vedi APPELLO - COMMENTO
Noi ebrei americani...
L'appello di 3075 intellettuali, cittadini
Usa, al governo Bush per la pace in Medio oriente- IL MANIFESTO
25/08/02
Sulla scia dell'ondata di sangue che di recente ha colpito il
Medio Oriente, molti israeliani e palestinesi - ed i loro
sostenitori negli Stati uniti - sono tornati ad adottare uno
schema di ragionamento contrapposto,"noi-contro-loro",
in cui entrambi si considerano vittime innocenti e ignorano o
minimizzano le ingiustizie che hanno inflitto, e continuano ad
infliggere, all'altro popolo. In realtà, sia il popolo
israeliano che quello palestinese hanno sofferto gravi torti
l'uno da parte dell'altro, anche se in misura diversa e ineguale;
entrambi hanno legittimi motivi di risentimento, legittime paure
e legittima sfiducia nella reale volontà dell'altro di accettare
un compromesso per arrivare alla pace.
Sebbene i firmatari di questa lettera abbiano opinioni molto
diverse sulle responsabilità dell'attuale situazione, tutti
abbiamo una visione comune di quali debbano essere gli elementi
costitutivi della soluzione.
I vari tentativi di costruire una fiducia reciproca hanno
raggiunto un vicolo cieco. L'unica alternativa ad una guerra
senza fine è un accordo globale basato su principi semplici ma
radicali:
- la vita degli israeliani è preziosa quanto quella dei
paestinesi;
- i popoli israeliano e palestinese hanno lo stesso diritto
all'autodeterminazione nazionale ed a vivere in pace e sicurezza;
- i popoli israeliano e palestinese hanno lo stesso diritto ad
un'equa suddivisione dei territori e delle risorse della
Palestina storica.
Persone di buona fede in tutto il mondo hanno da tempo capito con
una certa precisione quel che una soluzione sostenibile, nel
rispetto di questi principi, dovrebbe prevedere:
- due Stati nazionali, Israele e Palestina, con eguale
sovranità, eguali diritti ed eguali responsabilità;
- spartizione del territorio secondo i confini precedente alla
guerra del 1967, modificati solo da scambi territoriali minori
reciprocamente concordati;
- evacuazione di tutte le colonie israeliane costruite nei
territori occupati, tranne quelle all'interno di aree di scambio
concordate fra le due parti;
- riconoscimento di Israele da parte dei palestinesi e degli
Stati arabi e loro rinuncia a qualsiasi ulteriore rivendicazione
territoriale;
- accettazione da parte dei palestinesi di limiti concordati al
"diritto al ritorno" in cambio di risarcimenti
finanziari ai profughi.
Parecchi anni fa sondaggi di opinione dimostravano che la
maggioranza sia degli israeliani che dei palestinesi era disposta
ad accettare un accordo di questo genere. Nonostante le attuali
carneficine, lo cose potrebbero ancora stare così; ma un
compromesso è difficile quando la maggioranza di entrambe le
parti appoggia azioni militari provocatorie che considerano
puramente difensive, mentre poderose minoranze continuano a
perseguire obiettivi territoriali massimalisti.
Se gli israeliani e i palestinesi non sono disposti o capaci di
negoziare una pace sostenibile, la comunità internazionale deve
prendere l'iniziativa nel promuoverne una. Ciò è nell'interesse
di lungo termine non solo degli israeliani e dei palestinesi, ma
anche degli americani: gli eventi recenti hanno reso
dolorosamente evidente che la nostra stessa sicurezza nazionale
è profondamente minata dalla instabilità e ingiustizia in Medio
Oriente.
Gli Stati uniti hanno una speciale responsabilità della tragica impasse
attuale, in virtù delle nostre massicce sovvenzioni
economiche e militari al governo israeliano: 500 dollari l'anno
per ogni cittadino israeliano. Il nostro paese ha una influenza
straordinaria sulla politica di Israele, se solo il nostro
governo avesse il coraggio di usarla. Come ebrei americani che
hanno profondamente a cuore la sicurezza duratura di Israele,
facciamo appello al nostro governo perché condizioni il
proseguimento degli aiuti all'accettazione da parte di Israele di
una soluzione, concordata a livello internazionale, che preveda i
due Stati nazionali.
Estremisti di entrambe le parti sicuramente attaccheranno un
simile accordo. Per farlo rispettare potrebbero essere necessarie
forze militari straniere, disposte ad accettare eventuali perdite
umane. Si può comunque sperare che la maggioranza sia degli
israeliani che dei palestinesi si convinca che una pace
imperfetta è preferibile ad una guerra senza fine.
Non c'è garanzia che questo approccio funzionerà; ma è
pressoché sicuro che ogni altra alternativa è destinata al
fallimento.
Yali Amit, University of Chicago; Stanley Aronowitz,
CUNY Graduate Center; Rosalyn Baxandall, SUNY Old
Westbury; Joel Beinin, Stanford University; Noam
Chomsky, Massachusetts Institute of Technology; Natalie
Zemon Davis, Princeton University; Gerald Graff,
University of Illinois at Chicago; Charles G. Gross,
Princeton University; Lawrence Grossberg,
University of North Carolina-Chapel Hill; Edward S.
Herman, Wharton School, University of Pennsylvania; Stanley
Hoffmann, Harvard University; Russell Jacoby,
University of California-Los Angeles; Leo Kadanoff,
University of Chicago; Leon Kamin, Northeastern
University; Evelyn Fox Keller, Massachusetts
Institute of Technology; Rabbi Michael Lerner,
Tikkun Community; Seymour Melman, Columbia
University; N. David Mermin, Cornell
University; Martha Nussbaum, University of Chicago;
Frances Fox Piven, CUNY Graduate Center; Hilary
Putnam, Harvard University; Paul Rabinow,
University of California-Berkeley; Bruce Robbins,
Columbia University; Anne Roiphe, novelist, New
York; Ellen Schrecker, Yeshiva University; Stephen
R. Shalom, William Paterson University; Elaine
Showalter, Princeton University; Alix Kates Shulman,
novelist, New York; Peter Singer, Princeton
University; Alan Sokal, New York University; Abraham
L. Udovitch, Princeton University; Immanuel Wallerstein,
Yale University; Ellen Willis, New York University;
Howard Zinn, historian, Auburndal MA,
e, al momento, altre 3050 firme.
Alan Sokal, Department of Physics New York University 4
Washington Place New York, NY 10003 USA sokal@nyu.edu Tel:
1-212-998-7729 Fax: 1-212-995-4016
Traduzione di Marina Papa Sokal
APPELLO
Via dalle colonie
LUCIANA CASTELLINA
DANIEL AMIT
Qalcosa di nuovo sta maturando negli Stati uniti: un gruppo senza
precedenti, per ampiezza e livello, di intellettuali americani di
origine ebraica sta finalmente reagendo al dramma che si sta
consumando in Palestina e Israele; e non con vaghe invocazioni di
pace, ma con un preciso atto d'accusa alla politica del governo
Sharon e a quello del proprio paese che l'avalla e la sostiene.
Non era mai avvenuto prima che una critica così forte e precisa
si levasse da una comunità ebraica che, come quella degli
intellettuali americani, sebbene quasi sempre schierata a
sinistra sui temi sociali e internazionali, era sempre - salvo
rare eccezioni - rimasta acriticamente consenziente, certo in
nome di un irrazionale riflesso che ha tante storiche
giustificazioni, nei confronti di qualsivoglia politica adottata
dallo stato d'Israele. E' avvenuto ora con un appello
all'amministrazione Bush, pubblicato a pagamento sia sulla stampa
americana che - fatto più nuovo - su quella israeliana e
giordana in cui, con tono pacato e imparziale, si mettono a nudo,
senza le consuete elusioni di comodo, i veri problemi sul tappeto
da risolvere se si intende davvero metter fine alla guerra
infinita. Innanzitutto attraverso l'esplicito riconoscimento -
che dovrebbe esser ovvio ma sappiamo che nei fatti non è
(pensiamo all'atroce sproporzione nel conteggio del rispettivo
dolore) - che le vite dei palestinesi e quelle degli israeliani
hanno il medesimo peso e i due popoli uguali diritti sul
territorio e sulle risorse della Palestina storica. In secondo
luogo enunciando una serie di punti programmatici indispensabili
ad una reale soluzione del conflitto che fanno giustizia delle
vaghezze e delle mistificazioni con cui vengono condotti da parte
occidentale i tanti fallimentari negoziati. L'appello, promosso
da Alan Sokal, docente della New York University e
matematico-fisico famoso (anche per la polemica provocata anni fa
dal suo articolo-beffa contro i nuovi filosofi francesi,
pubblicato su Social Text , cui ha fatto seguito un libro
scritto assieme a Jean Bricmont in cui vengono criticate le loro
metafore scientifiche) e da Bruce Robbins, docente di cultura
inglese alla Rutgers Univesity e autore nel `98 del libro Feeling
Global: Internationalism in Distress, è stato firmato fino
ad ora da 3070 intellettuali. Sebbene il testo sia stato già
pubblicato in Italia il 10 agosto dall'Unità vogliamo
riproporlo sulle colonne del Manifesto. Sia per via della
curiosa collocazione che il quotidiano gli ha dato (nella pagina
dei dibattiti, quasi a volerne prendere le distanze), con un
titolo anodino ("Il Medio Oriente abbia pace",
che non permette di cogliere il valore e la novità che
l'iniziativa ha innanzitutto per la società americana). Sia per
via di uno sconcertante taglio.
E' quello apportato alla proposta programmatica
contenuta nell'appello del punto relativo agli insediamenti dei
coloni israeliani laddove si dice "evacuazione di tutte le
colonie israeliane costruite nei territori occupati, tranne
quelle all'interno di aree di scambio concordate fra le due
parti" (possibile che contro i palestinesi si accaniscono
persino i proti?). Sia per dar conto del peso e delle
implicazioni che la massiccia mobilitazione degli intellettuali
ebrei americani presenta. Lo facciamo anche perché sollecitati
dagli stessi promotori cui preme molto ricordare ancora una volta
agli europei che il popolo degli Stati uniti non è la stessa
cosa del suo governo e che il modo migliore di essergli vicino è
proprio opporsi all'amministrazione di Washington. Purtroppo è
già accaduto che manifestazioni, anche importanti, di dissenso
dalla politica del proprio governo venute dall'America siano
state trattate con indifferenza, così contribuendo ad alimentare
la mistificazione secondo cui ogni critica a Washington
rappresenti una manifestazione di "antiamericanismo"
(cui di solito si aggiunge l'aggettivo "primario"). Ad
aprile scorso, per esempio, un appello alla comunità
internazionale, diretto sopratutto all'Europa, era stato lanciato
da un gruppo di prestigiosi studiosi di diritto e di scienza
delle comunicazioni. Nel testo si diceva fra l'altro:
"L'errore principale di coloro che celebrano l'attuale
guerra è considerare equivalenti i valori americani quali
vengono intesi in patria e l'esercizio del potere economico e
militare degli Usa all'estero".
Non vogliamo certo sopravalutare la portata di queste voci
critiche che si levano dalla società americana. Sappiamo bene
fino a che punto la manipolazione dell'opinione pubblica indotta
dalla struttura dell'informazione e la spoliticizzazione prodotta
dal sistema istituzionale abbiano operato guasti profondi. Ma
proprio per questo dovremmo tenere in gran conto le richieste di
aiuto ad arginare i processi degenerativi che da oltreoceano
pervengono all'Europa, tuttora vista come diversa e migliore.
Sarebbe tragico se l'Europa non fosse più in grado di
rispondere.