PENSIONI PUBBLICHE E FONDI PENSIONE

Lavoratori abbattiamo i luoghi comuni che giustificano lo smantellamento della previdenza pubblica


Due riforme del sistema previdenziale (riforma Amato e riforma Dini) hanno di fatto modificato il sistema della previdenza pubblica, abbassandone progressivamente il grado di copertura, cioè il cosiddetto "tasso di sostituzione", ovvero il rapporto tra la pensione e l’ultima retribuzione. Per la maggior parte delle scuole di pensiero, la previdenza complementare ("il secondo pilastro") è diventata dunque una necessità piuttosto che una scelta libera del lavoratore "previdente".  E’ un modello importato dai paesi anglosassoni dove la pensione pubblica non esiste da decenni e dove la previdenza è affidata a un complesso sistema di risparmio individuale finanziario. Ma tutto questo è davvero inevitabile?

La CUB, Confederazione Unitaria di Base, ha organizzato un’assemblea per discutere le (false) ragioni dello smantellamento della previdenza pubblica e sottolineare ancora una volta i motivi per continuare a opporsi. 

Analizziamo quattro questioni: innanzitutto quali rischi corrono – anche alla luce degli scandali finanziari quali Enron – i lavoratori che affidano i propri soldi alle Borse;  inoltre se è davvero inevitabile il ricorso al modello anglosassone dei fondi pensione e infine, di conseguenza, se esiste la reale possibilità di controllare l’operato dei gestori dei fondi previdenziali, con un’analisi critica dell’ideologia che sta alla base della "privatizzazione" delle pensioni.  

I teorici del crack delle pensioni mistificano la realtà raccontando via via la “favola del conflitto tra generazioni” (i pensionati sottrarrebbero risorse ai giovani disoccupati), quella delle “culle vuote” (che comporterebbe l’impossibilità di continuare a garantire ai pensionati lo stesso livello di vita che è sin qui stato assicurato a coloro che li hanno preceduti), e quella dei “limiti imposti dal minore aumento della produttività”.

E a che cosa si riducono tutte le proposte di coloro che si battono per fare stringere la cinghia ai pensionati? Al fatto che per vivere così come si vive ognuno di noi dovrebbe lavorare di più. Dobbiamo giungere a una forma riflessiva che disintegri quell’ingannevole senso comune in materia economica che sta alla base del regresso in corso. Insomma bisogna spezzare il rosario che sta travolgendo ogni riflessione scientemente critica.  La pensione non è un fatto privato ma un fatto sociale e una pensione non può essere autoprodotta.

Secondo il nostro centro studi con l'attuale sistema di indicizzazione le pensioni hanno perso oltre il 20% del loro valore in 10 anni; per questo il sindacato di base chiede la modifica del sistema di rivalutazione collegandolo con l'inflazione effettiva e alle variazioni del Pil. La Cub contesta radicalmente la delega governativa sulla ennesima riforma delle pensioni pubbliche, lo scippo della liquidazione con la formula del silenzio assenso ai fondi pensioni. Il Tfr deve rimanere nella disponibilità dei lavoratori e noi vorremmo che potesse venir spostato all'Inps che potrebbe avere notevoli benefici di gestione e garantirebbe la rivalutazione prevista dalla legge invece delle perdite ormai evidenti dei fondi pensione privati. Con la privatizzazione parziale del sistema  si sono spalancate le porte a quanti puntano a ridurre i salari e spostare ulteriormente la distribuzione del reddito a favore dei profitti”. 


COLLETTIVO ALP/CUB AIRASCA        luglio 04                                        

cicl v. Bignone 89 Pinerolo