È finita l'agricoltura delle cascine

a.maranetto set 2011

Resistono solo le grandi realtà, secondo i primi dati regionali del censimento 2011  

Dal 2000 chiuso il 40% delle aziende, persi il 30% degli occupati, ma si coltiva come prima

 L'agricoltura piemontese soffre come tutti i contraccolpi della crisi economica e dei grandi mutamenti nel sistema in atto, ma resiste. Anzi, per certi versi è uno dei comparti che meglio reagisce alle nuove sfide.

È quanto emerge dai primi dati provvisori del censimento agricolo 2011 conclusosi da poche settimane. Un dato su tutti per capire di cosa stiamo parlando: dal 2000 ad oggi nella nostra regione sono scomparse ben 40.230 aziende agricole su 107mila, ovvero il 37,7 per cento del totale. Di queste, 8.114 erano attive in provincia di Torino e 11.132 in quella di Cuneo. Un mondo che scompare, quello delle piccole aziende a conduzione familiare, a favore delle grandi realtà. Che si tratti di un mutamento e non di una scomparsa di un'economia lo dice chiaro un altro dato: a fronte di tante chiusure, il terreno destinato all'agricoltura è diminuito di "solo" il 2,1 per cento, corrispondente ad una perdita di 21.982 ettari. Una percentuale tra le più basse a livello nazionale, si pensi che nella vicina Valle d'Aosta il decremento ha toccato il 22,1 per cento. Ne consegue, l'avrete già capito, che le aziende piemontesi, Pinerolese compreso, si sono ingrandite, passando da una superficie media coltivata di 10 ettari fatta registrare nel 2000 all'attuale dimensionamento medio pari a 15,8 ettari.

Il mutamento non è da poco e soprattutto non privo di conseguenze. Sia dal punto di vista economico, sia da quello sociale. Grandi dimensioni significa una maggiore efficienza, soprattutto per quanto riguarda le sinergie. Questo, come già è accaduto e accade nell'industria e nei servizi, ha come prima conseguenza il crollo degli occupati: in dieci anni, sempre a livello di regione, sono diminuiti di ben il 30 per cento; erano 202.000, oggi sono ridotti a 142.000, diminuite pure le giornate di lavoro. Allo stesso tempo, proprio per la scomparsa delle imprese a conduzione familiare aumentano i lavoratori salariati rispetto a quelli diretti, con grande prevalenza di extracomunitari.

Per quanto riguarda le aziende, da sottolineare che la maggiore estensione dei terreni molto spesso non è stata raggiunta con l'acquisto degli stessi, ma attraverso contratti di affitto. In termini numerici risulta infatti un incremento dell'11 per cento delle terre prese in affitto. Terreni, quelli ad uso agricolo, che insistono prevalentemente in pianura e in collina, mentre continua il fenomeno dell'abbandono delle attività nelle zone montane.

Gli effetti negativi del fenomeno della scomparsa delle aziende a conduzione familiare sono più evidenti dal punto di vista sociale. Oggi le campagne sono meno controllate, diminuisce la piccola manutenzione, mentre crescono i centri abitati dei Comuni della bassa che in questi anni hanno consumato vaste porzioni di territorio per ospitare chi ha lasciato le cascine. Scompare poi un tessuto sociale, fatto di tante comunità, forse litigiose, ma che allo stesso tempo avevano un forte senso di solidarietà di fronte alle difficoltà e di appartenenza. Al loro interno i giovani potevano trovare sicuri punti di riferimento. Al tempo stesso, però, il censimento segnala un fenomeno positivo: si abbassa l'età media degli agricoltori. Migliora anche la preparazione, i conduttori delle aziende dispongono di titoli di studio, anche se purtroppo il fenomeno riguarda meno l'area tra il Pinerolese e la provincia di Cuneo.

Ritornando all'agricoltura in senso stretto, i cereali continuano ad essere la coltura di riferimento, in particolare nel Pinerolese; seguono le aree a foraggio. Crolla il numero di aziende legate alla viticoltura, ma diminuiscono di poco le vigne, un dato quest'ultimo che non vale per il Pinerolese dove gli espianti sono all'ordine del giorno. Aumentano del 600 per cento addirittura le aree destinate all'ulivo, ma naturalmente parliamo di piccoli numeri: le aziende piemontesi in tutto sono 454, appena 63 nel 2000.

Tengono con il solito fenomeno di ingrandimento delle aziende, frutticultura e colture ortive, mentre tendono a scomparire gli orti familiari.

Anche per quanto riguarda l'allevamento il discorso non cambia, seppure con qualche sofferenza il comparto resiste con circa 20.000 allevamenti attivi, ma la concentrazione è ancora più evidente se pensiamo che il 94 per cento del patrimonio zootecnico della Regione è in mano al 14 per cento del numero totale delle aziende, il che tradotto significa che meno di 1.000 aziende allevano oltre la metà del patrimonio zootecnico. È costante invece il gruaduale depauperamento dell'allevamento montano (a cui dedichiamo un'inchiesta in pagina Economia), che conta solo il 9 per cento dei capi allevati.