Gennaio 2000  intervista/

MILWAUKEE E PINEROLO

Operai e tecnici della Beloit Italia di Pinerolo in lotta per salvare una fabbrica competitiva, portata al disastro da scelte sbagliate, e decise da lontano, e da catastrofi come il crollo asiatico. Operai specializzati con alle spalle una formazione di dieci anni

Intervista aEnrico Lanza , sindacalista Alp (Associazione Lavoratori Pinerolesi) e due operai Beloit Italia.

La vicenda della Beloit Italia è finita sulle prime pagine dei giornali soprattutto per un licenziamento collettivo avvenuto via e-mail. La situazione però è piuttosto complessa e viene da lontano. Puoi raccontarci?

Enrico Lanza. La Beloit è una ditta che fa parte di un gruppo multinazionale con casa madre e uffici direttivi negli Stati Uniti che produce macchinario per le cartiere. E' entrata in Italia nel 1958, 40 anni fa, acquistando la Cartiera Burgo qui a Pinerolo.

Nel passato Beloit Italia produceva il suo prodotto come centro di profitto, ossia gestiva in proprio una fetta del mercato mondiale concordato con la casa madre con un bilancio proprio, con una propria struttura amministrativa e commerciale, rendendo conto alla casa madre solo attraverso il pagamento di royalties per la tecnologia utilizzata.

L'azienda ha tuttora elevate capacità produttive e tecnologiche, con un ufficio tecnico di alto livello per il calcolo e il disegno dei pezzi del nostro prodotto, un'officina che comprende una carpenteria pesante e macchine utensili in grado di lavorare pezzi di grandi dimensioni, che vengono poi montati da tecnici altamente specializzati. C'è infine un ufficio commerciale in grado di dialogare con clienti di tutto il mondo.

Purtroppo negli ultimi anni è iniziato un processo di pesante ristrutturazione che ha trasformato i vari siti, tra cui Beloit Italia, da centri di profitto autonomi a centri di costo, ossia entità aventi la sola autonomia produttiva ma senza la possibilità di acquisire e gestire in proprio gli ordini come in passato.

Questa trasformazione, accompagnata da un rapido avvicendarsi di gruppi di management, a livello di casa madre, ciascuno con una propria strategia che non seguiva il lavoro iniziato dalla precedente amministrazione, ha accentuato e accelerato una crisi già esistente. Si è così giunti alla decisione di chiudere una serie di fabbriche o di sottoporle ad amministrazione controllata. Del resto, con cifre di indebitamento vicine ai 2000 miliardi e con 40 aziende messe in liquidazione, la decisione di chiudere la Beloit Italia, arrivata il 15 settembre di quest'anno appunto via e-mail, era ormai quasi scontata. Inizialmente si era anche parlato di riduzione di personale ed eventualmente di una nuova attività perché nel processo di accentramento decisionale e di esternalizzazione del lavoro, quello che si faceva qui è stato spostato in Polonia, altro stabilimento europeo assieme a Francia, Inghilterra e Austria.

(primo operaio). C'è anche da dire che siccome noi nella fabbricazione di questi macchinari non lavoriamo in serie, bensì su commessa, in tutte queste fasi, quando uno sbagliava a livello di alti dirigenti americani, veniva cambiato e chi subentrava introduceva un nuovo staff e tutta una serie di procedure. Quindi c'è stata una politica dissennata, nel senso che, per esempio, uno di questi arrivava dal dirigere una multinazionale di elettrodomestici e si è messo a organizzare le Beloit come se facessimo lavatrici!

Insomma, da un certo punto in poi non si è più fatta ricerca tecnologica, e nemmeno analisi di mercato, ma tutto si è concentrato nella riorganizzazione e la cosa a un certo punto è crollata.

Enrico Lanza. E ora il dato vero è che gli americani hanno deciso di liquidare questa azienda, quindi hanno licenziato tutti, operai, impiegati e dirigenti e hanno messo in liquidazione la fabbrica. Questo è un po' il succo della storia.

A quel punto il problema è diventato come mantenere un'attività produttiva che i proprietari, gli americani, non sono interessati a continuare.

Dall'arrivo di quel famoso e-mail tutte le nostre iniziative infatti sono state tese a trovare qualcuno disponibile a investire su di noi con un piano industriale, e a contrattare con gli americani la cessione della fabbrica coi marchi e i brevetti, azione che tra l'altro a loro converrebbe dal punto di vista economico.

)primo operaio). Devo dire che una conseguenza del fatto che il nostro licenziamento è avvenuto via e-mail è stata l'apertura di un nostro sito: se il mondo va così, tanto vale stare al passo.

Nell'ultimo incontro, il sindacato ha chiesto se c'era intenzione di ritirare la richiesta di messa in mobilità dei 436 dipendenti e l'azienda per il momento ha detto no.

Ora però non siamo ancora entrati in mobilità, ci sono 75 giorni di tempo, per cui dovrebbe scattare il 15 gennaio.

A fine novembre però è terminata la cassintegrazione straordinaria, per cui si aggiunge un ulteriore problema, nel senso che per tutte le persone che in questo momento sono a casa, l'azienda si chiede se sia il caso di farle rientrare, o se sia meglio pagarle per stare a casa. In effetti, far rientrare tutti i 436 dipendenti con effettivamente solo un 20% di lavoro rispetto al pieno regime creerebbe tutta una serie di complicazioni. Noi comunque, come lavoratori della Beloit, per ora abbiamo deciso di non bloccare la produzione, pur partecipando alle dimostrazioni nei giorni decisi, facendo le nostre assemblee, i nostri incontri e anche gli scioperi.

All'inizio era arrivato l'ordine dall'America di non prendere lavoro oltre le 4 settimane di consegna.

Fortunatamente, il liquidatore che si è ora insediato al posto del nostro direttore generale ha aperto un portafoglio di ordini che dovrebbe concedere un margine di libertà almeno fino ad aprile.

La Beloit Italia era conosciuta in tutto il mondo per le proprie macchine da carta...

(secondo operaio). Una macchina da carta è un investimento poderoso. Parliamo di macchinari a tecnologia elevatissima e in effetti le nostre macchine da carta sono finite in tutto il mondo. Abbiamo prodotto per paesi qui a 30 km, come per la Cina, la Nuova Zelanda. Eravamo i produttori del 70% delle macchine da carta. Abbiamo esportato tecnologia, sviluppo e anche un certo benessere economico, perché attorno ad una cartiera girano molteplici attività, c'è un considerevole indotto. Nel terzo mondo di solito era un'intera regione ad esserne beneficiata, a volte ci sono stati dei paesi interi a trarre profitto da una macchina da carta. Inoltre 30 anni fa, dal momento in cui veniva acquisito un ordine alla messa in atto passavano un paio d'anni; adesso nel giro di nove, dieci mesi, al massimo un anno, saremmo in grado di consegnare una macchina da carta.

Negli ultimi anni la casa madre, gli statunitensi, dopo che siamo stati assorbiti da questa multinazionale (prima eravamo sotto il controllo di una famiglia americana), ci hanno ridotto drasticamente: ci hanno impedito la nostra funzione originaria, che andava dalla progettazione alla messa in atto, assegnandoci esclusivamente la fabbricazione di parti di macchine, e sempre a decrescere. Qui va riconosciuta anche una corresponsabilità dei nostri dirigenti, perché la Beloit Italia, ad esempio, per ridurre i costi, ha incoraggiato il decentramento, in particolare in Polonia, e così a un certo punto gli americani hanno detto: bene, ma adesso che avete dato tutto il lavoro fuori, voi a cosa ci servite?

Perché noi qui oggi non facciamo più le macchine, ma ne saremmo tuttora capaci. Infatti il discorso che facciamo come maestranze, dalla dirigenza all'operaio, è che abbiamo le capacità produttive solo che siamo impediti per un disegno strategico.

Parlavate di uno stato di crisi che si è aggravato nel tempo in seguito a varie congiunture, non ultima la crisi asiatica...

(secondo operaio). La storia della Beloit degli ultimi anni è legata a un susseguirsi di scelte strategiche errate e a vicende internazionali. Credo si debba partire dal fatto che il nostro gruppo industriale aveva fatto un'analisi di mercato completamente errata. Secondo le loro previsioni e analisi, il mercato in Europa era "corto", cioè che non ci sarebbero stati ulteriori sviluppi; la direzione del nuovo mercato era il Sudest asiatico. E loro avevano individuato proprio l'Indonesia come nuovo bacino. Così, di lì a poco abbiamo iniziato a costruire due macchine da carta proprio per un ex magnate del luogo, un cinese ricchissimo; un'operazione di circa duemila miliardi... Senonché poi, come sapete, è scoppiata la crisi asiatica. E loro avevano dato il via a produzione e consegna delle macchine senza alcuna copertura finanziaria -una pazzia: credo siamo stati gli unici al mondo ad aver fatto una cosa del genere- e questo ha trascinato tutto giù.

Una parte della dirigenza si è subito mobilitata, chiedendo dei crediti governativi a cui hanno anche avuto accesso. Ma era ormai troppo tardi: c'era un buco di un centinaio di milioni di dollari. Infatti hanno presto deciso di dichiarare bancarotta e nonostante parte del management avesse fatto resistenza, nel giro di due, tre anni si è comunque arrivati alla chiusura. Nel frattempo era anche stato avviato un programma di rinnovo generale chiamato "One Beloit One", che voleva dire "una Beloit una" in tutto il mondo, perché siamo in 40. Noi non c'eravamo inseriti, ma comunque è stato un disastro anche quello: le solite americanate!

(secondo operaio). Solo per darvi un'idea del crack che ha interessato questo gruppo: tre anni fa un investitore texano aveva comprato 42 milioni di azioni del valore di 50 dollari l'una. Ecco, oggi siamo addirittura fuori mercato perché c'è la bancarotta del gruppo. Quindi potete calcolare l'entità della perdita, anche per tutti gli investitori. Tant'è che oggi in America queste persone non sono certo ben viste.

Adesso, le prospettive quali sono?

(secondo operaio). Ora è stato presentato un piano industriale che prevede un nuovo management, costituito dall'ex dirigenza Beloit Italia assieme ad un imprenditore di Domodossola e altri. Tale piano tuttavia parla di un sito di 300 persone -attualmente siamo 430- e una mobilità per 197, che vorrebbe dire licenziamento di una metà dei lavoratori, con la possibilità di acquisire sul mercato le figure professionali mancanti.

Io francamente sono molto perplesso rispetto a questa operazione. Innanzitutto, perché le figure professionali da assumere non sono così facilmente reperibili. E poi sarebbe comunque preferibile che tali figure venissero coperte da gente che casomai non svolgeva esattamente quella mansione, e che però ha conoscenza dell'azienda, del lavoro.

Rispetto all'organizzazione del lavoro e alla professionalità dei dipendenti, la Beloit Italia meriterebbe un discorso a parte. Un montatore ad esempio, solo per darvi un'idea, prima che possa rendere, ossia che sia autonomo nel suo lavoro, che possa prendere decisioni, che sappia gestire il personale che è sotto di sé, necessita di dieci anni di tirocinio. Ebbene, questi dieci anni, considerando una cinquantina di milioni all'anno tra paga, contributi, pezzi che sbagli, costano all'azienda circa 500 milioni. E' questo il valore professionale dei nostri lavoratori. E il montatore è quello che assembla le macchine per la carta, ma analogo discorso si potrebbe fare per l'ingegnere, le traduttrici... Nel pinerolese abbiamo la più alta concentrazione di persone che sanno parlare le lingue di tutto il torinese; i nostri lavoratori per buona parte arrivano dalle scuole superiori, per non parlare dei 40-50 ingegneri. Insomma, è un lavoro ad alta competenza e professionalità.

(primo operaio). Il piano dell'azienda comunque a me sembra chiaro: i padroni stanno provando a riprendersi tutto quello che gli operai hanno conquistato negli anni passati. Infatti, a cappello di questa possibilità di rientrare in Beloit che non sarà più Beloit -uno dei nomi possibili è New Company - questo gruppo propone: 197 esuberi e la revisione di tutti gli accordi aziendali, quindi premi, mense, trasporti, trattamento in trasferta, disagio turno e via dicendo.

Purtroppo la situazione è delicata, perché da una parte noi stiamo difendendo il nostro posto di lavoro pensando a noi, al pinerolese, ma anche al futuro dei giovani; dall'altra, però, non siamo disposti a svendere 30 anni di conquiste sindacali, come non siamo disposti ad accettare che 200 persone siano buttate su una strada.

Ci sono delle alternative per far rinascere questa azienda e noi crediamo che individuando tutti gli strumenti disponibili, formazione, mobilità accompagnata alla pensione, dobbiamo puntare a non lasciare nessuno sulla strada. E poi non è solo riducendo i salari che si abbassa il costo del lavoro, ci sono altre vie: puntare più alla riorganizzazione, per esempio. Ecco, il costo del lavoro deve essere ridotto da queste cose. Noi non crediamo che i 2000 miliardi di deficit siano stati causati dalle nostre buste paghe, che sono poi le buste paghe di un comune metalmeccanico, non è possibile!

Nella vicenda della Beloit è in gioco anche l'eventuale possibilità per una piccola comunità, come quella pinerolese, di interferire nei meccanismi della globalizzazione...

Enrico Lanza. In effetti, questo è senz'altro il lato più appassionante della questione, perché qui ci troviamo di fronte a scelte della globalizzazione, delle multinazionali, della finanziarizzazione dell'economia. Tant'è che la Beloit Italia, pur non essendo il soggetto che aveva fatto i debiti, viene ora venduta.

E però io sono fermamente convinto che la nostra comunità possa trovare gli strumenti e le modalità atti a individuare delle soluzioni. Del resto, nel mondo della globalizzazione sembra un controsenso anche fare un sindacato territoriale, ma noi lo abbiamo fatto proprio perché stavamo perdendo un centinaio di militanti che invece hanno continuato ad impegnarsi. E poi, proprio perché i problemi della globalizzazione sono complicati da affrontare, a maggior ragione devo puntare a tenere assieme la gente nel territorio...

Qui, il primo giorno è venuto il sindaco a inaugurare il presidio, con il taglio del nastro. Purtroppo, non so se saremo in grado di non lasciare nessuno fuori. Quello che è certo è che la Beloit è una fabbrica altamente qualificata, e quindi nessun padrone può pensare di puntare al taglio dei salari come strategia, per il semplice fatto che a queste condizioni un lavoratore qualificato di lì a tre mesi se ne va. Così come, del resto, hanno fatto 120 persone in questi ultimi due anni.

Vorrei anche sottolineare che qui, a livello di immaginario, ma anche di rapporto col lavoro, questa cosa dei proprietari che vivono all'altro capo del mondo, di queste decisioni che arrivano via e-mail e che però ti cambiano la vita ci ha sconvolto relativamente, nel senso che ci eravamo anche un po' abituati: chi è adesso che compra questa azienda? E' esattamente quel gruppo dirigente italiano, più il terzista, che fino a due mesi fa sapeva dire solo "Sissignore", perché così salvaguardava quei 200 milioni l'anno e tutto andava bene. Si sono mossi solo quando hanno capito che gli americani volevano chiudere togliendo via la sedia anche a loro.

Ora, comunque, per il lavoratori, la vera questione da chiarire è se chi compra la Beloit vuol fare speculazione economica, o un'operazione industriale. Perché in questo secondo caso avrebbe tutti gli interessi a fare un accordo coi lavoratori, trovando una mediazione tra il livello delle condizioni e la quantità di gente. Diversamente, è chiaro che si tratta un progetto terzista "mordi e fuggi", che l'obiettivo è un altro: questa è un'area molto appetitosa, la terranno due anni e poi faranno una bella lottizzazione e chi s'è visto s'è visto...

Insomma, stare in un posto piccolo vuol dire che tutti ficcano il naso nei tuoi affari, però significa anche che la gente ha un po' di rapporti.

Voi siete riusciti a coinvolgere anche gli studenti nella vostra battaglia, addirittura il vescovo...

Enrico Lanza. E' vero e devo dire che è stata una bella soddisfazione. Tutto è cominciato almeno un anno fa, quando già eravamo in lotta e allora durante una giornata di sciopero contro i finanziamenti alla scuola privata, gli studenti erano andati alla Beloit e avevano parlato con gli operai. E quindi avevano capito che c'erano dei problemi. Quando poi sono cominciati i licenziamenti, perché è stato poi questo a choccare tutto il pinerolese, sono venuti a portarci la loro solidarietà e a dirci che volevano partecipare alle nostre iniziative di lotta. Così il 3 novembre il coordinamento degli studenti -25 studenti di tutte le scuole medie- è venuto a trovarci alla sede dell'Alp. Noi abbiamo sfruttato l'occasione per spiegare loro quello che sta succedendo, per coinvolgerli, perché questi sono problemi che domani anche loro dovranno affrontare, la globalizzazione, le multinazionali. Così siamo stati invitati a parlare al liceo scientifico e in altre scuole. Le due assemblee hanno visto, la prima, 500 alunni, la seconda 400; una cosa pesantissima, però i ragazzi erano attentissimi, anche se spiegare non è stato semplice. Io avevo portato 4-5 operai e due ingegneri che hanno raccontato di aver fatto il liceo scientifico e poi il politecnico e che però adesso stavano rischiando di perdere il proprio posto di lavoro.

Per quanto riguarda il nostro vescovo, devo dire che è veramente una persona straordinaria. Io, in questi mesi avevo continuato a mandare delle lettere in giro, ai parlamentari, al sindacato, dicendo: "state attenti". Ebbene, a questo appello, l'unico che ha risposto con entusiasmo è stato proprio il vescovo di Pinerolo, che è addirittura venuto a cercarci. Ma non si è limitato a portarci la sua solidarietà, ha anche scritto al vescovo di Milwaukee, dove c'è la sede centrale della multinazionale che ci ha licenziato, il quale a sua volta gli ha spedito un articolo comparso in un giornale locale in cui si riportava la notizia degli operai italiani licenziati. Insomma è iniziato un vero e proprio carteggio tra i due vescovi che si sono dati parecchio da fare per sensibilizzare la popolazione.

Questa è stata proprio una gradita sorpresa. Tra l'altro, pochi giorni fa ero andato a cercarlo e un prete della curia mi ha detto: "Il vescovo non c'è". Bene, lui dopo poco che ero tornato a casa mi ha telefonato scusandosi per il fatto che mi avevano mentito dicendo che non c'era. Tanto che io ho detto: beh, ma guardi che io sono abituato alle situazioni in cui le persone si negano... Insomma, veramente una brava persona.

Tutta questa vicenda si intreccia anche con una realtà che vede più soggetti sindacali presenti...

Enrico Lanza. Infatti qui esiste anche l'Alp, che è il sindacato territoriale pinerolese, e che nello stabilimento della Beloit era uno dei soggetti che due anni fa aveva avuto un notevole successo alle elezioni. Elezioni svolte regolarmente e annullate dall'unione industriale. Questa situazione di mancata legittimazione ha certamente reso più complicata la vicenda e però da due mesi a questa parte l'Alp ha deciso di dialogare con Fim, Fiom Uil, perché quando si tratta di lottare contro la chiusura di una fabbrica non puoi farlo da solo, anche perché poi i politici erano tutti bloccati: sembra non sia più permesso esprimersi contro Cgil Cisl e Uil...

Abbiamo allora deciso di fare una politica unitaria, lasciando perdere quello che ci divide e dandoci da fare sul problema di salvare l'azienda.

L'Alp comunque è nato proprio nella convinzione che la comunità può, se non cambiare, almeno in parte modificare le decisioni prese altrove. E noi in questa piccola comunità siamo pienamente inseriti e abbiamo un peso. Anche se non vogliono darci la legittimazione istituzionale, abbiamo il sostegno del giornale locale, del vescovo e delle persone più libere.

Noi, per esempio, abbiamo coinvolto anche i commercianti, che non sono certo dei progressisti sul piano della tutela dei lavoratori salariati, e però ora sono quelli più preoccupati della crisi della Beloit perché hanno cominciato a vedere che la gente della Beloit non va più a comprare. Insomma, in queste vicende scopri delle cose interessantissime: trovi della gente non politicizzata che non ti saresti mai aspettato al tuo fianco, come pure gente iscritta da 50 anni nel Pci e che ora se ne sbatte...