INTERVISTA A ROMANO ALQUATI DICEMBRE 2000
Contrariamente a quel che tutti credevano e credono io non sono affatto destrazione proletaria, ma medio-borghese, forse più aristocratica che borghese. Mio padre nel 45, quando lo vidi lultima volta, era un generale (aveva ricevuto anche unonorificenza speciale "nastro azzurro"? perché era il più giovane generale italiano: quarantanni). Anche suo padre era morto generale; e pure i suoi due fratelli minori sono diventati generali della Nato. La mia nonna paterna era di una nobile famiglia napoletana, con qualche zio ministro. Mia madre invece veniva da una ricca famiglia di agrari cremonesi, ed aveva avuto la tradizionale educazione di collegio delle signorine aristocratiche, cosicché quando poi si ritrovò ancor giovane vedova e senza reddito non sapeva fare nulla Mio nonno materno fu uno dei primi imprenditori agricoli padani ed impiantò varie cascine "moderne" nei dintorni di Cremona, assicurando lavvenire ai suoi dieci fratelli, che come ringraziamento gli voltarono subito la schiena. Era democratico\liberale e piuttosto antifascista. Poi fu derubato di tutto da un notaio e si trovò a sua volta in estrema miseria: ma rimase una persona colta, di grande dignità e fascino. Morì allospizio dei poveri. Mi fece capire molte cose! Quando nel 45 mio padre scomparve, disperso, forse ucciso dai partigiani, la mia famiglia crollò presto nella miseria più nera e a lungo non ricevette aiuti da alcuno.
Mio padre ebbe una storia molto avventurosa e "diversa" e delegò molto a me fin dalla mia prima infanzia, investì moltissimo in me per certi suoi sogni, e mia madre era abbastanza concorde con lui. Per cominciare non gli bastava ripetermi che mi aspettava lAccademia militare di Livorno, perché era la più rigida, ma che già a 14 anni sarei entrato nel collegio militare. In vero era una persona ambivalente. Si fidava di me e fin da bambino mi lasciò sempre incredibilmente libero. Mia madre pure, ma con una certa apprensione Questo futuro generale pieno di ferite, di medaglie e di promozioni sul campo a 15 anni aveva lasciato la scuola senza diplomarsi per fuggire a Fiume con DAnnunzio al quale rimase legato, poi fu fascista di sinistra, in dissenso antiborghese con lo stesso Farinacci; nel 26 subì un processo politico e rischiò la pelle, e dovette espiare, con la carriera militare, e fu volontario in tutte le guerre del suo tempo. Quando nel 45 scomparve avevo dieci anni. Io nacqui e crebbi in caserma, da una caserma allaltra; ma in Croazia e Slovenia; così prima lì e poi nello sfollamento nella campagna cremonese e alle elementari cominciai a legarmi ad amici di condizione proletaria-contadina, per la loro schiettezza, lealtà e generosità e capacità di cavarsela da sé e di fare molte cose (ma non erano certo tutti così, non generalizzo). Anche perché mia madre mi trasmise subito qualcosa davverso ai formalismi ed alle esteriorità, cominciai presto a non sopportare lipocrisia delle famiglie degli ufficiali, e poi di certi funzionari statali. Giunsi a Cremona dalla Slovenia nella primavera del 43. Il crollo economico e sociale della mia famiglia e la sua espulsione dal suo ceto dorigine nel 45 (credo che non abbiano mai perdonato il precedente idealismo anticonformista dei miei genitori, di marca aristocratico\cavalleresca, con santi, eremiti ed eroici cavalieri dellideale e grandi artisti e geni, tutti strettamente italici), favorì una certa lumpen-proletarizzazione graduale di tutti noi, che sotto restavamo abbastanza aristocratici. Altra ambivalenza. Abbiamo vissuto anni di vera fame, in cui anchio fui personalmente travolto e semidistrutto, umiliato ed offeso, emarginato e molto risentito (e passai pure per un vero e proprio durissimo e dolorosissimo ed ingiusto naufragio scolastico alla terza media), vittima di altra ingiustizia; ma sempre con una certa fierezza nella memoria di mio padre e dei miei nonni. Ripeto, questo tracollo fu sentito presto da me come qualcosa di ambivalente: una grande tragedia quotidiana, ma anche unulteriore liberazione!
Cominciai presto ad odiare il sistema sociale ed i suoi governanti ed i potenti locali ed universali: anche per un certo ostracismo (che subivo pure dalle ragazze ricche mie compagne di scuola; salvo vere eccezioni: indimenticabili). Sono stato pure abbastanza cattolico fino a circa 14\15 anni. Nel 50, anno santo, vinsi una specie di campionato provinciale di catechismo e fui inviato a Roma ad incontrare Pio XII. Malgrado questo, la mia fede era ormai debolissima. A Roma incontrai un cugino di mio padre che era il grande capo dellordine (ex eretico) dei Frati minori francescani, il quale secondo i miei parenti avrebbe potuto trovarmi facilmente un lavoro. Costui mi deluse talmente che persi la mia fede residua, e tornai a Cremona miscredente e quantomai ribelle: ma dopo aver visitato per più di un mese più volte tutte le principali chiese e musei e rovine romane mi sentii abitante di quella città comera allora in buona parte la sua gente. I primi anni 50 furono importanti. Segnarono una svolta, preparata poco a poco. Ci furono alcuni incontri: anni prima un primo balordo (Elio Uccelli, ex ufficiale di Marina), poi diventato sociologo e professore di sociologia a Roma, amico di Ferrarotti, mi aveva già incuriosito alquanto sulla sociologia e la scienza sociale: ricordo che mi fece leggere Il suicidio di Durkheim. Nel 53 il moroso di mia sorella, che era una persona davvero straordinaria perché era un ricco imprenditore agrario e tuttavia molto colto e "marxista" (Pino Quaini) mi fece leggere vari libri socialcomunisti del marxismo classico: mi regalò un basco scarlatto in cui aveva scritto con la biro "La ragione non ha fretta", K. Marx. Morì poco dopo in un incidente dauto nel quale anche mia sorella si fracassò tutta e poi non fu più la stessa. Dunque, mostrai subito una notevole ambivalenza: cultura scientifica e cultura umanistica originalmente insieme.
Comunque frequentai il liceo classico. Capitai con una galleria di insegnanti uno più deficiente dellaltro, finché cominciai presto a farmi una cultura mia parallela a quella, e poi sempre più contrapposta; contro il loro modo meschino di interpretare la Grecia classica cominciai a studiare ad esempio le religioni misteriche, a studiare molta letteratura allindice, e storia dellarte andando anche in giro in autostop; e attraverso Pavese approdai a Frazer, ed attraverso il Ramo doro alla storia delle religioni antiche ed alletnografia ed antropologia culturale, al mondo dei primitivi e dellanimismo, e alla religiosità agraria mediterranea e ai primi interessi per la storia degli eretici ; e feci studi irregolari di filosofia direttamente sui grandi libri: in sempre più aperta contrapposizione a quegli insegnanti. Nel 54, alla vigilia della maturità classica, fui costretto a lasciare la scuola.
Nel 55, Paolo Caruso, mio amico dinfanzia, mintrodusse per qualche mese fra i giovani socialisti, dove lui si era inserito come leader per motivi pratici, ma del socialismo non gliene fregava (quasi) niente; e lì poi io ebbi le prime curiosità sul sindacato. Paolo è stato decisivo per tutta la mia vita successiva. Se non fosse rimasto mio amico anche nelladolescenza, dai tempi della sua maturità al collegio S. Giuseppe di Torino, io oggi non sarei quel che sono. Era a suo modo molto generoso, quasi paterno Lui si iscrisse a Milano a Filosofia ed io cominciai ad istruirmi tramite lui. Mi stimolò a fare anche i primi viaggi allestero in autostop, però io ero apolide perché nato in Croazia e fino al 57 non ho avuto il passaporto. Intorno al 52\53 incontrai il poliedrico Felice Abitanti e tutto il giro di pittori di professione e storici dellarte cremonesi, e divenni un giovane intellettuale "umanistico" un poco bohemien con uninsaziabile fame di conoscenza. Cominciai a dipingere, un poco segretamente, ma seriamente, anchio. Andavamo a fondo in molti nodi dellarte storica e di quella contemporanea; mi ricordo la prima grande personale di Picasso a Milano, a Palazzo reale Poi in un primo soggiorno milanese di due o tre mesi (Via Kramer ) vendetti a madame della "Famiglia artistica" milanese in Piazza Cavour anche qualche dipinto, guadagnando bene, e capii che avrei potuto vivere dipingendo. Ma alla fine di quellanno (55?) decisi di non dipingere più. Conservo ancora lultimo mio olio, molto ironico sulla mia pittura! Si concluse allora la mia vita dintellettuale "umanista". Decisi allora di darmi alla politica nella "prospettiva del comunismo".
In quellanno conobbi anche Pierre Carniti, uno strano democristiano, il quale mi trascinò nello studio delleconomia e delleconomia agricola cremonese, ecc.. E nelle questioni sindacali, sebbene io fossi "ideologicamente" lontano da lui: fummo molto amici per un paio danni. Però avevo da poco incontrato Montaldi (tramite il Club Ulisse) e poi Renato Rozzi, che diventerà un paziente e sapiente mio fratello maggiore, e poi Giovanni Bottaioli, vecchio militante politico operaio internazionalista: furono incontri decisivi. Ed avevo cominciato a frequentare le minoranze storiche antistaliniste alla sinistra del PCI, prima del "rapporto Kruscev". Ciò sancì la seconda svolta nella mia vita: mi ri-formai. A quel punto avevo scelto "Che fare" ! E lho fatto per molti anni.
Con Montaldi un giorno verso la fine del 55 ci dicemmo "non si può continuare con la disperazione e langoscia dostoijewskiana, bisogna acquistare efficacia nel provare a cambiare qualcosa di questo mondo", e "mentre la cultura tradizionale della sinistra è basata sulla storia e la filosofia noi dobbiamo studiare soprattutto economia e sociologia". E così facemmo per alcuni anni. Cominciai applicando la scienza sociale che apprendevo soprattutto alla questione della burocrazia Nel frattempo io, avendo fatto fin dagli anni del liceo il disegnatore tecnico autodidatta e lassistente edile per un ingegnere che fu mio secondo padre, poi presi un diploma di tecnico delledilizia e cominciai la vicenda di capo cantiere nei cantieri-scuola per disoccupati e reduci: ebbi allora la fortuna di avere come mio capo (in un cantiere di vari mesi e con 70-80 addetti) proprio Renato Rozzi, allievo di Paci e di Musatti, ecc.! Nel 57, ottenuto finalmente il passaporto, feci il mio primo viaggio a Parigi con Danilo. Conobbi Castoriadis, Léfort, Morin e Goldmann, e Lyotard, e altri. Entrai in corrispondenza con alcuni di Socialisme ou Barbarie e di Pouvoir Ouvrier e in specie con Daniel Mothé, che verrà a trovarci a Cremona.
Nellinverno 57\58 in un secondo e meno breve soggiorno milanese, con laiuto di Carniti fui un sindacalista in prova nella zona di Piazza Napoli ed a Corsico. Stava iniziando il grande boom nella re-industrializzazione. Presi contatti con fabbriche grandi e piccole soprattutto tayloristiche e proto-fordiste e con lavoratori milanesi ed immigrati, anche se non proprio ancora dal Sud. Era lanno dopo i fatti dUngheria, e nellautunno lo stesso Di Vittorio aveva parlato del primo "autunno caldo", soprattutto milanese: sebbene a Torino il movimento operaio tradizionale fosse stato duramente sconfitto. Non volli diventare sindacalista, così allinizio della primavera del 58 tornai a Cremona. Con lesperienza indiretta e diretta di unintera fase storica danticipo rispetto al movimento operaio locale, ma con un certo anticipo pure rispetto al ritardatario movimento operaio ufficiale dellItalietta, che magari cominciava a non essere più tale; sebbene con anni di ritardo rispetto agli USA e perfino alla Francia. In quei mesi a Milano avevo conosciuto sia gli intellettuali delle "riviste del disgelo" (da Ragionamenti, Questioni, ecc. fino a Passato e Presente), in particolare guardavo a Pizzorno, con occhio ambivalente. Fra laltro insieme a Montaldi incontrai Vittorini, nella sua casa di Porta Ticinese Ma dallaltro lato Paolo Caruso mi introdusse nel giro di Enzo Paci, e lì mi legai a Nani Filippini ed a Guido Davide Neri, a Mainoldi ed altri: vissi anche con loro nelle prime comuni di fenomenologi che precedettero Via Sirtori. Dei miei studi e delle mie prime ricerche in quegli anni ho già scritto più volte. Nel 58 proprio a Milano si tenne il primo congresso italiano di sociologia, con delle sezioni importanti sulla nuova industrialità ed il rapporto di lavoro. Fu unaltra importante occasione dincontri e conoscenze.
Tornato a Cremona nel 58 feci le ricerche\intervento col gruppo di Unità Proletaria e scrissi alcuni opuscoli su una fabbrica di ceramiche e le sue operaie piene di silicosi, sulla "fabbrica verde", sul nuovo cottimo e salario, su Giovanni Bottaioli (che era morto proprio fra le mie braccia mentre lavoravo per lui e trasportavamo insieme una levigatrice su per delle scale; mi aveva lasciato erede, anche dei suoi libri). Allora ebbi due incarichi pagati. Conobbi Bosio che mi finanziò una ricerchina multidisciplinare su un paese rurale vicino a Cremona, un poco atipico, però: Bosio non ebbe su di me alcuna influenza. Ebbi dal vecchio Fortichiari, e da Seniga (col quale già nel 57 insieme a Giorgio Galli, ed in contatto coi genovesi di Azione Comunista avevamo fatto un intervento astensionista nella campagna elettorale) la commessa di una "Storia del movimento operaio italiano", per la quale lavorai moltissimo (allIstituto Feltrinelli di Milano) portandola a termine in tempo relativamente breve e con grande interesse.
Poi allinizio del 60 ho conosciuto Pierluigi Gasparotto, che allora viveva già in Via Sirtori, e con lui ho cominciato ad assaggiare le nuove inchieste nelle fabbriche milanesi, e nellestate del 60 ci siamo trasferiti a Torino, dove io ero già stato a presentare il Diario di un operaio di Mothé e qualcosaltro. Dal 60 e la vicenda torinese è cominciata una nuova fase della mia vita, della quale ho già scritto qualcosa un paio di volte e non ho voglia di ripetere.
I fatti vissuti torinesi di cui mi ricordo con maggior piacere sono: i primi colloqui (procurati da G. della Rocca, ma poi allargatisi spontaneamente su indicazione degli stessi intervistati) con operai FIAT nelle loro case; il ritrovamento in un buio antro senza finestre della vecchia Camera del Lavoro in cui rimasi sei mesi con Gasparotto delloriginale del volantino che proclamava linsurrezione di Torino nel 45; la mia relazione sulle "giovani forze" (letta nel salone della Federazione del PSI nel 61); la redazione con Soave di uno schema di colloquio onnicomprensivo e i colloqui successivi della seconda ondata senza Panzieri di mezzo (sarà lui a rivenirci a cercare nellautunno del 61); la riuscita dei primi scioperi alla FIAT rinnovata nel 61; lo schiaffone in piena faccia che diedi, al picchetto alla FIAT-ricambi di Stura, da sulla bici (prestata da Angelo Dina a Ivrea) al capitano della celere che aveva cercato di travolgermi con la sua jeep (presente Romolo Gobbi); lorganizzazione a Stura, sotto la tettoia del tram ed in una piola, insieme a Romolo ed a Banzato della risposta allaccordo separato della UIL che diverrà la celebre rivolta di Piazza Statuto, e la redazione (appoggiato sul tetto di unauto sotto il palazzo della UIL stessa) di un documento che rilanciava la lotta (sempre con Gobbi, Banzato e qualche membro giovane della FIOM); momenti del grande sciopero della Lancia (che fu anche loccasione dellinizio della mia rottura definitiva con Panzieri). Le interviste e lo sciopero allOlivetti di Ivrea. Gli operai che nel 65, tre anni dopo, avevano ancora con sé la copia spiegazzata del Gatto Selvaggio, ecc..
Si, è voluto. Il fatto è questo: io, come daltronde anche Gasparotto e qualcun altro, Greppi talora ad esempio, fummo sempre trattati in primo luogo dai sostenitori intellettuali nostrani di sinistra di Panzieri e dei "suoi" Quaderni Rossi prima, e poi da sostenitori analoghi di Classe Operaia, ma a dire il vero anche da alcuni collaboratori romani e veneti di queste riviste, come dei bruti rozzi ed ignoranti perché ritenuti privi di "cultura esplicita" umanistica, ossia (alla maniera tradizionale) perché giudicati privi di dottrina storico-filosofica e letterario\artistica. Ma era un giudizio sbagliato: noi tenevamo nascosta la nostra cultura umanistica perché non la consideravamo importante; anzi per certi aspetti allora ci sembrava negativa! Però in una nostra polivalenza, sapevamo di averne anche più di loro, che si specializzavano, ma fuori della specializzazione rispettiva spesso sapevano poco. Loro invece stimavano solo quella! Così ci sentivamo sempre più distanti da tutti quelli di loro fatti così! Questo è un nodo importante.
Ad esempio, in seguito, benché avessi fatto lavoro professionale in vari istituti di ricerca scientifica (a cominciare dalla Soris di Cominotti) e malgrado io mi sia laureato a Torino prima nellindirizzo economico con una tesi deconometria con dentro molta matematica e matematica\statistica, e dialogando con Contini e soprattutto Egidi (già allavanguardia allora in Italia nella matematica per le scienze sociali), e fossi uno dei rari in Italia ad esempio a conoscere Lazarfeld e ad aver fatto ricerche multivariate alla Hymann, analisi fattoriali ecc., per il semplice fatto magari che parlavo ed usavo pure nel giro operaista di metodi qualitativi, non sono stato creduto perfino da taluni accademici umanistici del nostro entourage un vero "scienziato" sociale. E una vicenda esemplare, per questo voglio riprenderla. E stato proprio laver sempre tenuto per me la mia formazione umanistica come una vicenda di gioventù e comunque strettamente privata, a farmi ritenere da quasi tutti destrazione sociale proletaria. La cosa ha avuto anche risvolti buffi.
Fra laltro ho fatto anche qualche esplorazione "empirica" di quali erano le funzioni effettive della "cultura umanistica" nella nostra società dopo il boom. Anche questo è stato molto importante! Ho già avuto modo di dire e scrivere che la questione della "cultura esplicita" è una delle tre o quattro che nel giro delloperaismo politico è implicitamente presente come un nodo importante, un vertice di un poligono, che però rimaneva sullo sfondo e non é mai stato granché tematizzato in quelle riviste. E molto significativo luso che fin dai suoi esordi cattolici ne ha fatto sempre Toni Negri, il quale fra laltro fu di estrazione sociale piuttosto umile (mi pare figlio della maestra di Poggio Rusco), il che ai miei occhi aumentava il suo merito. Essendo anche diventato barone in una disciplina più utile di quella di altri, parlava del "lavoro culturale" come faccenda di tattica, una specie di copertura necessaria anche ad uscire dallisolamento, ottenere sostegni nellarretratezza del mondo della sinistra culturale ed accademica italiana: Toni era consapevole dellambiguità della faccenda; ed anche il Cacciari del pensiero negativo, a sua diversa maniera, e poi allora Tronti, il Tronti di allora. Ma altri in specie a Roma? Buio pesto! Per me esemplare è stata la vicenda di Asor Rosa: la più divergente dalla mia.
Due parole su questesempio. Il fatto che conta in queste misere storielle è che malgrado certe prese di posizioni nietzschiane contro i valori e ciò che poi si riduce ad un valore, ad esempio questo figlio del ferroviere, mi pare, (Asor Rosa) abbisognava di unemancipazione personale mediante un ingresso, tradizionalmente specialistico inoltre, nella cultura umanistica accademica; per cui contraddiceva poi in tutta la sua pratica "professionale" certe sue sparate trasgressive: lui voleva salire dove io era nato, e dopo il mio tracollo ed espulsione da quel mondo ne avevo piuttosto disprezzo. Inoltre un altro nodo era quello dellimportanza che si dà alla propria professione: alcuni di noi lavevano messa in secondo e terzo piano o non l'avevano neppure: vi avevano rinunciato! E di quale professione uno va a scegliersi: noi anche per sopravvivere, come proletaroidi, noi della ricerca partecipata e conricerca cercammo di fare dei lavori che potessero servirci anche per la nostra militanza politica! A Torino, fra laltro, era colto da un lato Soave, dallaltro Rieser. Ma Panzieri?
Quello che conta di questa vicenda è che nei dintorni di quelle riviste come da un lato non riuscii mai a fare davvero passare in quei contesti "operaisti" proprio fra i capi la questione della "soggettività operaia", non trovai nemmeno la conoscenza e la sensibilità necessaria a discutere e trattare nemmeno della "cultura esplicita", e poi inoltre ad attaccare a fondo larretratezza culturale degli intellettuali di sinistra italiani! Cominciando da quelli che ci sostenevano senza capire quasi niente! La questione era però importante e non solo tattica: e rimase aperta! E forse sta ancora lì.
Non si trattava soltanto di superare la contrapposizione pure crociana e gramsciana e storicista fra la cultura umanistica e la scienza sociale e la cultura tecno-scientifica, come anche altri pure fra noi (lo stesso Panzieri) voleva. Ma si trattava di combinarle con un taglio trasversale entrambe, però in una maniera peculiare, e questo contava anche per il nostro metodo! Bisognava portare molto più a fondo lo studio, la ricerca, lesplorazione di questa peculiarità. E lasciar perdere tutto il resto! Ma per la grandissima maggioranza dellintellettualità sinistra, ed anche estrema, ciò non avvenne proprio! E fu davvero male!
Il discorso e lavoro culturale, secondo me, doveva essere soprattutto questo. Dovevamo dedicarci a scavare nei fondamenti metodologici ed anche epistemologici della scienza sociale e della sociologia? Certo, al minimo! Partire da lì. Vedremo dopo qualcosaltro.
Alcuni di noi, in quanto proletaroidi, campavano con la ricerca sociologica: questa era considerata dai più nelloperaismo politico degli anni 60 una questione privata. Però alcuni di noi volevano che se ne discutesse anche in termini "pubblici": ci sembrava che largomento già meritasse osservazione, ricerca, studio e riflessione, anche "politica", verso luscita dal labirinto del feticismo del capitale. Ma nella ricerca e conricerca che facevamo come gruppi che si richiamavano criticamente anche alla classe operaia ed alla tradizione storica del comunismo che si era detto e si diceva scientifico in maniera abbastanza oggettivistica e che nel 900 non mise più in questione la scienza-galileiana (cercando magari il difficile incrocio con eventuali altre concezioni della scientificità) noi non eravamo certo degli scienziati sociali tipici, professionisti tipici. Infatti lì in questo impegno militante collettivo a parole eravamo quasi tutti abbastanza daccordo di tagliare trasversalmente la scienza sociale galileiana per "soggettivizzarla" anche in senso politico, nei metodi e nei contenuti, tenendo conto della ricomposizione e risoggettivazione di classe di quegli anni, oltreché delle nuove determinazioni della società specifica in rinnovamento verso lintegrale attuazione della società-fabbrica occidentale; e così almeno quella ritardataria nostrana. Ciò esigeva un "discorso culturale" ben più profondo e radicale non solo di quel che potevano capire i picisti di allora, ma gli stessi fiancheggiatori ed anche alcuni redattori dei Q.R. e di Classe Operaia! Infatti non capivano. Questo è il fatto!
Usare la scienza guardando ad esempio pure alle critiche di Nietzsche ed ai fenomenologi ed agli esistenzialisti, e ai cosiddetti scienziati dello spirito, ed a Freud e poi più sotto a Jung, ad esempio. E poi pure cercando un vaglio critico di vari altri interessanti pastrocchioni che (come Morin) proponevano ambigue ma interessanti insalate, e guardando molto fra alcuni scienziati\filosofi, compresi certi politologi Ripeto, per cercare anche di uscire dal labirinto della teoria marxiana del feticismo capitalistico, ecc. Chi davvero almeno tentò di farlo? Non proprio i "barbari incolti"? Era questo il "discorso culturale" sul quale avremmo dovuto concentrarci tutti quanti. Ed essendo molto in pochi, lasciar un po perdere nel lavoro di ricerca politica la storia dellarte, della letteratura, della musica e della stessa filosofia.
In altri termini, questa diventava la questione della teoria e della pratica politica "di parte operaia" da tenere distinte ma mai separate, e delleventuale riproposta critica oppure no, ieri, di un nuovo tipo dintellettuale organico, e dello scambio coi militanti operai ed i militanti politici operai e della formazione reciproca di entrambi e della posizione decisiva del metodo, la questione di unélite magari interna alla classe, ecc.; nel contesto capitalistico in trasformazione ed innovazione in quella tardiva reindustrializzazione e dei movimenti, verso la lotta e la lotta della classe operaia. Se loperaismo doveva davvero essere "politico" ed in un significato particolare, cera da fare un immenso lavoro di scoperta, di produzione e dacquisizione di unenorme e in gran parte nuova conoscenza e di critica di questa, di vaglio critico, di ri-interpretazione, di nuova rappresentazione. Di sperimentazione ed esplorazione di un terreno vastissimo ed in gran parte nuovo. Un immenso e difficilissimo lavoro per esplorare nientemeno che le possibilità di dare un altro corso alla storia e trasformare quella società. E noi eravamo quattro giovani gatti, e senza una lira ed esposti in posizioni davanguardia e presi fra vari fuochi. Si sapeva pochissimo anche degli operai nuovi e vecchi, e cera un vuoto teorico anche intorno alla classe operaia e ad altre forze potenzialmente antagonistiche. Ma questi fiancheggiatori e sostenitori intellettualeggianti "destrema sinistra" di cosa si beavano? E a cosa i nostri stessi compagni dedicavano buona parte del loro tempo? Allora si poté fare molto poco, troppo poco. Dopo qualche anno tornai a studiare e ricercare per conto mio. Ed ancora oggi a mio parere certe questioni stanno ancora lì, malgrado tutto.
Loperaismo italiano degli anni 60\70 era definito "politico" dai protagonisti stessi. Perché ci sono stati altri operaismi ai quali essi si sono espressamente contrapposti e dai quali sono stati anche duramente attaccati. Cè stato e cè ancora fra laltro loperaismo populista ed assistenziale (di derivazione cristiana), e loperaismo sindacale, e una combinazione dei due; e questi si sono caratterizzati nel considerare gli operai, i proletari operai, come una "quota debole" della popolazione, e quindi bisognosa daiuto; e questi operaisti amavano gli operai, l'operaità stessa. Gli operaisti "politici" al contrario sinteressavano ai proletari operai perché contro ogni universalismo, li vedevano come una parte forte, una forza. Una forza\parte almeno potenziale da cercare di mobilitare per ottenere la trasformazione generale e radicale del sistema sociale capitalistico complessivo e da conseguirsi mediante una capacità dinfluire, un potere, sui centri di decisione dellintero movimento del sistema sociale, e in specie di riuscirci mediante il partito politico, come organizzazione di quella parte contro il capitalismo detentore dellinsieme. Ci sono stati però pure movimenti (come ad esempio poi la CISL ed in specie la FIM di Carniti, la FIOM un poco, e frange del PCI) che si sono mossi almeno a tratti al confine fra i due operaismi italiani degli anni 60\70.
Inoltre si trattava di un secondo operaismo politico appunto perché proprio per questo aspetto decisivo e "politico", anche per certe condizioni di ritardo ed arretratezza del capitalismo italico ancora agli inizi degli anni 60 e nella reindustrializzazione post-bellica, in specie nella rivista Quaderni Rossi si guardò molto al primo operaismo politico, ossia alloperaismo social-comunista a cavallo fra i due ultimi secoli, col suo modello di partito di massa non più solo di opinione ma di organizzazione dellagire politico, riferita agli operai di mestiere. Ed in specie al modello bolscevico. Per questo aspetto decisivo si trattò di una ripresa, di un ritorno, o di una regressione. Però ci tengo a precisare che a Torino nel 60-61, prima ed al di fuori della nascita dei Quaderni Rossi di Panzieri, il gruppo dei con-ricercatori si era mosso esplorativamente, sperimentalmente, sia forzando la tradizione consigliare verso nuovi modelli, sia cercando di andare oltre la politicizzazione di peculiari momenti della lotta e dei movimenti più propri delloperaio-massa (delladdetto linea di grande serie) dove ci fu e cercando strade per farla convergere verso questi nuovi modelli. Questo è importante ancora oggi.
Formulerei la seguente ipotesi generale sul secondo operaismo politico e sulla notevole importanza che ebbe in Italia (ma la vicenda italiana interessò pure operaisti politici di altri paesi europei ed anche extraeuropei), malgrado lesiguo numero iniziale di coloro che davvero tirarono la carretta
La sua importanza è stata soprattutto nellanticipazione, nel fatto che, anche per il ritardo dellingresso generalizzato dellindustria italiana nella "seconda fase" (che oggi si dice) tayloristico-fordista, alcuni peculiari intellettuali piuttosto comunisti seppero anticipare dalcuni anni larretrato movimento operaio "istituzionale" italiano funzionando come una vera avanguardia a partire da alcuni punti davvero traenti. Avvertendo fin dagli anni 50 che ci si trovava in una transizione verso una nuova industrialità capitalistica ormai anche in Italia, che si stava generalizzando unorganizzazione scientifica di nuova concezione del lavorare industriale, inteso non come un settore ma come una trasversalità tendenzialmente universale, una nuova maniera di lavorare e condizione del lavoratore operaio sia negli stabilimenti che nella società complessiva, e per alcuni operaisti anche una nuova soggettività operaia. Questi "secondi operaisti politici", ed in particolare quelli che erano passati per la conricerca dal 57 al 62, compresero studiando direttamente il come e le conseguenze, che sia il cosiddetto taylorismo come quellorganizzazione scientifica di massa del lavorare operaio, sia il cosiddetto fordismo come nuova politica di salari meno bassi per il consumo di massa della nuova produzione di massa cambiavano la società industriale capitalistica anche italiana introducendo una nuova ambivalenza, in cui criticare e combattere la faccia negativa ma valorizzare quella positiva della medaglia! Una nuova rappresentazione della nuova società industriale capitalistica fu introdotta in una sinistra in cui sia lintellettualità sia la leadership italiana (e non solo) era ancora ferma ad una visione ottocentesca del capitalismo e della società, dellindustrialità e del lavoro. Inoltre ciò avvenne pure attraverso la conoscenza (rarissima a sinistra) di unimportante letteratura internazionale anche di grande-destra. Questi giovani intellettuali di peculiare operaismo comunista erano già convinti che la vecchia visione e strategia socialcomunista che aveva come referente la prima antica operaità delloperaio "professionale" (il quale si muoveva nella stessa cultura dellaltra parte dellartigiano dimidiato, ossia della borghesia imprenditoriale; e quindi era scientista, tecno-scientista, sviluppista, per la programmazione totale ed autoritaria, e sacrificista ed universalista, ecc. ecc.) era come chiusa in un labirinto che ritroviamo anche nel pensiero e nella strategia di Marx e della socialdemocrazia classica e poi degli stessi bolscevichi, e non avrebbe mai potuto trovare la strada per uscire dal capitalismo uscendo anche dalla classe operaia stessa, senza una nuova teoria e strategia e un nuovo soggetto sociale per farla camminare. E pertanto era necessario trovare un nuovo referente sociale, socio-economico, per avviare il superamento del capitalismo.
Ma il nuovo referente sociale forte, potente e collettivamente forte anche se singolarmente debole ormai cera, era lì anche in Italia: era proprio quello che fu chiamato l"operaio-massa" di nuova e seconda operaità e soggettività operaia, che la nuova organizzazione scientifica e così razionalizzata del lavorare stava diffondendo pure in Italia. Giovani operai senza qualificazione singolare, unskilled, ma abbastanza scolarizzati, provenienti da famiglie di contadini e piccola borghesia proletarizzati che il movimento operaio socialcomunista riteneva a torto estranei e refrattari alla lotta di classe contro il capitalismo stesso, eso-aggregati scientificamente dal nuovo capitalismo. Questi nuovi operai avevano per slogan "più soldi e meno lavoro", e potrebbero essere definiti dei nihilisti fordisti, potenzialmente mobilitabili pure contro se stessi. La "rude razza pagana" che tanto ha scandalizzato il populismo; e così pagana (malgrado ad altri livelli di realtà fosse anche religiosa) pareva proprio necessaria! Ben poco li identificava profondamente con la tecno-scienza ecc. Così i secondi operaisti politici sulla scorta delle precedenti esperienze internazionali, scommisero sulla possibilità, la potenzialità di un loro coinvolgimento in una lotta di classe per la trasformazione complessiva del sistema sociale. Ma da farsi col partito. Nuovo. Che non cera. E su questa strada in quegli anni si ebbero in effetti movimenti (e ricomposizioni e risoggettivazioni) di forza straordinaria, per una serie di condizioni anche contingenti tardive, e per il fatto che anche una parte crescente dei sindacati operai fu trascinata nella presa di coscienza del nuovo capitalismo e della nuova industrialità e delle risorse che offriva anche ai lavoratori il nuovo terreno.
Ma anche questo nuovo referente operaio aveva i suoi limiti, e solo una nuova organizzazione politica poteva portare verso il loro superamento la nuova classe operaia in ricomposizione. Parve subito a molti secondi operaisti politici che mentre la loro rappresentazione socio-economica ed in alcuni casi anche antropo-culturale fosse adeguata ed importante, essi non sapevano e soprattutto i più nemmeno vollero elaborare una linea politica e, soprattutto limitati dalla tradizione "organizzativista" del socialcomunismo classico, una concezione del comunismo e del partito comunista adeguata alle condizioni nuove; e rimasero anchessi fermi allimitazione della banca del 1910, così intendendo il "leninismo" Così si votarono al fallimento, rapido; malgrado tutto. Non che la rivoluzione fosse davvero dietro langolo!
Allinterno di questo secondo operaismo politico, dai Q.R. in poi (e dalla rinuncia temporanea dei conricercatori a sperimentare modelli politici diversi per allearsi prima con Panzieri e poi coi "romani") si distinguono però almeno due momenti e vicende abbastanza diverse: soprattutto per la scala dellagire. Mentre intorno alle prime due riviste si mossero poche centinaia fra intellettuali e militanti ed inoltre il partito di massa al quale si guardò sperando di trasformarlo è stato il PCI, dal 69, a mio parere lanno in cui la lotta di classe-operaia italiana raggiunse il suo culmine, i nuovi periodici interessarono migliaia e decine di migliaia di militanti diversamente collocati nel lavoro\occupazione, ed allora alcuni "gruppi" cominciarono a considerare se stessi il partito e soprattutto si contrapposero al PCI, sebbene adottando a loro volta, piuttosto il vecchio modello bolscevico di partito! Entrambi fallirono.
Oggi siamo in unaltra ulteriore particolare transizione e passaggio di fase, e sebbene tutti ignorino quellesperienza storica trascorsa e perfino molti suoi protagonisti labbiano cancellata dalla memoria, adesso da un lato si ripropongono molte questioni che già si erano poste in quell'altra e precedente transizione al taylorismo-fordismo, e dallaltro chi andasse a guardare vedrebbe che molte peculiari odierne questioni hanno le loro radici in Italia nelle vicende di quegli anni. Voglio al riguardo sottolineare che, avendo già discreta conoscenza della letteratura di critica dellorganizzazione scientifica e del fordismo che già circolava in Usa ed in Europa fin dagli anni 20 e 30 del 900, magari pure fra pensatori di "grande destra", i secondi operaisti politici ebbero, nel loro "oltre Marx" e "oltre Lenin" fin da prima di iniziare la loro comune e temporanea esperienza, già quella visione critica che molti intellettuali della sinistra italiana cominciano ad avere solo oggi, quarantanni dopo, in questa nuova transizione: ad una terza operaità? iperproletaria?
Noi, i più legati fra noi, non solo a Torino, eravamo relativamente giovani. Però non tutti sprovveduti come oggi qualcuno dice. Questo non è proprio vero! Alcuni di noi in certi campi erano già più preparati di molti specialisti italici; anche se non ancora di tutti! Cera qualche apprendista, come allinizio Romolo Gobbi, che però era intelligente ed imparava in fretta.
A mio parere è relativamente facile mettere in relazione questa nostra relativa giovinezza con quella degli studenti universitari del 67\68: noi e loro tutti rampolli della borghesia oppure di una certa piccola borghesia: in un significativo e complesso ricambio generazionale! Se si va a vedere quasi tutti i leader del 68 italiano, in specie universitario, per tutta lItalia (poi giustamente cavalcarono Reich e Marcuse) provenivano dalle file delloperaismo politico; e taluni erano passati anche nella FGCI (come Sofri o Piperno) appena prima di incontrare questoperaismo. Ricordo che Rostagno (il quale veniva da Torino ed aveva una strana prima moglie impiegata alla FIAT che ci procurò dei colloqui) volle venire a fare delle interviste insieme a me, e mi trattava da suo maestro, ecc. Ed anche Guido Viale prima e dopo lesperienza di simpaticissimo "ragazzo alla pari" in Inghilterra girava intorno a Classe Operaia. Anche Franco Audrito, che andrà nella delegazione nazionale degli studenti universitari a "trattare" con il ministro (ed è colui che lo taciterà dicendo "tu ministro parla solo se sei autorizzato dallassemblea"), era stato due o tre anni con noi in prima fila. Ecc. Ma il discorso è da farsi anche o soprattutto per la massa degli universitari in rivolta: in specie nel primo anno: una rivolta che a Torino, a Trento e da qualche altra parte era partita nellautunno del 67, ma in certe Facoltà (senzaltro in Toscana) era stata preceduta da certi scioperi fin dal 65, 66. Orbene, pensavo che noi per alcuni non trascurabili versi eravamo anche fra gli anticipatori di una grande rivolta giovanile.
Per il fatto che ero ormai un "cane sciolto", a Torino io personalmente, malgrado fossi trattenuto da grossi problemi privati, nellinverno 67\68 seguii da vicino quella rivolta; anche perché leader e interi nuclei traenti venivano di continuo a stanarmi. Ricordo che mentre Romolo Gobbi in un primo tempo era stato duro e sarcastico contro questi figli dei borghesi e prossimi dirigenti in unItalia capitalistica più moderna anche grazie a loro, io pur rinunciando a discuterne con Romolo, insistevo comunque su certi risvolti di una loro ambivalenza, e fui subito vicino a loro, almeno proprio fin quando misero lo studio ed i rapporti scolastici in relazione al prossimo-futuro destino lavorativo di una buona parte di questi giovani e purtroppo non "fuggirono" davanti alle fabbriche, dove gli operai avevano ben poco bisogno di loro! E partecipai per loro fin quando lottarono sul terreno dellUniversità délite e della loro formazione.
Ma in una città come Torino vennero alla luce subito delle componenti, dei filoni peculiari, quando presto confluirono nella grande rivolta gli studenti medi: quelli degli istituti tecnici! Qui non era più solo questione nemmeno di piccola borghesia in proletarizzazione. Cerano soprattutto i figli di una vecchia classe operaia locale, e qualche figlio di nuovi operai. Magari loro pure in contrasto coi padri?
Questo cambio generazionale avvenne quasi contemporaneamente per quasi tutto lOccidente più avanzato. Partì dagli Usa, e ripeto che non fu solo una questione di piccola borghesia e borghesia subito per come si collegò alla guerra del Vietnam, come molti film anche commerciali ci hanno mostrato. E aveva grosse influenze sociali ed economiche (e qui il discorso da farsi é già enorme) ed investiva anche il mondo politico, istituzionale e no, soprattutto investendo le dimensioni soggettive. Questo è il punto. Bisognerebbe ricostruire nel tempo ed in generale e poi anche dentro il proletariato e poi dentro il grande gruppo sociale degli "operai di fabbrica" la storia di alcune decisive trasformazioni soggettive, mostrate dalla rivolta dei giovani studenti.
Infatti limprevista esplosione del movimento studentesco innanzi tutto universitario anche e di più nellarretrata Italia, nelle varie e importanti componenti della "contestazione globale" non mise in questione solo lorganizzazione della fabbrica tayloristica che si estendeva alla società cominciando a mostrare nei rapporti e scambi organizzati la razionalizzazione e la società-fabbrica di cui noi parlavamo già da vari anni. Colpendo pure assai il lavorismo e il tecnicismo produttivista del movimento operaio socialcomunista e cattolico tradizionale ed anche italico. No, non solo già questenormità che già vedevamo fra i giovani operai. Inoltre centrò anche lambivalenza del fordismo, mostrando, come dire, "la parte maledetta" di quel fordismo dei cosiddetti alti salari nel del consumo e superconsumo, e consumismo, di massa, sul quale dalla fine degli anni 50 in specie in centri del Nord convennero anche gli operai-massa ed in specie proprio e di più gli immigrati dal sud: quelli che i cineasti continuano a mostrarci solo come i poveri arrivati con gli scatoloni di cartone e che dormivano ammucchiati in certe carissime soffitte (e che adesso da anni sono proprietari di alloggi e manifestano da razzisti contro gli extracomunitari ). Alcuni di noi conoscevano già lambiguità etica ed ideologia, soggettiva, di questi ex contadini scolarizzati entrati nelle fabbriche razionalizzate. Conta questa scolarità. E lambiguità della stessa grande rivendicazione "più soldi e meno lavoro" stessa. E vedevano anche che gli studenti nel 67\68 coglievano e mostravano un nodo di contraddizioni che andava anche al di là di alcune componenti dello stesso rifiuto del lavoro e delletica lavorista del movimento operaio istituzionale e "tradizionale" medesima, contraddizioni sulle quali puntammo anche noi agli inizi degli anni 60 in termini di politicità poco più che congiunturale della questione salariale e di politica economica (su cui poteva anche convergere il sindacato ). Linea ambivalente e rischiosa che giungeva fino agli stessi "autonomi" del primo e di più del secondo Rosso negli anni 70, vicino proprio al proletariato giovanile. Cerano componenti soggettive denorme importanza che neppure quelloperaismo estremo seppe cogliere e trattare nei termini della nostra prospettiva politica. La questione del "più soldi" e per farne cosa diventava ben più problematica e scabrosa, e certi aspetti fino allora ignorati pure dagli eredi delloperaismo a cavallo fra gli anni 50 e 60 non potevano più stare nascosti in secondo piano! Momenti del nostro nihilismo incontravano momenti del loro
Certi aspetti pure di contenuto del socialcomunismo erano ormai fuori luogo per una doppia e contrapposta serie di ragioni soggettive, messe sul piatto sia da una nuova generazione di piccolo-borghesi e borghesi, sia dalle stesse giovani-forze operaie. Si apriva un grosso nodo di contraddizioni; da un lato il consumismo e ledonismo, che coinvolgeva anche i servizi pubblici riproduttivi e certi aspetti del welfare clientelare; dallaltro i costi umani, sociali, culturali, ambientali e soggettivi, etici in fondo, del consumismo di massa; moltissimi giovani studenti occidentali non solo non volevano più pagarli, ma chiedevano che la società ormai capitalistica (e non più solo borghese) cambiasse strada rispetto a tutto questo! Ciò fu capito da una parte degli operaisti alla sinistra del PCI solo dopo il 77 bolognese, e dagli altri mai! Ciò fu capito ben presto dal padrone collettivo che cominciò a spostare qui sopra la sua combinazione del bastone con la carota: la carota delledonismo operaio e poi iperproletario, ed il bastone dello sfruttamento nella nuova precarietà, anche soggettiva: rivolgendo qui sopra anche le nuove tecnologie e modelli organizzativi.
Di questo conversavo e litigavo con Franconi, il meno distante e più aperto, Dalmaviva, Magnaghi, e la Bressan, la Baba (Rosalba Serini) e parecchi altri neo-operaisti, ecc., cercando di farli desistere dalla proiezione del marxismo\leninismo storico su quel movimento; ma loro malgrado tutto non mi davano retta. Questi poi furono fra i fondatori di La Classe e poi del Potere Operaio nazionale, dopo la loro "fuga ai cancelli di Mirafiori": cancelli mitizzati, simbolizzati, ma dai quali restavano fuori! Fuori non solo in senso fisico. Magari con la pretesa di dirigere politicamente quelli che si muovevano dentro! Ma questa è unaltra storia, che però a sua volta andò pure a toccare dopo qualche anno limportantissima questione del "proletariato giovanile", nei primi anni 70.
Già a Genova, in piazza nel 60, "le magliette a strisce" non erano certo tutti giovani borghesi e neppure in Piazza Statuto: giovani di diversa estrazione sociale si mischiavano in piazza. Daltronde fin dal 60-61 avevo parlato di "giovani forze operaie", e di non piccole minoranze di giovani operai disponibili ad una "nuova" proposta comunista. Certo: gli addetti macchina taylorizzati e alle linee erano quasi tutti immigrati giovani; ma anche perfino fra i giovani ex-allievi FIAT di seconda categoria e pure di prima, e torinesi, la conricerca mostrava un generale disincanto e movimenti e mobilitazioni, anche soggettive: risoggettivazioni e inizi di rivolta. I meridionali addetti-linea scolarizzati: questi furono l"operaio massa" come la nuova avanguardia di massa in ricomposizione coi vecchi militanti che per una decina danni trascinò ed assimilò altri! Orbene malgrado le differenze, che però bisogna ri-stabilire attentamente, non cera qualche scambio e comunanza almeno con una certa parte di quegli studenti in rivolta, di nuova generazione? E perfino certe parole dordine della contestazione studentesca (contro la gerarchizzazione, lautoritarismo, la razionalizzazione capitalistiche pure sociali ecc.) non avevano un analogo significato nellorganizzazione tayloristica del lavoro? Ed alcune non partivano magari proprio da certe rivolte operaie? Solo equivoci? Assonanze esteriori? A mio parere, malgrado le sensibili differenze interne, era in corso una grande rivolta giovanile internazionale non tutta destinata, almeno nellintenzionalità di non piccole avanguardie-collettive, alla modernizzazione del capitalismo. In Italia questi ribelli furono rifiutati e denigrati dai partiti sedicenti "operai", con Amendola in testa, ma gli altri a ruota
Si. Mi contrapposi ai vari residui ed eredi delloperaismo-politico che volevano portare il movimento studentesco ai cancelli di certi stabilimenti abbandonando la lotta sul terreno della scuola e soprattutto delluniversità. E questa loro fuga avvenne proprio per il fatto che, non solo i leader di quel movimento prima erano stati quasi tutti con questo nostro operaismo, ed in una maniera piuttosto ideologica, religiosa direi, ma perché comunque gli operaisti pure in quattro gatti in certi luoghi erano stati una cassa di risonanza notevole delle lotte operaie e diffusori efficienti pure di mitologia operaista. Gli "studenti" avevano preso da noi pure la capacità comunicativa. Ed io ero sfavorevole anche al recupero dogmatico, acritico, del marxismo-leninismo storico proprio da parte dei giovani. Per loro meglio Marcuse, e anche Reich Ma il movimento studentesco passò come una meteora e nellUniversità non conquistò nulla!
Bisogna però premettere qualcosa daltro. Toccato il massimo del mio operaismo con il libretto FIAT punto medio, studiando la situazione internazionale ormai cominciavo a capire che da un lato cera da aspettarsi un nuovo "balzo tecnologico" ed organizzativo di trasformazione internazionale non solo del settore meccanico, ma di tutto il macchinario meccanico e il lavoro "meccanizzato", con la fine dellazienda processiva, degli investimenti estensivi dulteriore sviluppo ecc. E già si affacciava il primo decentramento ecc. E che dallaltro lato quella nuova e dirompente centralità operaia avrebbe toccato un tetto e poi avrebbe cominciato a ristagnare per mancanza di direzione ed organizzazione politica e sbocco politico. Cosicché era opportuno non tanto andare a testimoniare il proprio operaismo ideologico-affettivo ai cancelli degli stabilimenti, applaudendo alla lotta degli altri; senza neppure la capacità di mettere in atto una rozza conricerca (le due culture ri-diventavano anche due diverse "culture politiche"), cosicché magari certi capi dellex movimento venivano da me o magari da Rieser a chiedere quali problemi cerano in quella data situazione operaia o in quellaltra. Ma semmai cercare di aggiungere alla lotta degli operai quella daltri agenti sociali in altri nodi strategici e critici di quella società in movimento. Come appunto il nodo socialmente e politicamente e già strategicamente importante dellUniversità, della scuola e della formazione in generale. Pure per avere uneffettiva maggiore forza e peso sulla politica. Infatti nel 69 il capitalismo ed i politici del governo italiano chiusero la lotta degli studenti proprio con la liberalizzazione degli accessi, che portò nelluniversità massificandola ma senza nessun adeguamento di indirizzo didattico e di risorse una massa di ceto medio in via di proletarizzazione (ed iper-proletarizzazione) il quale malgrado tutto si sentì promosso e si godette una promozione che in vero nascondeva proprio liper-proletarizzazione avviata! Questo ceto medio in iperproletarizzazione con molti figli di operai ed ex-operai loro stessi da allora stava lì, in quel nodo, senza che nessuno nel "movimento" prendesse atto della sua presenza e proponesse o facesse qualcosa con loro! Tuttavia proprio a partire dal 68 si sviluppò proprio loperaismo e la proiezione allesterno pure dei professori di una sinistra un poco nuova, che si andò anche moltiplicando, e con loro di tutta unintellettualità, in fondo formata tradizionalmente nella vecchia cultura e cultura politica ottocentesca di cui dicevo prima: professori operaisti come militanti ideologi\agitatori, in fuga altrove. Che magari davano il 30 politico collettivo a chi andava a cercar di supportare lotte altrui, altrove. Fra laltro io fin dalla metà degli anni 60 sono stato sempre contro il "lottismo", il turismo lottista di chi andava e va a godere lo spettacolo delle lotte degli altri. Ed anche per i movimenti degli operai insistevo sul "radicamento".
Ed infatti, dai primi anni 70, nella previsione della sconfitta dellondata delloperaio massa, che pure non sembrava ai più avere ancora raggiunto il suo culmine, cominciai a studiare per conto mio proprio questo ceto medio in ipeproletarizzazione, e lindustrializzazione della società e da un lato a parlare di intellettuali-massa e di proletariato intellettuale anche al di sopra della classe operaia; e dallaltra di "operaio sociale" e di una crescente nuova operaietà che (come sempre avevo sottolineato già prima) ora diventasse ancor più indipendente dalla manualità e muscolarità; nel "passaggio in produzione" di questo nascente iperproletariato, che passava anche nella nuova università di massa senza pedagogia ed organizzazione e risorse idonee. Mi radicavo lì. Avevo una certa coscienza del rischio di ripercorrere per inerzia soggettiva e ulteriore carenza di conoscenza certe vecchie strade, e magari dilludermi sullemergere di una nuova avanguardia di massa che facesse precipitare di nuovo tutto quanto intorno a sé ed ai propri movimenti ed interessi. E questo è un rischio che si ripropone anche oggi! Cominciai a pubblicare qualcosa su ciò solo più tardi, nel 74\75, e poi nel 76 il tutto si riassunse abbastanza nel libretto collettivo Università di ceto medio e proletariato intellettuale. Ma oggi la questione delliperproletariato affettivo e cognitivo ed intellettuale (e magari di uneventuale nuova operaietà) è già cambiata unaltra volta.
Negli ultimi anni 60 e primi anni 70, poiché per diventare professore universitario non era indispensabile la laurea, avrei potuto diventare professore facilmente, e fare anche carriera. Ma questo proprio non mi venne neppure in mente. Fu solo dopo lingresso di questi studenti lavoratori in iperproletarizzazione lì dentro che comincia ad esplorare gli atenei Cominciai a Trento, nel 71, dove con lo stimolo di Massimo Egidi entrai nel "laboratorio" di Vittorio Capecchi per seguire alcune lauree di ricerca di certi studenti-lavoratori (i "geometroni") in seminari serali, soprattutto decentrati a Verona. Fu una maniera di avviare una specie di conricerca o ricerca per "ricercatori scalzi" proprio su questo nascente iperproletariato, da una lato, ed il suo muoversi nelluniversità dallaltro. Nel frattempo a Torino, a Scienze politiche, dove mi stavo laureando in economia, incontrai il professore di sociologia industriale, il socialista, mezzo lombardiano mezzo gauscista, Enzo Bartocci che mi chiese di fare qualcosa di simile. Bartocci stava per trasferirsi a Roma, così riuscii a subentrargli nel 73: era preside Bobbio.
Certo, la mia posizione nelluniversità non è stata confrontabile con quella di un grande barone come Toni Negri. Io fui prima un incaricato precario e poi un associato, non volli mai fare davvero un concorso per diventare ordinario per evitare certi condizionamenti soprattutto da parte di una certa sinistra istituzionale Comunque non avevo ad esempio il potere per magari trasformare neppure la mia cattedra in una base per la lotta di classe operaia, come fece Toni negli anni 60-70 col suo istituto (e poi i suoi colleghi gliela faranno pagare al tempo dellistruttoria di Calogero). Ma il fatto importante è che fin dal 70 quando entrai a Trento e poi subito a Torino non fui daccordo proprio su questo farne una base per proiettarsi altrove, limitandosi a questo uso differente e tardo-operaista (non arrivava nemmeno davvero alloperaio sociale) e paleo-comunista di questo vertice della formazione scolastica, ormai di massa. Il fatto era già che luniversità proprio come vertice della formazione era già essa stessa baricentrale e strategicamente per il presente ed il futuro dellarretrata società italiana e mondiale: era ormai anchessa e di più potenziale "fabbrica del soggetto", e non solo dellattore; ormai anche più di moltissimi stabilimenti taylorizzati\fordizzati dellindustria della fase classica, in via di conclusione. Il terreno della formazione non solo professionale, anzi; ma della capacità lavorativa ed attiva più in generale, e della personalità, dellidentità, e della soggettività che avevano luogo anche nella scuola pubblica. Doveva ormai essere un terreno baricentrale di ricerca, delaborazione ed anche di scontro. E poi fra laltro le caratteristiche qualitative del movimento studentesco, come ho già detto prima, nel passaggio dalluniversità délite a quella di massa, le componenti di quella "contestazione globale", magari sono state più vistose a Trento e in quel mondo di tradizioni cattoliche (ormai anche doperaismo cattolico ): lo slogan dell"uomo nuovo" venne da lì. I primi universitari avevano già ulteriormente sottolineato talune grosse carenze strategiche delloperaismo politico e di tutta quanta la tradizione socialcomunista anche nel senso di certi contenuti del leninismo (di cui si era considerato quasi solo laspetto organizzativo). Ma poi tutti gli altri studenti seguirono.
Ma anche come professore universitario a Torino da un lato ho cercato di fare capire, con scarsissimo successo, a docenti e ricercatori di questa Facoltà (che è stata a lungo di "sinistra") loccasione che certi settori del nuovo proletariato intellettuale offrivano per una lotta nuova e differente sul terreno delluniversità cui partecipassero anche loro. Dallaltro mi sono proposto subito come il piccolo centro di una diffusa rete di conricerchine di ricercatori scalzi (soprattutto insegnanti\militanti di scuola media in proletarizzazione, e così talora in lotta per conto loro, per lo più simpatizzanti o militanti locali di Lotta Continua, più che di Potere Operaio: questi ultimi erano più chiusi e rigidi); ed operatori di "servizi pubblici" a loro volta sempre più importanti, e spesso ex-operai e militanti di fabbrica (magari del PCI) diventati così impiegati di nuova estrazione e qualità soggettiva, in specie dal 75, quando le sinistre si trovarono in mano il governo locale. Il mio Corso di "sociologia industriale" era rivolto soprattutto ai nuovi studenti lavoratori e faceva appello alla loro esperienza lavorativa e riproduttiva per studiare e rappresentare le grandi trasformazioni che stava mostrando il sistema e la società industriale italiana, evidenziandone anche certe dimensioni politiche. Fare incontrare le loro esperienze con la teoria anticapitalistica per farle crescere insieme. Questo fra laltro attrasse anche ricercatori e docenti da altre sedi e regioni, più o meno militanti dei nuovi partitini, cui prestavo una specie di consulenza esterna di metodo e di merito, cosicché facevo un poco di conricerca diretta e indiretta a Torino, e poi uninchiesta-continua indiretta e diffusa su vari nodi italiani; ma anche esteri: venivano spesso soprattutto sociologi francesi e tedeschi. Finché quelli dei vari partitini armati non fecero terra-bruciata.
Continuai a lavorare così nellUniversità per mio conto, poi pur ritrovandomi in un progressivo isolamento. Finché negli anni 80 mi trovai chiuso in un piccolo ghetto, ed allora provai ad aprirmi un poco ai centri sociali, ecc. Ne ho ricavato solo la pubblicazione fuori da ogni rete commerciale di una mezza dozzina di libretti. Nel 2000 ho scritto una nuova versione del mio Modellone nelle mie nuove Dispense, intitolate Nella società industriale doggi, che non mi sembra proprio male. Presto andrò in pensione.
Per me questa è sempre stata una questione centrale. Alla quale ho sempre tenuto molto e per la quale in passato mi sono sentito sempre più frustrato e deluso dei miei "compagni". Non ho mai creduto che fosse un grande nodo facile, ed anche ora per comunicare un poco ho limpressione di doverne trattare a lungo. E una delle questioni più complesse, oltre che difficili. Il fatto che fu sempre ignorata negli anni 60 e 70 anche da quasi tutti i miei amici "compagni" operaisti mi rivela già tutto un grande semplicismo, una grande e davvero eccessiva semplificazione, piuttosto nella tradizione oggettivante ed economicistica del socialcomunismo storico, almeno a partire da Marx. Dirò magari dellaltro dopo, a riguardo anche dellaltra grande questione e grande nodo restato sullo sfondo: della questione delloperaità. Adesso e preliminarmente due parole sulla soggettività, allora.
Per quel che mi ricordo, credo di averne sentita per la prima volta la parola da Paolo Caruso e poi da Renato Rozzi. Forse nel 56-57. Il contesto immediato era allora quello di Enzo Paci e certi suoi allievi, e meno immediatamente della fenomenologia e dellesistenzialismo, ed un poco della psicanalisi. Da Heidegger a Freud magari passando per le prime chiacchierate su Lacan, Bataille e Merlau-Ponty (nel 59 ero andato in montagna con La fenomenologia della percezione nello zaino), ed il primo Sartre sul quale si è laureato Paolo, e la sua problematizzazione dellintersoggettività. Si tratta a questo troppo alto livello di questioni ontologiche, in cui non solo la fenomenologia ma anche Freud, in specie lultimo Freud, procedono radicalmente in questa prospettiva ontologica, ed in cui si cercava soprattutto di dare senso al primo (rimasto lunico) volume di Essere e tempo, che pareva sprofondasse parecchio nel niente. Pure in questa radicalità antimetafisica ed antiscientifica, contro il cogito cartesiano e il rapporto soggetto-oggetto (entrambi però ineliminabili) e lidealismo\realismo; cogito e contrapposizione soggetto-oggetto che per noi erano (e sono) in giuoco pure come base della scienza galileiana, della tecno-scienza, condivisi assai dallo stesso scientismo marxista. Per me derivava da questi discorsi un senso forte di disagio ed apprensione, ma anche di speranza. Perché daltronde io non solo volevo capire di più dei limiti e pregi della tecno-scienza come mezzo, e poi pure feticcio, ecc.; ma volevo ad esempio capire di più dellambivalenza che malgrado tutto sentivo nel "comunismo scientifico" di Marx e nella sua "rottura epistemologica", e poi anche dei bolscevichi. Però, qui fra i più radicali si volava troppo in alto Rispetto al nostro voler costruire macchine contro, al medio raggio. Questa filosofia con la sua soggettività astratta, con la sua metafisica che in certe dimensioni pareva inadeguata, ci serviva poco. Magari la più radicale poteva stimolare un certo orientamento critico, ma le vie di mezzo a chi voleva cambiare il mondo offrivano allora quasi solo entità astratte ed irreali.
Allora mi ero concentrato sulla "logica specifica delloggetto specifico", dove specifico già voleva dire capitalistico e nella sua ambivalenza. Nella (e contro la) società industriale ed appunto "specifica" al centro della soggettività ed intersoggettività era già da alcuni decenni il taylorismo. Ossia lorganizzazione scientifica e così razionale dellagire umano in lavorizzazione; agire che alterna e combina momenti di riflessione consapevole a momenti silenti, inconsapevoli, (quasi automatici). Organizzazione la quale oggi dallesercito e dagli stabilimenti passando pei servizi alle persone sta estendendosi allintera società fabbrica di capitale, coi suoi rapporti e scambi mercantilizzati. Qui la comunità era ipotizzata ed esplorata come (un residuo?) peculiare, sia inclusa che includente la società. Qui le persone agenti pagano qualcosa, or più or meno, della libertà in cambio della potenza, cercando un punto più o meno statico dequilibrio fra vantaggi e svantaggi dellappartenenza e dipendenza, e vantaggi e svantaggi dellautonomia. Però per noi questequilibrio doveva essere criticato e rotto soggettivando per valorizzare e promuovere esperienza diversa da quella talora mossa dallinnovazione e rivoluzionamento capitalistici contro la vecchia routine, e comunicando in reciprocità, coinvolgere e mobilitare forze sociali nella progettazione di un radicale (e rapido ) movimento della parte alta del sistema sociale.
Ma allora poi subito in unaltra dimensione meno alta (su un livello di studio e osservazione della realtà diverso e parecchio meno alto, nei dintorni del mio medio raggio), una dimensione pseudo-fenomenologica (e pseudo-esistenzialista), e una dimensione più junghiana, pure, e tra psicanalisi applicata qui come peculiare psicologia e psicoterapia da un lato, e al contempo dialogando pure in una dimensione dantropologia soprattutto culturale, dallaltro, dimensione dantropologia urbana e metropolitana, ecc., si parlava di soggettività in una maniera più ambigua, di compromesso, e contraddittoria, proprio per questa contraddittorietà, e relativa, ed ibrida: meno impraticabile pure per me. In fondo noi dovevamo assumere e criticare proprio il soggetto effettivo di fronte alloggetto effettivo, una soggettività attiva e lavorativa effettiva effettivamente osservata e vissuta, e farlo con varia sistematicità; ma semmai criticamente, con una certa consapevolezza dei limiti e delle conseguenze e pure tentando di spingere queste assunzioni oltre certi bordi Cercando appunto lincontro anche con la suddetta "rottura epistemologica marxiana", come più tardi la chiamerà Tronti. Si parlava anche in Italia, magari intorno a Pizzorno (libro chiave sarà presto Comunità e razionalizzazione) e sulle "riviste del disgelo" pure italiane già di nuovo di una "scienza sociale soggettiva": ecco, questoggetto misterioso era quanto mai attraente. Infatti non si trattava solo di Shutz, delletnometodologia e dellinterazionismo simbolico! Anche nelluso critico del cosiddetto "funzionalismo" (dice bene Guglietti che funzionalista in vero era semmai implicitamente il PCI, e razionalista, oggettivista, ecc.). Tuttavia in ben pochi "operaisti" studiavamo qui dentro, e criticavamo: contro Gramsci ma non del tutto, magari col giovane Lukàcs, ma solo in parte, o con Weber, malgrado i suoi limiti, o con Adorno ed Horkhaimer, sebbene avessero chiuso troppo in fretta certe grosse questioni, e con loro allievi od orecchianti, ecc., ecc. Da Husserl alla scienza altra, passando pel delirio o sogno della "scienza operaia" Quasi solo i "barbari incolti" si fecero carico di ciò: gli altri in fondo di fatto vedevano abbastanza il "discorso culturale" ancora nei termini Desanctis-Croce-Gramsci. Certo, come ho detto prima, meno il Tronti di allora, Negri che lusava come tattica di copertura, sebbene parecchio, e ieri anche Cacciari e qualche amico di De Caro (replico, oltre ad un nucleo di "barbari"). Non erano solo problemi cognitivi, ma a mio parere malgrado tutto cera anche un risvolto etico e religioso (ma non in senso confessionale). La questione che mi riproporranno negli anni 70 (ma già si affacciava allora) alcuni filosofi (fra i quali Neri, Rozzi) è quella della presenza del male in tutti noi, e nella tecnica stessa, anche al di fuori della società capitalistica. La tecnica (al di fuori della quale luomo non esiste) facilita la vita ma dà anche la morte. Come diceva Guido Neri con Rozzi, critica non solo delleconomicismo, ma anche dello sguardo (solo) tecnoscientifico sul mondo, e della sua ambivalenza! Come già non si disse granché sulluso capitalistico delle macchine, neppure si approfondì luso capitalistico della tecnoscienza. Tantomeno si è progettato o approfondito lavvio di una progettazione delluso comunista! Il comunismo tradizionale ed operaio non si è granché occupato di questo, e non ha nemmeno detto granché sullinteriorità umana, non avvedendosi nemmeno granché della propria religione! Nella tradizione comunista classica (operaia), pure leniniana (da non confondersi con lo stalinismo di moltissimi picisti), mancava tutta unambivalenza, pure lì in alto! Ma sugli statuti della scienza a livello internazionale si stava già incominciando a muovere lepistemologia (scientifica) di parte padronale che cercherà man mano di recuperare quel che potrà sulla via di nuovi paradigmi scientifici più flessibili e di più flessibile razionalità, per allargare ulteriormente il campo alla scienza-galileiana e così tecnoscienza: per nuove razionalizzazioni e macchinizzazioni capitalistiche.
E bene sapere anche che come molti altri di noi, io non sono entrato nella mia maggiore crisi allinizio degli 80 e tantomeno con la caduta del muro. Ma ho vissuto una crisi anche più profonda verso la metà degli anni 50 ossia ai tempi del mio primo incontro con la religione marxista e socialcomunista succeduta allaltra cercando una via duscita da certe trappole e labirinti: la questione del feticismo mi si prospettava più come neo-comunista (ad esempio nel 60) che come operaista: il comunismo operaio più come rielaborazione del comunismo che come fede operaista: quindi, operaismo critico e sperimentale. Ambivalenti?
Inoltre per me fin dal 56-57 si era aperto un altro squarcio, o due, anche per capire un poco meglio loperaietà e la soggettività operaia effettiva: da un lato la conoscenza di D. Mothé di cui presentai a Torino nel primo 1960 il Diario di un operaio, e la lettura di altri diari di operai americani e di romanzi su storie di operai taylorizzati americani e loro storie di vita pubblicate pure in Italia. E poi saltava fuori pure tutta una certa letteratura storica e sociologica europea su questo. Mothé ad esempio diceva che gli operai venivano trattati anche dalla sinistra come monumenti (al partigiano), o come mere mani o meri stomaci, ma erano invece persone intere con i loro valori e la loro quotidianità, le loro sofferenze, le loro memorie ed i loro immaginari e desideri, ed i loro piaceri e gratificazioni anche materiali, o anche spirituali, ecc. Che gli intellettuali soprattutto di sinistra ignoravano, ma lui un poco descriveva. Questo primo squarcio Dallaltro lato a Milano ed a Cremona avevo cominciato anchio a mettere il mio naso antropologico ("con quel naso che ti ritrovi", mi diceva Renato) nella vita e nelle case degli operai. Fra laltro anchio ho dato una mano a Danilo Montaldi per Milano Corea. Mi ingerii fra lavoratori in fabbriche taylorizzate, più o meno, della zona sindacale di Piazza Napoli a Milano, poi guardai ai semilumpen dellUfficio tecnico comunale cremonese, alle ragazze silicotiche delle ceramiche cremonesi, agli operai della terra ovvero della "fabbrica verde" o di certe fabbriche medio-piccole di Cremona (lOcrim): su un versante lorganizzazione delloccupazione lavorativa nello stabilimento, dallaltra parte la vita ed appunto la soggettività, la cultura soprattutto, nelle loro case e quartieri Da allora mi abituai a praticare una mia abbastanza sistematica "osservazione partecipante" antropo-socio-culturale che mettevo anche in prospettiva variamente politica, la quale allinizio fu una sorta di antropologia operaia e\o proletaria.
"Personalmente" avevo una forte curiosità per le persone di formazione ed educazione diversa dalla mia, fin da bambino. Questa derivava anche dal fatto idiosincratico che, proprio per la mia origine piuttosto aristocratica, mi trovavo sempre a disagio anche con certe dimensioni dei ruoli sistemici degli altri e coi rapporti terziari, e che sempre cercavo di personalizzare i rapporti con tutti quanti, passando comunque pei ruoli, anche nella metropoli. Trasformare i rapporti in relazioni, aspirando ad unaltra maniera di comunicare e ad una socialità quasi sempre impossibile. Anche molto con le donne: in specie con le proletarie, proletarie due o tre volte (nella doppia e tripla presenza). Ma quello che ne ricavavo dovevo tenermelo quasi tutto per me, in specie dopo ladolescenza cremonese. E ben di più a Torino e nel lavoro politico "operaista".
Così cominciai presto a sostenere, inascoltato, anche in sedi politiche pure operaiste o di comunismo critico, purtroppo critico più del PCI che della tradizione comunista in generale, non solo la necessità di passare pure per i singoli anche a proposito dei membri della classe operaia, dicotomica e no, pei singoli o gruppi, ecc., daccordo abbastanza (ma con riserve) con lamico Renato Rozzi. Ma anche, in collegamento con ciò, sforzandomi di capire comerano davvero e di cosa davvero deprecavano e combattevano o si sentivano vittime, o avevano bisogno e desiderio e cosa sognavano, ecc., gli operai: i vari tipi di operai. Perché ci era già evidente che non cera unoperaità sola, ma ce nerano diverse e compresenti; e legemonia passava dagli uni agli altri, a seconda ed in interazione con trasformazioni economiche e sociali, e di altro, ma sempre più a seguito anche di interazioni con precise politiche culturali che anche il padrone italico cominciò presto a fare, anche con nuovi mezzi di comunicazione di massa: dai rotocalchi stampati e la radio ed il cinema alla TV. Io sono solito dire che il padrone ha vinto a cavallo fra gli anni 70 e 80 più coi rotocalchi che con le stesse nuove tecnologie, pure spettacolarizzate! Oggi tutto questo è archeologia, interessa gli storici! Penso da tempo che ormai loperaismo comunista e socialdemocratico, come dice Pentenero, sia uscito dallimmaginario iperproletario, e bisogna girare pagina.
Orbene, la (loro) soggettività. Come lintendevo allora? Direi: ciò per cui si è veramente se stessi, distinguendola quindi anche dallidentità Direi: linsieme delle condizioni che fanno il vero soggetto, con sua autonomia e originalità ed intenzionalità e capacità diniziativa personale e di gruppo e nel gruppo. E così era anche questione di una soggettività collettiva. Qualche spunto ho trovato dopo in diversi scritti di Toni Negri, il quale si dichiarava per lappunto filosofo del soggetto Ma poiché il soggetto in questo senso mostrava di essere in vero abbastanza e sempre più raro, presto mi accontentavo di molto meno. Certo, la soggettività proletaria\operaia andava letta soprattutto nei movimenti e nelle lotte. Ma senza escludere anche il momento dei singoli, ed approcci piuttosto antropologici (però evitando lo psicologismo: per questo la fenomenologia ).
Ma ci si può chiedere perché mai questioni così elementari ed ovvie erano negate o rifiutate anche allinterno di una cultura politica comunista? Per rispondere un pochino ri-uso anchio alcune comode distinzioni, come fra laltro quella fra soggettività politica e soggettività operaia che usate anche voi. E che si potrebbe poi incrociare con la distinzione che pure voi fate fra militanti operai e proletari e militanti politici, cercando di non finire a parlare del sesso degli angeli Fu per questo che allinizio degli anni 70 ho messo gradualmente al centro la formazione, il grande baricentro della formazione (e della comunicazione, della conoscenza, dellintrattenimento, la questione difficile e complessa del piacere, ecc.) e il "grande ambito" della riproduzione della capacità-attiva\lavorativa umana-vivente (in mercificazione): e della tecno-scienza applicata a ciò. La formazione dellintera personalità nella capacità-lavorativa, per il lavoro\occupazione e per la sopravvivenza e riproduzione, e quindi anche quella della soggettività, proletaria, operaia, politica E magari ipotizzando che il grande padrone mondiale, verso la globalizzazione o quella ulteriore, magari perseguiva una loro sovrapposizione e convergenza verso ununica cosa. Inclusa certa contro-formazione alla conflittualità ed alla lotta. Pure per dei fini, con del senso.
Comunque si può anticipare una risposta semplificata alla suddetta domanda, come ipotesi: la cultura e tradizione politica e religione comunista storica immaginava gli operai (professionali) come gli eroi del lavoro e della tecnoscienza che si sacrificano con ogni virtù pel bene della collettività. E chiuso! Con un dogmatismo robusto e contagioso. Puri angeli del bene; il male se cera era tutto delle componenti parassitarie del capitalismo, del fascismo e semmai delloscurantismo cattolico. E la soggettività? Ma gli eroi della rivoluzione sidentificavano davvero con gli eroi del lavoro?
Nei secondi anni 80 in qualcuno dei miei libretti ho rimesso in giro una definizione nuova e più ibrida della soggettività in cui era in primo piano la dimensione "culturale", a metà fra la concezione umanistica e quella antropologica della cultura. Adesso mi rifaccio a quella. E fondamentale premettere anche qui che di per sé la soggettività ed anche quella proletario\operaia implica qualcosa dautonomo ma in sé non è nientaffatto antagonistica. Pertanto se talora qualcosa dantagonistico appare dobbiamo spiegarcelo, chiederci come mai. Ed allora ciò è magari spontaneo (quanto? come?) od è stato indotto da altri, e da chi e come e perché e con che conseguenze. No? La contro-soggettività è stata sempre abbastanza rara: quando la si intravede bisogna osservarla a fondo; e magari qualificarla in certa progettualità?, farla crescere ed usarla?
La soggettività ad ogni maniera cambia col tempo, e quindi anche coi luoghi. E questo poneva già pure la tediosa questione del materialismo storico Frasi come "la cultura dominante è la cultura delle classi dominanti" erano per me vere ipotesi di lavoro. Anche la soggettività operaia e proletaria però, con loperaietà dentro la proletarietà e come forma storica e contingente di questa cambiava e magari là dove non è ancora estinta cambia ancora adesso (ma quali sono le determinanti delloperaità nella proletarietà? Questo qui non si è ancora detto!) sta cambiando nel tempo storico, e quindi nei diversi luoghi, anche allinterno della stessa Italia. Nellincrocio con le culture locali, che sembra siano state per secoli le più forti anche dentro il capitalismo. Ed hanno determinato i più forti conflitti. Lo dice anche Màdera Si tratta delle varie forme soggettive delloperaietà, e in quelle della proletarietà, che si rideterminano anche nei luoghi diversi. Cambiava e cambia anche quantitativamente e non solo qualitativamente: ora ce nè di più, ora ce nè meno. Però per lipotesi di almeno implicita autonomia, quando ce nè tanta magari è più fondato ipotizzare dellantagonismo. E bene anche distinguere fra modernità e cultura occidentale, più o meno nel capitalismo, e nellindustrialità capitalistica. Malgrado tutto anche più o meno come fa Huntington (che trovo più provocante di Hardt col suo impero che colleziona dogmatici pappagalli: penso che ci sia una certa differenza fra Hardt e Negri, e preferisco il secondo. Penso che Toni da un certo momento in poi non abbia più trovato i partner giusti). Ed io direi: "lo scontro delle culture", assai locali, nella civiltà capitalistica tendenzialmente globale. Cè poi in specie lo scontro delle culture politiche, ma anche il sub-scontro delle culture proletarie ed operaie. Ciò nellinteragire con lambivalenza della globalizzazione Però, in primo luogo, proprio nel suo incontro e scambio con le grandi dimensioni degli "interessi" economici e politici. Non isolare la soggettività. Non separare cultura e religione dalleconomia e dalla politica. Tuttavia, in secondo luogo, anche nella cultura e nella religione vedere quelle locali in interrelazione con la tendenza, mirata alla globalità. Huntington può servire ai sinistri per uscire dalleconomicsimo e dalluniversalismo. Servire ad una certa critica del materialismo storico più piatto
Ma era ed è poi tanto difficile mettere tra parentesi certe ideologie, anche nostre, ed andare a vedere comerano davvero fatte le persone proletarie? Comerano fatte dentro? Intanto e ad esempio Marx aveva detto pressappoco: "non le loro coscienze ma quello che sono costretti a fare": da cosa? per cosa? E questipotesi si mostrava già buona: per certi fini a certi livelli andava proprio bene così. Ma alla fine degli anni 50 nella sinistra storica era già una mezza rivoluzione andare a vedere comera davvero qualsiasi cosa, anche questa! Ma ad altri livelli e per altri fini proprio si riproponeva ciò che il giovane Lukàcs aveva cercato di riproporre come il nodo della "coscienza di classe", fallendo malinconicamente. Ed allora era addirittura blasfemo da quelle parti chiedere <"come sono dentro" i nostri referenti monumentalizzati?>.
E cè per me la grande questione dellambivalenza: oggettiva nel senso dellambivalenza del capitale di cui gli operai sono una parte, cosicché, come dice Pentenero, il capitale era la grande risorsa anche per loro. E appunto lambivalenza soggettiva: ipotesi di ambivalenza della soggettività operaia, in cui la parte autonoma era ben piccola rispetto a quella di membri di quel sistema-specifico lì. Ambivalenza non tanto nel senso che stai sul filo del rasoio e non cadi né di qui né di là, ma in quello che magari per farlo dovevi prima cadere da tutte e due le parti insieme! Ripeto ancora: nei primi anni 60 nello stesso triangolo industriale gli operai che si dicevano anticapitalisti erano pochi. Ma ancora nei primi anni 70 e seguenti rimasero solo una più vasta minoranza. Ma come lo erano? E perché? Ci sono state davvero in certi particolari momenti storici consistenti minoranze antagoniste: come mai? Per quali alterità più o meno oniriche? E temporanee? Da cosa allora dipendeva? Io ho già messo in giro varie ipotesi
Se il proletario è colui che ha solo la sua capacità, e nel capitalismo la mercifica e laffitta, e nè spossessato rimanendone solo titolare formale, e così si presenta soprattutto nella sua contingente forma operaia, come allora è loperaietà stessa come contenuto storicamente transitorio di essa? E se in generale e come ho già anticipato loperaietà industriale è lavere la capacità e la forza di attivare ed innovare il macchinario e lorganizzazione tecno-scientifici capitalistici trasversali, comè stato quel contingente "comunismo operaio" nelle sue precedenti stagioni?
Ripartiamo adesso molto schematicamente dalle differenti proletarietà operaie e operaità, come le propone da tempo una vera e propria piccola tradizione.
Come sapete benissimo, ci sono stati gli operai dellartigianato poi sussunti dal capitalismo e diventati gli operai professionali di fabbrica, però affiancati ed integrati negli stabilimenti dalle donne ed i fanciulli, gli usnkilled della prima fase storica, in specie nella prima manifattura. Nella prima fase dellindustria che giunge fino alla "grande industria" di Marx. Il momento più studiato è stato quello dellambigua ed ambivalente aristocrazia operaia Dice il Pentenero: "dobbiamo andare a guardare davvero nel nodo dei rapporti fra i militanti politici ed il potere: tutti quei militanti che quando vincevano e prendevano potere si trasformavano sempre più in padroni E così ancor oggi, per gli hackers ecc.: erano tutti avidi arrivisti e quelli che ce lhanno fatta oggi sono padroni di ricche imprese ". Però non per tutti fu o perfino è tuttora così, anche perché perdevano molto spesso: qui il comunismo storico o comunque luscire dal capitalismo vissuto come una religione, erede anche daltre religioni, ed eresie
Poi è arrivata la razionalizzazione tayloristica e fordista che ha messo nelle fabbriche i contadini come "operai-massa" combinati in maniera nuova anche con i professionali che mutano. In Italia questa seconda fase, che dico "classica", è partita subito nel primo dopoguerra in alcune fabbriche soprattutto torinesi, ma poi la nuova industrialità si è allargata lentamente al resto del lavoro occupazionale e di quello industriale, cosicché la composizione statica di classe proletaria ed operaia (del grande gruppo sociale operaio in senso sociologico: ma io dicevo e dico anche che in certi periodi è stata molto la classe dicotomica a fare la classe sociologica!) ha visto a lungo uno spettro ampio di condizioni. Il clou sono stati (e sono adesso in altri paesi e continenti) i contadini giovani scolarizzati, nella grande serialità del sistema uomo-macchina. Voglio ricordarvi solo come i rari giovani comunisti, piccolo-borghesi in rivolta, nel 60-61 ce lavessero con lautomobile, con gli elettrodomestici: odiavano le mogli proletarie che compravano a rate rendendo i mariti operai "schiavi delle cambiali", perché erano già "schiavi della pubblicità!" Non cera mai lambivalenza, la considerazione dellambivalenza anche degli operai comunisti stessi: o tutti di qui religiosamente nella religione del comunismo, o tutti di là nella religione "della vita quotidiana" e nel feticismo del capitale e del capitalista. Nella cosalità, ripete Màdera da Marx.
Poi è venuta la terza ed odierna fase che io dico delliperindustrialità e delliperproletariato nellipercapitalismo: tutto iper; ma qui che operaietà cè? Ma cè ancora? Ma cosa é loperaità in generale? Adesso abbiamo qui e nellOccidente la complessa e complicata soggettività iper-proletaria. Un bel nodo! Nella nuova ambivalenza della trasversalità del lavorare specifico. Ci vorrebbe anche un G. Anders dellinizio del nuovo millennio, ma capace dambivalenza Comunque negli ultimi ventanni non ho fatto quasi altro che proporre ipotesi sulliperproletariato nellOccidente! Con la psichicità (timica ed emotiva, della mente e dellanima, incarnate: lavorare mentale di iper-proletari ulteriormente e sempre più proceduralmente scolarizzati, diplomati). Col lavoro formalmente autonomo e schiavistico, il ritorno dartigianalità nelle nuove tecnologie scientifiche, il graduale prevalere del lavoro di consumo e dellessere anche occupati nella riproduzione della capacità umana, con lulteriore femminilizzazione delloccupazione; con quella che anche voi chiamate la colonizzazione culturale, e le nuove conflittualità, ecc. ecc. Sono un po stufo. Anche a me piacerebbe uscire anche da questi linguaggi, girare pagina, magari rovesciando Kelly o assumendo gli "abitanti" di Magnaghi, ma vedendoli anche mobili nellinfosfera, nel virtuale, nella "comunità senza territorio" e sempre provvisoria di cui racconta Bifo Berardi? Però molti problemi (non solo nei livelli alti) sono rimasti sempre quelli ottocenteschi, sempre aperti; anche nellinterpretazione storiografica.
Adesso lascio a voi il bellesercizio di provare ad ipotizzare cosa corrisponde sul piano della soggettività e soggettività operaia a queste tre grandi epoche e figure della proletarietà e lì dentro delloperaietà. E anche un ulteriore riscontro dellipotesi scabrosa del materialismo storico: ambivalenza
Come ho scritto da molte parti anche di recente, la questione storiografica per me centrale è che, malgrado ciò che più in generale la cultura proletario\operaia ha nellindustrialità in comune con quella del capitalista industriale da cui proviene nella dimidiazione dellartigiano della civiltà contadina, pur tuttavia ci sono stati alcuni periodi anche in Italia in cui vaste minoranze e perfino fugaci maggioranze operaie hanno mostrato una cultura ed una soggettività loro diversa! Ed allora mi vado chiedendo e chiedo anche a voi: come mai? Questo a mio parere dovrebbe essere il principale nodo di ricerca storiografica per degli storici non conformisti, tuttoggi! A mio parere anche il successo di romanzi storici come Q e certi di Evangelisti (quelli dellInquisitore) deriva molto dal loro scavare già un poco lì dentro e in questa direzione
Però ora complico ulteriormente il quadro magari regressivamente, guardando ancora indietro, indugiando ancora nelle eredità del mondo trascorso, perché se è relativamente facile parlare della soggettività-politica e delle grandi culture politiche tradizionali del movimento storico operaio, appunto piuttosto "tradizionale", io mi chiedo e chiedo se non sia il caso anche di incrociare le due e non solo riscontrare, mediante il nodo dei militanti politici ed operai, lesistenza di una peculiare soggettività politica proletaria ed inoltre operaia! O invece è plausibile oggi un "comunismo post-operaio"? Diper-proletarietà non più operaia e che neghi se stessa? Basta!