, istruzione, ricerca e così via). Nella sua analisi, l’organizzazione dei padroni colloca al di fuori del proprio ambito le scelte necessarie per riprendere velocità, chiedendo al sistema politico liberalizzazione e riduzione fiscale, al sindacato la rinuncia alle tutele presenti sul mercato del lavoro e nel welfare. Una scelta di totale autoassolvimento, che demanda ad altre competenze le scelte necessarie per cambiare.

Perché accada qualcosa è necessaria la crisi della Fiat. Tra maggio e giugno di quello stesso anno (il 2002) accade finalmente qualcosa di molto preoccupante e non si può più fare finta che tutto vada bene. Il debito consolidato della Fiat raggiunge livelli insostenibili, a fronte di una crescita inarrestabile delle perdite operative. La stampa economica internazionale attacca il gruppo, minandone la credibilità finanziaria. Il Financial Times sostiene che gli Agnelli dovranno vendere alla GM prima del previsto, pur di uscire dal settore auto e chiudere le falle. Paolo Cantarella si dimette dalla carica di Amministratore Delegato e le banche intervengono con un prestito straordinario convertibile in azione se alla scadenza, dopo tre anni, la società non avrà raggiunto determinati parametri di risanamento. Si tratta della seria minaccia di “esautorare i padroni”: esercitando la conversione del prestito in azioni (evento molto probabile nel settembre 2005) le banche salirebbero al 27% del capitale Fiat, contro una quota del 22% a cui sarebbe costretta a scendere la famiglia. Cambierebbe l’azionista di maggioranza del principale gruppo industriale italiano e un po’ anche la natura del capitalismo nazionale, con la sostanziale capitolazione del primo gruppo privato, a favore di un sistema bancario sostanzialmente pubblico, essendo di fatto controllato non più dallo stato, ma dalle fondazioni. La crisi della Fiat attraversa una fase acuta, lunga un anno, ed entra poi (con numerose sostituzioni al vertice ed il varo infine del piano Morchio/Marchionne) in una fase che potremmo definire di “convalescenza” con esiti al momento assolutamente imprevedibili.

Quel che di certo lascia dietro di sé è la consapevolezza diffusa che il capitalismo italiano “non è messo bene” e che molte incognite pesano sul suo futuro. Una cosa è ormai innegabile agli occhi di tutti: il declino c’è e si vede.

Cercheremo di esaminare attraverso il materiale disponibile le analisi che si vanno sviluppando sul caso italiano: diagnosi, prognosi, terapie per tentare trattamenti curativi di un malato scarsamente collaborativo.

 

L’Italia, il paese con una marcia in meno

 

Così Mario Deaglio titola la parte dedicata al caso nazionale nel Nono rapporto sull’economia globale e l’Italia, del Centro Einaudi (1). Per costruire elementi di comparazione, Deaglio parte dall’esame del Pil dalla metà degli anni ’80 ad oggi, in un confronto a tre tra Italia, Unione Europea e Paesi Ocse a più elevato reddito. L’andamento della grandezza “Pil” procede nelle tre realtà in modo omogeneo per il primo triennio (1985-1987), poi i Paesi Ocse cominciano a salire di più, mentre Italia ed Unione Europea crescono meno, insieme, fino al 1989. Dopo quella data l’andamento del Pil italiano comincia a “stare sotto” anche al Pil europeo, aumentando progressivamente il distacco. Alla fine del 2001 le differenze sono assai marcate: il Pil dei Paesi Ocse è mediamente cresciuto del 52,7%, quello dell’Unione Europea del 44,8, mentre quello dell’Italia è cresciuto del solo 36,9. L’Italia è cresciuta ad una media annua del 1,98%, contro il 2,3 dell’Unione Europea ed il 2,7 degli altri Paesi Ocse a reddito elevato. L’Italia ha fatto in totale il 70% di quello che hanno fatto i Paesi Ocse più sviluppati e l’82% di ciò che ha fatto in media l’Unione Europea. L’autore fa notare che se fossimo cresciuti come i paesi virtuosi dell’Ocse, non avremmo avuto un acuirsi dei problemi né sul debito pubblico, né sulla disoccupazione, né sullo squilibrio territoriale. E’ rilevante segnalare che in questo trend negativo non ci sono stati particolari episodi traumatici, ma il ripetersi di basse prestazioni economiche in modo pressoché omogeneo nel corso degli anni. Solo nel 1995 e nel 2001 la crescita italiana supera i due blocchi a confronto: nel 1995 come reazione alla forte recessione del 1993, nel 2001 come effetto della marcata recessione americana, che giunge in Europa in forma ritardata e attutita. A confronto delle maggiori economie del mondo, si segnala infine che l’Italia, i cui tassi di crescita erano già inferiori a Giappone e Usa nel 1985, viene superata nella crescita cumulata dai diretti concorrenti nel corso degli anni ’90: dalla Germania nel 1991, dalla Francia nel 1993 e dal Regno Unito nel 1994.

Una prima causa della bassa crescita italiana viene isolata da Deaglio attraverso una rilettura dei dati precedenti, “tagliati” con il dato demografico. Se infatti esaminiamo non il Pil totale, ma il Pil per abitante, si scopre che tra il 1985 ed il 1994 l’Italia è riuscita a tenere il passo con i due blocchi concorrenti, crescendo nella stessa misura (1,95% contro 1,94 della U.E. ed il 2,07 dei Paesi Ocse). L’evoluzione demografica italiana spiega quindi una parte della bassa crescita: calo della natalità assai più rapido degli altri paesi avanzati, mortalità leggermente superiore, speranza di vita aumentata relativamente rispetto agli altri paesi e seconda solo al Giappone. Il minore dinamismo demografico ha fatto sì che nei 17 anni considerati l’Italia abbia visto crescere la propria popolazione di circa 1 milione di unità, contro i 14 dell’area Ocse, perdendo così circa il 10% del proprio peso sul totale dell’Ocse. Si assiste ad una rarefazione delle fasce giovanili e ad un invecchiamento della popolazione, mentre permane un basso tasso di partecipazione femminile alla forza lavoro ed un’età di pensionamento più bassa che altrove. La preoccupante deriva demografica dipende anche dalla cosiddetta “tassa sui figli”, cioè la forte impennata di costi collegata alla nascita di un figlio, spesso seguita da una riduzione del reddito disponibile per il parziale o totale ritiro della madre dal mercato del lavoro. La combinazione di tutti questi elementi finisce per produrre una situazione di forte squilibrio: in Italia il 18,34% della popolazione è sopra i 65 anni, contro il 16,47 dell’U.E. ed il 14,27 dei Paesi Ocse più avanzati. Il volume di risorse assorbite da questa fascia della popolazione diventa una variabile strategica per ogni scenario di crescita futura. Conteggiando un salario medio di 3.000 euro lordi al mese ed una percentuale di contributi previdenziali al 33% come quella attuale, l’autore arriva a conteggiare in circa 1000 euro i contributi mensili pagati su ogni stipendio. Allungando di un anno l’età pensionabile, il sistema può risparmiare 30.000 euro l’anno per ogni testa (12.000 euro l’anno di contributi e 17.000 euro di pensione). Moltiplicando questo risparmio per i 300-500.000 lavoratori che ogni anno mediamente maturano il diritto alla pensione, si arriva facilmente ad un risparmio potenziale di 10/15 miliardi di euro l’anno, una cifra non trascurabile per i conti pubblici italiani. L’utilizzo alternativo di queste risorse risparmiate potrebbe, secondo l’autore, creare le premesse per una consistente riduzione fiscale o altre manovre espansive di finanza pubblica. In altre parole, una prima risposta alla forbice dello sviluppo tra Italia e resto del mondo starebbe nel taglio dei trasferimenti alla componente più anziana della popolazione: le risorse recuperate potrebbero essere spese, cambiando la scala salariale, per sostenere il reddito delle giovani coppie “depauperate” dalla nascita dei pargoletti, per ridurre le tasse e rilanciare genericamente i consumi, oppure finalizzare i risparmi ad impieghi produttivi, con un più alto moltiplicatore di sviluppo.

Il fattore demografico-sociale, tuttavia, spiega solo una parte della più bassa crescita italiana, e precisamente quella riscontrata dal 1985 al 1994. Dopo quella data, infatti, anche il Pil per abitante comincia a distanziarsi dai due blocchi concorrenti: il tasso medio di crescita del reddito per abitante è dell’1,4% in Italia, del 1,74 nella U.E. e del 1,63 nei Paesi Ocse. Evidentemente c’è qualcos’altro che frena. Per capire di cosa si tratta, bisogna guardare alla produzione industriale ed in particolare alla produzione manifatturiera. Deaglio prova a costruire una curva che misuri il differenziale italiano di produzione industriale in percentuale del dato Ocse. Si notano così tre diverse fasi di questo andamento. Nella prima fase (1985-1987) l’Italia accumula addirittura un vantaggio nella produzione industriale che sfiora l’8%. Nella seconda fase (1988-1997) questo vantaggio comincia lentamente ad erodersi, fino ad annullarsi completamente alla fine del periodo. Dal 1997 comincia la terza fase, che porta rapidamente il differenziale in negativo (1999) e poi lo vede stabilizzarsi ad una percentuale negativa di -4%. Da quel momento non c’è più stata possibilità di riemergere: è come se la competitività italiana si fosse inabissata. La natura del “malessere” industriale italiano sta evidentemente nella composizione produttiva del settore manifatturiero, che infatti viene scandagliata più in profondità. Confrontando la struttura manifatturiera italiana con quella dei suoi immediati concorrenti (Francia, Germania, Regno Unito e Spagna) si nota subito lo sbilanciamento della produzione tricolore nei settori a basso valore aggiunto. Il peso percentuale dei vari comparti del settore manifatturiero evidenzia la forte concentrazione italiana nei settori tessile, abbigliamento, cuoio, mobili, gioielli, cioè tutto quello che siamo abituati a chiamare “made in Italy”: questi settori rappresentano nel 2000 il 16,3% della produzione totale, contro i 5,7 della Francia, il 4,7 della Germania, il 6,5 della Gran Bretagna ed il 9,2 della Spagna. Un’altra specializzazione in cui l’Italia è forte, e che ci avvicina alla Germania, è la meccanica, genericamente intesa (11,6% il peso italiano, contro il 12,1 di quello tedesco e percentuali molto più basse per gli altri tre paesi). Sembrerebbe un dato confortante, ma le cose cambiano se esaminiamo la presenza italiana in settori a tecnologia relativamente avanzata, come macchine elettriche, macchine per ufficio, strumenti di precisione, radio, televisioni, apparati di comunicazione, mezzi di trasporto (auto, ma anche navi, aerei, materiale ferroviario). Questa divergenza produttiva rispetto alla media degli altri paesi si è accresciuta nel periodo 1995-2000, segnalando così un accentuarsi del divario ed un approfondimento del problema. Si potrebbe pensare che questa “specializzazione” produttiva su beni a basso valore aggiunto rifletta un punto di forza dell’industria italiana, una caratteristica di nicchia. Questa tesi non trova però conferme se analizziamo la dimensione tecnologica dell’industria manifatturiera. I settori ad alta tecnologia hanno infatti un peso assai basso e la situazione non cambia se svolgiamo un’analisi congiunta dei settori ad alta e bassa tecnologia. L’high tech pesa per il solo 6,3% nella produzione italiana, contro il 14,4 della Francia ed il 14,4 del Regno Unito, mentre la Germania si attesta al 7,2. La Germania però recupera bene nel medium tech dove concentra il 71,5% della propria produzione, mentre l’Italia arriva solo al 63,5. Nel low tech l’Italia supera il 30%, contro il 23,2 della Francia ed il 21,4 della Germania.

Il posizionamento strutturale dell’Italia nella produzione manifatturiera mondiale è dunque debole e fragile: le merci prodotte hanno un basso contenuto tecnologico, sono facilmente imitabile e sostituibili. A questa debolezza strutturale si è sommata una politica commerciale particolarmente avventata, che ha affidato troppa responsabilità e troppo potere a reti esterne di vendita. La scelta dell’outsourcing e del franchising ha permesso immediati risparmi sui costi fissi e fornito alle imprese tutti i vantaggi della flessibilità, ma ha anche impedito di capitalizzarne i profitti. Sul lungo periodo non si può reggere senza una forte ossatura commerciale, che sia fortemente integrata nel progetto di sviluppo strategico della singola azienda. Per aggredire la Cina ed il suo mercato, molte aziende (anche italiane) hanno cominciato a capirlo.

Al di là di queste debolezze strutturali che affondano le proprie radici nella storia dell’Italia industriale (come vedremo in seguito), esistono altre carenze “di sistema” che attengono alla dotazione di capitale umano (istruzione e ricerca scientifica) e alla dotazione di capitale fisico (infrastrutture nei trasporti e nell’energia).

Nel campo dell’istruzione i ritardi sono ben noti e probabilmente non sono peggiorati particolarmente negli ultimi tempi: possono però rivelarsi assai gravi per la complessità che vanno assumendo i processi di produzione e distribuzione. La risorsa utilizzata nei primi anni del decollo italiano, nei ruggenti anni ’50-’60, era quella di applicare su scala industriale una capacità artigianale diffusa. Oggi la distanza tra istruzione formale e mondo del lavoro pone ostacoli assai più rilevanti, e spesso insormontabili. Inoltre anche qui l’andamento demografico non aiuta: l’Italia ha solo il 15% della popolazione in età scolare (5/19 anni), contro una media del 20% dei paesi dell’U.E. Si abbassa il serbatoio da cui attingere e peggiora la qualità dell’istruzione impartita. A fronte di un numero di ore di insegnamento superiore alla media europea, abbiamo insegnanti sottopagati e stressati, con una femminilizzazione dell’insegnamento assai elevata. La qualità del prodotto del sistema scolastico, misurata con i criteri internazionali adottati dal sistema PISA (Programme for International Student Assessment), evidenzia risultati abbastanza deludenti. La performance media degli studenti, ossia il loro grado di alfabetismo letterario, matematico e scientifico, è nettamente inferiore alla media europea, in particolare per la matematica. Al termine della scuola dell’obbligo, il 45% degli studenti italiano risulta caratterizzato da una preparazione inferiore alla media delle conoscenze matematiche di base considerate necessarie a livello internazionale. A livello di U.E. l’Italia è superata da tutti i paesi, tranne Portogallo, Grecia e Spagna. L’analoga percentuale in Giappone è dell’11% ed in Corea del Sud del 9%. La situazione non cambia se “saliamo di grado” nell’ambito della formazione: anche la scuola secondaria e l’Università soffrono problemi rilevanti, dovuti alla carenza di risorse, allo squilibrio territoriale, al tasso di abbandono, alla scarsa percentuale di successo. Tutto ciò fa sì che la percentuale di popolazione dotata di istruzione secondaria o universitaria sia più bassa della media U.E. e della media Ocse, mentre stenta a decollare una cultura della “formazione permanente”.

Il discorso non migliora, naturalmente, se parliamo della ricerca scientifica. L’Italia ha tra i principali paesi una delle più basse percentuali del Pil dedicate alla ricerca: circa l’1%, contro il 3 del Giappone, il 2,5 degli Usa e della Germania, il 2 di Francia, Olanda e Gran Bretagna. Inoltre sul totale della ricerca fatta dagli otto paesi principali, la quota italiana è scesa dal 3,46% del 1985 al 2,86% del 1999. Inoltre in Italia sono proprio le imprese a fare poca ricerca: il 52,8% del totale, contro il 75 degli Usa ed il 70 di Germania e Giappone, mentre Francia e Regno Unito sono comunque oltre il 65%. La dimensione medio-piccola delle imprese italiane rappresenta in questo campo un evidente fattore di debolezza.

Per quanto riguarda le “strozzature fisiche” di capitale fisso, si deve porre l’attenzione prima di tutto al sistema dei trasporti. La scelta del dopoguerra di puntare tutto sul trasporto su gomma ha portato ad un forte investimento sul settore autostradale, riducendo il trasporto ferroviario a piccola cosa. La dissennatezza di questa politica è emersa a pieno solo negli anni ’90, quando il grande volume di merci trasportate ha finito per intasare tutto il sistema. La risposta, per evitare il collasso, è stata quella di riprendere gli investimenti in modo articolato, puntando su più arterie: la costruzione di nuove autostrade e l’allargamento di quelle esistenti, la costruzione di linee ferroviarie ad alta velocità (ed alta capacità), l’individuazione delle “vie del mare” (un sistema di rotte marittime e fluviali supportate da terminali di scambio attrezzati). I tempi e i costi di queste opere sono assai rilevanti, anche a prescindere dall’impatto socio-ambientale che esse comportano, mentre progetti insensati come il Ponte sullo Stretto rischiano di assorbire gran parte del volume di risorse disponibili. Ritardi e contraddizioni simili riguardano anche la politica energetica: bloccata dal referendum popolare la possibilità di sviluppare il nucleare, si è tardato di almeno un decennio la programmazione di nuove centrali da costruire, certamente per evitare movimenti di protesta sociale, ma presumibilmente anche per difendere gli interessi del monopolista Enel. Durante l’ondata di privatizzazione degli anni ’90, i permessi di costruzione ai privati sono aumentati rapidamente, così come il ruolo delle municipalizzate quotate in Borsa. Dopo il black out energetico del 29 settembre 2003 si è scoperto che il 20% della produzione nazionale viene importata dall’estero ed è stato aperto un dibattito sul gap tra produzione e consumo, tenendo conto anche della nuova struttura dei bisogni e della loro irregolarità ed imprevedibilità. Il mercato della borsa elettrica sta decollando faticosamente ed il sistema si sta orientando verso un modello dove viene premiato (con tariffe più basse) chi sa programmare scientificamente i propri prelievi di energia. Soltanto le aziende dotate di un buon controllo sul proprio ciclo potranno quindi avvantaggiarsi delle nuove opportunità offerte dal mercato. Ancora una volta, il sistema produttivo deve fare i conti con risorse limitate, offerte da un sistema infrastrutturale insufficiente.

 

L’Italia: un paese industriale in via d’estinzione

 

Luciano Gallino intitola “La scomparsa dell’Italia industriale” una minuziosa ricostruzione della nostra storia economica, vista attraverso la successione inarrestabile di scelte strategiche sistematicamente sbagliate (2). La storia industriale italiana viene ripercorsa attraverso i suoi innumerevoli fallimenti, partendo dalla tesi che solo una grande ed autonoma industria manifatturiera possa rappresentare un solido baricentro per un sistema economico sviluppato. “Nel XXI secolo, non meno che nei due secoli precedenti, un paese che non possegga una grande industria manifatturiera, l’industria in senso stretto, rischia di diventare una sorta di colonia, subordinata alle esigenze economiche, sociali e politiche di altri paesi che tale industria posseggono. Ciò vale in modo particolare per quei settori industriali che pur essendo nati decenni addietro, come l’informatica o l’elettromeccanica, o addirittura secoli, come la chimica e poi l’auto e l’aeronautica civile, sono oggi più che mai da considerare essenziali per l’economia del terzo millennio. E’ ovviamente possibile che in quel paese, in quei particolari settori, operino unità produttive controllate da imprese straniere, capaci di assicurare localmente occupazione e reddito. Ma una tale situazione implica che tutte le decisioni in merito ai livelli di occupazione, alle condizioni di lavoro, alle retribuzioni, a che cosa si produce e a quali prezzi, ai prodotti che entrano nelle case e strutturano la vita delle persone, saranno prese altrove. Con il presupposto che i relativi costi economici, sociali e umani ricadranno sul paese ospitante. Per paesi in via di sviluppo, che l’industria non l’avevano, potrebbe essere – in molti casi di fatto è stata – una soluzione accettabile, almeno per un certo periodo. Per uno che sia stato tra i primi paesi industriali del mondo si tratterebbe invece di una rovinosa caduta. L’Italia sta correndo precisamente questo rischio”.

La lunga citazione che abbiamo tratto dall’introduzione (“Dei criteri seguiti per disfare la grande industria senza crearne di nuova”) ci porta al cuore del problema. Il sistema Italia, inteso come blocco dominante imperniato su politici, imprenditori, economisti e consulenti, ha progressivamente distrutto qualunque possibilità di difendere produzioni industriali importanti radicate nel paese e spesso posizionate su livelli di eccellenza e di leadership su scala europea o addirittura mondiale. Viene ripercorsa la vicenda dell’Olivetti e del suo tentativo fallito di competere con l’Ibm nella progettazione dei grandi calcolatori negli anni ’60, poi la scommessa innovativa dei personal computer, negli anni ’80, fino alla sua totale emarginazione dal mercato mondiale nel corso degli anni ’90; infine la sua definitiva trasformazione in holding telefonica, contenitore di Omnitel e poi di Telecom, come preludio alla fusione societaria con la sua controllata, che l’ha portata alla cancellazione dall’albo delle imprese nel 2003. Viene citato il caso dell’industria aeronautica, uscita dalla prima guerra mondiale con 100.000 addetti, 6500 aeroplani e 15.000 motori prodotti nel 1918, per ridursi agli attuali 3-4.000 addetti, con qualche decina di velivoli prodotti ogni anno, includenti motori costruiti all’estero. Un fallimento passato anche attraverso la deliberata scelta politica di non entrare nel consorzio europeo Airbus, un caso di successo con pochi precedenti, decretato dal mercato ma costruito dalla ferma volontà politica di paesi capitalisticamente lungimiranti. Si passa poi al caso più clamoroso, la totale cancellazione dell’industria chimica, che negli anni ’50 vedeva imprese italiane nelle prime posizioni europee: le operazioni studiate a tavolino per riversare nella Montecatini l’enorme indennizzo pubblico ottenuto dalla Edison al momento della nazionalizzazione dell’energia elettrica; le cattedrali nel deserto concepite al solo scopo di sfruttare gli incentivi all’industrializzazione del sud e mai entrate in funzione; la disastrosa esperienza della Enichem e del fallimento Montedison-Ferruzzi; le gigantesche risorse pubbliche impegnate in progetti faraonici destinati a sicuro fallimento. Si prosegue con i colpevoli e pruriginosi ritardi politici nell’adozione di sistemi standard per l’avvio della televisione a colori, negli anni ’70 (ai tempi dell’austerità targata La Malfa-Berlinguer), che tanta parte hanno avuto nell’impedire lo sviluppo (o la difesa) di un’elettronica di consumo che pur aveva contribuito decisamente alla modernizzazione dei consumi nel decennio precedente e ottenuto buoni successi nella penetrazione commerciale sui mercati europei. Si esaminano alcuni casi di pessima gestione di emergenze industriali (come Elsag o Nuovo Pignone), che hanno portato aziende prestigiose in mano a compagnie straniere. E infine si conclude con l’industria automobilistica, l’unica filiera manifatturiera sopravvissuta in Italia, concentrata su un unico produttore, la cui sorte è ancora oggi del tutto imprevedibile e la cui sopravvivenza è pregiudicata da anni di diversificazione fallita, con scarsa capacità di tenuta competitiva nel core business.

La conclusione, sostiene Gallino, è che anche la più promettente legge industriale mai emanata in Italia, la 675/77, è fallita alla prova dei fatti, non riuscendo ad impedire nessuno dei disastri che sono stati elencati. E questo fallimento non è imputabile tanto alla qualità tecnica della legge, ma allo spirito politico che ne ha informato la gestione, la convinzione cioè che non fosse importante difendere l’insediamento industriale del sistema produttivo italiano, ma semmai gestire le conseguenze sociali del suo ridimensionamento, favorire l’arrivo di capitali esteri che ne garantissero momentaneamente la continuità produttiva, sfruttare diversamente le aree industriali liberate e così via. La convinzione diffusa dell’irrilevanza dell’industria e la discutibile soddisfazione di vedere decollare la società dei servizi hanno così accecato chiunque fosse chiamato a prendere decisioni. Non si è neanche cercato di salvare il salvabile, attraverso un qualche criterio di selezione e di scelta: per esempio si poteva consapevolmente accettare il ridimensionamento dei settori più obsoleti, con tutti i sacrifici conseguenti, ma difendere fino al fondo alcune realtà da considerare irrinunciabili.

La realtà è sotto gli occhi di tutti: nel 2001 l’Italia è in Europa al dodicesimo posto su quindici nella registrazione di brevetti, con 74 richieste per milione di abitante, contro 133 del Regno Unito, 145 della Francia, 309 della Germania e addirittura 337 della Finlandia e 366 della Svezia. L’inferiorità innovativa non può non essere messa in relazione con la dimensione medio-piccola dell’impresa italiana, la scarsa quantità di ricerca finanziata, la qualità della formazione di base e così via. Non ci sarà svolta, sostiene Gallino, finchè i pubblici poteri e la politica non avranno fatto proprio un progetto di “reindustrializzazione” del sistema, perché solo di lì passa la ripresa alta di un progetto di sviluppo e di traino, di produzione di conoscenza ad alto potenziale, di impiego di lavoro qualificato, di crescita economica ad intensità di lavoro. Un auspicio, verrebbe da dire un’illusione, che si potrebbe concretizzare e rendere vero solo in presenza di una classe dirigente molto al di sopra di quella attualmente disponibile.

 

Licenziare i padroni?

 

E’ stato il giornalista dell’Espresso Massimo Mucchetti a titolare così uno dei libri più documentati sulle vicende economiche italiane degli ultimi anni (3). A dire il vero, Mucchetti parte da un incipit assai più indietro nel tempo, risalente agli anni ’30. Nel disastro industriale di quegli anni, il presidente dell’Iri Beneduce arrivò ad offrire ad una cordata di industriali privati le società telefoniche, privatizzate nel 1924, fallite nel 1931 e rinazionalizzate tramite le tre banche dell’Iri, appunto. I “capitani coraggiosi” di quel tempo, guidati da Giovanni Agnelli I, chiesero allo stato una dote di almeno 700 milioni di lire per le aziende da assorbire, unica condizione sufficiente a garantire all’investimento privato un rendimento minimo dell’8%. Pare fosse convinzione di Agnelli che il telefono non avesse un futuro, essendo “roba da ricchi”. E’ merito di questa lungimiranza imprenditoriale se le compagnie telefoniche, riunite dallo Stato nella Stet, rimasero pubbliche fino al 1997, facendo dire a Mussolini (secondo la testimonianza di Cuccia, genero di Beneduce): “Non diamogli niente; questi grandi industriali non se la meritano: sono solo dei gran coglioni”. Il senso del business degli industriali privati italiani è ben sintetizzato da Mucchetti nel risvolto di copertina, quando parla del risultato economico complessivamente conseguito dai grandi gruppi. “Tra il 1986 e il 2001, la Fiat ha distrutto ricchezza per 27 mila miliardi di lire, la Montedison per 9 mila, Olivetti per 14 mila, Pirelli per 4 mila. Contrariamente ai pregiudizi, lo stato imprenditore può vantare ottimi risultati: l’Eni ha creato ricchezza per 66 mila miliardi, l’Enel per 13 mila, Telecom, addirittura, per 94 mila miliardi di lire”. Naturalmente occorre considerare la natura monopolistica (e poi, dalla metà degli anni ’90, post-monopolistica) delle aziende di stato. Ancora oggi, in uno stato dove oltre cento operatori hanno conquistato il diritto ad avere una licenza telefonica, Telecom controlla il 70% del mercato e viene descritta come “incumbent” dai suoi concorrenti. Evidentemente questo riflette una tale solidità di marchio e di business che neanche la concorrenza imposta dall’alto sposta gli equilibri di mercato, se non vischiosamente e nel lungo periodo. In entrambi i campi ci sono eccezioni, naturalmente, che confermano la regola. Finmeccanica, un’azienda statale che opera in un settore ad alta tecnologia, a forte competizione mondiale, ha perso nello stesso periodo di tempo 6.500 miliardi di lire. Luxottica, un’azienda privata che vende in tutto il mondo montature per occhiali, ha creato valore per 15.000 miliardi, basando il suo successo, oltre che sulla qualità ed il design del prodotto, su una propria rete di vendita, con struttura capillare. Anche nel settore privato esistono del resto settori protetti: basti pensare a Mediaset (11.000 miliardi di lire di ricchezza prodotta), un business saldamente controllato da una sola famiglia, cintato da quella che Mucchetti definisce una tripla cerchia di mura (la lingua italiana, la comoda situazione di duopolio con la Rai, il controllo del governo Berlusconi sulla produzione legislativa in materia).

La fragilità della struttura finanziaria e reddituale dell’industria italiana risulta del resto ben chiara, se guardiamo il rapporto R & S di Mediobanca, che ha analizzato anche nel 2003 i primi 43 gruppi del paese (4). Viene fuori un quadro impietoso: l’industria pubblica ha accresciuto il suo fatturato del 4,9% (a 105 miliardi di euro), quella privata l’ha visto ridursi del 4,9% (a 152 miliardi). In ambito pubblico, la redditività raggiunge mediamente il 36% del fatturato; in ambito privato arriva a malapena all’1%. La solidità finanziaria viene misurata da un indice che raffronta un numeratore costituito dal “capitale netto tangibile” (cioè capitale netto meno attivi immateriali, difficilmente quantificabili, come l’avviamento), ad un denominatore costituito dal totale dei debiti finanziari. Emerge una situazione vagamente preoccupante. Solo 12 raggruppamenti hanno un indice di solidità finanziaria superiore alla media delle multinazionali europee e delle PMI italiane. Ben otto gruppi non sono classificabili, perché hanno un capitale netto tangibile negativo. Tra i più fragili troviamo tutti i principali gruppi privati: Edizioni Holding (Benetton), Pirelli-Telecom, Ifi-Fiat, Aurelia (gruppo Gavio). I gruppi privati sono la vera anomalia: hanno un rapporto tra capitale netto tangibile e debito di appena lo 0,7%, contro il 74% dei gruppi pubblici e contro una media delle multinazionali europee pari al 77%. Anche tenendo conto della natura fortemente artificiale di alcuni bilanci, pensati più per il fisco che per amore della realtà, c’è da restare sbalorditi.

Il senso comune di una presenza di “capitalisti senza capitali” ne esce rafforzata. Ritornando al testo di Mucchetti, capiamo anche il perché. A fronte di un Berlusconi che controlla il suo gruppo con una forte presa societaria, senza grossi debiti, ci sono situazioni in cui il sistema delle scatole cinesi assicura il massimo beneficio con il minimo rischio. Tronchetti-Provera controlla con 153 milioni di euro un gruppo che ne fattura 55 miliardi: con 28 centesimi controlla 100 euro. Lo stesso vale per gli altri padroni: a Ligresti bastano 5,2 euro per governarne 100, a De Benedetti 9,1, alla famiglia Agnelli 12,4, ai Benetton 18. E’ più facile digerire le perdite quando si rischiano i soldi degli altri.

Nel suo libro, Mucchetti addebita ai padroni di aver perso la grande occasione degli anni ’90. Il fiume di soldi che si è scaricato sulle borse in quegli anni non è stato usato per ampliare in modo stabile la compagine azionaria delle imprese, ma è stato usato come leva per finanziare processi di fusione e di scalata privi di motivazione industriale e ricchi di obiettivi speculativi. Non sono state quotate aziende private sane, ma solo quelle ricche di debiti. I soldi del parco buoi non sono stati usati per allargare la dimensione del mercato finanziario, ma sono serviti per rafforzare il potere dei padroni esistenti. La gigantesca ondata di privatizzazioni del 1992-2000 ha posto, è vero, le premesse per creare anche in Italia una filiera di public company ad azionariato diffuso, con management indipendenti, a cui è caro solo il profitto e la soddisfazione degli investitori, istituzionali e privati. Ma questo processo è passato attraverso il tentativo (talvolta riuscito) da parte dei padroni privati di comprarsi a poco prezzo delle redditizie rendite pubbliche, abbandonando i settori industriali a più forte competizione. E’ la storia degli Agnelli, che hanno cercato di controllare il “nocciolino” della Telecom, su insistenza di Ciampi e Prodi. E’ la storia di Colaninno, che scala Telecom in Borsa con il sostegno del governo D’Alema-Bersani, con ampio ricorso al debito, in tempi fortunati. E’ la storia di Pirelli e dei Benetton, che infine ne entrano in possesso con un progetto industriale più strategico, ma ne approfittano per uscire (in parte o del tutto) da settori più esposti alla concorrenza internazionale. E’ la storia dei capitalisti italiani, che cercano nicchie di profitto, al riparo di tariffe regolamentate e ritorni garantiti sul (poco) capitale investito.

 

Dal miracolo al declino

 

Nel cinquantennio che separa il miracolo economico degli anni ’50 e ’60 dalle difficoltà del presente si sono create le condizioni per un progressivo disastro (5). Mentre i ritardi italiani del dopoguerra furono sfruttati per costruire il boom, ora rischiano di compromettere la tenuta del sistema. Allora i bassi salari, l’ampia disponibilità di manodopera, il basso livello di organizzazione sindacale favorirono l’aggancio con le realtà produttivamente più avanzate. La scelta politica fu quella di aprirsi alla concorrenza internazionale, aggredendo la normativa protezionista che aveva difeso l’industria nazionale nel regime fascista ed autarchico. Le quote italiane sull’export complessivo crebbero in modo significativo, così come la produttività e la competitività dell’industria, fino a quando cominciarono a salire anche salari e consumi. Adesso avviene esattamente l’inverso: siamo un paese a bassi salari e bassa occupazione, con il motore dei consumi ingrippato. Tra il 1995 ed il 2003 sono saliti di due milioni i posti di lavoro, ma si tratta più che altro dell’effetto ottico dovuto alla precarizzazione del lavoro e alla differenza di rilevazione statistica degli occupati. Abbiamo un basso “tasso di partecipazione” della forza lavoro, cioè sono poco più del 50% le persone tra i 15 e i 65 anni che lavorano o aspirerebbero a farlo. Questa distribuzione è fortemente squilibrata sul piano territoriale, con un Nord formalmente vicino alla piena occupazione ed un Sud con percentuali ufficiali di disoccupati e inoccupati sopra il 20%. La produttività oraria del settore manifatturiero è cresciuta a ritmi molto più lenti dei nostri diretti concorrenti: negli anni ’70 la produttività cumulata era salita del 67,5% (contro il 57,8 della Francia ed il 48,5 della Germania; negli anni ’80 era già scesa al 29,1% (contro 52 e 28,2); negli anni ’90 è crollata al 17,9% (contro 51,9 e 28,40 rispettivamente). Le cause di questo flop sono prevalentemente riconducibili al nanismo delle imprese italiane, la cui dimensione media è del 50% inferiore a quelle estere concorrenti. Vengono qui in evidenza anche i limiti della struttura del “distretto”. La piccole e medie imprese che in forma integrata costituiscono una rete di specializzazione produttiva radicata in un territorio sono state a vario titolo additate come una risorsa unica, la vera ossatura della forza produttiva nazionale. In realtà la “spinta propulsiva” di questo modello è vicina all’esaurirsi. Sempre più spesso la nicchia di mercato dei distretti viene aggredita da produzioni imitative a più basso costo, mentre la quantità e qualità di ricerca e sviluppo (e quindi di innovazione) messe in campo da questo comparto tendono a restare limitate. Al di là di una certa dimensione, scattano tutti i vantaggi delle economie di scala della grande impresa, e la forza competitiva del distretto si affievolisce. Non è dunque il caso di affidare eccessive speranze al modello produttivo delle PMI, alla “dorsale adriatica”, all’economia del “distretto” o all’inventiva imprenditoriale diffusa. L’Italia si trova di fronte ad un veloce deterioramento delle proprie ragioni competitive che non lascia intravedere alcun inversione di tendenza. A breve si renderà necessario fare i conti con questa caduta del valore aggiunto prodotto e rimodellare al ribasso il sistema redistributivo del welfare. Se pensiamo all’aumento della diseguaglianza, al crescere delle sacche di povertà, all’effetto perverso dell’inflazione reale, scopriamo che questo processo è già iniziato da tempo.

 

Qualche conclusione

 

Il declino industriale italiano è una realtà innegabile. Abbiamo visto come il processo di deterioramento delle ragioni competitive dipenda da una composizione obsoleta del mix produttivo italiano: un “capitale umano” vecchio e dequalificato, meno addestrato, istruito e formato degli altri paesi avanzati; una struttura produttiva attestata su produzioni a basso valore aggiunto, facilmente sostituibili; un know-how scientifico-tecnologico di secondo livello, impoverito nel corso del tempo da bassi investimenti in ricerca e sviluppo; una dotazione infrastrutturale scadente, in particolare nel campo dell’energia e dei trasporti, tale da costituire un vero blocco di strozzature fisiche.

Il percorso scelto in passato per tenere a galla l’economia italiana è il responsabile primo di questo stato di fatto. La principale preoccupazione del sistema di governo è stata quella di abbassare i costi: il costo del lavoro e il costo del denaro prima di ogni altro. La concertazione sociale dopo il 1984 (taglio della scala mobile) e dopo il 1993 (riforma della contrattazione) ha inchiodato la dinamica salariale a tassi d’inflazione irrealistici, eliminando il problema del costo del lavoro come emergenza prioritaria. La ripresa di controllo sull’inflazione e la spesa pubblica hanno permesso di abbassare i tassi e agganciarsi all’euro, riducendo i costi finanziari delle imprese, tutte, come abbiamo visto, altamente indebitate. Questi due elementi, insieme alla svalutazione competitiva seguita alla crisi del ’92, hanno permesso momentaneamente alle imprese una forte ricostituzione dei profitti, che non si è evidentemente tradotta in investimenti innovativi, sul piano tecnologico, organizzativo, commerciale. E’ bastato il ritorno ai cambi fissi, dopo il 1995, per fare riemergere i problemi: industria che non innova, capitalisti senza capitali che cercano rifugio nei settori protetti della rendita pubblica, produttività che non cresce. Vengono in mente le tesi di Sylos-Labini di 50 anni fa su lotte operaie, produttività, progresso tecnico e innovazione.

Ora si tenta di imporre nel sistema del welfare quello che è stato già applicato, con esiti infausti, nel settore industriale: il taglio dei costi. I risparmi di spesa stanno aggredendo le prestazioni sociali: la degradazione del servizio è già ampiamente evidente nella sanità, nella scuola, nel sistema di trasporto pubblico, nella struttura dei servizi locali.

Dobbiamo rassegnarci ad una graduale erosione del benessere e del welfare, come conseguenza del deterioramento competitivo dell’economia italiana nel sistema mondiale? E’ lecito provare a resistere e impegnarsi per soluzioni diverse.

La terapia in atto può far morire il paziente, anche se lentamente. Bisogna uscire dalla logica del puro risparmio, del taglio dei costi e del rispetto dei parametri. Occorre investire per il futuro, anche facendo nuovi debiti. Magari è anche necessario ripensare reperimento e distribuzione delle risorse: “scovare” e fare emergere l’economia sommersa (per alcuni, un terzo dell’economia reale), snidare finalmente l’evasione fiscale, allargare la platea dei contribuenti, tutto questo potrebbe finanziare un nuovo modello di welfare. In questo nuovo modello ci potrebbe stare una forte spesa in formazione (generale e allargata) e dotazioni infrastrutturali (trasporti, energia, ambiente), così come una ripartizione più equilibrata dei trasferimenti (meno soldi ai pensionati ricchi, più soldi ai giovani precari). Ci potrebbe stare un diverso intervento di sostegno alle imprese, dove prende di più chi dimostra di fare ricerca e sviluppo, occupando forza lavoro qualificata, anziché ricevere valanghe di contributi a fondo perduto a fronte di posti di lavoro fittizi in aree disgraziate. Ci potrebbe stare un progetto di crescita delle competenze professionali e delle eccellenze produttive, che deponga a favore di un modello di sviluppo fondato sulla qualità della merce, piuttosto che sul dumping sociale. Un modello che potrebbe vedere classe e capitale ritornare a contendersi con il conflitto i profitti, il potere, l’egemonia, più che negoziare la distribuzione delle perdite in modo concertato.

 

Note:

 

(1)    M. Deaglio, P.G. Monateri, A. Caffarena, “La globalizzazione dimezzata”, nono rapporto sull’economia globale e l’Italia, a cura del Centro di Ricerca e Documentazione Luigi Einaudi e Lazard, ed. Guerini e Associati, 2004.

(2)    L. Gallino, “La scomparsa dell’Italia industriale”, ed. Einaudi, 2003. 

(3)    M .Mucchetti, “Licenziare i padroni?”, ed. Feltrinelli, 2003.

(4)    A. Olivieri, “Cresce il pubblico, più utili per i privati”, in Il Sole 24 Ore, 29 luglio 2004.

(5)    G. Nardozzi, “Miracolo e declino”, ed. Laterza, 2004.

 

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