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E' morto, nella sua casa romana, Aldo Natoli, deputato del Pci dalla
Costituente per 5 legislature e cofondatore del gruppo de Il manifesto.
Aveva 97 anni. Nato a Messina, dopo la laurea in medicina e chirurgia fu
inviato dall'Istituto italiano del cancro (presso l'ospedale regina
Elena di Roma) all'Institut du cancer nel 1939 e fece da collegamento
tra la centrale francese del Pci e l'interno, anche grazie al fratello
maggiore Glauco Natoli, che in quello stesso periodo era incaricato di
letteratura
italiana presso l'università di Strasburgo. Al rientro fu arrestato
per attività clandestina, insieme ad un gruppo di militanti di Avezzano
(tra cui Bruno Corbi e Giulio Spallone), e condannato a 5 anni di
carcere dal tribunale speciale per la difesa dello Stato.
Dopo 3 anni di reclusione a Civitavecchia, nel dicembre del 1942 fu
scarcerato grazie al provvedimento di amnistia ed indulto del 17
ottobre. Subito dopo entrò a far parte dell'organizzazione militare del
Cln, fondando con Pietro Alicata la redazione clandestina dell'Unità.
Dopo la guerra fu segretario del Pci a Roma e nel Lazio. Sin dalla prima
legislatura deputato eletto nel Lazio fu riconfermato per altre 4
legislature consecutive. Consigliere comunale di Roma, dal 1952 al 1966,
fu a lungo capogruppo del Pci in Campidoglio. In questa veste condusse
una battaglia durissima contro la politica urbanistica delle
amministrazioni comunali a guida democristiana, in particolare quella di
Urbano Cioccetti (1957/1960). Nell'ottobre 1969, in dissenso con la
direzione del Pci sulla condanna dell'invasione sovietica della
Cecoslovacchia, fu radiato dal partito con Rossana Rossanda, Luigi
Pintor e tutto il gruppo del quotidiano Il Manifesto da loro costituito.
Distaccatosi dal gruppo, si è dedicato all'attività storiografica. I
suoi lavori più importanti sono quelli dedicati alla vita ed all'opera
di Antonio Gramsci.
su la rivista del manifesto
n. 5 - maggio 1970 Origini della rivoluzione culturale di
Aldo Natoli e Lisa Foa Pdf
n. 6 - giugno 1970 Origini della rivoluzione culturale.
1958-1965: gli anni più difficili di Aldo Natoli e Lisa
Foa Pdf
n. 7/8 - luglio/agosto 1970 La rivoluzione culturale: dalle guardie
rosse al IX congresso di Aldo Natoli e Lisa
Foa Pdf
RICORDO
Aldo Natoli, un comunista per amico
Rossana Rossanda
È sulla fine degli anni cinquanta che ho conosciuto
Aldo Natoli. Lui era Roma, io Milano, lui il quadro più rilevante di
quella federazione, io un quadretto della federazione milanese, lui
all'ultimo processo del regime nel 1936, quando io ero ancora al
ginnasio, lui deputato e consigliere comunale in Campidoglio che aveva
assestato, assieme agli ex azionisti romani, il primo duro colpo alla
speculazione con il famoso «Capitale corrotta, nazione infetta», io
che facevo il mio apprendistato a Palazzo Marino, lui da tempo, forse da
sempre, nel Comitato centrale del Pci ed io appena entrata. Là ci
eravamo, se si può dir così, «annusati», a qualche anno dal 1956,
rientrata ogni speranza in un cambiamento dell'Urss, ma il nostro
partito in crescita e in eccitazione. L'accento comune, che aveva
permesso di ascoltarci e riconoscerci era: più avanti, più a sinistra
- una sinistra che non aveva niente a che vedere con lo stalinismo che,
una volta per sempre e senza dovercene mai pentire, avevamo capito
essere di destra.
Aldo era un bellissimo uomo, agile ed elegante, di quelli che vestono
sempre perfettamente e allo stesso modo sia che entrino alla Camera o in
una sezione della Garbatella, era un medico ma faceva il militante
comunista a tempo pieno, parlava tedesco e aveva in alcuni eminenti
scienziati antifascisti tedeschi uno dei riferimenti del cuore, suo
fratello era il francesista Glauco Natoli. Fui dunque lusingata quando
mi invitò, un giorno del Cc, a colazione. Ricordo una giornata di sole,
una caffetteria in via Veneto, l'immediato intendersi nel giudizio, in
quel che ci premeva e avremmo voluto. Al momento di pagare,
l'inappuntabile gentiluomo cerca inutilmente il portafoglio, l'aveva
lasciato in un'altra giacca e il suo, per me assai meridionale,
imbarazzo, ci mise in allegria. Eravamo diventati amici e lo siamo
rimasti sempre.
Compagni e amici. Nella stupidità attuale neppure si immagina che cosa
è stato il legame fra comunisti allora, un rapporto totale e riservato,
un vedersi camminare assieme, inciampare e raddrizzarsi assieme,
sorridersi da lontano. Non credo di aver messo piede in casa sua, né
lui nelle mie due stanze a Roma, quando le ebbi. Una volta mi mostrò un
disegno di Bruna, e così venni sapere che aveva anche una figlia. Senza
di lui sapevo di Claudio. Oggi so che pensare della distinzione fra
pubblico e privato, ma so anche che allora ci fu un modo di essere
pubblico che non poteva essere più interiore e interiormente condiviso.
Una differenza c'era fra noi sul rispettivo polo di interesse: Natoli
era una figura carismatica per il popolo di Roma, lo ascoltavano
dovunque, conosceva tutti, sapeva parlare allo stesso modo, senza
fronzoli né lunghezze, in piazza e in Parlamento, ma la sua testa non
stava a Roma, scrutava nelle vicende del comunismo internazionale. Io
ero stata tutta dentro Milano, nella vicenda d'una classe operaia che il
partito elogiava ma non prediligeva, mi volevano abbastanza bene ma
carisma zero, la testa interamente in Italia sul presente.
Aldo aveva sentito la sfuriata di Togliatti su Amendola quando questi,
per la prima e ultima volta nella sua vita, aveva definito un peso il
rapporto con l'Urss. Io pensavo alla Breda e ai pendolari dalle cinque
alle otto verso l'entroterra milanese. Ci pareva, e tutto sommato era,
lo stesso identico problema.
Nel '58, credo, Togliatti ribaltò la molto ortodossa redazione di
Rinascita, sua rivista personale, immettendovi dei bizzarri come Natoli,
Trentin, altri giovani e me. In quella riunione mensile, cui non mancava
mai, si discorreva con libertà - per libertà intendevamo allora, ma è
insolito oggi, suonare ognuno sullo stesso filo musicale, che tutti
interpretavamo e nessuno avrebbe spezzato (forse come nel jazz dei tempi
gloriosi). Nei momenti migliori degli anni Sessanta fu così, dopo la
morte di Togliatti la sfida divenne conflitto. Io dirigevo gli
intellettuali, nel senso che mettevo fine alle direttive care ai Sereni
e agli Alicata, Ingrao e Reichlin aprivano un pericoloso dibattito sul
centrosinistra imminente, i colpi che ci menavamo non erano leggeri.
Nel 1966 cademmo tutti, Ingrao con onore, Natoli confermato come figura
nobile ma periferica, Pintor fuori da l'Unità, Castellina fuori dai
giovani, Magri fuori dal lavoro di massa, io fuori del tutto da
qualsiasi incarico. Gli ingraiani furono definiti dall'occhiuta
direzione del Pci prima che da se stessi. Nel 1968, studenti e invasione
della Cecoslovacchia ci trovano tutti dalla stessa parte. Al XII
Congresso votammo tutti, nelle rispettive istanze, contro le tesi della
direzione. Natoli, Pintor ed io fummo, per così dire, distillati fra
coloro che restavano ancora nel Cc, pochi ma rispettati, rispettati ma
pochi. E là ci infilarono come farfalle gli obiettivi dei fotografi
ammessi a riprendere i tre che il Cc radiava.
Per aver fatto e mantenuto fermo il manifesto rivista. A Aldo Natoli,
che parlò per ultimo dopo tre lunghi dibattiti, non fu perdonato che
dicesse: non occorre una tessera per essere comunisti.
Del manifesto abbiamo parlato altre volte. A guardar bene, si era
coagulato in tutti gli anni Sessanta. Il mensile che decidemmo di fare,
andando ogni giorno in piazza del Grillo, fu un bel lavoro. Il suo
successo fu strepitoso. Aldo, che era tornato dal Vietnam e vi aveva
molti compagni, scrisse soprattutto sul comunismo internazionale e
avrebbe fatto, assieme a Lisa Foa, tre pezzi sulla Cina di Mao che, a
mia conoscenza, sono rimasti senza uguali in Italia. Non fu entusiasta
quando si passò al quotidiano, opera soprattutto di Pintor, ma vi lavorò
come sempre, assieme a Lisa Foa, Luca Trevisani e me e con successo. Su
due questioni puntò i piedi, sull'andare con la nostra lista alle
elezioni nel 1972 e sul diventare presto un partito. Ero dello stesso
avviso, ma più accomodante di lui. Lui era più anziano, più provato,
più scettico sui tempi e forse sul fine. Fece la campagna elettorale ma
non andò oltre. Oggi, con gli occhi del femminismo che allora non
conoscevo, penso che i tre uomini, Magri, Pintor e Natoli avevano idee
più simili di quanto permettessero i loro caratteri. Sono le donne che
fanno precedere al carattere le idee. Nessuno fece clamore, quando prese
le sue decisioni, non ci fu un giorno in cui si consumarono adesioni e
rotture. Aldo restò un amico ma sempre più appartato, con un suo
giudizio ben fermo, che noi più giovani non volevamo ammettere: il
comunismo avrebbe richiesto tempi più lunghi. Non so se immaginasse con
quanta disinvoltura i cugini di Amendola e i figli di Berlinguer
avrebbero fatto a pezzi il partito dei comunisti.
Studiava e scriveva. All'Istituto Gramsci scoprì il carteggio, intonso,
fra Antonio Gramsci e Tatiana Schucht, la compagna russa cui alcuni,
forse l'esecutivo dell'Ic, affidò la cura del prigioniero ormai nel
carcere di Turi. Tatiana era sorella di Julia, sposata da Gramsci a
Mosca, e dunque aveva diritto di visita a nome della famiglia. Gli
sarebbe rimasta accanto per oltre dieci anni, andando a Turi appena ne
aveva il permesso, portandogli libri e le povere cose di cui aveva
bisogno, fino alla semilibertà in una clinica di Formia e poi, sempre
più ammalato, nella clinica Quisiana di Roma, dove si sarebbe spento
nel 1937.
Di Tatiana, che chiama Antigone in uno dei suoi libri, Aldo quasi si
innamorò, tanto era lei stessa innamorata di Antonio, senza dirglielo né
dirselo, ricevendo tutte le sue angosce e qualche volta le sue ire,
devota alla sorella e alla sua curiosa famiglia, e insieme più
fiduciosa nel Pcus che nel Pc d'Italia. Non scrisse che cosa pensava dei
sospetti di Antonio su una lettera, che gli parve incongrua, di Grieco né
dell'isolamento in cui lo lasciarono i compagni di galera quando criticò
la linea del «muro contro muro» dell'Ic. Gramsci non capiva perché
Togliatti non facesse il massimo per ottenere la sua liberazione. Con
uno scambio? Per mezzo del Vaticano? Stava sempre peggio, della sua
sofferenza e amarezza Tatiana fu indolenzita testimone, alla fine
convinta di una sorta di persecuzione degli italiani di Mosca, infuriata
perfino con Piero Sraffa, accorso per parlare con Gramsci prima della
fine. Che cosa si dissero non sappiamo. Certo Antonio dovette scoprire
molte verità. Non era davvero libero, era stato condannato non solo dai
fascisti, come aveva già scritto, non sarebbe andato né a Mosca né
nei pressi di Ghilarza. Pochi giorni dopo morì. Tatiana raccolse le sue
cose, mise in salvo i quaderni, lo fece incenerire e seppellire in un
funerale senza seguito, tornò nell'Urss e vi morì durante la guerra.
Di questo carico di dolore nessuno ha scritto come Aldo Natoli - anni
prima, forse, e anche lui non amato dal Pci, Peppino Fiori. Neanche i
gramsciani, mi sembra, hanno adorato questo outsider, precisissimo ma
non nella cerchia degli addetti ai lavori, che nel destino di Gramsci
scrutava le pieghe terribili del comunismo degli anni Trenta, all'epoca
di Stalin su cui avrebbe scritto un altro bel libro. Su Togliatti, Aldo
non ebbe mai uno sguardo men che severo.
Non so se ne abbia scritto e se lo troveremo nelle sue carte. Dopo la
morte di Mirella, la moglie, da alcuni anni non stava più bene. Non
avrebbe cambiato la sua vita per un'altra, ma le solitudini del secolo
le ha conosciute tutte. Sotto il fascismo quella del carcere, poi
l'impegno della resistenza e il breve entusiamo della rinascita, presto
la durezza della guerra fredda nella Roma papalina ma colorata di rosso,
le asperità degli scontri nel partito, altra solitudine nel 1956, altra
speranza nei Sessanta, poi l'esclusione dal partito, nuova speranza e
nuove difficoltà nel manifesto e, dopo, il ritiro. Solitudini mai
esibite, sempre nella sua eleganza e riserbo. Non credo che abbia mai
chiesto aiuto, né gli è stato dato, né l'avrebbe tollerato. Era un
comunista, stirpe di signori nel Novecento. La terra gli sarà lieve.
PARLA PIETRO INGRAO
«La militanza e l'amicizia»
Tommaso Di Francesco
«Provo un grande dolore - Pietro Ingrao
parla lieve, con una voce rotta dall'emozione che lo interromperà
più volte nelle risposte - e non solo per la grande stima ma
per l'affetto che io e tanti come me sentiamo per Aldo, per la
sua umanità così profonda e così indirizzata alla militanza,
insomma, puoi capire quanti ricordi adesso passano per la mia
mente e quante immagini di fratellanza con una figura come Aldo,
così fortee appassionata...è una grande perdita.»
Come vi eravate conosciuti?
L'ho conosciuto alla fine degli anni Trenta.. Io
ricordo gli incontri che abbiamo avuto al momento in cui si formò
questa aggregazione politica comunista, nell'area romana e lui
fu in prima linea nella costruzione di questo schieramento. Era
pieno di passioni e poi contemporaneamente aveva anche
un'ironia,sempre, quando parlava poi delle nostre lotte, dei
nostri tentativi e anche degli approcci che facevamo, della
visione in generale della lotta nel mondo.
Come maturarono le tue, le vostre scelte politiche?
Per me sia l'incontro con lui, sia un po' il mio modo
di leggere le cose maturarono tra il '36 e il '39. Direi che è
lì che per me avviene lo stacco dalla passione per la
letteratura e l'impegno politico a tutto campo e lì conobbi
anche la sua umanità. Tieni conto che ci fu anche una presenza
femminile, la mia fidanzata, Laura Lombardo Radice era molto
amica di Mirella che è stata la compagna di Aldo e questo
intreccio di passioni umane e di insieme impegno nella
cospirazione e nello schierarsi furono parecchio fuse e fecero
per me un insieme molto stretto tra la passione politica e al
tempo stesso l'amicizia umana.
Quale fu l'evento che caratterizzò l'impegno comunista
e che ruolo ebbe Aldo Natoli?
Sono emozionato al ricordo, scusami. Per me il punto
chiave dell'impegno ed insieme quindi la conoscenza del mondo
con cui poi dopo imparai a cospirare fu l'aggressione di Franco
in Spagna, lo sbarco, l'attraversata dello stretto di Gibilterra
e l'inizio della guerra fascista e nazista spagnola. Lì fu un
evento che mi disse che tutto cambiava nella mia vita e fondava
soprattutto ed in primo luogo la capacità di militanza e come
allora bisognava procedere con pienezza, direi, d'impegno
nell'azione quotidiana alla pratica e alla predica della lotta
comunista e per la liberazione dell'Europa. Questi prodromi che
poi sfociarono nella straordinaria, grande, emozionante guerra
di Spagna mi trascinarono alla cospirazione e all'impegno
militante e in quegli anni l'incontro con Aldo è stato di
grande importanza. Con Aldo, con Lucio che erano nel carcere di
Civitavecchia e che per noi erano grandi punti di riferimento,
furono loro gli esempi che ci trascinarono all'azione.
Poi, nel dopoguerra, c'è stata una lunga storia di
rapporti di militanza nel Pci. Anche lì c'era Aldo, nei momenti
cruciali come l'attentato a Togliatti, o come nell'impegno
rigoroso contro le trasformazioni sociali e di potere della città
di Roma, con la campagna memorabile, giornalistica e politica «Capitale
corrotta, nazione infetta»...
Sì, fu il suo un lavoro proprio sulla metropoli. Sul
cambiamento della metropoli e questo sogno anche della nuova
capitale aprì per tutti noi, nel partito ma anche fuori, uno
squarcio capace di portare tutta una nuova generazione
all'impegno militante, quando tutta la vita, tutta la giornata
viene presa e viene spostata a lavorare per il comunismo e per
la rivoluzione.
E alla fine degli anni '60 ci fu la questione dell
manifesto, e fu una rottura dolorosa...
Bè, furono vicende laceranti e lì io pure sbagliai e
non seppi realizzare l'invenzione dello scarto che mi portasse a
capire la novità anche dell'impegno di compagni come Aldo,
Rossana. Lì commisi degli errori che ho ancora duri nella
mente, però poi ripresi una conoscenza e un contatto con Aldo
che mi restituì tutta la forza della sua umanità. In questo ci
fu anche un intervento della mia compagna, Laura, che veniva dal
ceppo dei Lombardo Radice. S'impegnò nell'incontro con la
famiglia di Aldo e quindi la trama dell'amicizia e del
rinnovamento si allargò ancora di più, divenne più stretta.
In qualche modo l'amicizia con Aldo divenne ancora più salda.
Se tu dovessi raccontare ad un giovane che cosa perdiamo
con Aldo Natoli, cosa diresti?
È una perdita grande, quella di una figura che aveva
una capacità intensa di vivere e suscitare militanza e
coinvolgimento umano. Una perdita grande...
MEMORIA
14 luglio 1948, l'attentato a
Togliatti
Luciana Castellina
«Il Pci - amava ripetere Togliatti
- è una giraffa». Intendeva dire che era un animale
bizzarro, anomalo, molto dissimile dagli altri partiti
comunisti. Ebbene, Aldo Natoli è stato, sin
dall'inizio, una giraffa nella giraffa e io, quando l'ho
incontrato per la prima volta, sono in effetti rimasta
sbalordita. Era il 18 novembre 1947 e si votava per le
elezioni amministrative di Roma: la sinistra unita nel
Blocco del Popolo, simbolo l'effige di Garibaldi. La
sera prima, in una colluttazione fra ragazzi che
attaccavano gli ultimi manifesti, a Piazza Vittorio, un
giovane democristiano, Gervasio Federici, era rimasto
sul terreno, ammazzato. Furono accusati e arrestati a
casa loro molte ore dopo un gruppo di giovani comunisti.
Erano tempi feroci e la provocazione all'ordine del
giorno. Questa era destinata a influenzare il voto e lo
influenzò, seminando il terrore dei «rossi». Ricordo
bene quel giorno perché fu quel giorno che, rompendo i
restanti indugi, chiesi la tessera del PCI, misi piede
per la prima volta nella sede della Federazione romana e
conobbi Aldo Natoli, che poco dopo ne divenne
segretario. Io, certo, sapevo che i comunisti non
mangiavano i bambini, ma per una ragazzetta come ero io
non era da poco scoprire, in quel duro `47, la guerra
fredda appena scatenata, l'anticomunismo più rozzo
all'apice, che il capo dei «rossi» della capitale era
un intellettuale particolarmente raffinato, sotto il
braccio sempre opere letterarie preziose o un disco di
musica del `700 («dopo non c'è più stata musica
all'altezza», ricordo che mi disse nella prima
conversazione personalizzata e le sue parole hanno
segnato il mio gusto da allora).
Negli anni successivi, nelle tante riunioni nello
stanzone di piazza S. Andrea della Valle, o nel salone
della sezione Ponte Regola, in via Banchi di S. Spirito,
dove si tenevano gli «attivi» del martedì, ho avuto
modo di capire che quell'intellettuale così difforme
dal cliché dei dirigenti «rossi» dell'epoca era anche
il leader riconosciuto - amato, stimato - dei comunisti
romani. L'uomo di cui avevano fiducia, non solo per le
sue analisi brillanti (ricordo il suo rapporto
sull'edilizia romana, al terzo congresso della
Federazione, nel dicembre del `47 - pochi mesi dopo uno
sfortunato sciopero generale per le case popolari e il
risanamento delle borgate - in cui individuò il nemico
vero, la proprietà fondiaria dell'aristocrazia nera e
l'incipiente affarismo bancario, contro ogni
iimpostazione assistenzialista); ma anche nei momenti
drammatici, nel fuoco dello scontro. Ho ancora impressa
nella memoria la sua immagine quel 14 luglio 1948
quando, solo poche ore dopo l'attentato a Togliatti si
riversò sul centro di Roma paralizzato da un immediato
sciopero generale, a bordo di improvvisati gremiti
trasporti, il popolo inferocito delle borgate e tutto
poteva accadere. A piazza Colonna furono Aldo Natoli e,
se non ricordo male, Sandro Pertini, a cercare di
calmare i compagni, a far defluire il corteo.
Solo l'autorità indiscussa che gli veniva riconosciuta
poteva riuscire. Aveva alle spalle, è vero, la lotta
clandestina e il carcere che gli avevano dato prestigio;
e aveva il sostegno di Edoardo D'Onofrio, un uomo che da
lui non avrebbe potuto esser più diverso e che però
ebbe la lungimiranza di sceglierlo come suo delfino e
che a tutti noi, in un Pci ancora tanto operaista,
insegnò a occuparci del sottoproletariato della cintura
rossa senza disprezzare né ladri né puttane, ma senza
nemmeno populismo o compiacimento, e anzi per portare a
Primavalle o al Tufello cultura e coscienza di classe. E
«coscienza nazionale», come si diceva allora. (Non è
un caso se quando, nel `60, scoppiò nel Partito la
polemica su Pasolini, quel gruppo dirigente si schierò
dalla parte dell'autore di «Una vita violenta»). È
così che è stato costruito il «partito nuovo»,
anomalo come una giraffa. Poi sono accadute tante cose e
nel `69 ci siamo ritrovati, con Aldo, nel Manifesto. Ho
voluto ricordare in questo giorno doloroso le pagine più
antiche della sua storia di militante comunista, quegli
anni in cui il centro delle nostre vite era quel palazzo
un po' scalcinato fra corso Rinascimento e corso
Vittorio, negli uffici e alla mensa dove per tanto tempo
abbiamo continuato a consumare assieme il pasto di
mezzogiorno e dove molti di noi, un po' più giovani,
hanno imparato quasi tutto.
UN NASTRO DI PAROLE
«Ho conosciuto gli operai e i
contadini in carcere»
Alessandro Portelli
Nel 1987, aggirando un'antica
soggezione, andai con Nicola Gallerano a parlare con
Aldo Natoli per un numero su Roma dei Giorni Cantati. Ci
raccontò l'impatto nel dopoguerra con una sconosciuta
Roma popolare, in termini resi emozionanti da quel suo
ritegno rigoroso, da un senso della propria diversità
che fonda una passione senza populismo: «Io sono un
meteco a Roma, un siciliano che ha vissuto sin dalla mia
prima giovinezza qui», spiegava, «ma non posso dire di
essermi mai profondamente acclimatato con gli umori
popolari. In fondo, io prima di diventare comunista ero
un giovane intellettuale aristocratico. O per lo meno
pretendevo di esserlo. Ma stavo molto bene con loro; e
in questo forse vi era il ricordo del modo come io mi
ero proletarizzato, in un certo senso, quando stavo in
galera. Però dal punto di vista culturale in fondo io
ho mantenuto sempre questa ristrettezza - stavo per dire
autonomia, ma preferisco dire ristrettezza aristocratica».
«Nell'attività politica che ho svolto prima di essere
arrestato, fra la fine del `35 e la fine del'39, non ho
mai avuto un contatto con un operaio. Il partito ci
indicava l'interdizione di avere contatti in ambiente
operaio. Questo derivava (anche) dal fatto che
l'ambiente operaio romano, di sinistra, comunista in
particolare, era stato semidistrutto dalla repressione,
e dall'infiltrazione, poliziesca. Quindi io non avevo
mai conosciuto un operaio, un contadino. La mia prima
conoscenza avvenne in carcere. E rese più agevole
dentro di me lo svilupparsi di alcuni processi di
mitizzazione relativamente alla classe operaia e ai
contadini. Cioè, quando io ricordo i rapporti che io
ebbi in carcere, con operai e contadini, debbo resistere
alla mitizzazione. Capisci?» C'è chi mitizza la classe
in astratto, e poi si dice deluso; e chi costruisce
sulla conoscenza un legame che dura tutta la vita.
Riascoltando il nastro, mi accorgo che «capisci?» non
è un intercalare ma la parola chiave: non racconta
avventure, del passato, ma ci aiuta a capire che cosa è
Roma, che cosa siamo noi. I fornaciai di Valle Aurelia,
le donne di Trastevere che andavano al Divino Amore ma
erano furiose contro l'articolo 7, il Quarticciolo («al
Quarticciolo c'era il Gobbo, in quel tempo. Capisci?
Quindi c'era un intreccio, fra le frange del partito e
non solo questa piccola delinquenza locale ma il clan
del Gobbo. E il Gobbo pretendeva di essere lui il
comunista, lì»): «Capisci, noi avevamo verso il
sottoproletariato delle borgate, una posizione che non
aveva niente a che fare con il perbenismo. E in questo
magma sottoproletario, con una percentuale altissima di
immigrati del Sud - senza lavoro, gente che si
arrangiava - il partito aveva un enorme prestigio.
Questi vedevano il partito come lo strumento della
redenzione». Non si trattava solo di andarci, nelle
borgate, ma di riportarle dentro Roma: «La lotta contro
il patto Atlantico: come avremmo potuto fare quella
lotta nel centro di Roma se non ci fosse stata la
partecipazione delle borgate? Ma alla fine del `47,
sulle questioni della disoccupazione, noi facemmo uno
sciopero generale che durò due giorni. Con una azione,
organizzata, formidabile - di interventi nel centro e
nella periferia. E perfino con azioni gappistiche: nel
senso per esempio di paralizzare i trasporti
distruggendo gli scambi dei tram; oppure spargendo i
chiodi a quattro punte. Ma in certe borgate
organizzavamo scioperi a rovescio. Per esempio,
costruivamo le strade». Nel congedarci, raccontava: «Giorni
fa mi ferma per strada un tranviere» (l'amore di Natoli
per Roma proletaria è stato intensamente ricambiato) «e
mi chiede: Natoli, che fai? E io: sono un comunista
senza partito». È doloroso. Ma da quel giorno sono
stato fiero di esserlo anch'io.
ALDO NATOLI
Vita e storia di un comunista «senza
partito»
(s. d. r.)
Aldo Natoli (Messina 20 settembre
1913- Roma 8 novembre 2010) è stato medico,
antifascista e deputato del PCI per cinque legislature.
Laureatosi in medicina e chirurgia, fu inviato
dall'Istituto italiano del cancro all'Institut du cancer
a Parigi nel 1939; partecipò con Bruno Sanguinetti,
Lucio Lombardo Radice e Pietro Amendola al gruppo
comunista romano, una delle esperienze più emblematiche
del nuovo antifascismo che si stava formando in Italia
alla fine degli anni '30; stabilì, insieme con Bruno
Corbi, un collegamento con il Centro estero del Pci a
Parigi in stretto contatto con il fratello Glauco,
lettore di lingua italiana all'Università di
Strasburgo. Rientrato in Italia, fu arrestato nel
dicembre 1939 insieme ai militanti del gruppo di
Avezzano (tra cui Bruno Corbi e Giulio Spallone) e
condannato a cinque anni di carcere dal Tribunale
Speciale. La «scuola del carcere» fu, come egli stesso
ebbe a testimoniare nel libro «Il Registro», decisiva
per la sua definitiva «scelta di vita» comunista.
Dopo tre anni di reclusione a Civitavecchia, poté
avvalersi di un provvedimento di indulto e di amnistia e
fu scarcerato nel dicembre 1942. Dopo la breve parentesi
del servizio militare, durante la quale si guadagnò la
fama di medico antifascista, tra il 25 luglio e l'8
settembre 1943 entrò nell'organizzazione del PCI.
Partecipò alla Resistenza romana, lavorando alla
redazione de l'Unità clandestina ed occupandosi dei
contatti radio con le regioni liberate.
Dopo la Liberazione fu dapprima vicesegretario e poi
segretario della Federazione di Roma e del Lazio del
PCI, dedicandosi alla costruzione del «partito nuovo»
attraverso una vasta azione di acculturazione politica e
di crescita civile nei quartieri popolari e nelle
borgate. Fu anche protagonista della grande stagione
degli «scioperi a rovescio» dei braccianti e dei
lavoratori del basso Lazio. Nel 1948 fu eletto deputato
nel Lazio e riconfermato al Parlamento sino alle
elezioni del 1972. Consigliere comunale di Roma dal 1952
al 1966, fu capogruppo del PCI in Campidoglio. Qui
condusse una battaglia contro la politica delle
amministrazioni centriste, contro il «sacco di Roma»
da parte delle grandi società immobiliari, in stretto
rapporto con le correnti culturali più avanzate in
campo urbanistico. Nel 1956 entrò in contrasto con la
direzione del Pci sull'invasione dell'Ungheria, pur
continuando la militanza nel partito. Negli anni '60 fu
impegnato sulle tematiche delle riforme di struttura, a
cominciare dalla nazionalizzazione dell'energia
elettrica. Nel 1965 fece parte di una delegazione del
Pci che si recò in Vietnam, incontrando il presidente
Ho Chi Minh e aprendosi ai temi dell'internazionalismo e
della lotta per la pace.
Nell'ottobre 1969, dopo l'invasione della
Cecoslovacchia, in dissenso con la direzione del Pci sui
rapporti con il Pcus e sul «carattere socialista»
dell'Urss, fu radiato dal partito con Rossana Rosanda,
Luigi Pintor, Lucio Magri e Luciana Castellina e fu tra
i fondatori della rivista e del quotidiano il manifesto,
per il quale curò il settore internazionale.
Distaccatosi dal gruppo e poi dal giornale, si è
dedicato per un ventennio ad un'intensa attività
storiografica, pubblicando saggi e volumi sul comunismo
cinese, sulle origini del stalinismo, sulla storia del
PCI e sulla vita e l'opera di Gramsci. Su questi temi ha
svolto corsi presso l'Università di Urbino e seminari
presso la Freie Universität di Berlino.
GIORGIO NAPOLITANO
«È stato un esempio di dirittura
morale e di coerenza ideale»
Il Presidente della Repubblica,
Giorgio Napolitano, appresa con profonda commozione la
triste notizia della scomparsa di Aldo Natoli, in un
messaggio alla famiglia ne ha ricordato «l'impegno
civile e politico, il contributo alla lotta
antifascista, la passione spesa nelle aule del Consiglio
Comunale di Roma e della Camera dei Deputati. Sempre
diede prova della sua dirittura morale, coerenza ideale,
alta qualità intellettuale e culturale». «Rimangono
di ciò testimonianza i suoi scritti - ha proseguito
Giorgi Napolitano - anche del periodo successivo a
quelli della partecipazione attiva, in diverse forme,
alla vita pubblica. Desidero aggiungere una notazione
personale di grandissimo apprezzamento - ha sottolineat,
concludendo - per il suo stile, per il suo profilo
umano, per la collaborazione che mi diede in Parlamento,
per l'amicizia che mi mostrò anche celebrando il mio
matrimonio in Campidoglio».
SINISTRA
Il cordoglio di Tocci, Ferrero e D'Alema
Aldo Natoli è stato commemorato con
un breve ma significativo intervento in Parlamento da
Walter Tocci (Pd), e in Campidoglio dal capogruppo del
Pd, Umberto Marroni. Paolo Ferrero, segretario del Prc
ha dichiarato: «Di fronte alla morte di Aldo Natoli
dirigente comunista molto autorevole, incarcerato perché
antifascista, esprimo cordoglio, commozione e , insieme,
gratitudine per la sua vita. È stato, infatti,
precursore e maestro di tutte e tutti coloro che hanno
vissuto e vivono il proprio sentirsi comunisti
all'interno di una concezione fortemente critica e
rifondativa rispetto alla statualità del socialismo
reale. Natoli, con Pintor, Rossanda, Magri, insieme ai
quali fu radiato dal Pci, ci insegnò a criticare lo
stalinismo da sinistra, collegando la crisi della
democrazia in Urss alla riproduzione di rapporti sociali
capitalistici. Natoli proponeva al Pci, già nel 1961,
di discutere del modello sovietico e del rinnovamento.
Lo ricordiamo attento protagonista del rapporto tra
partito e movimenti; lo angosciava la separatezza; tentò
di essere canale di comunicazione che riteneva
necessaria sia per il partito che per i movimenti. Non
dimenticheremo il messaggio della sua intelligenza e
della sua passione». Un messaggio di cordoglio è
arrivato anche da Massimo D'Alema: «Protagonista della
Resistenza, storico, intellettuale e dirigente del Pci,
tra i fondatori del gruppo del Manifesto, Aldo Natoli ha
contributo con la sua intelligenza, cultura e capacità
di analisi alla storia della sinistra italiana».
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