SINDACATI, UNA RICERCA EUROPEA
Emorragia di tessere? C'è la "ricetta di Gand"
LUIGI CAVALLARO
Se poche, al momento, sembrano essere le speranze per
un'evoluzione delle relazioni industriali europee verso una
qualche forma di corporatismo "progressivo" (un sistema
che affidi a una contrattazione collettiva compiutamente europea
la determinazione di una distribuzione del reddito non
inflazionistica e lasci alla politica monetaria della Bce il più
limitato compito di tenere il tasso d'interesse sufficientemente
basso per consentire alla spesa di mantenere il sistema economico
al livello di piena occupazione) non pochi indizi sembrano
spingere il quadro sociopolitico Ue verso la restaurazione di
forme "regressive" di corporatismo, in cui il
mantenimento di istanze di contrattazione centralizzata (ma a
livello nazionale) mira ad assicurare una moderazione salariale
sufficiente a garantire alle imprese una distribuzione del
reddito idonea a immunizzare gli investimenti industriali dalle
crescenti pretese della rendita finanziaria. Lo conferma la
lettura di due rapporti di un gruppo di economisti, politologi e
sociologi di diversi paesi presentati in occasione di un
seminario promosso dalla Fondazione Rodolfo Debenedetti, poi
pubblicati nel 2001 dalla Oxford University Press e adesso
tradotti per i tipi della Università Bocconi Editore (Il
ruolo del sindacato in Europa, a cura di T. Boeri, A.
Brugiavini e L. Calmfors, pp. 382). L'analisi dei due rapporti
parte dal declino del tasso di sindacalizzazione in Europa: dal
picco del 45% della fine degli anni `70 ad un più modesto 32-33%
nel `98 (in Italia la percentuale è scesa dal 50% della forza
lavoro attiva al 38%). Si tratta, secondo gli estensori del primo
dei due rapporti, di un trend irreversibile, a causa
dell'aumento dei lavoratori precari e degli addetti a settori in
cui il sindacato è "assente o invisibile". Considerato
che la capacità di reclutamento del sindacato è correlata
positivamente al grado di centralizzazione della contrattazione
collettiva è probabile che l'evoluzione delle relazioni
industriali verso un modello che privilegia la contrattazione
aziendale (un `pallino della Cisl) finirà con l'espellere il
sindacato dalla maggior parte dei settori produttivi,
concentrandone la presenza nelle imprese transnazionali e nel
settore pubblico.
La decentralizzazione delle relazioni industriali reca, però,
per le imprese un pericolo: un sindacato "aziendalista"
non è particolarmente incline a farsi carico del perseguimento
di obiettivi di carattere generale, come ad esempio una
distribuzione del reddito non inflazionistica. E in un contesto
in cui tutti gli attori del sistema delle relazioni industriali
sono troppo "piccoli" rispetto all'autorità monetaria,
questa tendenza (lo spiegò vent'anni fa Mancur Olson) può
generalizzarsi, nel senso che nessun sindacato si preoccuperà
del fatto che le proprie richieste salariali comportino l'innesco
di spirali "salari-salari" e "salari-prezzi".
Un'eventualità del genere, però, è seriamente preoccupante per
gli industriali europei, che hanno già compreso cosa vuol dire
il rigore nella conduzione della politica monetaria e sanno che
ci vuol poco perché la Bce rilevi pericoli d'inflazione e rialzi
i tassi, frustrando le loro aspettative di profitto a vantaggio
della rendita. Ciò significa che essi, pur privilegiando in
assoluto la decentralizzazione delle relazioni industriali,
possono favorire l'istituzione di forme più elastiche di
coordinamento, come quella sperimentata nei "patti
sociali" degli ultimi anni. Un simile coordinamento,
infatti, può consentire alle imprese di recuperare quanto
perduto a causa del trasferimento in sede europea delle decisioni
di politica monetaria, perché garantisce quella flessibilità
dei salari monetari che si pone come equivalente funzionale della
svalutazione: meno crescono i salari monetari, meno cresceranno i
prezzi delle merci finite, sicché il tasso d'inflazione vigente
in ciascun paese dell'Unione finisce con il rappresentare
l'indice più evidente della sua capacità di
"invadere" con le proprie merci i mercati
"amici".
Se è chiaro l'incentivo dei governi nazionali a promuovere
simili forme di accordi (di fatto, essi rappresentano l'unico
succedaneo disponibile di politica economica, dati i vincoli che
alla politica fiscale discendono dall'adesione al Patto di
stabilità), meno evidente è l'interesse che possono avervi i
sindacati, per i quali il contenimento dei salari nominali è un
obiettivo che non solo comporta notevoli tensioni con la propria
"base", ma - come ha scritto Colin Crouch - fa sì che
essi debbano accollarsi per intero lo stress e i conflitti che
questa singolare forma di "svalutazione competitiva"
genererà (e sta già generando) fra i lavoratori Ue.
Come fare, allora, per indurre il sindacato ad accettare una
prospettiva del genere? Una risposta emerge netta nel volume ed
è collegata all'adozione di un particolare sistema di gestione
dell'indennità di disoccupazione, il cosiddetto "sistema
Gand" (la cittadina belga dove fu introdotto nel 1901). Si
tratta di un programma di assicurazione pubblica contro la
disoccupazione di carattere volontario, ma sostenuto dallo Stato
e gestito direttamente dai sindacati o da fondi da essi
controllati. Un sistema del genere, si legge nel secondo dei due
rapporti, "potrebbe contrastare la tendenza alla formazione
di un'economia duale, in cui un numero crescente di lavoratori
occupati con contratti a tempo determinato si ritrova escluso
dalla sfera di influenza del sindacato e dai programmi di
assicurazione forniti dallo stato sociale". I dati forniti,
infatti, suggeriscono che, nei paesi dove esso è vigente
(Danimarca, Finlandia, Svezia, Belgio), i tassi d'iscrizione al
sindacato sono elevati sia tra i lavoratori regolari che tra i
precari, sicché - prosegue il rapporto - una misura del genere
potrebbe rappresentare "un modo per stabilire un contatto
istituzionale tra sindacati e lavoratori precari, dato che questi
ultimi probabilmente sono molto interessati all'assicurazione
contro la disoccupazione".
Un "sistema Gand", in effetti, assicurerebbe i
sindacati dal rischio di vedere scemare sempre più il numero dei
propri iscritti, il che lo rende ipso facto desiderabile
da soggetti che - per dirla ancora con Colin Crouch -
temono in sommo grado la marginalizzazione subita dal sindacato
negli Usa e nel Regno Unito e sono disposti a consistenti
sacrifici pur di vedersi riconosciuto "un posto al
tavolo" quando si discute di affari legati all'economia
nazionale. Del resto, considerando che le condizioni
istituzionali necessarie perché si dia un'elevata adesione al
sindacato sono la possibilità di accesso nei luoghi di lavoro,
un elevato grado di centralizzazione della contrattazione
collettiva e l'amministrazione dell'indennità di disoccupazione,
è verosimile attendersi che, a misura che perde rilevanza la
seconda di esse, il sindacato scommetta tutto sulla terza, che -
secondo le stime econometriche eseguite sui dati disponibili -
favorirebbe addirittura l'instaurarsi di una correlazione
positiva fra tasso di disoccupazione e tasso di
sindacalizzazione.
Ma un "sistema Gand" favorirebbe indubbiamente anche il
governo, dal momento che - lo rileva Michele Salvati nel suo
commento al secondo dei rapporti del volume - il sindacato non
potrebbe non farsi carico dei vincoli di bilancio implicito nel
finanziamento dell'indennità di disoccupazione.
Era questa, in fondo, l'idea di Marco Biagi, prima trasfusa nel Libro
Bianco e adesso consacrata nel "Patto per
l'Italia", le cui "prime misure" in materia di welfare
to work prevedono proprio "programmi formativi a
frequenza obbligatoria per i soggetti che percepiscono
l'indennità [di disoccupazione]" e la sperimentazione
"a livello provinciale" di "prime forme di
bilateralità che concorrano a definire l'orientamento
formativo". E si comprende, alla luce di quest'idea di
fondo, che gli autori del volume in rassegna si attendano che il
sindacato del futuro assuma una configurazione che combinerà 4
distinti ruoli: fornitore di servizi, controparte nella
negoziazione del salario a livello d'impresa (e, in misura
minore, di settore), partner dell'impresa all'interno di
"coalizioni locali per la produttività" e movimento
politico e sociale a livello nazionale.