Marzo 1999  intervista

La piccola Camera del lavoro di Pinerolo

Un gruppo di operai dissidenti dalla politica, per loro capitolarda, dei sindacati nazionali ha fondato, fra difficoltà enormi, una camera del lavoro alternativa, orizzontale e intercategoriale, legata al territorio dalle reti corte di una comunità locale che vede la presenza di tanti gruppi e associazioni di volontariato valdesi e cattoliche e che vide nascere la prima società operaia di mutuo soccorso d'Italia. Intervista a alcuni esponenti dell'Associazione lavoratori pinerolesi.

Due stanze in un vecchio caseggiato, alle pareti i poster e le foto del Tibet fatte dall'amico alpinista morto, una stampante impostata per il 740, appoggiata a un tavolino, e un gran via vai di operai della Beloit-Italia, di insegnanti, di esponenti di comunità di base. E' la sede dell'Alp (Associazione lavoratori pinerolesi, ndr), di Pinerolo, un originale tentativo di rifare una camera del lavoro legata al territorio, intercategoriale, orizzontale, che svolge attività culturali, dà ospitalità all'associazionismo e un domani, forse, riuscirà pure a riprendere la tradizione mutualistica che ha caratterizzato la storia della classe operaia di Pinerolo. Hanno partecipato all'intervista il segretario di Alp, Enrico Lanza, alcuni operai Beloit-Italia, poi Beppe Pavan del Gruppo Uomini di Pinerolo; erano presenti anche insegnanti e un esponente del collettivo poste.

Com'è nata l'associazione?

Enrico Lanza. La nostra associazione è nata nel '95, dopo il famoso accordo sulle pensioni, quello, cioè, per cui si regalò a Dini ciò che era stato negato a Berlusconi. Qui a Pinerolo quell'accordo mise in moto una vera ribellione: molti consigli di fabbrica, soprattutto delle fabbriche metalmeccaniche, dichiararono autonomamente uno sciopero, manifestarono sotto le sedi del sindacato, e dopo alcune settimane di discussione per decidere se continuare a fare un'opposizione radicale dentro il sindacato o fare un sindacato alternativo, abbiamo optato per la seconda ipotesi. Così è nata questa esperienza di base territoriale e intercategoriale.

In questi anni le battaglie più grosse sono state in primo luogo quelle per farci riconoscere; a differenza di altri sindacati di base, per esempio la Cub, noi avevamo come obiettivo di partecipare alle elezioni della Rsu, proprio per non stare fuori, nonostante gli accordi attuali penalizzino chi non è del sindacato confederale, perché garantiscono il 33% comunque alle confederazioni. Abbiamo passato tanto tempo a partecipare alle elezioni e a farci escludere da sindacati, aziende e Confindustria insieme (poi la Cgil ha cambiato un po' atteggiamento nei nostri confronti); in secondo luogo noi abbiamo tentato di sensibilizzare su questo tema della concertazione, idea che noi rifiutiamo perché non solo porta a un peggioramento delle condizioni della gente, ma perché si afferma un ragionamento di subalternità; in terzo luogo ci siamo impegnati in difesa di situazioni di fabbriche dove c'erano licenziamenti.

Il nostro lavoro è basato sulla presenza dei collettivi; la nostra organizzazione è la classica organizzazione sindacale: c'è un direttivo che viene eletto nell'assemblea che facciamo tutti gli anni, che si riunisce mediamente una volta al mese. Nota che ci si trova sempre fuori orario, perché appunto, non avendo i diritti, i nostri militanti o si prendono le ferie, o si prendono due ore di permesso. Quindi c'è il direttivo che gestisce praticamente la vita e la linea politica della organizzazione, e i collettivi che fanno il lavoro sindacale nei vari luoghi di lavoro. Abbiamo diversi collettivi di fabbrica fra cui quelli della Beloit-Italia e della Skf. Abbiamo il collettivo della scuola, nel quale c'erano già alcuni iscritti alla Cub, quello delle Poste. Insomma, la nostra vita, tra una tribolazione e l'altra, va avanti un po' così, sapendo che viviamo in un tempo in cui la militanza non è che sia molto a portata di mano. La maggior parte dei nostri militanti sono ex militanti del sindacato, il nucleo portante della Fim-Cisl, gli insegnanti vengono dalla Cgil-scuola; ci sono anche un po' di giovani, non molti, ma qualcuno c'è.

E in fabbrica?

(primo operaio Beloit). Alla Beloit-Italia la maggioranza di noi arrivava dall'esperienza dell'ultra-sinistra degli anni 70, a cui seguì un lungo periodo di "morta", di disgregazione. Si facevano cose solo sporadiche, anche con l'aiuto di Enrico che era nella Fim, ma che non ci forzava tanto la mano.

Quindi per noi il distacco dal sindacato tradizionale non è stato assolutamente un trauma, non siamo mai stati legati. Logicamente entrando a far parte di una organizzazione abbiamo incontrato una serie di difficoltà, perché quando parli a nome di una organizzazione, devi garantire una continuità, senza la quale non puoi riuscire a spuntarla su chi ha deciso che il sindacato di base non deve esistere; in secondo luogo il problema del riconoscimento. La gente all'interno dell'azienda ci diceva: "Non siete riconosciuti, non potete andare in trattativa". Nel '95 nella nostra azienda ci sono state le elezioni, e lì abbiamo vissuto il primo scontro frontale, praticamente contro tutti: contro il padrone, contro i confederali, contro l'Ama, contro la politica, contro tutti. Ci sono state delle decisioni anche bruttissime, drastiche da parte del sindacato confederale, possiamo ben dire di avere riunificato Fim, Fiom, Uil. Erano anni che non vedevamo volantini firmati Fim, Fiom, Uil ma contro di noi erano lì settimanalmente a volantinare.

Quando poi si è votato, su 200 e qualcosa votanti, la nostra lista ha preso 128 voti, la Fiom ha preso 75 voti, la Uil 1, la Fim non si era neanche presentata. L'azienda ha fatto ricorso, il comitato dei garanti, che poi è tutto un "umma umma", non ha raggiunto l'unanimità, quindi le elezioni all'azienda sono state bocciate e siamo rimasti di nuovo senza consiglio di fabbrica.

Tutti loro avevano in testa che l'esperienza di Alp col tempo sarebbe finita, perché hanno provato a stufarci, a toglierci tutti i ponti, a tagliarci tutte le possibilità. E in questo senso essere organizzati così, con una sede, con un presidente, con un direttivo che si trova, con i collettivi, ci ha permesso di resistere con mille difficoltà.

Come Beloit Italia vi siete trovati a dover portare avanti una lotta abbastanza dura...

(primo operaio Beloit). Nella primavera del '98, c'erano già tutte le certezze che la Beloit-Italia avrebbe denunciato questi 130 esuberi, che ci sarebbe stata questa manovra, che poi sta andando avanti adesso. Quindi trovarci senza Rsu in una simile situazione... Allora si è provato a fare qualcosa, siamo partiti con le parole d'ordine della "cassa integrazione a rotazione", e di un'attenzione sugli investimenti. Il sindacato nicchiava, sembrava che la Fiom fosse sulle nostre posizioni, poi, per mantenere l'unità sindacale si è schierata con Fim e Uil, e lì sono cominciate di nuovo le difficoltà nelle assemblee, nei consigli comunali dove abbiamo cercato solidarietà. Abbiamo anche organizzato delle riunioni nella sede dell'Alp, anche con ingegneri che avevano mansioni importanti all'interno dell'azienda, dove si è provato a stilare un'ipotesi di riorganizzazione del lavoro. Una riunione, lo ricordo, fatta di domenica sera, fino alle due del mattino, perché avevamo dei tempi stretti, con gli ingegneri che erano via per lavoro, quindi collegati con un computer di uno qua, via e-mail. Anche qui: siamo stati accusati di aver strumentalizzato queste persone, di volerli imbrigliare in una cosa politica e non organizzativa, quando poi noi con questi ingegneri, per il lavoro che facciamo lì, ci parliamo, quindi siamo in rapporto, loro sanno benissimo chi siamo.

Nel frattempo noi avevamo sempre informato i vari esponenti della Fiom, quindi Cremaschi, ecc., e probabilmente qualcosa si è mosso, perché un giorno ci siamo trovati con Cremaschi che in un'assemblea disse esattamente tutto quello che noi avevamo sempre detto: contratti di solidarietà, cassa integrazione a rotazione, investimenti, Ministero dell'industria e la Fiom si schierò con lo sciopero. Quando lo dicevamo noi eravamo teatranti, facinorosi, fricchettoni, poi però l'hanno scritto su un volantino Fim-Fiom-Uil. Da lì si è partiti quindi a fare delle cose di nuovo con la Fiom, per arrivare a stilare un'altra ipotesi di accordo, dove si parla appunto di una rotazione, di un anno di tempo per vedere come andranno le cose.

Enrico Lanza. Comunque la sensazione più importante, e anche sempre quella più drammatica, di tutta questa vicenda, è accorgersi di quanto sia complicato essere lasciati soli. Dai padroni, dall'unione industriali lo capiamo, ma dal sindacato confederale, dai partiti dell'area di governo... Sentirsi fuori dal mondo per una cosa che poi era normalissima proprio dal punto di vista sindacale, come evitare che ci sia della gente che viene emarginata, cioè che 30 o 40 vengano sbattuti fuori e poi non rientrino. Prevale l'idea che "contro una multinazionale non si può fare niente", o "fare delle lotte ormai non serve più, è fuori dal mondo". C'è proprio questa idea della rassegnazione, che poi è quella che crea la sindrome della sconfitta, che ormai è diventata il modello. Ci sono stati momenti di grande depressione, e poi invece ti accorgi che se metti in piedi delle iniziative, delle lotte, non è poi vero che sia così complicato, cioè anche i padroni, anche l'unione industriali, anche i senatori alla fine devono prendere atto che qualcosa cambia. La nostra esperienza qui nel territorio, nel piccolo, ci ha insegnato questo.

In questa storia vi siete trovati a fare i conti con la globalizzazione. La multinazionale vuole portare la produzione da un'altra parte...

(secondo operaio Beloit). Anche questo dimostra che il problema del costo del lavoro è relativo. In realtà loro ci dicono di non fare più macchinari completi perché vogliono che li facciano in Polonia, perché la Polonia costa un terzo di quello che costiamo noi. E infatti abbiamo verificato che la Burgo, (che sta a 70 chilometri da Pinerolo e ha una trentina di stabilimenti in Italia) che fino ad ora ha avuto solo macchinari Beloit-Italia, sta investendo 1.100 miliardi su una macchina da carta che la Beloit non sarà in grado di fornire perché non può garantire che venga fatta in Beloit-Italia, come pretende la Burgo.

Burgo non vuole che il lavoro venga fatto in Polonia, dove non hanno ancora la capacità e l'esperienza tale da poter fare delle macchine da carta. E così alla Beloit rinunciano a una commessa del genere piuttosto che far lavorare Beloit-Italia. E' una cosa al di fuori di quello che è un concetto di imprenditoria. Sono aziende che ormai si basano soltanto sullo sfruttamento al massimo degli impianti, quando questi impianti sono stati spremuti fino all'osso, vengono lasciati andare alla deriva, e provano a puntare su altre realtà.

Oggi noi, nonostante non abbiamo questa macchina da carta grande, nonostante non ci siano dei grossi investimenti, nonostante appunto ci sia poco lavoro, notiamo che diamo lavoro da fare fuori. Ormai, poi, il costo del lavoro dato fuori è 70-80 mila lire all'ora, che sarebbe il costo del lavoro che avremmo in Beloit-Italia se riuscissero a sfruttare le otto ore di lavoro che facciamo, anziché sfruttarne solo cinque. Voglio dire che se ci fosse un minimo di organizzazione all'interno, sicuramente il costo del lavoro in Beloit-Italia scenderebbe a quello che è il costo dei nostri subfornitori.

Voi avete detto che siete contro la concertazione...

Enrico Lanza. Per fare un piccolo esempio: di norma nelle aziende quando si fa il calendario annuo si stabilisce subito che alla vigilia del 24 e del 31 dicembre si mettono delle ferie. L'ultima idea delle aziende: mette fuori un comunicato che dice che chi vuole far festa il 24 viene a lavorare il sabato prima, e fin qui non ci sarebbe niente di strano, vuol dire che questi hanno bisogno di produrre, però il sabato è pagato normale. Allora alcuni sono venuti da noi a dire che il sabato, quando si lavora, normalmente ce lo pagano il 50%. Per cui questi hanno detto che piuttosto venivano a lavorare il 24, ma non si poteva perché la fabbrica è chiusa, allora abbiamo fatto un foglio in cui abbiamo detto che saremmo venuti a lavorare il sabato perché era stata presa una decisione unilaterale, però che ci saremmo riservati di andare a verificare come sarebbe stato pagato questo sabato. Ci sono state 20-25 firme, e l'azienda ha detto che se volevamo venire a lavorare il 24 potevamo farlo.

Per dire che passa questa logica che poi è dentro il contratto: l'annualizzazione dell'orario di lavoro è poi solo questo: quando i padroni hanno bisogno tu lavori, quando non c'è lavoro usi le ferie. E poi cominciamo a lavorare il sabato o le domenica, però li consideriamo dei giorni normali. Perché? E' questa l'idea di base della concertazione: il nostro paese si salva con la flessibilità e con la riduzione del costo del lavoro, e cioè con il fatto che i giovani devono essere precari, e che lavorare il sabato o la domenica non è più un'eccezione.

Il riconoscimento a che punto è?

Enrico Lanza. Il riconoscimento c'è in alcune fabbriche. Qui a Torino, l'unione industriali, che vuol dire Fiat, ha riconosciuto il Cobas che però su 100 delegati ne ha presi 3. Noi, le tre elezioni alle quali abbiamo partecipato le abbiamo vinte tutte. E questo voleva dire non solo avere un delegato su 10, ma soprattutto rappresentare la maggioranza dei lavoratori.

In tutte quelle in cui abbiamo partecipato abbiamo vinto o ottenuto ottimi risultati, ma tranne un'azienda tessile, tutte le altre hanno impugnato i risultati elettorali. Qual è il motivo? Il motivo è che noi non abbiamo, secondo loro, aderito agli accordi di luglio. Che scoperta! Noi siamo usciti proprio per gli accordi di luglio. Invece il regolamento che c'è in Cgil, Cisl e Uil, tu lo devi accettare se vuoi partecipare alle elezioni. In realtà quello che comunque ti prevede il 33% garantito dice che se io voglio partecipare alle elezioni devo accettare la tua regola, ma non la tua idea altrimenti perché dovrei partecipare? E quindi noi non siamo riconosciuti. Ora siamo sottoscrittori di una legge di iniziativa popolare per la nuova legge sulla rappresentanza, che prevede non solo il diritto a partecipare, ma anche che gli accordi, per essere validi, devono essere firmati dai sindacati che rappresentano almeno il 50%; poi c'è il referendum in caso di approvazione. Insomma, prevede delle votazioni, non come fanno adesso. E' una legge che è boicottata. Ufficialmente c'è solo la Cgil che non pone ostacoli a questa questione, e nemmeno tutta, ma la Cisl, la Uil, la Confindustria, pezzi importanti di governo sono contrari. Difatti hanno detto che adesso questa legge qui la mettono assieme al nuovo patto sociale, quindi non solo la rallentano, ma probabilmente la annacquano.

Mentre invece la consultazione è una farsa?

(primo operaio Beloit). Per la legge sulle pensioni hanno fatto dei banchetti in giro facendo votare pensionati, e alla fine hanno detto che il 63% aveva detto sì a questa legge sulle pensioni.

Pensate di star facendo qualcosa di nuovo o Alp è solo il prezzo da pagare a un sindacato per voi disastroso?

(terzo operaio Beloit). Qua, nella zona di Pinerolo, si arriva tutti da un impegno prima di tutto sociale, si arriva quasi tutti, quarantenni e cinquantenni, dai movimenti cattolici, valdesi, dove l'impegno-testimonianza è un fattore di vita. Quindi non è che uno faccia solo sindacato, anche se, comunque, al giorno d'oggi, in questa Italia dove c'è un governo che finalmente dovrebbe essere un governo di sinistra, resta difficile essere contro, poter dire di non essere d'accordo.

Noi lo abbiamo sperimentato malamente in questi ultimi due mesi, in cui ci siamo battuti contro tutti, contro i sindacati che ormai sono dentro un sistema, contro i politici, che intendono la politica di vertice, con poche persone che decidono per tutti, non più una politica dove tutti possono dire la propria. Ed è proprio questa la maniera di portare la gente a non impegnarsi. Credo invece che la partecipazione debba essere l'obiettivo per noi tutti, Alp e non.

In Beloit-Italia, poi, il problema della solidarietà è sempre stato un tema centrale: siamo intervenuti a tutti i livelli, dall'essere vicini alle persone in difficoltà economiche, ai ragazzi che hanno avuto problemi di tossico-dipendenza.

Quindi è un impegno di testimonianza a livello personale, e un modo per poter parlare, e discutere, da uomini liberi.

(secondo operaio Beloit). Non siamo usciti dal sindacato per fare un qualcosa di alternativo, ma per continuare a fare del sindacato. Dopo scopri che questo non basta, perché ti accorgi che la democrazia non esiste più, che è solo una parola, ma nei fatti quando provi ad andare contro scopri che, per esempio, non hai più il diritto di essere contrario.

Quando vedi che tutti i politici, di fronte a un'azienda che licenzia, e che manda a casa delle persone, ti dicono che non si può fare nulla, la questione diventa politica. Per cui ti chiedi: "Ma allora la politica a che cosa serve ancora?". La politica dovrebbe essere lo strumento che fa in modo che cambino le cose che non vanno. Nella nostra società, di cose che non vanno, ce ne sono tantissime, e i politici non possono venirci a dire che non si può fare nulla; dovrebbero invece dire: "Troviamo insieme le strade per fare le cose".

La nostra esperienza ci insegna che se la politica viene fatta come noi l'abbiamo vissuta è una politica che non serve a nulla; è una politica che subisce le cose che il potere economico impone. Però non dovrebbe essere il potere economico a importi di fare delle cose; è la politica piuttosto che deve mettere dei picchetti al potere economico, anche per far sì che ci siano meno differenze fra la gente, più giustizia, più diritti, in sostanza più democrazia.

Voi avete anche il mutuo soccorso nella vostra ragione sociale. Cosa avete fatto in questo senso?

Enrico Lanza. La nostra associazione è un'associazione sindacale, culturale, e di mutuo soccorso. Il mutuo soccorso è il buco che noi abbiamo, nel senso che noi non siamo ancora riusciti, tranne le cose classiche (che so, anticipare una parte di soldi a quelli che sono in cassa integrazione fin quando non arriva la cassa, che poi ce li restituiscono, ecc.) sul resto non abbiamo ancora elaborato molto.

Anche se a Pinerolo c'è una grossa storia, perché a Pinerolo è nata la prima società operaia d'Italia; quest'anno hanno fatto il 150° anniversario, però non ce la facciamo, non ce l'abbiamo fatta ad elaborare delle cose.

Siamo anche un po' un punto di riferimento rispetto ad altri gruppi: per esempio, lui, che si chiama Beppe Pavan, fa parte di una comunità di base qui a Pinerolo, che è anche famosa, e noi mettiamo a disposizione i nostri macchinari per tirare i giornali. Così abbiamo fatto con il coordinamento degli studenti in queste giornate di lotta e di occupazione.

Ecco, mettere a disposizione anche questa nostra struttura è un fatto abbastanza importante.

Ma proprio come mutuo soccorso non abbiamo elaborato granché. Noi ci siamo battuti contro i fondi integrativi perché voleva dire ridurre le pensioni, mettersi in mano le finanziarie, finanziare le imprese, ma a noi sarebbe piaciuto pensare a qualcosa di alternativo, per esempio per finanziare le piccole cooperative, però è troppo complicato, perché vuol dire che tu devi costruire un fondo.

Sarebbe bello che i lavoratori potessero investire nel fondo integrativo territoriale, e decidere assieme chi finanziare: le tre cooperative che assistono gli handicappati, o un'altra che lavora in montagna.

Sarebbe bello perché vorrebbe dire anche finanziare l'occupazione. Però, ripeto, è complicato perché io mi sono fatto mandare la documentazione da uno dei pochi amici sindacalisti che sono rimasti, e che adesso lavora nei fondi integrativi, ma è venuto fuori che uno che vuol fare una roba del genere deve essere una multinazionale, una finanziaria. Per ora facciamo quello che per altro siamo obbligati fare: destiniamo una parte del nostro bilancio per iniziative di mutuo soccorso, che per il momento vuole dire mettere a disposizione strumenti e materiale per altri gruppi. Poi appunto portiamo sostegno agli operai licenziati o messi a zero ore, oppure quelli che sono in una piccola azienda che ha fatto tre mesi di sciopero. Noi a un certo punto ci siamo tassati, e abbiamo dato una somma proprio presa dal nostro bilancio. Ma, lo ripeto, altre forme di mutuo soccorso non siamo riusciti a metterle insieme.

Beppe Pavan. Anch'io sono un iscritto ad Alp, però lavoro in una struttura residenziale per anziani, una casa di riposo, e abbiamo problemi di carattere sindacale non indifferenti anche lì. Rispetto alla comunità di base, negli anni la base sociale è cambiata, sono entrate tante persone dell'ultima fascia della società, e quindi i problemi economici e finanziari sono notevoli, viviamo solo per auto-finanziamento. Allora, avere la solidarietà di Alp, che ci permette di utilizzare i servizi, di stampare, di fare circolare materiale a costi accessibili è importante. E poi c'è un'affinità notevole sul piano delle iniziative, delle idee, che ovviamente rende il tutto più importante anche per ciascuno di noi. L'altra cosa è che utilizziamo i servizi di Alp anche per il Gruppo Uomini. A Pinerolo è nato da più di cinque anni un gruppo di uomini che ha cominciato ad interrogarsi per tentare di rispondere alle domande che ci ponevano le donne, il femminismo...

Si chiama proprio così?

Sì, si chiama "Gruppo uomini di Pinerolo", veniamo qui e stampiamo mensilmente un foglietto, che circola in Italia in 400 copie. Siamo reduci 15 giorni fa da un convegno nazionale delle comunità di base in cui si è discusso proprio di uomini e donne alle radici del potere. Insomma, stiamo cercando di renderci conto, di diffondere la consapevolezza che il maschilismo è alle radici del potere in modo trasversale.

Per fare un esempio eclatante: il sottoproletario che subisce la violenza e la prepotenza del potere capitalista, borghese, ecc., in tutti i momenti della sua vita, quando arriva in casa ha a sua volta la possibilità di vestire, di mettersi il cappello da prepotente, e menare la moglie, i figli, fare violenza, eccetera. Cioè c'è comunque una violenza propria del genere maschile nei confronti, in particolare, del genere femminile, ma anche nei confronti dei bambini, delle bambine, delle persone più deboli, che è trasversale a tutti i settori, a tutti i ceti sociali. Prendere consapevolezza di questo, aiuta a concepire anche i rapporti economici in un'altra maniera; aiuta a pensare ai rapporti di potere internazionale in un modo diverso.

Ecco, noi ci siamo incamminati un po' su questa strada, cercando di portare avanti questo lavoro con quelli che vengono. E ultimamente, devo dire, molte persone nuove ogni tanto si aggiungono. Sembrano temi intimisti, in realtà sono tematiche tremendamente politiche, che coinvolgono non solo la vita familiare, i nostri rapporti in casa, il non dover arrivare a casa e mettersi le pantofole, o dedicarsi al giardinaggio, al bricolage e basta -mentre la moglie fa i piatti, le camere, le pulizie, tutti quei lavori da donna- ma la società più in generale. Per esempio, anche nel settore dove lavoro io, nelle case di riposo e nell'assistenza stiamo preparando adesso con la Bottega del possibile di Torre Pellice un ciclo triennale di formazione proprio con questo titolo: " I lavori di cura sono lavori da donna?", perché in realtà, se tu guardi dove lavoro io, su 75 dipendenti saremo 7-8 uomini, perché è un lavoro tradizionalmente considerato femminile. In realtà è un lavoro per tutti.

L'Alp è completamente autofinanziata?

Enrico Lanza. Completamente. Adesso abbiamo anche la cifra in euro... Riusciamo ad autofinanziarci anche perché facciamo molto volontariato. Abbiamo un regolamento per fare le forme di rimborso, il mancato guadagno, ecc., però qui la gente si fa fare meno rimborsi possibili.

Questo ancoraggio territoriale pinerolese può essere anche una risposta all'esigenza che il leghismo ha stravolto, cioè il riportare le cose alle relazioni corte fra le persone?...

Enrico Lanza. Sì, dove c'è ancora un po' di socialità non è sicuramente nelle periferie urbane o nelle grandi città. Purtroppo non c'è nemmeno più nella fabbrica un certo tipo di socialità, mentre qui nel territorio c'è una storia. Non è che noi siamo nati così, perché siamo più furbi, ci sono delle radici storiche. Il fatto che ci siano stati i valdesi, quindi le minoranze; il fatto che qui gran parte dei nostri iscritti siano dei montanari, quindi gente che la comunità, la collettività la vivono ancora in un certo modo; il fatto che qui ci siano state certe esperienze cattoliche, le comunità di base, conta.

Anche dal punto di vista sindacale ci sono state esperienze di autonomia. La Cisl di Pinerolo ha una sua storia: nell'84 fu commissariata perché noi avevamo aderito allo sciopero della Cgil contro la scala mobile. Fu Carniti a commissariarci. C'è tutta una storia, però il dato territoriale sicuramente è un dato che consente dei rapporti sociali diversi.

Qui c'è ancora vita sociale, storicamente la nostra tradizione sindacale non era soltanto sindacale, noi avevamo dei legami anche dal punto di vista dell'amicizia, andare in montagna, fare sci, alpinismo, trovarsi... Molti che avevano mollato il sindacato hanno di nuovo ritrovato in questa esperienza delle motivazioni.

Con il sindacato territoriale c'è questo aspetto del controllo di chi fa le cose. Perché sicuramente l'idea di controllare quello che fai, il fatto di conoscere la gente che fa le cose, è fondamentale. Il fatto anche di offrire dei servizi, il 730, il 740, perché poi per molta gente il sindacato resta quello che dà una mano quando uno ha una grana: licenziano il figlio, non pagano lo stipendio, c'è la pensione che non arriva, c'è un infortunio... Il sindacato è anche questo e noi possiamo farlo perché abbiamo un'esperienza sindacale di trent'anni. Io non lo so se fra due o tre anni noi avremo fatto il sindacato alternativo. Adesso noi nella nostra assemblea portiamo la discussione sull'affiliazione alla Cub, con il mantenimento della nostra autonomia e specificità. Però credo che il compito più importante sia quello di tenere assieme 50-60 compagni che si sarebbero dispersi, che avrebbero fatto altro.

O facevamo una cosa del genere o ci mettevamo a fare altro o non si faceva più politica. Quindi in ultima analisi la nostra esperienza è importante per questo, perché in una fase dove tutto si disgrega, teniamo assieme un po' di gente. Ogni intervento che mette assieme tre persone è importante.

Non so se noi possiamo essere una risposta di sinistra alla Lega. Qui da noi la Lega è forte nelle vallate, perché c'è questa idea che a Roma mangiano i soldi, però non c'è mai stato questo antagonismo come c'è, per esempio, in Lombardia.

Certo noi, che siamo tutti di sinistra abbastanza avanzata, siamo una dimostrazione che il locale non è solo di destra. Questa idea che la globalizzazione ti obbliga solo a misurarti sui grandi problemi è vero, ma se poi tu molli i rapporti della tua comunità locale poi i grandi problemi li risolvono gli altri.