Quando i rumeni erano gli albanesi
di Enrico Pugliese
su Il Manifesto del 07/05/2008
Le cose sono cambiate Dai tempi del primo governo Berisha, quando per tutti gli anni '90 i profughi sbarcavano sulle coste italiane sotto lo sguardo dei media, la situazione è mutata. Anche grazie agli aiuti internazionali. Ora i riflettori sono puntati sui rumeni Gli emigranti che tornano in patria non viaggiano più sulle più carrette della disperazione, ma con navi di linea. Nel paese si vede un relativo benessere e Tirana è diventata una città creativa
Nella nave della Tirrenia da Bari a
Durazzo su oltre un migliaio di passeggeri gli italiani si contano sulla
punta delle dita. Eppure tutti parlano italiano: non solo nel senso che
questa è la lingua con la quale tutti si rivolgono al personale di bordo o
ai camerieri, ma anche perché in questa lingua i passeggeri, quasi tutti
albanesi, a volte parlano anche tra di loro, soprattutto i più giovani. Si
tratta d'altronde di ragazzi nati in Italia, magari da coppie miste, o
arrivati giovanissimi.
Anche l'aspetto avvicina sempre più questi nuovi albanesi agli italiani. La
componente borghese dei viaggiatori - quella arrivata 15 anni addietro con i
pericolosi gommoni e che ora viaggia in cabina - non si distingue affatto.
Così nella componente proletaria, in larga misura giovane, l'aspetto è
simile quello dei coetanei italiani. Pochi tra i passeggeri di ponte dormono
sdraiati per terra, sono quelli più anziani, molto simili ai nostri
emigranti-proletari che andavano in Svizzera o in Germania 40 o 50 anni fa.
Non so se sono i più poveri nella nave, sono certo i più stanchi e quelli
con maggior necessità (o volontà) di risparmiare. Sono gli emigranti di
prima generazione, quelli che pensano innanzitutto al risparmio e al
ritorno, come d'altronde la letteratura internazionale sulle migrazioni ha
sempre sottolineato.
Ma la maggior parte dei passeggeri sono un'altra cosa. C'è chi si è
stabilito definitivamente in Italia: quella albanese continua a essere tra
le quattro o cinque comunità più numerose in Italia. C'è chi è ormai
tornato e si è ristabilito in Albania. C'è, infine, chi - come la
stragrande maggioranza dei nostri emigranti in Germania - vive la sua lunga
esperienza di emigrante temporaneo, arricchendo con il suo lavoro il paese
di arrivo e il paese di provenienza.
Tirana, città creativa
È da diversi decenni che non mi trovo d'accordo con chi considera
l'emigrazione una soluzione fallimentare dal punto di vista dei paesi di
partenza e solo una tragedia - o una fase di «non vita», secondo una
visione sociologica poetico-reazionaria - dal punto di vista dei
protagonisti. La realtà dell'emigrazione albanese smentisce tutto ciò, a
partire da come è diventato il paese oggi. Il relativo benessere che si
vede in giro - e che riguarda strati vasti della popolazione - non sarebbe
stato nemmeno immaginabile senza l'emigrazione. E questa è la prima cosa,
anche se non è la sola. Ci sono stati infatti anche i massicci aiuti della
cooperazione internazionale che hanno avuto una incidenza maggiore che
altrove (e probabilmente anche un tasso di spreco minore). Inoltre sul piano
politico e del governo - pur tra crisi, temporanee derive (tra cui quella
gravissima di dieci anni fa con le fallimentari piramidi finanziarie di
Berisha), riprese e rischi sempre incombenti - le cose non sono andate del
tutto male. E anche ora, con tutto il governo di centro destra, Tirana (un
quarto della popolazione del paese), mantiene la sua amministrazione
socialista, con un sindaco bravo e creativo. Il risultato è che la città
è irriconoscibile non solo rispetto all'epoca del crollo del regime, o
della devastazione urbana effettuata ai tempi del primo governo Berisha, ma
neanche rispetto a pochi anni addietro. D'altra parte un tasso di incremento
del reddito superiore a quello della Cina - già grande paese amico (mi
viene da pensare ai 704 milioni di albanesi di Riccardo Lombardi) - non può
passare inosservato. Ma non è tutto rosa e fiori. Un tasso di
disoccupazione del 20% non è un problema da poco. Né la situazione può
essere sdrammatizzata se si tiene conto dell'occupazione informale che è
diffusissima. Infatti se il dato sul lavoro nero porta a ridimensionare la
disoccupazione reale, va ricordato anche che questo è sottostimato per
effetto della fuoriuscita della gente dal mercato del lavoro. E per gli
ex-emigranti la prospettiva di un lavoro dipendente a un tasso di salario
ufficiale pari o inferiore a un quinto di quello che ottengono all'estero
non è certo invitante. Insomma 13% di crescita, 20% di disoccupazione:
ormai le cose funzionano così.
La fuga
Ma ripartiamo dall'inizio. Alla vigilia del crollo del regime comunista
l'Albania era un paese largamente rurale, assolutamente prostrato, con una
agricoltura arretrata e al contempo sempre meno gestibile. È in questo
contesto di estrema crisi economica - e grazie alla mutata situazione
politica internazionale - che avviene «l'assalto alle ambasciate» da parte
di chi tentava di fuggire: è la prima generazione dei profughi. A guidare
la rivolta c'è senza dubbio una componente politica, ma c'è soprattutto la
situazione di crisi economica. E questo assalto alle ambasciate con
l'obiettivo di partire verso i ricchi paesi di Occidente è una delle prime
dimostrazione di quanto sia difficile distinguere tra emigrazione economica
e emigrazione politica. La gente aveva imparato a conoscere il paradiso
italiano attraverso la televisione i cui programmi si captavano in Albania.
Ma se l'equivoco politico può valere per le prima ondata del 1990 - per i
nuovi Skanderbeg che, nella retorica dell'epoca, fuggivano dall'oppressione
(islamica o comunista, è uguale) - esso è del tutto chiarito con le due
famose ondate di arrivi in massa nell'inverno del 1991 a Brindisi e poi a
Bari nell'estate successiva, quando ai profughi concentrati nello
stadio-lager di Bari il cibo venne gettato dall'alto come a bestie. Comunque
nessuno poteva più sostenere che si trattava di profughi politici: il
regime era crollato. E non a caso a essi venne fornito un permesso di
soggiorno «per motivi umanitari». Detto tra parentesi, nella letteratura
internazionale del campo dei migration studies, l'episodio di Bari venne
registrato e commentato più volte con una pessima figura da parte
dell'Italia. Ma l'immagine più famosa, non solo per la celebre foto di
Oliviero Toscani, è quella della nave carica all'inverosimile di uomini
arrampicati fin sui pennoni più alti. Si fuggiva davvero in quel modo e ben
lo ha mostrato anche il film di Gianni Amelio, Lamerica.
Gigi Perrone, compagno storico del manifesto nonché tra i importanti
studiosi della emigrazione albanese in Italia, fu uno dei primi ad arrivare
in Albania a quell'epoca. Il racconto di Perrone è ancora più vivido di
quel che si può leggere nei suoi libri. La situazione economica era
assolutamente disastrata: non c'era più nulla e soprattutto non c'era nulla
da mangiare. L'emigrazione era l'unica possibile soluzione. Il tutto
aggravato da un accanimento disperato contro ciò che poteva rappresentare
un simbolo dell'organizzazione sociale ed economica di prima. Perrone parla
dei vetri delle serre rotti e della distruzione della vecchia agricoltura
statalizzata. All'implosione politica ed economica del regime non
corrispondeva alcuna alternativa. Ed è a partire da allora che
l'emigrazione diventa la base di tutto. Ma a quella devastazione del
capitale fisico - per quel che ormai valeva - non corrispose affatto la
devastazione del capitale umano. Non è retorica: per comprendere la
situazione dell'immigrazione albanese di oggi, quella che si può definire
di maggior successo nel panorama complessivo nazionale, non si può
prescindere da questo dato.
Era De Gasperi che nel dopoguerra in Italia invitava i proletari senza
possibilità di occupazione nel proprio paese a imparare le lingue per
emigrare. La differenza tra il grande statista italiano e l'orrido dittatore
stalinista è che il primo proponeva una soluzione tanto impraticabile
quanto insultante mentre il secondo, con la scolarizzazione di massa fino a
sedici anni, determinava le condizioni per conoscere e imparare
effettivamente le lingue. Ciò a dimostrazione che - come ci ha insegnato
Brecht a proposito di Galileo - «non tutto è grande in un grande uomo» e
che, di conseguenza, forse non tutto era orrendo nel compagno Enver Hoxha.
E si sa che istruzione genera istruzione, cultura genera cultura. Viene da
ricordare una delle scene della film di Amelio quando i ragazzini delle
famiglie di profughi sotto la nave-carretta prendono lezioni di italiano da
una ragazza solo un po' più grande. E per questo che ora è difficile nella
scuola media superiore italiana distinguere i ragazzi albanesi da quelli
italiani de souche (come direbbero, con una punta di razzismo, i demografi
francesi) e soprattutto non è possibile distinguerli all'università o in
qualche raro ufficio o azienda dove i più scolarizzati hanno trovato
lavoro. Si tratta di un'estrema minoranza ma, per quanto numericamente
modesta, esprime l'elevato livello di integrazione. D'altronde i pochi
indicatori attendibili di integrazione che gli studiosi delle migrazioni
riescono a produrre collocano gli albanesi nei gradini più alti della
scala. E pensare che questi erano «i clandestini venuti per delinquere»,
secondo le definizioni delle alte cariche dello stato. Così volevano essere
quelli della Kate I Rades, «gloriosamente» affondata dieci anni fa - con
centinaia di morti - dalla marina militare italiana per evitare la
pericolosa invasione (solo il manifesto se n'è ricordato un anno fa). Già,
«l'invasione della Puglia». Chi se la ricorda più?
Con le navi di linea
Perciò, per concludere, è il caso di ripercorrere velocemente la storia
degli immigrati albanesi da quando venivano salutati come novelli Skanderbeg,
a quando divennero l'emblema dell'immigrazione clandestina, gestita dagli «scafisti
criminali», a ora che non se ne parla più. Ed è normale che non se ne
parli: gli albanesi lavorano, hanno famiglia e i figli vanno a scuola. Non
mancano i problemi e le difficoltà, non manca neanche qualche delinquente.
Ma nel complesso non c'è nulla di eclatante che li riguardi. Vanno e
vengono tra Italia e Albania con le navi di linea e non ci sono più
pericolosi attraversamenti e sbarchi rocamboleschi. Insomma poche cose da
raccontare e poche immagini da riprendere dopo tutto il veleno che è stato
versato su di loro negli scorsi anni.
Nell'immaginario italiano e nei mezzi di comunicazione di massa gli albanesi
salgono e scendono. E l'immagine prevalente esaspera la realtà ed esclude
la complessità dei processi. Alla difficile fase dell'immigrazione di massa
sono seguite la normalizzazione e l'integrazione, che non interessano
nessuno. È comprensibile che nella prima fase devianza e criminalità
avessero un'incidenza significativa, come è normale nelle prime fasi di
un'esperienza migratoria senza alcuna assistenza e con un quadro legislativo
e istituzionale che spingeva alla clandestinità. Ma ora, grazie alla
tenacia, al lavoro e all'istruzione degli albanesi, nonché ai permessi di
soggiorno e alle regolarizzazioni, il quadro è radicalmente mutato.
Tuttavia il posto degli albanesi è stato preso da altri, specificamente dai
rumeni. Ai problemi gravi che indubbiamente ci sono - e che sarebbero
superabili con efficaci politiche di integrazione - si somma un'isteria
devastante nei loro confronti che finirà per impedire queste politiche
senza alcuna soluzione alternativa.
Ora che i riflettori sono puntati sui rumeni si può parafrasare il
sottotitolo del libro di Gian Antonio Stella, L'orda, che racconta di quando
i clandestini e i criminali, anzi i presunti tali, erano gli italiani. Come
si ricorderà, il sottotitolo recitava «quando gli albanesi eravamo noi».
Ora si può dire «quando i rumeni erano gli albanesi».