Notizie da Airasca ( marzo ’01).

Che cosa succede all’Skf di Airasca? Niente di eclatante. Tutto normale. A parte forse piccoli episodi trascurabili, bazzecole, futilità.

Come l’allestimento, negli ultimi giorni, di alcuni tabelloni, posti ben in alto, che elencano con fredde sigle le macchine presenti in alcune linee. Accanto ad ogni sigla una luce rossa: accesa se la macchina è ferma, spenta se questa gira regolarmente.

Vicino ai tabelloni un grande contapezzi digitale, più degno forse di uno stadio o di un aeroporto, visibile a distanza anche dai capi miopi.

Provate a fermarvi un attimo a commentare questi nuovi dispositivi e vi avvicinerà subito un solerte caporeparto per chiedervi se avete dei commenti da fare in proposito. Nessun commento, ma denunce forse sì: in base all’art. 4 della legge 300 o dell’impegno dell’azienda, nel contratto dell’89, a non far uso di ordigni per il controllo a distanza dei lavoratori.

Ad Airasca succede anche che una bettoniera, per i lavori del ch. 35, riversi nel chiuso dello stabilimento tanti gas di scarico da rendere l’aria irrespirabile in alcune linee. Un lavoratore se ne lamenta coi compagni di lavoro, ma questi, colti da improvviso "machismo", rispondono che sono stupidaggini e di non rompere le scatole. La salute una stupidaggine!

Dopo un po’ persino il caposquadra nota che "c’è qualcosa nell’aria" e fa fermare la bettoniera, la quale però riparte inesorabile dopo pochi minuti.

Finalmente la segnalazione arriva, per interposta persona (i lavoratori direttamente interessati sembrano paralizzati!), ad alcune Rsu che vanno in direzione a chiedere spiegazioni. Quando tornano: "Non preoccupatevi: ancora qualche minuto e sarà tutto finito".

Non sarebbe stato più semplice piazzare fin da subito, come già fatto in altri casi, un tubo flessibile all’esterno? E’ forse una pratica in vigore solo in caso di lavori vicino agli uffici?! Quanto siamo distanti da Villar, dove esiste ancora lo sciopero!!!

Altro episodio da nulla riguarda stavolta l’impresa-cooperativa, affamata di lavoro ma non altrettanto di assunzioni, che sovraccarica di lavoro i propri dipendenti (o meglio soci-lavoratori o meglio ancora schiavi).

Un ragazzo, serio e volenteroso, rovescia involontariamente alcuni cassoni di cuscinetti, complice un carrello elevatore a cui mancano i freni. Il ragazzo viene investito verbalmente dal responsabile (?) e poi spedito in ufficio, dove si attua nei suoi confronti una vera e propria tortura psicologica con minacce di sospensione.

"Il carrello è senza freni" replica il malcapitato. I suoi "responsabili" rispondono che non è vero, ma intanto il carrello in questione non c’è più: è in officina per una revisione!

Questi sono, come detto, piccoli episodi da nulla, inezie, eppure indicativi di come ci sia una continua politica del terrorismo e dell’immobilità cerebrale. Meglio non farsi sentire per il quieto vivere, le giuste lamentele sono vizi da consumare lontano da orecchie indiscrete e sono tanti i casi in cui a torto si crede sia impossibile rimediare. Tale situazione è indotta coscientemente proprio dalla micro-anestesia perpetrata su chi lavora, dal continuo screditamento della parola come difesa e della lotta, anche da chi dovrebbe promuoverla, come strada maestra per un ambiente più sano in tutti i sensi. Spesso ai capi non occorre neanche la censura per far desistere i lavoratori dal far valere le proprie ragioni: questi sono già talmente condizionati che si imbavagliano da soli.