vedi anche Baghdad o Pechino- Manlio Dinucci
Guerra all'Iraq fino in fondo
Ma ora il Pentagono non vuole l'"invasione", punta alla caduta di Saddam Hussein
FRANCO PANTARELLI- il manifesto 30/07/02
NEW YORK
L'ultima della "campagna dell'Iraq" dalla Casa Bianca è che la strategia considerata un mese fa, quella dell'invasione massiccia, sembra passata di moda - o criticata duramente nello stesso stato maggiore americano. La nuova idea forza si chiama "inside-out" e consiste nell'attaccare innanzi tutto, con massicci bombardamenti, Baghdad e altri centri di comando iracheni, in modo da uccidere Saddam Hussein e i suoi generali e lasciare le forze armate irachene senza ordini. In pratica stavolta bisogna fare esattamente il contrario della Guerra del Golfo, quando la famosa "offensiva di terra" partì anche sapendo che Saddam Hussein, nonostante i quintali di bombe lanciate su Baghdad e altre località, era ancora vivo e il comando militare era intatto. Allora si trattò di attaccare "dalla periferia al centro", anche se poi non si poté andare fino in fondo, cioè a Baghdad, per i limiti imposti dall'approvazione dell'Onu. Stavoltà si tratta di andare "in fondo" subito (tanto di autorizzazione dell'Onu non se ne parla proprio) e poi "irradiarsi" verso la periferia. Inutile dire che in questo i quintali di bombe dovranno essere molti di più e che per essere sicuri di ammazzare Saddam bisognerà ammazzare molta, ma molta altra gente. D'altra parte, dicono i sostenitori del concetto "inside-out", questo è il modo migliore per evitare l'uso da parte dell'Iraq delle sue armi di distruzione di massa, sia che vengano rivolte contro le truppe americane e alleate, sia che vengano indirizzate a colpire Israele. L'argomento principale è che, essendo quello iracheno un comando centralizzato e autoritario, gli ufficiali di medio livello non sono "addestrati a improvvisare", per cui senza specifici ordini dei loro superiori (nel frattempo morti) non se la sentirebbero di lanciare le micidiali armi chimiche e biologiche, ammesso che le abbiano; e poi, anche se addestrati, una volta appreso della morte di Saddam Hussein, è più che probabile che pensino a ingraziarsi il "nuovo" regime non lanciando le armi suddette. Ma ci sono anche argomenti politici in favore di questa nuova linea. Uno è che richiedendo un numero di soldati inferiore a quello ipotizzato prima (70.000 invece dei 250.000 di cui si è parlato a suo tempo), l'operazione "inside-out" potrebbe essere più "digeribile" per i governi della zona amici degli Stati Uniti. Loro, come si sa, durante il recente giro del vice presidente Dick Cheney nelle capitali arabe hanno pubblicamente e pressoché unanimemente detto di essere contrari all'attacco contro l'Iraq. Ma a quanto pare nei colloqui riservati con Cheney quegli stessi governi hanno fatto presente due cose: una, che se proprio gli americani quell'attacco lo devono lanciare, che sia almeno rapido, una sorta di "guerra lampo", e che non riempia i loro territori di soldati americani, per non dover fronteggiare una lunga stagione di proteste anti-Usa nelle piazze; l'altra, che se quell'attacco parte deve essere assolutamente certo, stavolta, che provochi la caduta di Saddam Hussein, non come l'altra volta, quando la sua sopravvivenza si risolse presso le masse arabe in un aumento di popolarità. Ma il problema politico principale è quello di "giustificare" l'attacco in casa. George Bush non ha prestato molta attenzione né alle regole della diplomazia né all'esigenza di sostanziare le sue stesse parole quando ha formalmente indicato nella caduta di Saddam Hussein un suo obiettivo "prioritario", così come quando ha detto che il problema fra Israele e palestinesi si risolve con la scomparsa di Arafat. E' stato il comportamento di un uomo banale, capace di enunciare ma non di elaborare e per di più convinto - per via dell'11 settembre - di godere di una sorta di "approvazione preventiva" per tutto ciò che dice. Ma fra qualche giorno la commissione Esteri del Senato ha in programma proprio una discussione sull'Iraq che dovrebbe concludersi con la precisa richiesta alla Casa Bianca di spiegare in modo convincente perché mai gli Stati Uniti debbano prendersela con un Paese il cui regime, certo, non piace ma che non ha attaccato gli Stati Uniti e che non risulta abbia avuto alcuna parte attiva nell'11 settembre: e a quel punto sarà bene che Bush provi a "elaborare". Tutti conoscono, naturalmente, i suoi "motivi". Ma tutti sanno che non li può dire. Come ammettere pubblicamente che si vuole andare alla guerra con l'Iraq per seppellire sotto la lava del patriottismo la crisi di fiducia della gente nel suo presidente e nella sua capacità-volontà di combattere il malaffare delle grandi corporation finanziarie? Come ammettere che dalla pelle dei soldati Bush spera di cavare voti alle elezioni di novembre e conservare la maggioranza repubblicana alla Camera? Suo papà, dopo la "grande vittoria" nel Golfo, gridò di avere "preso a calci la sindrome del Vietnam". Suo figlio, ora, spera di prendere a calci "la sindrome dei ladri". Al vecchio non andò bene. Al giovane si vedrà.
USA
Baghdad o
Pechino
In corso la più grande "guerra" simulata contro una
"potenza regionale"
MANLIO DINUCCI- il manifesto 30/07/02
Un altro piano di guerra contro l'Iraq è stato reso noto da The
New York Times del 29 luglio (v. pagina accanto): prevede che
le forze attaccanti occupino immediatamente Baghdad e alcuni
centri di comando e depositi di armi, così da paralizzare il
sistema di comando e controllo iracheno, uccidendo o isolando
Saddam Hussein. Richiederebbe una forza terrestre inferiore a
quella, già prospettata, di 250mila uomini. Le informazioni
provengono da alti funzionari del Pentagono e
dell'Amministrazione e sono fatte volutamente filtrare per
diversi scopi come ingannare il comando iracheno e premere sui
dubbiosi.
Tra gli stessi vertici militari c'è, infatti, chi è favorevole
a un "approccio cauto", ossia a un piano che preveda
attentamente i rischi della guerra. Il primo rischio è che la
conquista di Baghdad provochi un alto numero di vittime tra i
civili, con conseguenti reazioni nel mondo arabo. Il secondo è
che, una volta rovesciato Saddam Hussein, la situazione diventi
incontrollabile. Comunque, il dibattito tra "falchi" e
"colombe", dentro l'Amministrazione Usa, riguarda non
la decisione di fare la guerra all'Iraq, ma i tempi e i modi in
cui essa deve essere fatta. Tantomeno si mette in dubbio che gli
Stati uniti dovranno in futuro fare altre guerre per affermare il
loro ruolo di "potenza globale".
Lo conferma la Millennium Challenge 2002 (Sfida del
millennio 2002), in corso negli Stati uniti dal 24 luglio al 15
agosto. Si tratta del più grosso e complesso "esperimento
congiunto di guerra" (come lo definisce il Pentagono in un
comunicato del 12 luglio): vi partecipano - sotto la direzione
del Joint Forces Command (Jfcom), il comando addetto al
coordinamento delle forze - tutti i settori delle forze armate
statunitensi.
L'"esperimento di guerra" comprende esercitazioni con
impiego soprattutto di armi ad alta tecnologia (come gli aerei
senza pilota), simulazioni al computer (anche di attacchi con
armi nucleari) integrate con le esercitazioni, attivazione
dell'intero sistema di comunicazione e controllo, esercitazioni e
simulazioni con il controllo dello spazio essenziale per
l'"attacco preventivo". Per questo colossale war
game sono state riunite le migliori menti della guerra:
13.500 esperti militari e civili che, dislocati in diverse parti
del paese e collegati l'uno all'altro, coordinano e valutano le
diverse fasi dell'"esperimento".
Anche se esso servirà a migliorare l'efficienza delle forze
statunitensi nella prossima guerra contro l'Iraq, il suo scopo va
oltre. "Vogliamo verificare - hanno spiegato i responsabili
- la capacità di condurre una rapida decisiva operazione, sin da
questo decennio, contro un formidabile avversario con alte
capacità e una forza militare numericamente superiore". Chi
potrebbe essere il "formidabile avversario"? Un indizio
lo ha dato il portavoce del Pentagono che, il 22 maggio, ha
presentato la Millennium Challenge 2002: per
l'"esperimento", che simula la guerra contro "una
maggiore potenza regionale", è stato scelto un "paese
reale" con "14.500 obiettivi reali" (Special
Briefing, Dod, May 22, 2002). Alla domanda di un giornalista
che chiedeva il nome del paese, il portavoce ha risposto che
"è segreto e comunque non è importante sapere qual è il
paese X". C'è però da star sicuri che a Pechino hanno già
risolto l'enigma.