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Per Aldo nessuna giustizia
di Emanuele Giordana *
su il manifesto del 17/12/2009
Secondo il gip di Perugia a
ucciderlo fu un fatale aneurisma
E' un silenzio gelato come la
neve che imbianca le montagne dell'Umbria quello che da ieri è sceso sul
caso di Aldo Bianzino, il falegname di Pietralunga che ebbe il torto di
entrare in prigione un altrettanto fredda sera di autunno per uscirne
morto due giorni dopo. La procura di Perugia ha deciso con rapidità
inesorabile e stupefacente di archiviare: di chiudere, in una parola, il
capitolo. Di ignorare cioè le opposizioni degli avvocati alla richiesta
di escludere la possibilità dell'omicidio. Aldo Bianzino morì per cause
naturali anche se entrò in carcere sano. Solo preoccupato, forse, per la
sua compagna, arrestata inspiegabilmente con lui, e per il figlio
tredicenne Rudra, rimasto solo con la vecchia nonna in un casale sperduto
sui monti dell'Alta valle del Tevere.
La tesi che fu solo il caso a far morire Aldo di quell'aneurisma che
implacabile attendeva di scoppiare nella sua testa - tesi liberatoria che
sul banco degli imputati mette solo il Fato e il Creatore - è stata
dunque ribadita dalla decisione del Gip del tribunale di Perugia che mette
i sigilli a un'inchiesta lacunosa su cui grava, lo voglia o meno il
giudizio del tribunale, l'ipotesi dell'omicidio a carico di ignoti. Il
giudice ha accolto la seconda richiesta di archiviazione del fascicolo
avanzata dal pm Giuseppe Petrazzini. A entrambe le istanze si erano invece
opposti i famigliari di Aldo. Cui resta tra le mani la sola omissione di
soccorso a carico di una guardia penitenziaria e dunque l'ipotesi che alla
fine lo Stato sanerà col denaro l'incapacità di accertare la verità.
Sarà quel processo, da celebrarsi la prossima estate, l'ultimo appiglio
forse per far riaprire il caso. In quella sede, ripercorrendo quelle ore
oscure al carcere di Perugia, la tentazione di vederci chiaro potrebbe
risaltar fuori.
Proviamo a farlo ora. Bianzino entra in prigione il 12 ottobre 2007 ma la
mattina di domenica 14 viene rinvenuto, inanimato, sulla branda superiore
del suo letto. I suoi indumenti si trovano, ordinati, su quella inferiore.
La finestra della cella è aperta e, sebbene sia ottobre inoltrato, Aldo
indossa solo una maglietta a maniche corte. Per il resto è nudo. La notte
si è lamentato ma solo al mattino viene trasportato fuori della cella e
deposto sul pavimento del corridoio dell'infermeria, sita a pochi metri.
Viene innalzato un lenzuolo così che gli altri detenuti non vedano.
Un medico dirà: «... non so spiegarmi per quale motivo sia stato portato
sul pianerottolo davanti alla porta dell'infermeria ancora chiusa poiché
(in altri casi) il nostro intervento avveniva direttamente in cella». Si
tenta la rianimazione, effettuando il massaggio cardiaco: uno dei punti più
controversi.
Le indagini rivelano subito «...lesioni viscerali di indubbia natura
traumatica (lacerazione del fegato) e a livello cerebrale una vasta
soffusione emorragica subpiale, ritenuta al momento di origine parimenti
traumatica...». L'inchiesta si ferma lì: qualche interrogatorio, le
perizie, i filmati del circuito chiuso. Viene aperto un procedimento nei
confronti di una guardia per omissione di soccorso. Ma poiché l'autopsia
ha rivelato che Aldo è morto per lo scoppio di un aneurisma cerebrale, il
gioco è fatto. Il caso chiuso.
E il fegato «strappato» dalla sede naturale? E quella perizia secondo
cui la lacerazione epatica deve «...essere ritenuta conseguenza di un
valido trauma occorso in vita e certamente non può essere ascrivibile al
massaggio cardiaco, in riferimento al quale vi è prova certa che avvenne
a cuore fermo»? Ma è anche quella una tragica fatalità: la lesione
epatica viene ritenuta estranea all'evento letale facendo escludere «...
l'esistenza di aggressioni» perché, sostengono gli inquirenti, quella
lesione fu l'effetto di un massaggio cardiaco. Così mal fatto da
strappare il fegato che, com'è noto, non è esattamente di fianco al
cuore.
Non è lecito ipotizzare che quell'aneurisma sarebbe potuto restare
dormiente per alti vent'anni se un improvviso fatto traumatico (anche solo
emotivo) non lo avesse sollecitato? E non è bizzarro pensare che il
massaggio di un esperto possa «strappare» un fegato? Non era sufficiente
tutto ciò almeno per un supplemento di indagine? Non aveva, Aldo Bianzino,
se non il diritto di continuare a vivere, almeno quello di ottenere
giustizia?
*Lettera22 |
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