La prova generale per cancellare diritti sostanziali
di Graziella Mascia
Abbiamo sempre pensato che loperazione di polizia alla scuola Diaz a Genova fosse premeditata. Abbiamo sostenuto da subito che lobiettivo perseguito era quello di criminalizzare il movimento, dimostrando la connivenza del Genoa social forum con i violenti. Abbiamo in parte ricostruito, nel comitato parlamentare di indagine, anche le contraddizioni, i conti che non tornavano negli orari e nelle dichiarazioni dei dirigenti delle forze dellordine che hanno deciso loperazione. Eppure oggi, mentre vengono emessi avvisi di garanzia per falso e calunnia emessi a carico di dirigenti della polizia, relativamente a prove fabbricate a tavolino, la vicenda ci appare ancor più inquietante. Anche i quotidiani internazionali, riferendo dei falsi accoltellamenti e dell molotov preparate ad arte, hanno sottolineato come la polizia italiana volesse "incastrare" i manifestanti.
Una decisione internazionale
Non vogliamo disquisire sulla "solerzia" della polizia, labbiamo sperimentata sulla nostra pelle. Vorremmo invece insistere sul fatto che gli obiettivi di Genova furono decisi a livello internazionale: il vertice del G8 doveva essere portato a termine a tutti i costi, il movimento doveva essere messo sotto accusa. Per questo, mentre il governo interloquiva con il Genoa social forum, si predisponeva una gestione del vertice che prevedeva centinaia di arresti, un sito carcerario che poi fu luogo di abusi e violenze, si liberavano posti in ospedale, addirittura si mettevano a disposizione 200 bare. Daltra parte, non si può non rilevare che, mentre nelle tradizionali manifestazioni nazionali, in questi anni, il rapporto con i questori ha di solito consentito una gestione "misurata" della piazza, le manifestazioni del movimento "no global", da Seattle in poi, sono finite sempre con cariche ed arresti. Inoltre, ogni manifestazione internazionale ha determinato la sospensione del trattato di Schengen e in virtù di questo, anziché limitarsi al solo controllo dei documenti, ogni volta si sono bloccati i manifestanti alle frontiere e si è proceduto alla loro identificazione. Una operazione di schedatura di massa che finisce negli archivi a livello internazionale, e che ogni volta va ad arricchire lo scambio di informazioni tra le varie polizie europee e del mondo.
Polizia senza frontiere
Oltre al coordinamento tra servizi e polizie, dunque - che punta a socializzare le informazioni sul movimento e che procede nelladozione di comuni equipaggiamenti e di strumenti di gestione della piazza con relativa formazione del personale - si può leggere un vero e proprio disegno di controllo sociale, che per giustificarsi, dopo l 11 settembre, utilizza anche lallarme terrorismo. E probabilmente ancora lontana la costituzione di una vera e propria polizia europea, ma intanto si concordano leggi liberticide, come quella sul terrorismo e linasprimento dei controlli di polizia alle frontiere per impedire lingresso agli extracomunitari. Infine, luso delle nuove tecnologie - dalla conservazione di messaggi sms allintroduzione della carta di identità elettronica, nonché il rilevamento delle impronte digitali che, assicura il governo italiano, non sarà solo per gli stranieri - estende il controllo sui dati personali a tal punto da allarmare anche il garante della privacy.
Una riflessione necessaria
Sul fronte italiano negli ultimi mesi la situazione si è fatta ulteriormente preoccupante. Le denunce politiche per i fatti di Napoli e Genova, nonché i procedimenti giudiziari in corso, avrebbero suggerito almeno una riflessione su tali esperienze di gestione dellordine pubblico. Invece nulla è venuto da parte del governo, se non la notizia di una commissione che lavorerà per una verifica di tale sistema, senza però che siano fissati parametri di valutazione e tantomeno obiettivi di riferimento. Al contrario, i fatti sembrano indicare lintenzione di voler procedere verso un maggior controllo politico di tutto quanto riguarda il sistema. Per questo tornano in auge i prefetti e la riforma dell81, che portò alla smilitarizzazione dellamministrazione della pubblica sicurezza, sottoponendo la polizia militare a quella civile, di fatto viene progressivamente svuotata. Così, mentre dopo Genova si tentava di giustificare il modo in cui si è gestita la piazza con difetti di coordinamento tra carabinieri e polizia, si tende a incentivare questa stessa competizione deresponsabilizzando progressivamente i questori. Contemporaneamente, non si perde occasione per mandare messaggi di protezione e impunità ad agenti e dirigenti di polizia accusati di violenza nei fatti di Napoli, e la legittima difesa per luccisione di Carlo Giuliani, dichiarata fin dal primo giorno dal comandante dei carabinieri, assume dal punto di vista giudiziario un aspetto tragicomico: il proiettile ha raggiunto la faccia di Carlo perché deviato da un sasso!
In questo contesto, appaiono del tutto insufficienti, anche quando apprezzabili, alcune timide dichiarazioni di esponenti dei sindacati democratici della polizia. Nonostante i momenti di confronto pubblico avuti anche con noi, una riflessione seria ed organica non è ancora mai stata fatta e il malessere che a volte traspare sembra riguardare solo una esigua minoranza. Non ci nascondiamo le paure, i ricatti che si determinano in quel mondo, ma proprio per questo abbiamo sollecitato coraggio e assunzione di responsabilità. La divaricazione che si è aperta a Napoli e Genova tra società e istituzioni è grave e profonda, e se chi porta la divisa è interessato a conquistarsi o riconquistarsi la fiducia dei cittadini, in particolare dei giovani, deve dimostrare di avere come riferimento i principi e i diritti previsti dalla carta costituzionale, sottraendosi alle pressioni e alla morsa di chi lo vuole asservito, guadagnando autonomia e professionalità. Da parte nostra, abbiamo oggi ben chiaro che non si deve mai abbassare la guardia, che in questi anni ci siamo un po distratti, dando per scontato che alcuni diritti fondamentali fossero consolidati. Dopo Genova abbiamo gli occhiali giusti per leggere gli avvenimenti del mondo anche da un punto di vista particolare: abbiamo sempre pensato che i diritti formali e le garanzie individuali non vanno mai sacrificate alle fasi politiche o piegati alle convenienze del momento. Oggi abbiamo la consapevolezza piena che quei diritti formali, e quindi le prerogative dello Stato e i suoi strumenti di potere, sono condizione irrinunciabile per guadagnare i "diritti sostanziali" di un altro mondo possibile.
Il kolossal delle nostre vite
di Marco Giusti
Non mi ricordavo più lultima foto di Robert Capa, scattata in Vietnam poco prima di inciampare in una mina. Dei soldati, di spalle, quasi sommersi dentro un campo con lerba alta. Qualcosa di molto simile al meraviglioso inizio di "La sottile linea rossa" di Terrence Malick. Capa aveva appena dichiarato che quella del Vietnam era la guerra ideale per un fotografo, del tutto libero di spostarsi per il paese. Libero anche di morire, ovviamente. Anche nei giorni di Genova i fotografi e gli operatori erano, stranamente (o no?), liberi di riprendere qualsiasi cosa. Liberi anche di essere spinti, calpestati, picchiati, certo, ma proprio rivedendo decine e decine di volte le immagini degli scontri una delle cose che risulta più stupefacente è proprio la presenza continua di decine di fotografi e operatori in ogni immagine. Non solo. Solo raramente i poliziotti sembrano preoccuparsi delle riprese, come se fossero abituati alle telecamere. A volte, nelle situazioni più tremende, cercano di fermare gli operatori, ma di solito li trattano come parte dello scenario di guerra che li vede protagonisti assieme ai ragazzi. Arredo, scenografia o pura presenza tecnica. Abitudine allinvadenza televisiva? Trascuratezza poliziesca? Certo, alla Diaz e, ovviamente, nelle caserme, le cose sono andate diversamente Ma durante gli scontri per le strade, gli operatori hanno ripreso qualsiasi cosa. E i ragazzi, anche grondanti sangue, sembravano ricercare con accortezza loperatore che li doveva riprendere per dovere di documentazione militante. Non solo, oltre agli operatori delle tv e a quelli indipendenti, abbiamo notato anche altri operatori che agivano indisturbati accanto ai poliziotti. Erano, con tutta probabilità, gli operatori dei servizi e della polizia. Altri occhi pronti a documentare, a riprendere. Per non parlare delle riprese dallalto da parte degli elicotteri. Tutti, insomma, riprendono tutti, e tutti fanno parte del film di altri registi o di un unico gigantesco film montabile con tutte le immagini possibili girate allora. Un vero kolossal che si può costruire come un grande film di guerra con campo e controcampo, particolari e ogni genere di ripresa.
Dopo aver finito "Bella ciao" ho sentito decine di persone dirmi che loro sanno chi ha fatto altre immagini che riguardano un certo incidente, chi ha il "dopo" o il "prima" di una delle storie minime di quei giorni. Probabilmente si potrebbe andare avanti per mesi nella ricostruzione puzzle del "film" di Genova. E allora è un po ingenuo sentire i registi italiani presenti lì parlare delle loro immagini come immagini di "registi", cioè firmate. Come se fosse stata possibile una messa in scena autoriale da parte loro. Le uniche messe in scena erano quelle dei ragazzi da una parte e, al massimo, dei poliziotti da unaltra. Le seconde dettate da "ordini" di servizio dordini, se non politici, più che da vere e proprie coreografie, e le prime spesso assolutamente teatrali, sia da parte dei Black Bloc che di molti manifestanti. La zona di guerra del centro di Genova esclusa dalla Zona Rossa e quindi "inclusa" in un altro possibile spazio dazione, oltre tutto documentato dalle migliaia di telecamere presenti, ha scatenato la teatralità dellevento da parte di molti ragazzi presenti. Bastava vederli in azione. E tutte le immagini riprese lì dipendono in qualche misura da questa messa in scena oltre che, naturalmente, dalla capacità di ogni operatore, grande, piccolo e medio, di poter seguire le situazioni, di muoversi per le strade di Genova, di portare a spalla un Betacam, di non fermarsi di fronte alle scene più crude. Ma se i fotografi migliori sono stati i ragazzetti che si sapevano muovere più velocemente dietro i Black Bloc e trasmettevano in tempo reale le loro immagini, polverizzando i più blasonati fotografi trenta-quarantenni troppo lenti e pesanti (sono anche stati i più colpiti dalla polizia ), nel caso degli operatori, a parte qualche caso clamoroso, come quello che ha filmato la morte di Carlo Giuliani o loperatore della Rai che è riuscito a filmare il lungo terribile piano-sequenza su Corso Europa con i dimostranti assurdamente massacrati, è proprio dalla moltiplicazione delle riprese e dal loro possibile rapido sfruttamente mediologico che nasce la forza filmica o televisiva delle giornate di Genova. Un assurdo se si pensa che tutto ciò capita "contro" un governo dominato dal paperone delle televisioni Berlusconi. Una vendetta se si pensa al boomerang che sono state le migliaia di immagini di contro-informazione che si sono viste più o meno liberamente nei mesi successivi.
Da una parte, quindi, Genova si può leggere come uno spazio rosselliniano (pensiamo al finale di "Viaggio in Italia" con la coppia Sanders-Bergman travolta dalla folla festosa) dove la realtà è dentro una messa in scena che non appartiene più a nessun regista, da unaltra, è una specie di gioco ad incastro dove la realtà è data proprio dal giusto rimontaggio di tutte le situazioni possibili con tutte le inquadrature possibili. Il recupero di Carlo Giuliani vivo dentro al film di Francesca Comencini fa parte proprio di questo rimontaggio infinito, mentre proprio la morte di Carlo o qualsiasi inquadratura di violenza a Corso Europa in sé racchiude la realtà "morale" degli scontri di Genova. Tutto questo rende le giornate del G8 forse il più grande evento mediatico italiano, e forse non solo italiano, di questi ultimi anni, infinitamente superiore a qualsiasi film, concerto, avvenimento sportivo. Anche perché "dentro" troviamo tutto il televisibile e il filmabile di questi ultimi anni, oltre a molti dei nostri figli, a molte delle nostre speranze, delle nostre illusioni.
Ho citato Rossellini (e non a caso "Viaggio in Italia"). Mi piacerebbe anche citare la morte di Shirley MacLaine in "Qualcuno verrà" di Vincente Minnelli. Ma potrei citare le assurde cariche alla baionetta di "Soldati a cavallo" di John Ford. E "fuori" rimaniamo ancora alla ricerca di altre immagini possibili che coincidano con quello che stiamo cercando di spiegare, di raccontare prima di tutto a noi stessi. E comunque Genova rappresenta un punto fermo, segna un prima e un dopo, a livello umano prima che ideologico o televisivo, di un mondo in mutamento, dove proprio lamato cinema e lodiata televisione possono aiutarci a fare luce su quello che stiamo vivendo, su cosa siamo e cosa saremo.
Qualche titolo, dei tanti. E un festival in arrivo
Come dice in questa pagina già Marco Giusti, i giorni del G8 di Genova segnano, nella storia delle immagini e del loro utilizzo, una sorta di spartiacque. Da allora in poi, esisterà probabilmente un nuovo modo di scendere e di essere "in piazza", con la necessità di esserci e contemporaneamente di testimoniare. I nostri lettori e non solo ricorderanno che fra i primi a partire per Genova furono i registi italiani che, coordinati e "montati" da Citto Maselli, hanno dato vita al filmato Un mondo diverso è possibile, frutto di 290 ore di girato e del lavoro collettivo di 25 troupe, da cui è nata anche la denuncia di Genova. Per noi realizzato da Paolo Pietrangeli con grande tempestività e poi distribuito insieme da Carta, Liberazione, il manifesto, LUnità. In parallelo si mosse un altro gruppo di registi, coordinato da *Gabriele Salvatores*, ma il filmato, presentato al festival di Locarno in versione "edulcorata" non ebbe buona sorte. Duro e senza concessioni al lato positivo di Genova ma concentrato invece sulla durezza della piazza, in particolare sugli scontri tra Black Bloc e polizia Le strade di Genova di Davide Ferrario a cui vale davvero la pena di dedicare una visione. Numerosissimo, completo e pagato anche a caro prezzo, il contributo in produzione audio e video della rete Indymedia che ha in un secondo momento fornito molti dei suoi materiali a registi e film maker.
Molti dei lavori realizzati sul G8 verranno presentati tra pochi giorni durante la quinta edizione del Genova Film Festival, che si svolgerà dall1 al 7 luglio, e che dedicherà una speciale sezione a reportage e documentari realizzati nei giorni del G8 sia da film maker professionisti sia da dilettanti. Il Festival ospiterà, fra i numerosi titoli, Bella Ciao Genoa Social Forum Un altro mondo è possibile, di Marco Giusti, Sal Mineo (Carlo Freccero) e Roberto Torelli. Bloccato inspiegabilmente (!?) dalla Rai che ne aveva autorizzato la produzione concependone la messa in onda su Raitre, ma che attualmente ne impedisce di fatto la divulgazione nonostante i successi raccolti ai festival di Torino e Cannes. Un commento, sentito e vissuto, quello Erri de Luca nel corto di Armando Ceste ispirato alle filastrocche dello scrittore comparse su il Manifesto a seguito dei fatti di Genova, Erri De Luca, dopo Genova. In programma anche G-Hate: Genova luglio 2001 di Gianfranco Pangrazio, Franco Leo e Matteo Nigro, un documentario di unora e venti incentrato soprattutto sulle aspettative di quanti avevano preso parte al movimento: la preparazione, le dimostrazioni e poi gli scontri, i metodi della polizia e il blitz notturno alla Diaz raccontato da un testimone oculare. In rassegna ci sarà anche il punto di vista delle donne grazie al video di venticinque minuti prodotto dalla rivista trimestrale Marea. Giugno-Luglio 2001: LE DONNE parte dalla documentazione dellevento punto G genere e globalizzazione tenutosi a Genova un mese prima del summit, il 15 e 16 giugno, per passare quindi alle giornate decisive, con le dichiarazioni di Lidia Menapace, il corteo dei migranti del 19 luglio, il concentramento dei gruppi femministi il 20 con le immagini lievi dellinizio fino alla tragedia, e poi il corteo del 21, la giornata Genova libera del 24 dopo le devastazioni e la repressione poliziesca. Sequenze sul G8 di Silvia Savorelli è una sintesi delle trentasei ore di riprese realizzate a Genova nei giorni del G8 dallArchivio audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico. Il film di settantasette minuti, per dare il senso dello sviluppo successivo del movimento, si conclude con la manifestazione del 10 novembre a Roma contro lingresso dellItalia in guerra. Con *Vitaliano a Genova* di Paolo Pisanelli si documenta la partecipazione del prete autore discusso di atti di disobbedienza civile e pacifista attivo nel movimento No Global. In libreria si trovano invece Genova. Per noi e Solo limoni Il primo, che include immagini e testimonianze sui tre giorni del summit, è allegato a "La sfida al G8" della Manifestolibri, presentato dal collettivo Carta, dallUnità e da il manifesto in collaborazione con il GSF. Il secondo è allegato al volume che porta lo stesso titolo (Shake edizioni, euro 14,46). Si tratta di unimportante videotestimonianza che mostra numerose sequenze inedite e ospita contributi originali di intellettuali militanti e di alcuni autori della nuova letteratura italiana: tra gli altri Franco Berardi (Bifo), Nanni Balestrini, Pablo Echaurren, Raul Montanari, Aldo Nove, Tommaso Ottonieri, Marco Philopat. Un documento dalla forza di una tragedia greca Carlo Giuliani, ragazzo film di Francesca Comencini che in questi giorni si può vedere anche nelle sale e che ricostruisce, attraverso le parole della madre Haidi Gaggio e le riprese di vari registi e operatori che ne avevano registrato la presenza, la giornata del 20 luglio 2001 la sua ultima di vita del ventitreenne ucciso da un carabiniere.
Valeria Muccifora
I giorni in cui la comunicazione divenne di tutti
di Angela Azzaro
La pistola puntata prima che Carlo abbracciasse lestintore, la camionetta che gli passa sopra due volte quando ancora respira, il suo corpo che giace a terra, buttato come se non fosse un uomo, un giovane uomo. Quante volte abbiamo visto e rivisto questa scena, quante volte abbiamo fremuto di sdegno e di rabbia. Quante altre abbiamo detto: "No, non deve più accadere. Mai più". Genova il suo carico di orrore e di passione, la sua voglia di cambiare le carte in tavola, la denuncia di fatti e misfatti, non avrebbero oggi la stessa intensità, la stessa forza emotiva e politica, se in piazza, per le strade, negli stadi non ci fossero stati loro, i mediattivisti. A luglio, in quelle calde giornate, appare chiaro che il movimento dei movimenti è tale perché non delega a nessuno il racconto di sé, di quello che è, di quello che vorrebbe, di come guarda il mondo. La capacità di comunicare e comunicarsi, i saperi che mette in circuito, sono uno degli aspetti qualificanti del popolo di Porto Alegre, uno dei nodi cruciali che anche in uno stato di crisi dichiarato apre porte e finestre verso il futuro.
Se questa è la società dello spettacolo, allora non ci si può sottrarre dal gioco: comunicare/informare è lo strumento per contrastare il sistema e i suoi, terribili, meccanismi di consenso. E una sfida che non si può perdere, ma che per vincere ha bisogno di uno sforzo ulteriore di analisi e di elaborazione progettuale. Con questo chiodo fisso abbiamo indagato alcune realtà italiane, consapevoli di un ossimoro insolubile in queste pagine: una molteplicità che ha la sua forza nel fatto di essere portavoce di se stessa, viene qui sottoposta a una descrizione di per sé riduttiva e poco rappresentativa.
Global Audio Project
Sono le sei del mattino del 16 luglio 2001, quando dal Media center di Genova iniziano le trasmissioni di radio Gap. Continueranno per tutti i giorni successivi garantendo un filo diretto con lesterno che ha fatto sì che anche chi non era nella città ligure abbia vissuto le stesse emozioni dei compagni e delle compagne, dei fratelli e delle sorelle presenti. Radio Gap - Global Audio Project - mette insieme diverse emittenti comunitarie, indipendenti: Onda durto di Brescia e Milano, Kappa centrale e radio Città 103 entrambe di Bologna, Onda Rossa di Roma, Ciroma di Cosenza. Un po di mesi prima dellappuntamento di Genova iniziano a vedersi e a progettare un circuito di radio libere. Al Media center arrivano con pochi giorni di vita, ma con un forte desiderio di dire le cose come stanno. "Il nostro progetto - spiega Massimo Carboni - nasce allinterno del movimento. Lobiettivo è fin da subito quello di interpretarne le istanze, ma anche di farne parte come soggetto autonomo". La radio, antico strumento, si rivitalizza e si fa contaminare da altri media: nasce anche unagenzia via internet, Amisnet, e si rafforza il rapporto con Indymedia, progetto di comunicazione via rete e video, altro grande protagonista delle giornate di Genova. Insieme organizzano a marzo la manifestazione "Reclaim your media", che - protestando contro il tentativo di spegnere radio Onda rossa e contro le perquisizioni agli attivisti di Indymedia - chiede diritto di cittadinanza per uninformazione libera e plurale.
Il modo di comunicare non rimane lo stesso. Cambiano i soggetti, cambiano i codici. A partire dalla molteplicità delle fonti. "Il nostro tentativo è quello di far parlare i diretti protagonisti - continua Carboni - di lasciare una sorta di microfono aperto dove le persone diventano croniste di se stesse. Il modello è evidentemente quello di una comunicazione orizzontale, non gerarchica". Quale bilancio allora e quali prospettive dopo un anno di sperimentazioni, voci, racconti? "Personalmente do un giudizio positivo. Abbiamo vinto la scommessa di stare insieme, diamo effettivamente voce al movimento e siamo riusciti a creare un modello di rete orizzontale, dove tutte le radio stanno sullo stesso piano. Ora si tratta di andare avanti, aprendoci e includendo nuove esperienze".
Scrittura collettiva
Creare una comunicazione di tipo partecipato, orizzontale, costruire luoghi aperti e pubblici dellinformazione: sono questi alcuni degli obiettivi di Indymedia, realtà internazionale che in Italia nasce nel 2000, un anno dopo Seattle. Ne parliamo con un mediattivista che, per scelta collettiva, non fa il suo nome contro ogni forma di personalismo.
La molteplicità che caratterizza il movimento la ritroviamo in questo progetto. Un esempio: le notizie e gli articoli che si trovano sul sito. "Ci sono diversi modi di dare un contributo - spiega il mediattivista - sia inserendo notizie a partire da quello che si è visto e vissuto oppure partecipando alla stesura dei pezzi collettivi". Un lavoro di grande valenza, che si serve di regole ben precise: "Chi ha il compito di stendere materialmente il pezzo deve cercare il più possibile di restare fuori con il suo punto di vista, riportando i fatti. Sappiamo bene che linformazione non è oggettiva, ma si tratta di conservare il più possibile la pluralità delle fonti". Stesso discorso vale per il linguaggio visivo, altro settore in cui Indymedia si è esercitata, in Italia e nel mondo, con risultati importanti non solo sul piano della denuncia e dellinformazione, ma anche dellelaborazione di nuovi paradigmi. "Una prima regola che ci siamo dati è quella di non inquadrare i volti delle persone, né di tenere materiale non editato in casa. Questo per preservare gli attivisti che vengono con noi alle manifestazioni e che potrebbero aver problemi se identificati. Anche qui il nostro tentativo è di arrivare a una elaborazione collettiva del filmato".
Il paese delle donne
Dalle 17 alle 23 di ogni martedì, su radio Onda rossa le voci sono quelle delle femministe e delle lesbiche che hanno uno spazio autogestito. Avere un programma tutto per sé, non vuol dire stare fuori dal mondo. Tuttaltro, lesperienza dellemittente romana ha saputo contaminare: non solo perché altri programmi simili stanno nascendo allinterno del circuito di radio Gap, "ma anche perché - spiega Cristina Cosentino - il nostro linguaggio, i temi di cui parliamo sono diventati patrimonio comune di tutta la radio". Il passaggio sperimentato è quello dallinformazione fatta dalle donne sulle donne allinformazione che tocca tutti i temi ma con uno sguardo diverso: lottica di genere. Un nodo teorico e pratico che ha attraversato il movimento delle donne nei decenni passati così come i concetti di orizzontalità, articolazione nellinformazione del rapporto tra soggettivo e oggettivo, tra chi scrive e le fonti. A rappresentare questa bandiera negli anni e con una resistenza encomiabile Il Paese delle donne. "Fin dallinizio - spiega Cristina Papa - siamo state dentro il social forum, un rapporto che ci ha sicuramente modificate aprendo il foglio ad altri temi e ad altre firme. Credo però che esistano delle difficoltà: da parte del movimento si dovrebbe riconoscere che molti dei temi oggi in questione hanno una maternità ben precisa, da parte nostra credo che si debba fare uno sforzo ulteriore per aprirci di più. Penso ad esempio ai linguaggi o alluso del sito che ora vorremmo modificare rendendo possibile un numero maggiore di contributi esterni sul modello di Indymedia".
Cantieri sociali
Chi alla comunicazione del e nel movimento ci ha sempre creduto è Carta, che non a caso diventa settimanale proprio un anno fa. Spegnere la prima candelina non è solo un gesto rituale ma un momento di riflessione su ciò che è stato fatto e su quello che resta da fare. Il passato: "Ancora prima di arrivare a Genova - precisa Anna Pizzo che coordina il no-news magazine - eravamo convinti che la comunicazione avrebbe avuto in quei giorni un ruolo strategico. E per questo che, anche personalmente, mi sono impegnata per creare il Media center. Unintuizione la nostra che poi si è rivelata esatta: Genova è stato levento più comunicato al mondo, questo perché moltissimi manifestanti che erano lì si sono trasformati in operatori della comunicazione restituendo allinformazione la sua dimensione più reale". Il futuro: "Sono responsabile del gruppo comunicazione per il Forum sociale europeo. La nostra proposta è quella di lavorare per allargare la rete e ribaltare le gerarchie ora imperanti che dividono la stampa in quella di serie A e quella di serie B che farebbe solo controinformazione. Noi pensiamo che questa distinzione sia fasulla: noi non facciamo controinformazione, ma lunica informazione possibile. Ora si tratta di fare uno sforzo in più con nuovi progetti e sviluppando un ragionamento sugli aspetti culturali di questo lavoro su cui stiamo scrivendo una lettera aperta".
A sinistra
Carta, pur essendo il settimanale dei Cantieri sociali, un laboratorio in divenire, come lo definisce Pizzo, ci traghetta verso un altro pezzo dellinformazione, i quotidiani, in primis della sinistra.
Qualcosa si è mosso anche qui. Un primo segnale è venuto dalla vendita della videocassetta di Paolo Pietrangeli, Genova. Per noi, che ha coinvolto Carta, Liberazione, il manifesto e LUnità, esperienza appena ripetuta, senza il settimanale, con il film sulla manifestazione del 23 marzo. Il rapporto tra questi giornali - spesso in concorrenza tra di loro - è però un discorso assai complesso che meriterebbe alcuni capitoli a parte. Torniamo allora a Genova, al 19, 20 e 21 luglio, per gettare uno sguardo sulla stampa cosiddetta ufficiale. Lo facciamo con il direttore de *il manifesto* Riccardo Barenghi: "Quello che è accaduto in quei giorni lo considero positivo. A parte i giornali della sinistra, tutti gli altri sono arrivati impreparati. Avevano uno schema in testa che, però, è stato completamente sconvolto. Abbiamo così visto un giornale come il Corsera che pubblicava da una parte articoli sulla verità dei fatti e dallaltra editoriali con tuttaltra impostazione. Ma se i secondi non ci sorprendevano, i primi sì. A colpire i giornalisti non solo il livello della repressione ma il fatto che quella violenza si scatenasse nei confronti di giovani che dicevano pacificamente "un nuovo mondo è possibile". Anche per il nostro giornale - continua Barenghi - sono cambiate alcune cose. La vita del movimento è entrata in pianta stabile nella nostra agenda quotidiana, anche se sappiamo bene che la sua complessità e articolazione non può essere resa nel dettaglio".
Tra quei giornalisti che con passione hanno raccontato la verità, Giulietto Chiesa. "I fatti di Genova - sottolinea - erano stati preparati da uninformazione tendenziosa, che si aspettava a priori i disordini. Il giorno della manifestazione dei migranti, a eccezione del Secolo XIX, nessuno infatti titola sullevento. Andava contro le attese dovute in parte a un calcolo politico, ma anche alla superficialità e allignoranza. Eppure diversi giornalisti hanno poi misurato la differenza tra ciò che gli era stato chiesto di raccontare e quello che vedevano: molti di loro hanno così vinto lautocensura dando spazio a pezzi importanti di verità". Sul ruolo della comunicazione fatta dal movimento, Chiesa è però molto critico e lancia una provocazione: "La gestione è stata debole, inadeguata. Il movimento, per molti versi innovativo, sul piano della comunicazione è invece conservativo. Linformazione indipendente non riesce, cioè, a uscire dal terreno conosciuto per arrivare alle masse che vedono solo la tv. E a loro che bisogna parlare". Unidea per molti aspetti diversa dallimpostazione di questo articolo, ma che può essere un ulteriore stimolo per un dibattito che è appena iniziato.
www.movimenti
Comunicare dal basso. E questo il vero progetto dellinformazione virtuale, quella che corre nei chip, dentro gli spinotti del telefono, tra le onde satellitari. E non si può certo offrire un breve excursus nel pianeta dei movimenti in Rete senza partire da qui: Indymedia. Il sito (www. indymedia. org) che, ormai, è un "network" globale ha rappresentato per primo uninformazione "di rottura" nel media scape nord-americano. Nato per esigenze di copertura mediatica di un evento che i media rischiavano di oscurare - le proteste di Seattle contro il Wto - oggi Indymedia dimostra come uninformazione autogestita, no-profit e indipendente sia possibile. Dopo Indymedia, in un certo senso, "nulla è stato più come prima". Il tam tam, lenergia comunicativa espressa da un network come questo, non ha avuto solo la capacità di influenzare i grandi *media* ma di costringere anche gli altri, i "compagni" della rete, a collaborare per vigilare sulla condotta dei "grandi". Così sulla scia di Indy in molti hanno cominciato a fornire il loro contributo al movimento. Come non citare Radio gap (www. radiogap. net/it) e Radio Sherwood (www. sherwood. it). Lultimo, un vero e proprio portale comunicativo. Con tanto di aggiornamenti quotidiani, rassegne stampa e tutte le notizie possibili da e per il movimento. Ma il movimento non ha mancato di mettere su la sua vetrina nel web: www. noglobal. org è un porto dapprodo necessario per ogni navigante "libero". Da qui un salto nel portale dellantagonismo italiano è quasi indispensabile. Arrivare alle "isole nella rete" (www. ecn. org) è come scendere su un pianeta nuovo. La rassegna, a questo punto, si dovrebbe aprire ad albero su una ramificazione impossibile da analizzare. Basta però ricordare che è tutta sotto gli occhi dei "surfisti" del web. Ogni sito, infatti, è un occhio aperto sul mondo.
Castalda Musacchio
"Il mio Max stava manifestando pacificamente, quando..."
di Checchino Antonini
"Genova è stata troppo importante, troppo grave, perché un autore schierato non dicesse la sua". Così, allindomani del luglio 2001, Massimo Carlotto, ha "bloccato le rotative" del suo nuovo libro, "Il maestro di nodi" (edizioni e/o), per rimettere mano alla storia alla luce di quanto accaduto nelle piazze e nelle caserme di quella città.
Annunciato per lo scorso febbraio, "Il maestro di nodi", uscirà davvero a settembre e vedrà il ritorno dellAlligatore, al secolo Marco Buratti, investigatore padovano con un passato di lotte e galere nei Seventies proprio come Carlotto, classe 56, che, a ventanni fu protagonista di un allucinante caso di malagiustizia. "Era il 76 - ricorda Carlotto, che ha esordito in libreria con il diario di quegli anni ("Il fuggiasco") - fui testimone di un omicidio per il quale venni processato per 17 anni, fino alla grazia intervenuta nel 93". Il romanzo è unindagine, giocata tra Torino, Roma e il Nordest, sulluniverso sado-maso, ma i fatti genovesi serviranno ad una più generale riflessione dei personaggi - sono tre e tutti "avanzi di galera" - sul carcere: "A Genova, e anche a Napoli - spiega lex Fuggiasco dal suo rifugio sardo - ho visto dispiegarsi un tipo di violenza cui, finora, avevo assistito solo "dentro". Era un modo tipicamente carcerario di approcciare i manifestanti, un salto di qualità rispetto allagire dei reparti antisommossa degli anni 70. Ho visto reparti, a Bolzaneto e per le strade, che ti trattano come se fossi un nemico fino in fondo".
Nella vita, lesperienza di Carlotto con le patrie galere, è legata a due tranches di detenzione - dal 76 al 79 e tra il 1985 e il 1988 - con tappe a S. Vittore, Padova, Treviso e nello speciale di Cuneo. Sulla carta, invece, sarà un altro personaggio, Max "La Memoria", controinformatore mai pentito (anche lui graziato di recente), a frequentare i boulevard genovesi tra i trecentomila del luglio. "Sia lAlligatore, uno "pulito", sia Max, più o meno innocente, fanno parte di quella schiera di compagni finiti in carcere, dopo il 7 aprile del 79, per la sola appartenenza al movimento padovano - spiega lautore a Liberazione - ora Max "La Memoria" è dentro il il movimento dei movimenti col quale va a Genova dove sfila con lo spezzone del commercio equo e solidale. Qui si trova coinvolto negli scontri e racconta...".
Bolzaneto, vecchia caserma della celere locale, tramutata per decreto in carcere temporaneo, sconvolgerà sia Max sia il suo creatore: "Ho rivisto scene già vissute - dice - ma vorrei fare unulteriore considerazione sulla medicina penitenziaria". Nella caserma-prigione erano in azione, e hanno svolto un ruolo discutibile, medici e sanitari del Dap, figure controverse che una timida riforma dello scorso governo avrebbe voluto mandare in soffitta con un passaggio della sanità oltre le sbarre al servizio sanitario nazionale. Non è un caso se la destra al potere stia ora boicottando questa riforma. Per "Il maestro di nodi", Carlotto ha raccolto anche i numerosi casi di decessi in cella, "delitti sotto silenzio", li definisce lo scrittore che afferma di sentirsi parte del movimento che descrive: "Ho trovato una collocazione". Ed è una partecipazione fatta di narrazione e del rapporto continuo con i lettori - "DallArgentina delle Madres (di cui parla nel reportage "Le irregolari", ndr) alla denuncia dei morti di cancro di Monfalcone, la mia è sempre una scrittura schierata" - come svelano i link del suo sito web dedicati a campagne per la verità sulle violenze genovesi, oppure contro le banche armate o, ancora, per il risarcimento delle vittime di una "strage in atto anche se nascosta": i morti di amianto nei cantieri navali del porto triestino dove, il prossimo 14 settembre, una grande manifestazione vedrà anche Carlotto tra coloro che romperanno il silenzio sulla faccenda.
"Stavolta, il movimento dei movimenti (Carlotto non lo chiama mai "noglobal", ndr), ha molte più chances di vittoria di quante ne avessimo avute noi negli anni 70. E credo che ci sia uno scambio forte tra le generazioni, mi piace molto che abbia recuperato alla politica moltissimi compagni che erano sempre rimasti comunisti". Eppure, per un "noirista" che riscrive un romanzo in nome del movement, cè chi da quello stesso movimento per spacciato. "Ho letto la lettera dei disobbedienti, alcuni elementi di crisi ci sono - considera - ma ben vengano, non credo che possa morire ora. Cè uno scontro forte tra il neoliberismo e i popoli del mondo e, col tempo, la parola dordine molto forte ("Un altro mondo è possibile") ci consentirà di trovare insieme sbocchi reali".
Intanto, il transito genovese della poetica di Carlotto segna anche una maturità del noir mediterraneo, genere che rivela lordito delle trasformazioni sociali attraverso le trame di grandi storie di criminalità. "Sono stati messi dei paletti e chiariti alcuni concetti - spiega Carlotto - il noir mediterraneo analizza la globalizzazione economica alla luce della rivoluzione criminale in corso ma lo fa tenendo docchi la politica. La tolleranza zero, ad esempio, dagli Usa labbiamo vista arrivare a Marsiglia (anche grazie ai romanzi di Izzo e Fregni) e lì la risposta penale si è mostrata assolutamente insufficiente. Ecco, il noir mediterraneo vuole introdurre nella narrazione il discorso della solidarietà: è la nuova frontiera del poliziesco, non ci interessa più essere cinici. Nella mia generazione, lapprodo alla letteratura di genere (si leggano Cesare Battisti ma, prima ancora, Jean Claude Izzo, ndr) è avvenuto dopo la sconfitta del movimento. Adesso - conclude - in tutto il mondo, la letteratura di genere è molto immediata e arriva quasi in tempo reale a cogliere certi nodi".
Così, grazie al popolo di Seattle, Genova, Valencia un anche altro raccontare è possibile. Perché la cortina di silenzio sui misfatti di Bolzaneto e di Monfalcone è la stessa che tenta di avvolgere i misfatti della circolazione globale delle merci, del riciclaggio dei diecimila miliardi di dollari delle mafie internazionali ma può essere squarciata.
Tutto (o quasi) quello che potete trovare negli scaffali delle librerie
È cronaca a caldo quella che ne fa Concita de Gregorio nel suo Non lavate questo sangue. I giorni di Genova (Laterza, 2001, pp. 140, euro 9,30), ormai giunto alla terza edizione. I preparativi, laspetto irreale di una città assediata, larrivo dei protagonisti, poi la tragedia, lindefinibilità di un ragazzo di soli 23 anni che è stato ucciso e viene ritratto dai media come un clochard, la mattanza violenta, proditoria e ingiustificabile subita dai no global nel blitz notturno. Tra le persone sorprese nel sonno alla Diaz, nella notte tra il 21 e il 22 luglio, cera anche Lorenzo Guadagnucci, giornalista economico del Resto del Carlino, che riferisce i fatti di cui è stato testimone in Noi della Diaz (Editrice Berti, 2001, pp. 173, euro 8,00). Tutti abbiamo visto le immagini dei ragazzi prelevati e fatti uscire, già feriti, dal dormitorio improvvisato per essere caricati sui cellulari: quanti referti medici che sarebbe stato obbligatorio stilare non sono mai stati redatti? Affronta la questione - in unideale riparazione offerta a quanti non vedranno mai ufficialmente registrato il male e le offese subite - il libro Obbligo di referto, curato dai sanitari del GSF (Fratelli Frilli Editori, pp. 153, euro 5,16, prefazione di Vittorio Agnoletto), che documenta decine di episodi drammatici dei quali si sono occupati medici, infermieri professionali e assistenti volontari. Unaltra cronaca "diretta" di quei giorni è offerta dal libro di Giulietto Chiesa, giornalista di guerra, G8/Genova (Einaudi, 2001, pp. 96, euro 7,23), uscito a distanza di quattro mesi dagli avvenimenti e in cui si intrecciano alla forma diaristica e alla testimonianza oculare. linformazione puntuale e la riflessione politica. Più puntualmente politici sono i numeri monografici di Micromega e Limes. La rivista di Flores DArcais titola "La primavera dei movimenti" (02/2002, pp. 288, euro 10,33) e contiene interventi di tra gli altri Vittorio Agnoletto, Marina Astrologo, Gianfranco Bettin, Erri De Luca, Francesco "Sancho" Pardi, Margherita Hack, Paolo Sylos Labini e Gianni Vattimo. "Limes" si concentra invece su "lItalia dopo Genova": insieme a "Scene da una battaglia", "Un paese in fuorigioco (passivo) ", "No Global e New Global", si trovano anche articoli dedicati a una ricostruzione dettagliata degli avvenimenti corredati di cartine indicanti i percorsi dei cortei. Anche Internazionale ha dedicato un numero speciale alle giornate del G8, "I giorni di Genova" (pp. 160, euro 7,75), illustrato con quindici pagine di immagini da non dimenticare, che raccoglie cronache, testimonianze, analisi e commenti sul summit, le violenze e la repressione così come sono comparsi sulla stampa straniera. Immediata è stata anche la reazione di una rivista storica del cinema come Filmcritica che già al festival di Venezia 2001 presentò un numero monografico, curato dal direttore Edoardo Bruno, che ospitava tra i suoi interventi anche quello di Fausto Bertinotti. Un vero tuffo allinterno di quelle drammatiche ore lo offre Radio Gap, Le parole di Genova, a cura di Anaïs Ginori (Fandango Libri, pp. 180, euro 10). È un libro corredato da un Cd audio e da fotografie di Tano DAmico che rende disponibile la documentazione sonora dei fatti di Genova. Radio Gap cominciò a trasmettere proprio allinterno del Media Center del GSF allestito alla Diaz. Le parole dei Forum, quelle delle manifestazioni e delle radiocronache (allora riprese da numerose emittenti europee), le musiche, gli slogan, ma anche i suoni frenetici e drammatici dellirruzione della polizia sabato 21 luglio alle 00.20 nella redazione (scaricabili in parte anche dal sito www. radiogap. net/it/genovapagina. html, che contiene anche due file che trasportano immediatamente in quei giorni decisivi: "Guerra e pace", 8,02 e "Di tutto di più", 6,29). Tra i protagonisti "maledetti" di Genova ci furono senzaltro i Black Bloc: Black Book. Cosa pensano le tute nere (Stampa Alternativa, pp. 160, euro 8,26) che racconta le posizioni dei duri del movimento attraverso la pubblicazione di stralci da "Anarchism in Action", il loro vademecum. Tracce di ogni elemento anche di quello anarchico si trovano peraltro in AA. VV., Organismi Genovamente Modificati. Piccolo dizionario degli orrori (Zero in Condotta, 2002, pp. 128, libro + Cd, euro 10). Venticinque autrici e autori che riflettono in forma di voci e in ordine alfabetico da "anarchici" a "zona rossa" sulle principali questioni sollevate dal movimento che ha dato vita a quelle indimenticabili giornate. La fondamentale voce "violenza" è stata redatta dalla gender hacker antagonista e situazionista Helena Velena, autrice anche de Il popolo di Seattle (Malatempora, 2001, pp. 128, euro 8,25), uscito venti giorni prima del G8 e contenente alcune visioni profetiche su quanto si stava preparando alla vigilia del summit. In Unestate allinferno, diario saggistico di Franco Berardi (Luca Sossella Editore, 2002, pp. 108, euro 12), Genova è inserita tra gli eventi traumatici dell "estate breve" (nel capitolo 3, "Voi G8 noi trecentomila"), che si è dipanata tra il 15 giugno a Parigi, il 23 dello stesso mese a Vancouver, e poi trascorsa attraverso Genova, quindi Kangra Valley (India) il 25 luglio, il 30 agosto in Dalmazia, per finire l11 settembre a New York. Tra i titoli che tentano invece una valutazione complessiva troviamo La sfida al G8 (Manifestolibri, 2001, pp. 223, euro 9,29; con allegata videocassetta), che analizza più da vicino il "movimento dei movimenti"; Dal 68 ai NO-GLOBAL. Trentanni di movimento, di Piero Sansonetti (Baldini & Castoldi, 2002, pp. 192, euro 12,50) che invece lo inserisce, dedicandogli due capitoli, in un percorso di più ampio respiro temporale, definendone le peculiari novità rispetto a quelli che lo hanno preceduto, tra cui quelle di non strutturarsi secondo i canoni della politica tradizionale, di non distinguere tra mezzi e fini e di non cercare il potere e ciò nonostante di non avere un carattere utopico; Movimenti globali di Paolo Ceri (Editori Laterza, pp.145, 12 euro) che tenta unanalisi storico-scientifica sulla specificità del movimento, la sua natura, i contributi che può dare. Dopo Genova nasce anche il Dizionario della globalizzazione (A cura di Alessandro Boscaro, Zelig editore, pp. 284, 12,40 euro), manuale per districarsi nella variegata e complessa terminologia della globalizzazione e di chi la contesta.
Infine tre titoli che nascono direttamente dallesperienza interna al movimento e cercano di offrirne una riflessione politica generale. Due di questi sono "figli" di Liberazione: Zona Gialla di Checchino Antonini (F. lli Frilli editore, pp. 6 euro) si sofferma sullesperienza di Genova e sullo sviluppo dei social forum tramite sei interviste (a Vittorio Agnoletto, Raffaella Bolini, Piero Bernocchi, Luca Casarini, Luca Lucchesi, Salvatore Cannavò) che costituiscono una delle prime riflessione a caldo di rappresentanti di associazioni e reti impegnate in prima persona a Genova. Dello stesso Salvatore Cannavò, invece, è Porto Alegre, capitale dei movimenti (manifestolibri, pp. 210, euro 9,5) che mette in connessione i giorni di Genova con il primo e il secondo Forum sociale mondiale, costruendo una mappa del movimento internazionale e collocando la sua crescita dentro la crisi della politica consumatasi nel novecento. Ancora su Porto Alegre, infine, è il libro di Claudio Jampaglia (membro di Attac Italia) e Thomas Bendinelli (di RadioGap) Porto Alegre, il Forum sociale mondiale (Feltrinelli, pp. 224, 9 euro) che raccoglie interventi, opinioni e riflessioni dei principali esponenti del movimento globale offrendone, come spiega il retro di copertina, "una polifonica sintesi".
V. M
Erosione, tecnologia e corporation
di Sabina Morandi
Chissà se Pat Moony aveva già in mente la globalizzazione quando, nel 1977, fondò la *Rural Advancement Foundation International*, ovvero la Fondazione internazionale per lavanzamento rurale, lorganizzazione canadese che ha dato più filo da torcere alle multinazionali del biotech. Certamente laveva in mente qualche mese fa, quando ha deciso di cambiare il nome della sua organizzazione in Etc, ovvero Erosion, Technology e Corporate Concentration, cioè Erosione, Tecnologia e Concentrazione Corporativa. La Rafi-Etc, diventata nota per avere battezzato come "terminator" il seme trangenico sterile, ha deciso di ampliare la sua linea dazione fornendo anche una lettura, forse un po semplificata ma certamente originale, della globalizzazione.
Solo 10 compagnie
Secondo Pat Moony, fondatore e presidente, Etc illustra perfettamente cosa è accaduto negli ultimi venti anni: "Con erosione intendo il principale effetto dellattuale modello di sviluppo" si può leggere nel sito (www. etcgroup. org). "Lattuale sistema provoca lerosione della stratosfera, delle specie, della diversità biologica e genomica, così come di tutte le risorse naturali. Ma erosione significa anche erosione dei diritti umani, delle diversità culturali e linguistiche delle comunità che più erano in grado di gestire lecosistema".
Lerosione provocata dalla tecnologia va di pari passo con la concentrazione di questa in poche mani. Le corporation sostengono infatti di voler rimediare allerosione da loro stessi provocata attraverso la tecnologia ma, sempre secondo Pat Mooney, vogliono continuare a muoversi al di fuori del controllo democratico: "La tecnologia non è pericolosa in sé ma lo è quando è fuori controllo. Non si sa quasi niente della tecnologia satellitare, della genomica farmaceutica e della nanotecnologia, ovvero della manipolazione diretta degli atomi, settore su cui stanno riversandosi tutti gli investimenti del biotech".
I dati forniti dalla Etc sulla Concentrazione corporativa sono davvero allarmanti. Quando gli attivisti dellorganizzazione hanno cominciato a monitorare la situazione, 25 anni fa, cerano nel mondo 7000 industrie sementiere che controllavano appena l1 per cento del mercato, oggi le 10 maggiori imprese controllano il 30 per cento del mercato globale. Nel 77 le 20 più grandi case farmaceutiche controllavano il 5 per cento del mercato, oggi 10 compagnie ne controllano il 40 per cento. Infine, per quanto riguarda i pesticidi ed erbicidi, ovvero il controllo dellagricoltura intensiva del pianeta, siamo passati da 65 grandi marche ad appena dieci, che controllano il 91 per cento del mercato globale.
Per chi si interessa a questi argomenti, il sito della Etc è una vera miniera doro di dati, informazioni e rapporti dettagliati che i canadesi, insieme alle succursali statunitensi e messicane, sfornano a ritmo serrato sia in inglese che in spagnolo abbastanza leggibile per gli italiani non anglofoni. I rapporti, talvolta dei veri e propri libri, si possono scaricare in formato PDF e poi stampare per conto proprio. Tutta la mole dinformazioni raccolte in venticinque anni di attività sono consultabili attraverso un efficiente data-base: basta digitare una parola per avere a disposizione tutto il materiale prodotto dalla Etc sullargomento.
La sindrome di Stoccolma
Ma Etc non si limita a raccogliere informazioni e a marcare stretto le corporation. Da Seattle fino al Forum delle Ong di Roma, passando per Porto Alegre, il gruppo è sempre stato in prima linea nelle campagne del movimento e si prepara al vertice sullo sviluppo sostenibile di Johannesburg con una campagna contro quella che viene definita la Sindrome di Stoccolma. Lespressione, che indica una sorta di innamoramento per i propri carnefici, viene utilizzata dai militanti canadesi per indicare "la triste sequenza di misure di compromesso che hanno pacificato le proteste popolari negli ultimi trenta anni" da quando, appunto, si tenne a Stoccolma il primo Summit sullo sviluppo sostenibile. "Le organizzazioni della società civile debbono liberarsi dalla Sindrome di Stoccolma e impegnarsi in tattiche più radicali" e la Etc propone unagenda che, passando per il Vertice di Johannesburg, arrivi al prossimo Social Forum Mondiale di Porto Alegre "con una visione globale e un piano realistico. Se, come è probabile, i governi e le Nazioni Unite non mostreranno alcuna disponibilità a prendere in considerazione i realistici obiettivi delle organizzazioni della società civile, il Social Forum Mondiale del prossimo anno potrebbe adottare un "approccio caldo" ai negoziati intergovernamentali". Il che significa, tradotto in parole povere, che le organizzationi della società civile potrebbero decidere in blocco di cancellare tutti i futuri incontri con le agenzie delle Nazioni Unite e di lanciare un "processo politico più mirato".
*Etc-group ex Rafi
http: //www. etcgroup. org
478 River Avenue, Suite 200,
Winnipeg, MB R3L 0C8 Canada
Tel: (204) 453-5259, Fax: (204) 284-7871
la parola chiave
di Rina Gagliardi
Genova
Genova, un luogo identitario, anzi una città che è diventata una identità politica, prima ancora delle giornate di luglio del 2001. Questo movimento, lo sappiamo bene, tende a definirsi esso stesso come un "percorso globale": né potrebbe essere diversamente, data la sua natura internazionale e transnazionale. Perciò prende nome dai luoghi - Seattle, Praga, Nizza, Goteborg, Porto Alegre - che via via svolgono una precisa funzione costituente. Ma perché Genova ha subito acquisito una fisionomia così netta, una suggestione così intensa?
Genova, sì, gode di uno statuto speciale nellimmaginario collettivo: come una città votata alle rotture, ai movimenti, alla rapida irruzione di nuove coscienze collettive. Il luglio del 1960 - che pure conobbe in Italia molti teatri di lotta e molti scontri di piazza - è saldamente connesso a Genova: è uno di quegli eventi che restano indelebili nella nostra memoria. Non si è perduto, a dispetto della immensa frantumazione della memoria che pur si è prodotta negli ultimi decenni: anzi, per vie misteriose, in un qualche modo si è trasmesso anche alle nuove generazioni, a coloro che pochi anni dopo, nel fuoco del 68, avrebbero riscoperto lattualità dellantifascismo non rituale. Ed ha sedimentato proprio questa idea: passano da Genova i *tournant* rilevanti della società italiana, si misurano lì le prove di crescita di nuove generazioni politiche, ieri i "ragazzi delle magliette a strisce", oggi i giovani no global. Ieri la rinascita della lotta operaia, nel passaggio del paese dalla vecchia economia rurale al capitalismo industriale maturo. Oggi linsorgere di un nuovo movimento di contestazione generale, nel momento in cui le contraddizioni del capitalismo stanno raggiungendo livelli "incompatibili" con la civiltà. Al crocevia cè sempre Genova, lex "terzo lato" del defunto triangolo industriale, il regno dei Camalli, il luogo che più di tanti altri ha pagato al terrorismo.
Ma anche lantropologia della città suggerisce un suo tratto speciale. Aspra, intensa, introversa, insoddisfatta, Genova non ha mai risolto davvero il suo rapporto con la modernità: ovvero, dalla modernità - lantica potenza commerciale e politica, la grande industria, il porto - è stata costantemente attraversata, ma al prezzo di contraddizioni molto forti, di ambiguità persistenti, di precoci processi critici. Sarà per questa collocazione "di confine" - non solo quello segnato dal mare - che Genova ha espresso grandi poeti, cantori davanguardia, musicisti non conformisti? Sì, "nei quartieri dove il sole del buon dio non dà i suoi raggi", popolati di "donnacce", "vecchi pensionati mezzo avvelenati al tavolino" e di gente pronta "a vendere sua madre a un nano", pacificazione o irenismo non hanno diritto di cittadinanza: linquietudine sociale e quella esistenziale convivono "felicemente", in commistioni socialmente connotate di classismo, vecchia e nuova emarginazione, precarietà giovanile. E ancora una volta pensieri ed immagini si confondono, dalla "casa dei doganieri" passano alla "città vecchia", dai ventanni che "minacciano" Esterina tornano a Carlo Giuliani. Uno di noi. Lultima vittima di quella storia tragica, intensa e maledettamente importante che è Genova.