a scolta mp3 Audio Veglia politica sulla Tyssen- (l'infedele-La7) 12.12.07 manca l'inizio
prima parte seconda terza quarta omelia card. Poletto

La Cina ha un miliardo e mezzo di abitanti (30 volte l'Italia), quindi in proporzione i morti sul lavoro cinesi
sono il doppio dei nostri.
Non pensiamo che un aumento di ispettori "buoni" serva a diminuire il numero degli operai uccisi sul lavoro.
Pensiamo che il primo provvedimento dovrebbe essere un orario di lavoro ridotto e ritmi minori con un aumento di operai
Solo gli operai ribellandosi possono porre termine alla carneficina nelle fabbriche. (o.c.)
rassegna stampa-comunicati
Se il PD di Veltroni e l'Arcobaleno di Bertinotti dovessero mettere nella lista elettorale
un operaio sopravvissuto per ogni fabbrica, le liste dovrebbero essere lunghe chilometri.
|
Continuano i sopralluoghi
nella vasca del depuratore: esclusa l'ipotesi di una scarica elettrica
CATANIA
Sono proseguiti per tutta la notte e non sono terminati i sopralluoghi e i rilievi nella vasca del depuratore consortile di Mineo, dove ieri sono morti sei operai e che è stata sequestrata nell’ambito dell’inchiesta aperta dalla procura di Caltagirone. Nella tarda serata erano stati recuperati i cadaveri nel corso di operazioni rese complesse dalla necessità di bonificare il sito dalla presenza di sostanze tossiche, le stesse che potrebbero avere causato la strage sul lavoro. Secondo i primi rilevi potrebbero essere stato il monossido di carbonio il gas killer, una sostanza chimica presente strutturalmente in siti come questo, anche in relazione alla mancanza di dispositivi di sicurezze e protezioni per le vie aeree. Una carenza confermata dal comandante dei vigili del fuoco di Catania, Salvatore Spanò, che sin da subito ha escluso che i lavoratori fossero forniti di maschere. Meno probabile l’ipotesi di una scarica elettrica, partita dalla vicina cabina dell’energia che avrebbe fulminato le vittime nel corso di una tragica catena di solidarietà attivata dai sei per salvarsi l’uno con l’altro. Maggiore credito viene data alla possibilità di un guasto alla pompa che improvvisamente avrebbe riversato fango dall’autobotte per l’espurgo o questo sarebbe ritornata nella vasca da un bocchettone del depuratore, in modo tale che gli operai sarebbero finiti nel fondo, intrappolati, ingurgitando melma e respirando gas tossici, compreso il monossido killer. La valanga di melma avrebbe travolto subito i due operai della ditta specializzata Carfì di Ragusa, muniti di stivali, Salvatore Tumino e Salvatore Smecca, già dentro la vasca per ripulire i filtri, poi gli altri quattro sarebbero morti nel tentativo di aiutarli. Bisognerà comunque attendere l’esito delle autopsie per saperne di più: due dei cadaveri sono stati trasportati nell’ospedale di Palagonia e altrettanti in quelli di Caltagirone e Mineo.
8/4/2008 (10:44) - IL CASO
Thyssen: chi se ne va costretto
a rinunciare ai ricorsi
Lo ha reso noto il segretario la Fiom torinese. Rinaldini: «L'azienda
ha un atteggiamento arrogante». Cremaschi: «E' la dimostrazione
che sono dei mascalzoni». L'azienda replica: «Clausola in uso da
anni»
TORINO
La Thyssenkrupp, l’acciaieria torinese dove il 6 dicembre hanno perso la vita tra le fiamme sette operai, è di nuovo sul banco degli imputati. La Fiom denuncia: ai lavoratori che lasciano l’azienda, perchè hanno trovato un nuovo lavoro o per entrare in mobilità, fa firmare un verbale. Nascosto nel testo, articolato e di difficile lettura, c’è l’impegno a non costituirsi parte civile, ma anche a non ricorrere contro eventuali responsabilità penali dei dirigenti. Ma l’azienda, in serata, replica: sono clausole che hanno «lo stesso contenuto e gli stessi riferimenti da molti anni, anche quando i siti produttivi di Terni e di Torino sono appartenuti a diversi azionisti, anche pubblici». E ricorda che «i verbali vengono sottoscritti, ricorrendone le condizioni, in funzione di conciliatori, da un rappresentante delle associazioni datoriali e da uno delle organizzazioni sindacali di categoria». Il verbale è già stato firmato da una trentina di lavoratori. I legali, che si preparano alla costituzione parte civile di tutti i lavoratori in forza alla Thyssen al momento dell’incendio, sono sul piede di guerra. «Chiederemo che venga riconosciuto che quel verbale firmato dai lavoratori non possa essere inteso come una rinuncia a un diritto. L’azienda ha travalicato i limiti», spiega l’avvocato Elena Poli. La Fiom parla di «un fatto gravissimo» e, insieme agli altri sindacati, conferma l’intenzione di costituirsi parte civile. «Se la Thyssen - dice il segretario generale della Fiom torinese, Giorgio Airaudo - utilizzava questo verbale già prima della strage, nasce il sospetto che avesse interesse a cautelarsi. Se invece è stato modificato, ci troviamo di fronte a un’azienda che tenta di sottrarre ai lavoratori un diritto, quello di costituirsi parte civile. In ogni caso, per noi sono atti non validi, lavoreremo perchè vengano rimossi gli effetti». Per il leader nazionale della Fiom, Gianni Rinaldini, che invita i lavoratori a non firmare, «è un fatto gravissimo che arriva all’indomani della tragedia della Thyssenkrupp e conferma l’atteggiamento di assoluta arroganza dell’azienda e mancanza di ogni forma di sensibilità, soprattutto tenuto conto del procedimento giudiziario in corso nei confronti dei dirigenti della multinazionale. Il sindacato proseguirà la costituzione di parte civile contro la Thyssenkrupp». Duro anche il giudizio espresso da Giorgio Cremaschi, segretario nazionale Fiom. «Questa vicenda - afferma - dimostra che i dirigenti della Thyssenkrupp sono dei mascalzoni e bisogna fare il possibile perchè abbiano la sanzione che meritano».
Il ministro del Lavoro Damiano: "E' il testo più avanzato
nella legislazione europea"
|
|||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
| Domani fiaccolata dei lavoratori. In 150 rischiano il posto | |
| Torino, primo incontro sindacati-Thyssenkrupp Che fare dell'acciaieria? |
|
|
Maurizio Pagliassotti |
Rosario Rodinò, la sesta vittima dell'incendio alla ThyssenKrupp
I salvati: «Lì dentro noi non ci torniamo»
di Manuela Cartosio
su Il Manifesto del 18/12/2007
Rocco Marzo, capo-turno, è morto domenica. Quinta vittima del rogo alla ThyssenKrupp di Torino. Dove gli operai non vogliono tornare a lavorare
«Non se ne parla
nemmeno. Noi lì dentro non ci torniamo». Gli operai della
ThyssenKrupp di Torino l'avevano detto subito dopo la strage,
quando l'azienda con faccia d'acciaio pretendeva di riprendere la
produzione sulle linee non danneggiate dal rogo. L'avevano
ripetuto giovedì, ai funerali di Antonio Schiavone, Bruno
Santino, Angelo Laurino, Roberto Scola. Ce l'hanno ribadito ieri,
dopo che il conto delle vittime è salito a cinque. Il capoturno
Rocco Marzo, 54 anni, è spirato domenica mattina alle Molinette.
Restano gravissime le condizioni di altri due ustionati, Giuseppe
De Masi e Rosario Rodinò.
«Il mio Rocchino non doveva essere lì», dice la moglie Rosetta.
Nel calendario di Rocco e Rosetta a fine gennaio c'era la festa
per trent'anni di matrimonoio, poi una «nuova vita» con le
piccole felicità di una coppia di pensionati. Tutto bruciato.
Rocco Marzo doveva essere nella sua «stanzetta» da capo-turno,
invece qualla notte si è buttato nel fuoco per cercare di salvare
gli operai più giovani di lui. Avrebbe potuto essere nel suo
letto: a marzo, con lo «sconto» (si fa per dire) dell'amianto,
aveva maturato i requisiti per andare in pensione. Invece, era
rimasto a lavorare in una fabbrica condannata a chiudere entro
settembre. «L'ultima volta che ci siamo incontrati, il giorno
prima del rogo, gli ho detto che per lui era il momento di
decidere», racconta Ciro Argentino, delegato della Fiom. A
luglio, quando era stato firmato l'accordo per la dismissione,
alla ThyssenKrupp di Torino c'erano venticinque «capi». Rocco
era uno dei cinque o sei rimasti, non bastavano neppure per
coprire i turni.
Gli operai della ThyssenKrupp si incontrano quotidianamente sul
marciapiedi di corso Regina Margherita. Discutono le iniziative «di
lotta» perché sulla strage non cada il silenzio (oggi vanno alla
Regione e in Provincia). Si consultano con i pensionati,
ringraziano chi porta solidarietà. Nessuno pensa di tornare a
lavorare dove sono morti i «colleghi» che, per alcuni, erano
anche parenti. «Non ci sono le condizioni», dice Ciro, qualsiasi
cosa concluda l'Asl dopo i sopralluoghi. Per mettere in sicurezza
uno stabilimento dove da anni non si faceva la manutenzione
straordinaria d'agosto (e neppure quella ordinaria, per altro)
occorrono mesi, e settembre è dietro l'angolo. Ci vogliono soldi,
e la multinazionale che non ce li ha messi prima non li tirerà
fuori ora a fondo perduto. Si aggiungano «il ricordo, l'angoscia,
il dolore, la paura». E si capirà che mancano anche le
condizioni «psicologiche» per riprendere a lavorare «là dentro».
«La nostra posizione è che quella fabbrica non deve riaprire»,
dice con nettezza Giorgio Airaudo. Mancano le condizioni «ambientali»
e nel termine il segretario della Fiom mette anche «l'offesa che
la ThyssenKrupp, con la sua insensibilità, ha recato ai
lavoratori e alla città intera». L'Asl darà le sue indicazioni,
«ma i lavoratori e il sindacato diranno la loro. A un tavolo di
trattativa con un'azienda che deve farsi carico di tutto».
Compresi i giorni di fermo che il capo del personale torinese
vorrebbe considerare «ferie».
Domenica in un capannonne della ThyssenKrupp Acciai Speciali di
Terni il vescovo Vincenzo Paglia ha celebrato la messa di Natale.
Un Natale «durissimo» per i familiari delle vittime della strage
torinese, ha detto il vescovo, immolate «sull'altare del profitto
a ogni costo». Un giudizio simile a quello pronunciato dal
cardinal Poletto alle esequie nel Duomo di Torino, dove i capi
supremi della ThyssenKrupp erano presenti ma defilati e in
evidente imbarazzo. A Terni, invece, il numero uno della
multinazionale (Harald Espenhahn) ha preso la parola. «Si sarà
sentito a casa sua, ma quella era una messa e a noi non è
piaciuto che uno con le mani sporche parlasse quasi dal pulpito»,
commenta Ciro Argentino, precisando che i colleghi torinesi «la
pensano così».
Ieri al palazzo di giustizia di Torino ha fatto tappa «Lavoro da
morire», iniziativa itinerante di Magistratura democratica per
sensibilizzare le procure in materia d'infortuni. Nonostante
l'eccellente lavoro del pool guidato da Raffaele Guariniello, la
più atroce delle stragi si è consumata proprio a Torino.
ThyssenKrupp, la tragica fine di un'azienda e di un'esperienza operaia
di Marilde Provera *
su Liberazione del 18/12/2007
La tragedia che ha
colpito i lavoratori della Thyssen Krupp e le loro famiglie è
atroce per il modo con cui cinque persone sono morte e altre due
versano in gravi condizioni dopo essere stati aggrediti dalle
fiamme e consumati dal fuoco. E anche il segno di una ingloriosa e
tragica fine di una azienda e di una esperienza operaia che
avrebbe meritato di essere sostenuta con più forza ed attenzione.
Parliamo di una storia operaia legata all'impresa siderurgica
torinese che vedeva ancora alla fine degli anni 70 12mila attivi
su produzioni di grande pregio per il nostro Paese. Le
riorganizzazioni europee e mondiali dei produttori dell'acciaio
hanno visto queste aziende di proprietà Fiat cedute allo Stato
con notevoli profitti per il privato alla fine degli anni 70. Da
quel momento con l'industria di stato si è passati attraverso
riorganizzazioni e ristrutturazioni che hanno visto ridursi gli
stabilimenti e gli organici fino alla nuova vendita da Finsider ai
privati all'inizio degli anni 90: in parte il gruppo Riva (che ha
già cessato l'attività su Torino da tempo speculando sulla
chiusura) e in parte agli acciaieri tedeschi del Gruppo Thyssen
Krupp.
Per capacità delle maestranze e qualità del prodotto il gruppo
tedesco attraverso una attenta dirigenza italiana aveva ampiamente
sfruttato lo stabilimento di Torino investendo in modo
interessante in tutti i primi anni sia in macchinari che in
sicurezza. Si deve dire che l'attenzione posta dai lavoratori
attraverso le organizzazioni sindacali e in virtù della loro alta
professionalità era sempre riuscita ad accompagnare la vita dello
stabilimento con le misure più idonee a tutelare le persone, i
loro orari di lavoro (pur garantendo le lavorazioni a ciclo
continuo con lavoro il sabato e la domenica) e le misure di
sicurezza a tutela dell'integrità fisica dei lavoratori.
E' ben triste cosa vedere oggi l'interno di quello stabilimento
che dà subito l'immagine di trascuratezza, sentire le
testimonianze di chi lavora che va a prestare la sua opera non
solo con il rispettoso timore verso una lavorazione già di per sé
rischiosa ma aggiungendo la paura, perché attorno si sente che
mancano strumenti di difesa, manutenzioni idonee e personale con
le professionalità per sapere e potere intervenire in caso di
bisogno.
La situazione di turni stressati per carenza di personale fanno
ben comprendere la mancanza delle figure che si possono occupare
di ciò che per l'azienda è diventato il lusso di una adeguata
manutenzione agli impianti e per provvedere alle misure pur minime
di sicurezza come il ricambio ed il controllo degli estintori o
delle pulizie utili anche a allontanare le pericolose carte oleate
che frapposte ai nastri da laminare se non rimosse sono inneschi
possibili per il dilagare di incendi. Si è lavorato ampiamente
sotto organico in questo ultimo anno, se ne sono andati circa 200
lavoratori ma le linee dismesse occupavano solo circa 24
lavoratori e dunque il peso di tutti gli altri 180 che non c'erano
più si è riversato sui chi è rimasto allungando i turni e non
provvedendo più neppure alle più elementari misure di sicurezza
come pure alla squadra interna antincendio.
Una situazione dunque che nel fare di pochi anni ha precipitato
uno stabilimento con lavorazioni pesanti e rischiose nello stato
di un luogo di quasi certezza di pericolo in cui ogni singolo
piccolo intoppo o incendio (non così inusuale in quel processo
lavorativo) diviene un effettivo pericolo per la stessa vita di
chi presta la propria opera. Così è stato e le responsabilità
andranno tutte evidenziate e chiarite e colpite a partire da
quelle di una azienda che vede la chiusura di uno stabilimento
solo come fonte di possibili maggiori guadagni spremendo fino in
fondo impianti e lavoratori fino alla loro usura totale, fino alla
morte.
Che brutta fine per quella prestigiosa azienda, che immane danno a
quella classe operaia di così grande pazienza e professionalità
e quale e quanto dolore per quelle vite spezzate e per quelle
persone devastate, quanta sofferenza ed incertezza di futuro delle
loro famiglie, e tutto per un pugno di soldi in più ad un padrone
avido e senza coscienza sociale.
*deputata Prc-Se
Del
18/12/2007 Sezione: Cronaca di Torino Pag. 55)la stampa
Documento
L’allarme di sei mesi fa “La Thyssen è
insicura”
I
l ministero sapeva e avvertì la ThyssenKrupp: rischio grave incidente
per lo stabilimento di Torino, causa gravi mancanze nella sicurezza. A
rivelarlo è un verbale del Comitato tecnico regionale, l’organismo
nominato dal ministero dell’Ambiente per effettuare le cosiddette «verifiche
del sistema della gestione della sicurezza». Qualcosa di più di
un’analisi tecnica. Una disamina a tutto tondo sui responsabili, i
dispositivi, gli investimenti. Quattro giorni di ispezione e
l’azienda che presenta un proprio Rapporto sulla sicurezza.
Documento obbligatorio per uno stabilimento come quello della
ThyssenKrupp, considerato ad alto rischio per la presenza di idrogeno
e acido fluoridrico nel ciclo di lavorazione. Eppure quel rapporto non
ha superato il vaglio del Ctr. Il 21 giugno 2007, alla presenza di due
rappresentanti dell’azienda (il direttore dello stabilimento
Raffaele Salerno e il responsabile della sicurezza Cosimo Cafueri), il
Comitato ha imposto altri dieci interventi. Alcuni dei quali relativi
al rischio incendio. Per il Ctr doveva essere installato un impianto
di rivelazione incendi nel deposito dei rotoli di carta; il magazzino
dei pallets di legno doveva essere spostato più lontano dalla
fabbrica; tutte le tubazioni dovevano essere contrassegnate da colori
e simboli per capire quali fluidi vi correvano all’interno; ma
soprattutto dovevano essere ottimizzati gli impianti di rivelazione
incendi in corrispondenza delle gabbie dei laminatoi; tutte le zone in
cui potevano verificarsi perdite di acidi od oli dovevano essere
impermeabilizzate e dotate di organi di convogliamento nell’impianto
di trattamento reflui e doveva essere tenuta a disposizione una
riserva di schiumogeno non inferiore ai 2000 litri. Prescrizioni a cui
l’azienda avrebbe dovuto ottemperare entro il 31 dicembre 2007, pena
sanzioni pesantissime, compresa la chiusura dello stabilimento.
Erano state soddisfatte queste condizioni? E nel caso non lo fossero
ancora state, avrebbero potuto salvare la vita ai cinque operai della
ThyssenKrupp? È ancora presto per dirlo. Solo l’esatta dinamica
dell’incendio avvenuto il 6 dicembre potrà chiarirlo. Ieri gli
esperti del Politecnico avrebbero dovuto anticipare ai magistrati gli
esiti della loro indagine. Così com’erano attesi i risultati
dell’ispezione dei tecnici della Asl sulla linea 5 (quella sul resto
dell’impianto e relative prescrizioni arriverà giovedì). Nel
frattempo si stringono i tempi. Il procuratore aggiunto Raffaele
Guariniello e i pm Francesca Traverso e Laura Longo hanno stabilito un
calendario serrato per chiudere l’inchiesta entro gennaio. Oggi si
riparte con l’autopsia su Rocco Marzo, l’ultima vittima. I
lavoratori dell’azienda, invece, saranno ricevuti in delegazione in
Regione e Provincia per discutere del loro futuro.
--------------------
Non ce
l’ha fatta Rocco Marzo, il capoturno della ThyssenKrupp coinvolto
nell’incidente di dieci giorni fa in cui sono già periti quattro
operai. Marzo è morto domenica mattina all’ospedale Molinette di
Torino. Nell’incendio aveva riportato ustioni sull’80 per cento
del corpo. Era sposato e padre di due figli, uno di 26 e l’altro di
22.
In questi dieci giorni i medici del Cto avevano sottoposto Marzo, che
era ormai prossimo alla pensione, a due interventi chirurgici, martedì
e venerdì scorsi, per togliergli lembi di pelle necrotizzata. Le sue
condizioni erano apparse però subito gravissime. Due operai sono
ancora ricoverati, Giuseppe Demasi, e Rosario Rodinò, entrambi di 26
anni. Il primo al Centro grandi ustionati del Cto di Torino e l'altro
all'ospedale Villa Scassi di Genova. Il rogo alla ThyssenKrupp si era
verificato nella notte fra il 5 e il 6 dicembre scorsi. Fu provocato,
secondo quanto stabilito dalle perizie, dalla rottura di un manicotto
in cui scorreva olio dopo che si era verificato un principio di
incendio.
l'unità- 16.12.07
541: MORTI
SUL LAVORO. (locandina settimanale alp)
Siamo andati anche noi a Torino per rispetto ai morti e alle loro famiglie.
Abbiamo ritrovato una Torino operaia disorientata, arrabbiata ma una Torino operaia sconfitta. La città non si è vista, non si è fatta sentire, non era vicino agli operai, qualche pensionato disorientato. La città olimpica non vuole più saperne degli operai gli ricordano un passato da dimenticare.
Ne parleranno ancora per qualche giorno i giornali e tv, si faranno delle collette, quelle si perchè lavano la coscienza, poi tutto tornerà al silenzio.
Non abbiamo sentito un minimo di autocritica da parte del sindacato. Non sono solo gli estintori o il telefono che non funzionano. Le cause arrivano da quando il sindacato, come la sinistra, ha giorno per giorno accettato la filosofia dominante che il centro è il mercato, la competizione esasperata, le privatizzazioni, il futuro in mano alla finanza come le pensioni integrative.
A questa logica si è sacrificato tutto e le imprese hanno fatto ottimi risultati ma hanno trascurato i soggetti che producono la ricchezza. I loro salari sono da fame, la precarietà è la norma, e in particolare si sono trascurati gli interventi per tutelare la vita e la salute dei produttori di ricchezza, con il ricatto che la fabbrica avrebbe preso la strada dell'Est, della Cina, dove appunto i problemi della sicurezza sono marginali.
Ha ragione il Ministro Ferrero quando dice che le leggi ci sono, ma bisogna avere il coraggio umano, sindacale e politico per farle rispettare. Ma questo coraggio lo abbiamo messo da parte in questi anni riconosciamolo.
Il modo migliore per rispettare questi morti è di impedirne altri. A partire da noi, dal nostro impegno sindacale. Siamo un paese dove i salari sono in fondo alla classifica mentre per le morti e infortuni siamo tra i primi.
E non ci consolano le luci della città olimpica.
Enrico Lanza
(Del
13/12/2007 Sezione: Prima Pagina Pag. 1)
la stampa 13.12.07
Romano Prodi
IL PRIMO DOVERE
Oggi è il giorno del dolore e del distacco più difficile. È il
giorno dell’ultimo saluto a quattro figli dell’Italia del lavoro:
Angelo Laurino, Bruno Santino, Antonio Schiavone, Roberto Scola. Ogni
parola che non fosse quella di un omaggio rispettoso sarebbe di
troppo. È il momento degli impegni, come l’adozione di misure
rafforzate per la sicurezza sui luoghi di lavoro, la sospensione delle
attività produttive laddove non ci siano standard adeguati, la
richiesta severa di indagini rapide e giuste. Questo il governo ha
fatto e continuerà a fare anche dopo oggi. Torino piange - e con
Torino tutto il Paese
- quattro vite che non dovevano essere spezzate così. Non posso
essere oggi a Torino come avrei voluto. Infatti sarò a Lisbona per la
firma del Trattato dell’Unione Europea.
Ma il mio abbraccio forte va al loro ricordo e ai loro cari, così
come il mio pensiero corre alla coraggiosa lotta per la vita di
Giuseppe De Masi, Rocco Marzo e Rosario Rodinò. Ogni giorno in Italia
muoiono lavoratrici e lavoratori. È un’offesa alla democrazia e
allo stesso spirito della Costituzione. Abbiamo il dovere di difendere
la vita dei lavoratori, garantire tutele e regole, impegnarci per
migliorare le condizioni morali e materiali di ciascuno. Il sacrificio
di Angelo, Bruno, Antonio e Roberto non deve essere vano. Morire così,
nel 2007, è inaccettabile. Ed è per questo che oggi non è solo il
giorno del dolore. Ma anche quello dell’omaggio e della promessa: la
sicurezza del lavoro e dei luoghi di lavoro diventerà il
primo
dei nostri doveri.
-------------------
Il
ministro: imparate dai camionisti
Quando io lavoravo in Fiat il sindacato e i lavoratori avevano al
centro dei loro problemi non solo il salario ma anche la condizione
del lavoro in fabbrica: tempi, ritmi, sicurezza. Adesso la situazione
è cambiata ed è così negativa che sei spinto a preoccuparti del
salario, della precarietà del posto di lavoro e della sicurezza non
te ne occupi più e giudichi normali situazioni di lavoro che sono
bestiali e non accettabili». Paolo Ferrero esce dalla cerimonia
funebre per i quattro «morti assassinati» della Thyssen Krupp scuro
in volto e ancora più infossato nel suo cappotto scuro. Parla di «solitudine
di questa giovane classe operaia». Ferrero, però, è il ministro del
Welfare, l’uomo di Rifondazione nella stanza dei bottoni.
Che cosa farà per rendere meno sola la classe operaia?
«Nel prossimo consiglio dei ministri approveremo i decreti sulla
sicurezza. Ho chiesto al premier Prodi la disponibilità ad
utilizzarle l’avanzo di bilancio dell’Inail per migliorare i
controlli degli ispettori e le prestazioni verso i lavoratori colpiti
da infortuni o addirittura morti e lo loro famiglie. A gennaio dovremo
mettere mano alla redistribuzione del reddito e dunque dei miliardi di
sgravi fiscali da mettere a disposizione delle fasce di salario più
basso».
Se fossi un operaio le direi: «Parole, parole, parole...
«E in parte avrebbe ragione perché è evidente che non cambio la
situazione se metto 50 euro in più nelle buste paghe dei lavoratori.
È necessario aprire una vertenza che metta in campo come parola
d’ordine la lotta allo sfruttamento».
Il suo ex compagno di partito, il senatore Turigliatto ha annunciato
che voterà contro l’accordo sul welfare. Prc che farà?
«In queste condizioni il voto di sfiducia è solo propaganda e non
sposta di una virgola la condizione di impotenza in cui vive la classe
operaia. Prc pensa che così non si possa andare avanti e per questo
ha chiesto la verifica, ma è evidente che il potere di ricatto che è
nella mani di Dini è molto forte. Per questo dico al sindacato, ai
lavoratori è ora di tornare in piazza. Di farci sentire a tutti i
livelli perché da soli non riusciremo a far diventare il lavoro tema
centrale nell’agenda politica».
Urlare paga. Gli operai devono fare come i camionisti?
«Sì. Tornare in piazza. Farci sentire perché se manteniamo la
questione sul piano politico la sinistra da sola non riesce a
spuntarla. La vertenza contro lo sfruttamento deve partire da chi sta
nelle istituzioni, e noi faremo la nostra parte, ma anche dal basso.
Il problema è che l’agenda politica di questo paese continua a
dettarla la destra. Il problema è che questi quattro morti
assassinati, e gli altri operai gravemente feriti, rischiano di essere
dimenticati perché la destra non ha sollevato un caso politico. La
destra non ha gridato e strepitato come ha fatto per l’ordine
pubblico costringendo il governo a seguirla».
Ma la sinistra non basta a sollevare un problema politico?
«Anche ieri ai funerali delle vittime era palese la diffidenza
operaia, diffidenza sacrosanta e non infondata. E poi si percepiva un
senso di indignazione dell’opinione pubblica che deve avere uno
sbocco. Lo ripeto: abbiamo posto il tema della verifica sugli
obiettivi che deve avere il governo e siamo pronti ad andare fino in
fondo. Ma questa nostra volontà da sola non basta a modificare i
rapporti di forza e quindi le priorità. Serve una mobilitazione dal
basso».
È un bel modo di scaricare i problemi. Un ministro della sinistra non
può fare di più?
«Il problema è come evitare che queste tragedie che ci ricordano
l’Ottocento avvengano oggi a Torino. Dobbiamo tutti insieme aprire
una vertenza che metta al centro non le veline ma la lotta allo
sfruttamento». la stampa 14.12.07
| Intervista al leader Fiom
dopo la tragedia della Thyssen, il corteo, i fischi, e la nascita della "sinistra". «Una federazione non basta» |
|||||
| Rinaldini: quei fischi ci dicono è l'ultima chance per la sinistra |
|||||
|
Stefano Bocconetti
|
COL
FISCHIO CHE TI TUTELO
I fischi ai sindacati dopo la tragedia sul lavoro a Torino mi sembrano ingiusti. Nel bene e nel male, questi sindacati sono quanto di meglio ha prodotto il movimento operaio in oltre cento anni di storia della società industriale con i suoi alti e bassi. Sono anche una presenza minoritaria nelle imprese. In altre sono del tutto assenti. Gli imprenditori sopportano i rappresentanti sindacali come cani in chiesa. Operando volontariamente per controllare e contrattare le condizioni di lavoro, i delegati si destreggiano spesso fra la diffidenza, l’indifferenza quando non l’ostilità o il dileggio di gran parte dei loro compagni di lavoro. Li rappresentano non perché eletti, ma perché talvolta sono gli unici disponibili a farsi eleggere per interessarsi dei problemi collettivi. Quando le cose vanno male sono accusati di essere privilegiati e compromessi con l’impresa.
Fischiare i politici, poi, oggi è come sparare sulla Croce Rossa o aprire una porta già sfondata.
Ma se vogliamo ragionare di sicurezza sul lavoro e misurare quello che il governo ha fatto a poco più di un anno dal suo insediamento, anche i fischi ai politici appaiono ingenerosi.
Su 4 milioni di imprese, il Ministero del Lavoro aveva solo 4mila ispettori. In dieci mesi il ministro Cesare Damiano ha assunto 1.411 giovani ispettori. La nuova legge sulla sicurezza prevede la sospensione del cantiere quando il 20% del suo personale non è in regola. Dopo i controlli effettuati, 2.224 aziende hanno dovuto sospendere l’attività. Successivamente, 833 hanno regolarizzato la loro posizione. Sono stati versati 40 milioni di euro di sanzioni amministrative e 15 milioni di sanzioni penali. Il numero di nuove assunzioni di soggetti prima non conosciuti dall’INAIL è stato pari a 162.029 unità. Di questi 87.891 sono stranieri e 89.559 hanno meno di 30 anni.
In conclusione, sempre si può migliorare e un’alternativa è sempre possibile, ma non la puoi trovare nell’attesa che arrivi uno a battere il pugno sul tavolo. L’alternativa non scende dall’alto, ma sale dal basso, con il tempo e con gli altri. Perciò non facciamoci illusioni, se per ragioni di muta decenza, decidiamo di non rinunciare ad un ruolo e a una qualche forma di impegno sindacale, politico e associativo.
Leggi “Repubblica” del 31 agosto 2007; “Italia Oggi” del 21 settembre 2007; “Repubblica” del 2 agosto 2007.
Mario Dellacqua- None
La tragedia della Thyssenkrupp ha improvvisamente interrotto la
liturgia delle notiziole dei morti sul lavoro, obbligando i
telegiornali a occuparsi con maggior enfasi del mortale e
italianissimo stillicidio di vite perdute nei gironi infernali del
lavoro operaio. Ma non ha mutato di una virgola il modo, i
linguaggi, l'impegno dell'informazione televisiva. Che era e resta
lontana, estranea, disinteressata a rappresentare il lavoro nella
quotidianità delle sue relazioni. Anzi, il fatto che adesso venga
citato anche il più piccolo infortunio, o che le telecamere siano
spedite ai funerali del lavoratore morto in un paese del Lazio, è
quasi insopportabile.
Ci sono i morti di Torino e Matrix (lunedì,
Canale 5) gli dedica la serata, ospitando in studio l'operaio
Antonio Boccuzzi, sul volto i segni della pelle bruciata. In
collegamento la giovane vedova di uno dei dipendenti bruciati
nell'incendio dell'acciaieria, annientata da un dolore senza
lacrime. Mentana ha offerto testimonianze, schede e filmati
guidando la serata con partecipazione e commozione, promettendo
che Matrix, tra un anno, tornerà a occuparsi della vicenda per
verificare cosa sarà stato fatto dalle istituzioni per aiutare i
familiari. Ma nel frattempo c'è da scommettere che finita
l'emozione del momento, i riflettori si spegneranno e tutto sarà
come prima.
Certo la serata di Matrix sembra già un lusso se confrontata con
la miseria del solito balletto di onorevoli in lite perenne,
offerto contemporaneamente, su Raiuno, da Porta a Porta. Solo
verso l'una di notte Vespa ha aperto una finestra sulla
Thyssenkrupp. Il servizio pubblico ha informato sui fatti di
Torino con mediocre diligenza, meritandosi le critiche del
consigliere Rai, Sandro Curzi, colpito dal fatto che il Tg1 avesse
aperto il notiziario con la prima della Scala anziché con il rogo
degli operai. E aveva ragione il segretario della Fiom, Gianni
Rinaldini, quando si chiedeva, ospite di Lucia Annunziata (In
mezz'ora, domenica, Raitre) come mai «non c'è una fiction o uno
spot che abbiano come protagonista un operaio?». Le ragioni
dell'invisibilità del lavoro operaio sono in gran parte da
ricercare nel carattere di «iper-realtà» che avvolge la tv (reality
ma non solo), nell'autoreferenzialità dell'informazione,
nell'asservimento del servizio pubblico alle leggi dell'auditel.
Per scovare le ultime vere inchieste bisogna tornare ai primi anni
'90 (La donna che lavora di Raffaella Spaccarelli per Raitre).
Eppure i Cipputi della «old» come della «new-economy»
avrebbero tutte le carte per giocare la partita del palinsesto.
Come del resto accade in altri servizi pubblici come la Bbc dove
esistono serie dedicate alla working-class, dove esiste un cinema
che, da Full Monty ai film di Ken Loach, sa fare il suo mestiere.
nrangeri@ilmanifesto.it
Lacrime e rabbia
di C.R.
su Aprile online del 10/12/2007
"Quella notte siamo andati a morire, non a lavorare, e qualcuno deve pagare" è il ricordo di Antonio, sopravvissuto all'incendio della Thyssen Krupp. Ora, il governo accelera i tempi verso il via libera dei decreti attuativi del Testo unico sulla sicurezza sul lavoro
In una città listata a
lutto, con i negozi che chiudevano le serrande in segno di solidarietà
e gli applausi della gente comune, è esplosa questa mattina la rabbia
dei 30 mila lavoratori si sono dati appuntamento a Torino per la
manifestazione organizzata da tutte le sigle sindacali contro gli
omicidi sul lavoro dopo la tragedia della Thyssen Krupp costata la
vita finora a quattro giovani operai - Bruno Santino 26 anni, Roberto
Scola 33 anni, Antonio Schiamone 36 anni e Angelo Laurino 43 anni -,
mentre altri tre ancora lottano tra la vita e la morte in ospedale.
Presenti in piazza il presidente della Camera, Fausto Bertinotti, i
ministri Livia Turco e Paolo Ferrero, i segretari nazionali di Fim,
Fiom e Uilm, i vertici delle istituzioni locali, il segretario
nazionale di Rifondazione Franco Giordano e il vicepresidente del Pd
Enrico Franceschini. Non sono mancati i momenti di forte tensione.
Fischi e contestazioni nei confronti dei sindacati confederali, parole
dure, ''assassini'', ''pagherete caro, pagherete tutto'', ma anche una
costante richiesta di ''giustizia'', perché ''non si può ''morire di
lavoro''.
Nelle intenzioni delle direzioni di Cgil Cisl e Uil doveva essere una
manifestazione silenziosa, ma non appena il corteo si è cominciato a
muovere da piazza Arbarello in direzione di piazza Castello, insieme
agli applausi che accompagnavano il passaggio dello striscione listato
a lutto delle Acciaierie Speciali Terni, si sono cominciate a levare
anche le prime proteste contro i vertici dell'azienda, contro le
burocrazie sindacali, contro i giornalisti.
Il padre di Bruno Santino è in testa al corteo: tiene in mano un
giornale con un titolo a grandi lettere, con la notizia della
tragedia. Lo sostengono, ai lati, i familiari, sembra stare in piedi a
fatica. Grida il nome del figlio e delle altre vittime: "Bruno,
Angelo, Roberto. Bruno, 26 anni", ripete. Il corteo passa
lentamente, ma non è un corteo silenzioso, è pieno di rabbia.
"Assassini, assassini" si sente riecheggiare. "E' un
cimitero, non una fabbrica"; "Il casco: in mezzo al fuoco,
cosa ti serve il casco". Vengono pronunciati a gran voce i nomi
dei dirigenti della fabbrica, seguito da: "Ci avete
abbandonati", "Pagherete caro, pagherete tutti", e
alcuni se la prendono anche con i giornalisti: "Siete buoni a
parlare solo della Franzoni".
Davanti alla prefettura, il corteo diventa silenzioso. La gente
finalmente cammina piano e in piazza Castello si ferma, rispettosa,
per ascoltare la voce dell'unico testimone della strage, Antonio
Bocuzzi, la fronte ancora bruciata dalle ustioni: "Antonio,
Roberto, Angelo, Bruno- dice con voce piena di dignità e dolore-
siete sempre davanti ai miei occhi, ho il dovere di andare avanti, di
testimoniare cosa è successo, sono l'unico sopravvissuto di una
strage inaudita. Il dolore incredibile di quello che ho visto è
paragonabile solo all'inferno. Nessuno questa volta potrà permettersi
di dimenticare. Io chiedo ad ognuno di voi di questa piazza e alle
istituzioni, due cose soltanto: essere vicini alle famiglie dei nostri
compagni che non ci sono più e vi chiedo di andare avanti, per far
valere i nostri diritti, far sì che da domani andare a lavorare non
sia come andare in guerra.
Quando si è alzato il fuoco- prosegue Antonio Bocuzzi, sopravvissuto
all'incendio-, altissimo, enorme, non hanno avuto scampo; l'insulto più
grave è sentire qualcuno che insinua che la colpa sarebbe di noi
operai. Non si rendono conto delle loro parole. I Vigili del Fuoco ci
hanno messo sei ore a spegnere quei fuochi immensi, cosa avremmo
potuto fare noi?
Pensate saremmo andati a lavorare quella mattina se avessimo saputo la
certezza di andare a morire? Sapere che quel gigantesco impianto si
sarebbe guastato era roba da tecnici, responsabilità dell'azienda, e
che adesso scaricano le loro colpe su di noi. E sarebbe come uccidere
ancora una volta Antonio, Roberto, Angelo e Bruno.
Quella notte siamo andati a morire, non a lavorare, e qualcuno deve
pagare. I sindacati tutti hanno fatto tutto quello che era possibile,
l'azienda non tenti di scaricare le sue responsabilità. Tutta quella
fabbrica ormai era al collasso, sapere che quegli impianti si
sarebbero spaccati così improvvisamente non era cosa potessero capire
né gli operai né i sindacati. La ThyssenKrupp aveva ricevuto 35
segnalazioni per anomalie, Guariniello svela che alcuni ispettori
erano anche consulenti aziendali e noi siamo solo andati a
morire".
A nome di Fim-Fiom-Uilm nazionali ha parlato Gianni Rinaldini, numero
uno della Fiom: "Non sono morti bianche, siamo di fronte a un
omicidio compiuto nei confronti dei lavoratori, una strage. E' un'
azienda che ha voluto spremere fino all'ultimo i lavoratori per
ricavare profitti. E' normale che ci sia tanta rabbia, bisogna
muoversi per colpire i responsabili". Rinaldini ha ricordato che
venerdì tutti i metalmeccanici italiani si fermeranno per quattro
ore. "E' una rabbia giustificata - ha detto Rinaldini a proposito
dei fischi - che esprime uno stato d'animo che va compreso. Sono
lavoratori che hanno visto morire i loro colleghi nel fuoco. C'é una
richiesta urlata di giustizia in un paese dove di giustizia per i
morti di lavoro se n' è fatta ben poca".
"Tutte le morti sul lavoro sono una tragedia, e pongono una
questione nazionale di grande drammaticità e peso umano, ma con
quelle di Torino, stavolta, "per il modo in cui tanti giovani
operai hanno perso la vita, siamo di fronte a qualcosa che va oltre, a
qualcosa di atroce". E' la riflessione del presidente della
Repubblica Giorgio Napolitano - in un colloquio con il quotidiano La
Stampa - che sulle morti bianche sollecita che "ciascuno si
assuma le sue responsabilità, a cominciare dalle imprese, ognuna
delle quali, quando si verifichi un incidente sul lavoro mortale o
comunque grave, deve dar conto dei propri comportamenti dinanzi alla
magistratura e a tutti i poteri interessati".
Ora, il governo accelera i tempi: il testo per la sicurezza sui luoghi
di lavoro prevede pene severe, come l'arresto fino a tre anni e
controlli accurati nelle imprese, ma il rischio è che - senza
l'approvazione dei decreti attuativi - resti lettera morta. Martedì
se ne parlerà in Consiglio dei ministri, ma difficilmente un quadro
complessivo si potrà avere prima del 17 dicembre, quando è fissata
una riunione tra i soggetti interessati, regioni comprese.
Una spinta a stringere i tempi l'aveva data già ieri sera il
presidente del Consiglio Romano Prodi, impegnato a Lisbona nel vertice
Ue-Africa, dando appuntamento per il suo rientro a Roma per una
verifica sulla necessità di ''spingere o anticipare l'approvazione di
alcuni aspetti del ddl Damiano''. E proprio il ministro Damiano saluta
la notizia di un nuovo "tesoretto" Inail da 12 miliardi di
euro spiegando che "sarebbe una rivoluzione se tornasse ai
lavoratori sottoforma di miglioramento delle tabelle di indennizzo e
alle imprese come riduzione del costo del lavoro, e cioè come forma
di premialità nel caso diminuisca il numero di incidenti".
A chiedere un ulteriore impegno, e cioè il via libera entro Natale ai
decreti attuativi della legge approvata il primo agosto scorso, è
stato il ministro della solidarietà sociale Paolo Ferrero chiedendo
al governo di scegliere la via più breve, anche quella della
Finanziaria, pur di approvare i decreti. Altrimenti quella legge
"è come se non ci fosse o, quanto meno, è un buon proposito
destinato a restare sulla carta''. E Ferrero ha manifestato oggi a
Torino perché, spiega, ''non siamo di fronte a una fatalità ma a una
tragedia che come molte altre si sarebbe potuta e dovuta evitare.
Questo è ora compito ineludibile della politica''. E domattina
(martedì) alle 9, alla Camera, è fissata una riunione della
Sinistra-arcobaleno per adottare una linea comune da tenere nel
Consiglio dei ministri che dovrebbe adottare misure per contrastare il
fenomeno delle morti sul lavoro. L'orientamento è di chiedere un
provvedimento d'urgenza.
«La collera è comprensibile, dai politici nessuna lezione»
di Sara Farolfi
su Il Manifesto del 11/12/2007
Delle contestazioni parla Gianni Rinaldini, segretario generale Fiom. «Non dormirete sonni tranquilli. Avete il cuore di pietra e il portafogli gonfio. Bastardi» (Nino Santino, padre di una delle vittime)
Dolore e disperazione,
collera e rabbia. Un impasto esplosivo di sentimenti che, ieri a
Torino, si è riversato direttamente sui sindacati presenti. «Una
collera del tutto comprensibile - è il commento di Gianni Rinaldini,
segretario generale Fiom - Siamo di fronte a lavoratori che hanno
visto i colleghi bruciare vivi, e non dimentichiamo che ci sono ancora
tre lavoratori in condizioni gravissime». Una giornata nazionale di
lotta per la sicurezza, con 4 ore di sciopero, è stata proclamata da
Fim, Fiom e Uilm per venerdì prossimo.
Come leggi le contestazioni e i fischi che ieri non vi hanno certo
risparmiato?
Gli operai hanno chiesto fatti e non più chiacchiere, hanno chiesto
che i responsabili siano colpiti e che la vicenda non finisca, come
spesso accade, nel silenzio. Questo esprimeva la contestazione. Uno
stato d'animo comprensibile, scaricato verso chi con loro
interloquisce. Uno stato d'animo che si riversa su tutti, giornali e
tv, per non dire dei politici.
Tu stesso però, non molto tempo fa, avevi denunciato il rischio che
il sindacato corre di essere percepito come ceto politico.
Sì, ma questo va al di là della contestazione c'è una questione
evidente ed è quella di come rafforzare il ruolo della
contrattazione. Ieri però non c'è stata nessuna rottura, abbiamo
iniziato insieme il corteo e insieme lo abbiamo concluso. Emerge la
sensazione di isolamento della condizione del lavoro industriale e ci
segnala il problema, il livello intollerabile a cui è giunta ormai la
condizione dei lavoratori. Trovo curiose però le dichiarazioni
politiche di chi, fino a tre giorni fa, diceva della troppa
conflittualità, o persino dell'antimodernità, dei metalmeccanici.
Oggi quelle stesse persone ci vengono a dire che va recuperata
un'iniziativa sindacale sull'organizzazione del lavoro.
Ti riferisci a quanto ha detto Damiano in questi giorni?
Sì, ma anche a quanto hanno riportato i giornali negli ultimi giorni.
Oggi tutti scoprono che nel lavoro industriale c'è stato un processo
di marginalizzazione su cui riflettere. Un peggioramento delle
condizioni dei lavoratori su tutti gli aspetti. L'istinto sarebbe
quello di dire altro, ma la prendo per buona e spero che tra tre
giorni non tornino a rispolverare la litania contro il sindacato dei
metalmeccanici.
Il ministro Damiano ha detto anche che sono gli stessi contratti
nazionali a prevedere, nei cicli continui, la permanenza al lavoro
oltre le otto ore in caso di mancata sostituzione.
Si tratta di una norma contrattuale che nulla a che fare con la strage
alla ThyssenKrupp. La norma prevede che gli impianti pericolosi non
possano essere abbandonati. Nel caso di Torino invece si trattava di
straordinari. I lavoratori erano lì non perchè non ci fosse stata la
sostituzione, ma per fare ore di lavoro straordinario. Il problema
vero è che, in questi anni, c'è stata tutta una legislazione sul
lavoro sbagliata.
Per esempio?
La legge 66 sull'orario di lavoro, approvata durante il governo
Berlusconi, che non prevede più il massimo giornaliero. Si dice che,
nelle 24 ore, devono essercene 11 di riposo, il che significa che si
può arrivare a lavorare fino a 13 ore. I contratti naturalmente
dicono un'altra cosa, in quello dei metalmeccanici è rimasto il
limite di otto ore più due di straordinario. Questo però è
indicativo. Perchè dunque la politica non inizia da quello che può
fare?
Nel protocollo si è decisa invece l'abolizione della
sovracontribuzione sugli straordinari.
Ho già avuto modo di dire che la ritengo una norma sbagliata.
Il delegato sindacale alla Tk ha detto ieri, «abbiamo sbagliato, noi
siderurgici abbiamo barattato l'orario di lavoro in cambio di denaro».
I padroni chiedono da sempre di monetizzare il disagio. Noi siamo
contro la monetizzazione e contrare a legare gli aumenti retributivi
alla presenza, che significa più salario se ci si ammala poche volte.
Alla ThyssenKrupp però c'era una situazione particolare, dettata
dall'imminente chiusura della fabbrica. Cosa che ha reso più facile
il ricatto.
Come giudichi l'atteggiamento delle imprese?
La richiesta di ThyssenKrupp di riprendere il lavoro è un atto
semplicemente vergognoso. Ma le questioni della sicurezza riguardano
anche il contratto nazionale aperto. Federmeccanica ha respinto la
richiesta di un'assemblea annua per la sicurezza, come ha respinto
quella per dare ai rappresentanti dei lavoratori più ore di permesso
sindacale. E questo la dice lunga sulla sensibilità delle imprese.
O il profitto o la vita
di Luigi Cancrini
su l'Unità del 11/12/2007
La morte orribile degli operai di
Torino ci ripropone l’evidenza di un fatto di cui troppo spesso ci si
dimentica. La violenza che uccide gli operai è quella, disarmante, di una
organizzazione del lavoro per cui il profitto conta più della loro vita.
È esperienza diretta di un conflitto che esiste ancora, anche in un Paese
democratico, fra capitale e lavoro, fra chi sta dalla parte in cui si
guadagna molto e chi deve mettere a rischio la sua salute e la sua vita
per portare a casa un salario appena sufficiente, spesso, per vivere
modestamente. L’azienda che nega ogni addebito è, di questo conflitto e
della sua gravità, la prova più diretta e più evidente.
Qualche precisazione va fatta, tuttavia, nel momento in cui una intera
città e il cuore di molti di noi si fermano per ricordare quelli che non
ci sono più, sulla questione della legge di cui, si dice, abbiamo
bisogno.
Per dire subito, con chiarezza, che la legge n. 123 sulla salute e sulla
sicurezza sui luoghi di lavoro c’è. Fortemente voluta da questo Governo
e da questa maggioranza essa è stata approvata, infatti, il 1 agosto
2007. Essa non è ancora completamente in vigore, tuttavia, perché si
tratta di una legge delega: una legge, cioè, che impone al Governo di
emanare, entro nove mesi dall’approvazione (entro l’aprile, dunque,
del 2008) i decreti che concretamente determineranno un sistema nuovo di
tutela dei lavoratori. Provvedendo, in particolare, ad una riformulazione
e razionalizzazione dell'apparato sanzionatorio, amministrativo e penale,
per la violazione delle norme vigenti e per le infrazioni alle
disposizioni contenute nei nuovi decreti: tenendo conto della
responsabilità e delle funzioni svolte da ciascuno dei soggetti
coinvolti, con riguardo in particolare alla responsabilità dei titolari
dell’azienda o dell’impresa, nonché della natura sostanziale o
formale della violazione. Ma provvedendo anche (il grande tema della
prevenzione) ad una revisione sostanziale del sistema degli appalti che ha
dato un contributo decisivo in questo paese alla frequenza delle morti
bianche soprattutto, ma non soltanto, nel settore dell’edilizia.
Toccherà ai decreti rendere pienamente solidale, infatti, le
responsabilità civile e penale, degli appaltatori (che non potranno più
liberarsi delle loro responsabilità) e degli appaltanti. Così come
toccherà ai decreti modificare il sistema di assegnazione degli appalti
pubblici al massimo ribasso, garantendo che l’assegnazione all’uno
anziché all'altro non sia determinata, come tanto spesso accade oggi, da
una diminuzione del livello di tutela della salute e della sicurezza dei
lavoratori. Modificando, ancora, la disciplina dei contratti pubblici
relativi a lavori, servizi e forniture, dove i costi relativi alla
sicurezza dovranno essere specificamente indicati nei bandi di gara e
risultare congrui rispetto all'entità e alle caratteristiche dei lavori,
dei servizi o delle forniture oggetto di appalto.
Rivisitando con cura, infine, le modalità di attuazione della
sorveglianza sanitaria, adeguandole alle differenti modalità
organizzative del lavoro, ai particolari tipi di lavorazioni ed
esposizioni (quello che è evidentemente mancato, mi pare, nella
ThyssenKrupp di Torino), nonché ai criteri ed alle linee guida
scientifiche più avanzate, anche con riferimento al prevedibile momento
di insorgenza dell’incidente o della malattia.
Ricordarlo è importante, credo, per due motivi. Per dare conto a questo
Governo e a questa maggioranza, prima di tutto, di aver affrontato sul
serio questo problema nel primo anno della legislatura. Per ottenere, in
secondo luogo, che i decreti siano all’altezza delle aspettative dei
lavoratori e che arrivino presto. Anche se non piaceranno a chi, da destra
e dal centro, di lavori usuranti e/o pericolosi non vuole sentir parlare.
Quello su cui dobbiamo riflettere oggi, infatti, è che anche questi morti
potevano essere evitati se la legge e i decreti fossero stati approvati
prima quando il paese era nelle mani delle destre.
ThyssenKrupp se ne lava le mani
di Marco Tedeschi
su l'Unità del 10/12/2007
«Nessuna violazione degli standard di sicurezza». Fiom: dichiarazione avventata, soccorsi inefficaci
Botta e risposta. Alla fine, dopo
la morte di quattro operai e l’agonia di altri tre lavoratori, dopo lo
sdegno in tutto il paese per questa ennesima tragedia in fabbrica, dopo
che la procura di Torino ha iscritto alcuni dirigenti nel registro degli
indagati, la ThyssenKrupp Acciai Speciali Terni di Torino ha fatto sentire
la sua voce. Un comunicato che però, se possibile, arroventa ancor di più
l’atmosfera. «Non c’è alcuna conferma - si legge nel documento
diffuso dalla società - che all’origine dell’incendio avvenuto
durante la notte del 6 dicembre scorso in una delle linee di produzione
del laminatoio a freddo dello stabilimento della ThyssenKrupp vi sia la
violazione degli standard di sicurezza». L’azienda tedesca aggiunge poi
che «le cause precise dell’incendio sono tuttora in corso di
accertamento. Nonostante la produzione dello stabilimento torinese sia
progressivamente diminuita fino a raggiungere soltanto il trenta per cento
delle sue capacità produttive, la ThyssenKrupp Acciai Speciali Terni non
ha mai smesso di effettuare la manutenzione ordinaria e straordinaria
degli impianti del sito torinese».
Una presa di posizione che ha subito innescato la dura reazione del
sindacato: «È una dichiarazione avventata, frettolosa e prematura», ha
commentato il segretario nazionale della Fiom, Fausto Durante, che ha
ricordato come le testimonianze dei lavoratori vanno in tutt’altra
direzione: «Fino ad ora la ThyssenKrupp si era rifugiata dietro un
silenzio tombale in attesa dell’esito delle indagini, adesso ha fatto
questa dichiarazione scarsamente cauta. L’estintore scarico, l’idrante
malfunzionante e l’assenza di personale specializzato hanno reso
sicuramente meno efficaci i primi soccorsi».
Tornando al comunicato emesso dalla ThyssenKrupp, in esso si sottolinea
che l’azienda «ha continuamente mantenuto elevati standard di
sicurezza, regolarmente verificati dalle autorità preposte, anche perché
è sua filosofia investire per la sicurezza risorse umane ed economiche
superiori a quelle richieste». Inoltre, si legge nel documento, «nonostante
il già previsto e concordato trasferimento degli impianti, la riduzione
dei volumi produttivi e la connessa diminuzione del personale, non è
stato ridotto il numero degli addetti al servizio antincendio aziendale nè
degli addetti al servizio sanitario interno. Anche le ore di straordinario
sono diminuite continuamente in questo periodo; infatti, la media attuale
di 3,5 ore mensili per dipendente, è una media molto bassa per uno
stabilimento siderurgico di questa tipologia». La società, infine, ha
ricordato che «negli accordi del luglio scorso conclusi con i sindacati,
si è convenuto di procedere ad un progressivo trasferimento degli
impianti da completare entro settembre 2008 e a tutti i dipendenti dello
stabilimento torinese sono state assicurate garanzie e misure, sia di
natura occupazionale che economiche, per il loro futuro; tanto che, in
base agli stessi accordi, non è previsto il licenziamento di alcun
dipendente».
Una serie di affermazioni che contrastano con quanto dichiarato dai
sopravvissuti alla tragedia e più in generale da molti lavoratori dello
stabilimento in via di dismissione dove si è verificato il disastro.
Circostanze di cui, come detto, si occuperà ora l’indagine condotta
dalla procura di Torino. Le ipotesi di accusa sono quelle di omicidio
colposo, lesioni colpose e disastro colposo. Non è ancora ufficiale il
numero dei dirigenti della ThyssenKrupp indagati, ma secondo indiscrezioni
sarebbero tre e forse non tutti italiani. Un’inchiesta in cui i
sindacati potrebbero decidere di costituirsi parte civile già durante lo
svolgimento della fase istruttoria.
«Mi aspetto che l’azienda spieghi cosa è accaduto nell’incidente che
ha ucciso 4 lavoratori e ferito in modo gravissimo gli altri operai»,
afferma il sottosegretario alla Salute Gianpaolo Patta che oggi alle 15,
presso il Ministero della Salute, incontrerà i vertici della ThyssenKrupp
e i rappresentanti sindacali di Fim, Fiom e Uil nonché i sindaci di
Torino e Terni.
Del
9/12/2007 Sezione: Cronaca di Torino Pag. 65)la stampa
LA POLEMICA LA FIOM REPLICA ALLE ACCUSE
Il sindacato si difende “In quella fabbrica non potevamo fare di più”
«Singolare la polemica che sento aleggiare secondo cui il sindacato non
avrebbe fatto abbastanza. Detto che è ovvio che quando accade una
tragedia come questa tutti dobbiamo interrogarci su come abbiamo ricoperto
il nostro ruolo, mi pare strano che gli stessi che ogni giorno
rimproverano il sindacato di intepretare di interpretare in modo rigido il
contratto poi ci rimproverino di non essere più il sindacato degli Anni
‘70». Si scalda il segretario Fiom, Giorgio Airaudo e aggiunge: «Di
che cosa si sta parlando? E’ evidente che da anni governiamo con fatica
processi di ristrutturazione che mettono a rischio i lavoratori». Cita un
paradosso: «Sarà pure la globalizzazione, ma come è possibile che un
padrone tedesco nell’Europa unita non abbia detto una sola parola come
se Torino fosse una provincia cinese e sarebbe ovviamente sbagliato lì».
Non si fa sconti il segretario Fiom: «In quella fabbrica siamo stati
schiacciati da una sconfitta, è evidente. Non volevamo che chiudesse e
invece chiude. Ma ci stiamo attrezzando per quando i media spegneranno i
riflettori: ci sarà una costituzione di parte civile, gli operai stanno
scrivendo un dossier. Noi dovremo resistere i lunghi anni di una causa».
E anche Ciro Argentino, delegato Fiom ha delle cose da dire: «L’azienda
è come una sfinge, non risponde a nulla, mai. Però noi non abbiamo
accettato tutto supinamente: ad esempio sono ci hanno chiesto di lavorare
due sabati a novembre e due a dicembre abbiano detto no e scioperato».
Sugli orari è netto: «Ci sono due, tre che fanno anche 16 ore, ma non è
generalizzato. E poi ci sono quelli che subiscono le pressioni e arrivano
in anticipo, ma noi Rsu abbiamo sempre detto che si possono rifiutare,
diverso il discorso per il prolungamento nel caso non arrivi il cambio; lì
si può discutere a lungo sulla interpretazione del contratto. Ma loro,
con gli organici ridotti, dicevano: ”Non fate casino altrimenti
chiudiamo prima”. E molti tiravano al massimo per raccogliere denaro in
vista della cassa intergrazione». Sulla sicurezza è chiaro: «C’erano
cose che abbiamo sollevato non con l’Asl perchè erano gestibili in
azienda».
M.CAS.
(Del
9/12/2007 Sezione: Cronaca di Torino Pag. 67)
I guardiani del mostro
“Nel silenzio della fabbrica
Escono dallo stabilimento con il volto rabbuiato dopo essere stati immersi
per ore in un silenzio innaturale, costretti a ripercorrere nella loro
mente i fotogrammi della tragedia. Sono gli operai che ieri hanno montato
di guardia all’acciaieria, custodi delle viscere del mostro
addormentato: forse per sempre. Marco Bretto, meccanico, si porta addosso
tutto il peso di quella solitudine. Ha cominciato alle 6 del mattino,
dividendo gli spazi immensi con un elettricista e un addetto al
trattamento-acque. Perché l’acciaieria, anche quando è ferma, vive di
vita propria. Quando Lorenzo Lauria entra per il cambio sono le due del
pomeriggio e Marco non vede l’ora di scappare: «Come ho vissuto queste
ore? Potete immaginarlo... Mi sono tornati mille volte alla memoria, i
volti dei compagni scomparsi». La linea 5 - «la linea maledetta» come
l’avevano ribattezzata in molti assai prima della tragedia -, è sotto
sequestro. Non gli altri impianti. Laminatoi, carri-ponte, pompe, cisterne
e chilometri di tubature che a cinque-sei metri di profondità corrono fin
sotto corso Mortara. Li chiamano «i cunicoli»: «No, da solo io là
sotto non ci vado. Nemmeno con la trasmittente. Se ti capita qualcosa non
ti trovano più». Roberto Amato, 38 anni di anzianità, settore «ecologia
e sicurezza», lo raggiunge poco dopo: «Cosa abbiamo fatto? Il nostro
lavoro, anche se ne avrei fatto volentieri a meno. Ma la cosa che mi
indispettisce di più è vedere che oggi tutti, anche nel sindacato, si
sono messi in prima fila. Quando qui stavano per chiudere nessuno si è
preoccupato. Ci dicevano che un accordo migliore di questo con la proprietà
non si poteva fare. Chi tutelava i lavoratori in questo frangente? Chi si
occupava della sicurezza?».
ALE.MON.
Facevano
turni di 16 ore
ALBERTO GAINO
GRAZIA LONGO TORINO
Le vittime per il fuoco alla ThyssenKrupp sono diventate quattro: bilancio
sempre più inaccettabile. Ieri mattina è morto Roberto Scola, 33 anni e
due figli piccoli. Nel pomeriggio non ce l’hano fatta neppure Bruno
Santino, 26 anni, e Angelo Laurino, 43 (due figli anche lui). Gli altri
tre feriti sono gravissimi. La parola, ora, tocca ai magistrati: la società
è finita nel registro degli indagati
la stampa 8.12.07
MORTI
2 OPERAI ALLA THYSSEN KRUPP
MOLTI
ALTRI OPERAI IN FIN DI VITA
Fermiamoci
almeno davanti alla morte in fabbrica.
Ancora una volta
ricordiamoci che gli “omicidi” in fabbrica non avvengono per caso ma
solo perchè si vuole risparmiare sulla sicurezza e pensare solo ai
profitti degli azionisti.
Nei luoghi di lavoro
dove in passato ci sono stati morti e infortuni sul lavoro e si è
lavorato seriamente, è dimostrato che si può fare qualcosa per tutelare
la vita dei lavoratori e la loro salute.
Quello che per noi è
la normalità deve esserlo per tutti i lavoratori.
PER
QUESTO DICHIARIAMO PER LUNEDI' 10 DICEMBRE 2007
SCIOPERO
GENERALE DI 8 ORE
PER
TUTTI I TURNI E PER TUTTI I REPARTI
MANIFESTAZIONE A
TORINO. CI TROVIAMO ALLA STAZIONE FF.SS DI PINEROLO ALLE ORE 7,30 LUNEDI
10 DICEMBRE
Facciamo in modo che
alla sera tutti possano tornare vivi a casa dalle loro famiglie.
ALP/Cub
Associazione Lavoratori Pinerolesi.
RSU
ALP/Cub
CUB
Nazionale
ciclinalpcubdicembre2007

Thyssen
Krupp: il lavoro uccide
Due
giovani morti, cinque in fin di vita e altri feriti gravemente.
Non
stiamo parlando di Bagdad o
di Gaza ma di Torino e i giovani in questione sono operai dell'acciaieria
di Corso Regina Margherita, proprietà della casa tedesca Thyssen Krupp.
La
cronaca richiede poche parole: un incendio si è sviluppato per il
contatto tra l'olio utilizzato per il raffreddamento dell'acciaio e una
fiammella creatasi nel reparto. L'esplosione che ne è seguita ha travolto
gli operai presenti e nessuno è potuto intervenire a salvarli perché i
mezzi di sicurezza erano assenti o fallati.
Ora
tutti piangono su morti e feriti, ma di chi sono le responsabilità?
Dall’inchiesta
appena avviata e dalle testimonianze dei lavoratori emerge che la linea
dove lavoravano gli operai coinvolti non era dotata di estintori e di
adeguati mezzi di sicurezza e che addirittura il telefono di emergenza era
staccato!
D’altra
parte era noto che la Thyssen era intenzionata a dismettere lo
stabilimento nel giro di un anno e, quindi, si è comportata come se la
linea non esistesse più. Così gli operai sono stati mandati alla morte
senza che la dirigenza si ponesse alcun problema.
Ancora
una volta dirigenti ed amministratori dell’azienda hanno deciso di
risparmiare sulla pelle dei lavoratori. Il comportamento di questi signori
è quello di criminali assolutamente disinteressati alla sorte dei loro
dipendenti!
Inoltre
la reazione dei lavoratori allo svilupparsi dell'incendio è stata
ritardata dalle condizioni in cui operavano: dopo l'ultima crisi aziendale
che ha quasi portato alla chiusura dello stabilimento la flessibilità
e gli orari si sono dilatati allo spasimo, ormai i turni di dodici ore
stanno diventando la norma. Lavoratori stanchi, piegati da turni
spaventosi, dalla paura di una chiusura annunciata e dalla disoccupazione,
questi sono i morti del sei dicembre: martiri immolati sull’altare del
profitto!
Questo
incidente non è un caso ma la logica conseguenza di un'organizzazione del
lavoro che ha cancellato ogni diritto dei lavoratori e considera la loro
morte come uno “spiacevole danno collaterale” e nulla più.
I
lavoratori assassinati dalla Thyssen Krupp non devono diventare dei
santini, la loro vicenda deve essere un motivo in più per combattere ogni
giorno con sempre più vigore per imporre sui posti di lavoro condizioni
accettabili.
La
Confederazione Unitaria di Base indice lo
SCIOPERO
DEI METALMECCANICI
manifestazione
lunedì 10 dicembre
Le Ferriere, la Fiat lo stato e i tedeschi
di Lo. C.
su Il Manifesto del 07/12/2007
Fiat sezione Ferriere, poi Teksid
(sempre Fiat), quindi Ilva cioè Iri cioè stato italiano, infine
Thyssenkrupp. 13 mila dipendenti all'inizio della corsa, 200 oggi, anzi
meno dopo la mezza strage di ieri notte. Le Ferriere sono una delle
fabbriche storiche di Torino. Nata nel dopoguerra, resta nelle mani degli
Agnelli fino all'82 dopo aver cambiato nome nel '77 in Teksid. Si compone
di tre filiere al momento della crisi dell'industria pesante, all'inizio
degli anni Ottanta, quando l'azienda torinese inizia a scaricare pezzi di
fabbrica sullo stato: il settore inox al 100% entra a far parte dello
stesso gruppo a cui appartiene la Terni; gli acciai comuni al 49% Fiat e
al 51% Iri e infine l'acciaio omogeneo (soprattutto lamiere per auto) dove
la presenza Fiat si riduce al 20%. Nel 1989 si costituisce l'Ilva,
l'azienda pubblica in cui si sarebbero dovuti conferire soltanto i settori
forti della siderurgia italiana, e cioè Torino, Terni e Taranto. Invece,
uno alla volta entrano anche tutti gli altri stabilimenti, alcuni dei
quali poco competitivi. Nel '92 la società accumula un debito di 10 mila
miliardi di lire e siccome l'Ue impedisce nuove sovvenzioni pubbliche,
restano soltanto due possibilità: il fallimento, oppure la vendita. Il
primo passo è lo spezzettamento dell'Ilva e il secondo la vendita.
Taranto finisce in mano di Riva per una manciata di milioni, Terni e
Torino vengono acquistate da un pool di imprenditori con alcuni italiani
come Riva, ma di cui Thyssen e Krupp detengono la maggioranza del
capitale. Infine, i due giganti tedeschi si unificano nella Thyssenkrupp e
acquisiscono l'intero pacchetto azionario delle fabbriche di Torino e di
Terni. «L'unica garanzia chiesta ai tedeschi - ci racconta Antonio
Romano, memoria storica delle Ferriere, dirigente Fiom oggi in pensione -
fu il mantenimento dell'occupazione per 10 anni, rispettato fino al '94
quando esplose la crisi e fu minacciata la chiusura di Terni».
Il resto è cronaca: la Thyssenkrupp, che voleva portare la produzione
degli acciai speciali in Germania, fu costretta dalle dure lotte degli
operai umbri e dalle mediazioni del governo e delle istituzioni a scendere
a patti. Patti amari per i torinesi, con l'annuncio della chiusura delle
ex Ferriere. Lo smantellamento degli impianti è andato avanti per tre
anni, il personale più professionalizzato è stato messo fuori. Il
reparto «esploso» ieri avrebbe dovuto chiudere a febbraio del 2008, ma
una coda di commesse ha reso «necessaria» un'intensificazione della
produzione tutta a carico degli ultimi operai rimasti, costretti a una
insostenibile intensificazione dei ritmi e a un cumulo di straordinari,
mente venivano meno le condizioni di sicurezza, con le macchine tirate
fino al punto di rottura. Come è successo alle due di notte di ieri.
Seconda vittima nel tragico incidente sul lavoro accaduto mercoledì notte all'acciaieria ThyssenKrupp di Torino. Uno dei sei feriti gravi, Roberto Scola, 32 anni, è morto questa mattina, poco prima delle sette, all'ospedale Cto di Torino dove era stato ricoverato con il 95% di ustioni su tutto il corpo. Restano gravi le condizioni degli altri cinque compagni di lavoro, con ustioni fra il 60 e il 90%, ricoverati in altri ospedali.
Mercoledì notte, appena scoppiato l'incendio, era morto Antonio Schiavone, 36 anni.
Roberto Scola aveva due figli. Quando era arrivato al pronto soccorso del Cto era cosciente e terrorizzato all'idea di non rivedere più i suoi bimbi. Fin dall'inizio, tuttavia, le sue condizioni erano state definite disperate: solo le piante dei piedi non erano bruciate.
Antonio Bocuzzi, un suo collega di lavoro, aveva raccontato di averlo visto, torcia umana, correre e urlare fuori dalla fabbrica.
La prima terapia possibile era reidratarlo: i medici hanno fatto flebo da 1600 cc di soluzione acqua e sale ogni ora. Non respirava, ma un ventilatore gli muoveva i polmoni che hanno respirato fumo in grandi quantità. Sul corpo non aveva fratture. Alle 6,45 è stato dichiarato morto.
Lutto cittadino lunedì a Torino durante lo sciopero e la manifestazione per l'incendio alla Thyssen Krupp. Al lutto partecipa anche l'Ascom torinese che oltre esprimere cordoglio ai famigliari della vittima, invita i commercianti torinesi a spegnere le luci e abbassare le serrande dei negozi per cinque minuti, a partire dalle ore 10, in concomitanza con la manifestazione indetta dai sindacati.
Lunedì sera inoltre, come annunciato dal vicesindaco e assessore comunale Tom Dealessandri, per esprimere il cordoglio di Torino non verranno accese le luci d'Artista che in questo periodo prenatalizio rallegrano il capoluogo piemontese.
Il pool che fa capo al procuratore aggiunto Raffaele Guariniello ha già ascoltato alcuni testi sull'incendio. Sono stati ascoltati alcuni operai che sono scampati al rogo. Sarebbe emerso un «contesto di approssimazione» su alcune misure di sicurezza. In particolare la presenza nel reparto di estintori scarichi e il non funzionamento di un telefono di emergenza, che ha costretto un operaio a prendere una bicicletta per andare a chiedere aiuto ad altri compagni di lavoro.
È anche emerso che c' era una sorta di abitudine a cercare di rimediare da sè ai piccoli inconvenienti senza fare intervenire le squadre di manutenzione. I magistrati vogliono ora capire perchè si fosse instaurata questa prassi e se ciò accadesse per carenze organizzative anche come conseguenza del fatto che la società stava dismettendo l' impianto. Per quanto riguarda le cause del rogo, sembra confermato che tutto sia nato per la rottura di un tubo in cui passa olio idraulico.
Nei confronti dei dirigenti della multinazionale tedesca ThyssenKrupp inoltre pende un procedimento penale al Tribunale di Torino per l' incendio che nel marzo del 2002 devastò una parte dello stabilimento di Torino della Acciai Speciali Terni, lo stesso dove mercoledì notte è morto un operaio ed altri nove sono rimasti feriti. Dopo la sentenza di primo grado, con tre condanne e due patteggiamenti nel maggio del 2004, il procedimento è infatti fermo in Corte d'Appello dal 2005 in attesa che venga definito il dibattimento di secondo grado. Il rischio, sostengono in Procura, è che i reati possano andare in prescrizione.
La pena più elevata, otto mesi di carcere, fu inflitta a Giovanni Vespasiani, presidente del comitato esecutivo; le altre condanne, di entità inferiore, riguardarono altri quattro dirigenti. La sentenza era stata emessa dalla gup Immacolata Iadeluca al termine di un rito abbreviato. L'accusa in aula era stata sostenuta dal pm Francesca Traverso, mentre le indagini furono coordinate dal procuratore Raffaele Guariniello. Il rogo si scatenò nel reparto di laminazione la mattina del 24 marzo. Per domarlo i vigili del fuoco dovettero lavorare oltre quaranta ore, «sparando» 20 mila litri di schiuma e 50 mila litri di azoto liquido. Il pm affermò che alla «Terni» non furono prese adeguate misure precauzionali. Durante le indagini fu anche vagliata la condotta del presidente del consiglio di amministrazione della Thissenkrupp, Helmut Adris, contro il quale, però non si è proceduto.
«Troppe morti sono dovute a processi industriali vetusti o inadeguati». Lo sostiene Angelo Venuti, segretario regionale Cisl-Vigili del Fuoco del Piemonte, che in seguito all'incidente della ThyssenKrupp punta l'indice contro «i risparmi sulle opere provvisionali e sulle misure di prevenzione, la mancata formazione sulle misure di prevenzione del rischio e gestione della sicurezza, e il carente addestramento alle misure di gestione dell'emergenza». «Siamo stanchi - scrive Venuti in una nota - di assistere ad incidenti, spesso mortali, che potevano essere evitati 'perdendò cinque minuti o spendendo qualche soldo in più per la manutenzione o ascoltando la segnalazione dei lavoratori. Serve più rispetto - conclude - per la vita umana e più dignità per il lavoro».
| » 2007-12-06 12:49 |
| "Travolti da un'onda di fuoco" |
| "Le fiamme ci hanno investito,
sembrava un'onda anomala del mare, ma anziché acqua era
fuoco". E' la testimonianza drammatica di Antonio Michele
Boccuzzi, operaio di 34 anni, che nell'incendio all'acciaieria ha
subìto ustioni di secondo grado al viso e alla mano destra.
Boccuzzi, alla Thyssen da dodici anni, è uno di quegli operai che
stanotte facevano straordinari sulla linea 5, dodici ore consecutive
di lavoro. Ora è tornato a casa, ma è sconvolto. Con la voce rotta dal pianto, accetta di parlare brevemente al telefono: "C'é stato un piccolo incendio, dell'olio che bruciava. Pensavamo di riuscire a spegnerlo e abbiamo preso gli estintori. Ma le fiamme si sono velocemente allargate e alzate, poi ci sono state delle esplosioni. Se chiudo gli occhi vedo ancora le facce dei miei colleghi. Erano torce di fuoco. Ho cercato di aiutarli, strappavo loro i capelli bruciati, pezzi di vestiti". I racconti sono tutti terribili. "Gli idranti erano rotti, tre estintori su cinque erano vuoti. Il liquido mi arrivava in faccia anziché andare sulle fiamme", dice Fabio Simonetta che, dimesso dall'ospedale, è andato subito davanti alla fabbrica. Ad ascoltarlo c'é un centinaio di colleghi. Sono tutti giovanissimi. Piangono, sono sconvolti, nessuno se l'é sentita di entrare in fabbrica. Ci sono anche ex lavoratori in pensione, qualcuno dei quali ora nell'acciaieria ha il figlio, ci sono sindacalisti e delegati, esponenti delle istituzioni. Stanotte nello stabilimento, in un altro reparto, c'era anche Giovanni Pignalosa, operaio della Thyssenkrupp e delegato della Fiom. Anche lui, lasciato l'ospedale dove ha passato la notte per l'intossicazione provocata dai fumi, è andato di corsa allo stabilimento. "Mi hanno chiamato e sono corso subito. Ho visto l'inferno, una scena tremenda. Antonio era avvolto nelle fiamme e gridava 'Aiutatemi, muoio'. Ma era impossibile avvicinarsi, tirarlo fuori", racconta singhiozzando. Poi aggiunge: "Abbiamo aiutato alcuni operai, ustionati ma in grado di camminare, ad uscire dallo stabilimento. Se chiudo gli occhi vedo quegli operai in mezzo al fuoco, tre in piedi e due a terra. Erano quasi completamente carbonizzati, irriconoscibili. Nelle orecchie ho ancora le loro urla". "Non si può morire in un'azienda che sta smantellando, dove si chiede agli operai di fare straordinari e lavorare dodici ore consecutive", afferma Giorgio Airaudo, segretario generale della Fiom torinese. "Gli operai vanno via di giorno in giorno dalla fabbrica - racconta un lavoratore - perché ormai è finita. C'é chi trova un altro lavoro o accetta il trasferimento a Terni. E così i reparti si svuotano e si sposta la gente, si chiedono straordinari". "Questi ragazzi hanno bisogno di aiuto", dice con le lacrime agli occhi Angelo Portiello, 49 anni, uno dei lavoratori in mobilità verso la pensione.
|
-------------------------------
Thyssen
Krupp: il lavoro uccide
la
Confederazione Unitaria di Base indice
sciopero
e manifestazione lunedì 10 dicembre
Un
giovane di 36 anni morto, sei in fin di vita e altri feriti gravemente.
Non
stiamo parlando di Bagdad o
di Gaza ma di Torino e i giovani in questione sono operai dell'acciaieria
di Corso Regina Margherita, proprietà della casa tedesca Thyssen Krupp.
La
cronaca richiede poche parole: il tentativo dei lavoratori di spegnere un
piccolo incendio prodottosi in linea con i mezzi messi a disposizione
dall'azienda ha creato il dramma sviluppando una fiammata che ha
letteralmente bruciato vivi gli operai.
Ora tutti piangono su morti e feriti, ma di chi sono le
responsabilità?
I
mezzi di sicurezza che l'azienda ha il dovere di mettere a disposizione
per lavorazioni così pericolose si sono dimostrati non solo inadeguati ma
criminalmente distruttivi. Estintori e lancia ad acqua hanno favorito la
fiammata esplosiva invece di spegnere l'incendio.
I
responsabili dell'azienda non potevano non saperlo ma hanno deciso di
risparmiare sulla pelle dei lavoratori.
Inoltre
la reazione dei lavoratori allo svilupparsi dell'incendio è stata
ritardata dalle condizioni in cui operavano:
dopo
l'ultima crisi aziendale che ha quasi portato alla chiusura dello
stabilimento la flessibilità e gli orari si sono dilatati allo spasimo,
ormai i turni di dodici ore stanno diventando la norma.
Questo
incidente non è un caso ma la logica conseguenza di un'organizzazione del
lavoro che ha cancellato ogni diritto dei lavoratori e considera la loro
morte come uno “spiacevole danno collaterale” e nulla più.
La
Federazione Lavoratori Metalmeccanici Uniti-CUB di fronte all'ennesima
prova del disprezzo padronale per la vita di lavoratori e lavoratrici
indice uno sciopero dei lavoratori metalmeccanici dell'intera giornata
lavorativa per lunedì 10 novembre con manifestazione fino alla
Prefettura.
Per la FLMU-CUB
Stefano Capello
per info 3409839110
Torino,
6 dicembre 2007
Antonio Schiavone, vittima dell'incendio
La nube provocata dall'incendio
di quattro anni fa
8/6/2007 (8:20) la stampa
![]() |
| Una manifestazione in Corso Regina Margherita dei dipendenti della Thyssen |
|
|
|||||
|
|
|
info@operaicontro.it -Via Falck, 44 CAP 20099 Sesto San Giovanni (MI) |