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Vari articoli e mail

Le incursioni di papa
Ratzinger
di Marcello Cini
su Il Manifesto del 15/01/2008
Il «caso» della visita del
papa, non si sa bene in che veste, per l'inaugurazione dell'anno
accademico della Sapienza è scoppiato due giorni dopo quello della lavata
di capo da lui rivolta al sindaco di Roma Veltroni come se fosse ancora il
capo dello stato pontificio. Come già in altre occasioni non si sa se
Ratzinger parli dalla cattedra di Pietro o da quella di professore di
teologia, o magari dal trono di un re dell'ancien régime. E' un fuoco di
fila di voluta confusione di ruoli che contrassegna il protagonismo di
Benedetto XVI volto a riportare indietro di un paio di secoli l'orologio
della storia. Un tentativo che, come ha ricordato Eugenio Scalfari, tende
a «trasformare la gerarchia ecclesiastica e quello che pomposamente viene
definito il Magistero in una lobby che chiede e promette favori e
benefici, quanto di più lontano e disdicevole dall'attività pastorale e
dall'approfondimernto culturale».
Questo disegno mostra che nel suo nuovo ruolo l'ex capo del Sant'Uffizio
continua a interpretare il suo compito come espropriazione, con le buone o
(come in passato) con le cattive, della sfera del sacro immanente nella
profondità dei sentimenti e delle emozioni di ogni essere umano, da parte
di una istituzione che rivendica l'esclusività della mediazione fra
l'umano e il divino: espropriazione che ignora e svilisce le differenti
forme storiche e geografiche di questa sfera così intima e delicata senza
rispetto per la dignità personale e l'integrità morale di ogni
individuo.
Come alcuni lettori del manifesto forse ricordano già in novembre avevo
rivolto al rettore della Sapienza una lettera aperta, nella quale esponevo
le ragioni della mia indignazione per un invito a tenere una lectio
magistralis che mi appariva del tutto inappropriata nella forma e nella
sostanza. Alcuni colleghi hanno voluto successivamente unire la loro voce
alla mia e li ringrazio per averlo fatto. Siamo certamente una minoranza
del corpo accademico, ma non credo purtroppo che la maggioranza dei miei
colleghi si interessi molto alle questioni che non attengono direttamente
alla loro attività professionale.
Anche se la proposta di lectio magistralis non è stata portata avanti, si
è scoperto, guarda caso, che il papa si troverà a passare da quelle
parti proprio lo stesso giorno dell'inaugurazione dell'anno accademico e
dunque che sarebbe stato scortese non chiedergli di dire due parole. La
sostanza è dunque che il papa inaugurerà giovedì l'anno accdemico
dell'Università La Sapienza.
Perché ci indignamo tanto? Perché siamo così intolleranti e settari da
non volergli dare la parola? Provo a spiegarlo in due parole. In primo
luogo perchè le università, per lo meno quelle pubbliche, sono - negli
stati non confessionali - una comunità di studiosi, docenti e discenti,
di tutte le discipline universalmente riconosciute, di tutte le scuole di
pensiero, di tutte le culture e gli orientamenti politici e religiosi,
scelti dai loro pari per i loro contributi scientifici e culturali.
Nessuno di loro può però accettare che qualcuno, per quanto vanti
investiture dall'Alto, possa loro prescrivere cosa debbano o possano dire,
fare o pensare. Ognuno ha la propria coscienza e la propria deontologia
professionale. In particolare possiamo tollerare che il papa possa dire ai
nostri colleghi biologi che non devono prendere sul serio Darwin? Oppure
ai nostri colleghi filosofi che è «inammissibile» - parole del
professor Ratzinger a Ratisbona - «rifiutarsi di ascoltare le tradizioni
della fede cristiana»?
Concludo con una domanda semplice. Una cosa simile potrebbe mai accadere
non dico nella Spagna di Zapatero ma anche in Francia in Germania, in
Inghilterra o negli Stati Uniti?

vedi
pdf - Dante Lepore sett2000
http://it.wikipedia.org/wiki/Galileo_Galilei:
(...)Il 22
giugno 1633 Galileo fu riconosciuto colpevole di «aver tenuto e
creduto dottrina falsa e contraria alle Sacre e divine Scritture, ch'il
Sole [...] non si muova da oriente ad occidente, e che la Terra si muova e
non sia centro del mondo». Vedi Sentenza
di condanna di Galileo.
La pena inflitta a Galileo consistette in diverse disposizioni: la
messa all’indice del Dialogo
sopra i massimi sistemi del mondo; l’abiura
della tesi copernicana; un periodo di prigionia della durata che sarebbe
piaciuta al Sant’Uffizio; la recita dei sette salmi penitenziali una
volta alla settimana per tre anni (che incaricò di recitare, con il
consenso della Chiesa, sua figlia Maria Celeste, suora carmelitana
(...)
interessante fu l'intervento anni dopo del cardinale tedesco Joseph
Ratzinger, poi eletto Papa
nel 2005, tenutosi a Parma
il 15
marzo 1990.
Egli riprese un'affermazione di Paul
Feyerabend: «All'epoca di Galileo la Chiesa rimase molto più fedele
alla ragione dello stesso Galileo. Il processo
contro Galileo fu ragionevole e giusto»[3],
aggiungendo però : «Sarebbe assurdo costruire sulla base di queste
affermazioni una frettolosa apologetica. La fede non cresce a partire dal
risentimento e dal rifiuto della razionalità, ma dalla sua fondamentale
affermazione e dalla sua inscrizione in una ragionevolezza più grande.Qui
ho voluto ricordare un caso sintomatico che evidenzia fino a che punto il
dubbio della modernità su se stessa abbia attinto oggi la scienza e la
tecnica. »; mostrando quindi di criticare le idee di Feyerabend su
Galileo, sul cui processo Giovanni
Paolo II chiederà ufficialmente scusa per l'errore della Chiesa.
Infatti nel 1992,
oltre tre secoli dopo la pronuncia della condanna, una nuova istruttoria
ordinata da papa
Giovanni Paolo II si risolse favorevolmente a Galileo.
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« Paradossalmente,
Galileo, sincero credente, si mostrò su questo punto
(interpretazione della Bibbia) più perspicace dei suoi avversari
teologi. » |
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(Papa Giovanni Paolo II durante il discorso alla
Pontificia Accademia delle Scienze)
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IL
PESSIMO AVVIO DEL 2008
Con tutto che viene 40
anni dopo il ’68, il 2008 è iniziato malissimo. La mia generazione –
che non ha alcun diritto di presentarsi come modello da imitare – si
ribellava all’autorità della scuola, dell’impresa e dello Stato.
Oggi, sfruttando la copertura ideologica dei loro professori
dell’Università “La Sapienza” di Roma, gli studenti romani si
scagliano contro il Papa perché “o si sta con la libertà o si sta con Ratzinger”. Insieme con
il Papa, vorrebbero cacciare dal loro Ateneo anche il Ministro Mussi e il
Sindaco Veltroni. Ma con chi vorrebbero discutere? Solo con l’onorevole
Francesco Caruso? Che noia, ragazzi.
Un bel capolavoro
consentire al centrodestra di schierarsi a tutela del Papa come se
rappresentasse una minoranza oppressa e perseguitata da un nuovo fascismo.
Un bel capolavoro consentire di citare Voltaire al senatore Giulio
Tremonti, notoriamente al seguito di un grande imprenditore-politico che
ha cacciato e chiamato “criminosi”
gli artisti, i giornalisti e le trasmissioni irriverenti verso il suo
governo.
E comunque c’è poco da
fare. Tremonti ha ragione, se non altro perché ha ragione Voltaire. “Io
non approvo quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto
di dirlo”. Commemorando Giuseppe Di Vittorio, Innocenzo Cipolletta
ha detto più recentemente, che occorre essere “fortemente
convinti delle proprie idee, fare di tutto per realizzare i propri
progetti, ma conservare nel fondo della propria anima il rispetto per gli
altri e una sana scintilla di dubbio che ci faccia evitare di credere di
avere sempre ragione, anzi che ci faccia temere il giorno in cui solo le
nostre ragioni avessero a prevalere”.
Dai maestri rossi –
proprio quelli che fanno inorridire Berlusconi – ho imparato che la
libertà è sempre la libertà di chi la pensa diversamente. Non devo
tappare la bocca dei miei avversari e nemmeno desiderare la loro scomparsa
politica. La loro salute è un’occasione e una risorsa anche per me. Non
è vero che la mia libertà finisce dove comincia quella di un altro, come
insegnano i maestri liberali. E’ vero, invece, che la mia libertà
comincia dove comincia quella degli altri, nei quali non devo vedere un
ostacolo e una limitazione, ma una vitale possibilità di sviluppo, di
arricchimento e di crescita per tutti. Certo, anche passando attraverso il
conflitto.
Dunque, viva il Papa, viva
Giuliano Ferrara, viva Innocenza Cipolletta. E, naturalmente, viva i miei
maestri rossi e anarchici.
Mario Dellacqua
Il testo su Papato e università che Benedetto XVI avrebbe letto
alla Sapienza di Roma
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Magnifico Rettore,
Autorità politiche e civili,
Illustri docenti e personale tecnico amministrativo,
cari giovani studenti!
È per me motivo di profonda gioia incontrare la comunità della
«Sapienza - Università di Roma» in occasione della
inaugurazione dell'anno accademico. Da secoli ormai questa
Università segna il cammino e la vita della città di Roma,
facendo fruttare le migliori energie intellettuali in ogni campo
del sapere. Sia nel tempo in cui, dopo la fondazione voluta dal
Papa Bonifacio VIII, l'istituzione era alle dirette dipendenze
dell'Autorità ecclesiastica, sia successivamente quando lo
Studium Urbis si è sviluppato come istituzione dello Stato
italiano, la vostra comunità accademica ha conservato un grande
livello scientifico e culturale, che la colloca tra le più
prestigiose università del mondo. Da sempre la Chiesa di Roma
guarda con simpatia e ammirazione a questo centro universitario,
riconoscendone l'impegno, talvolta arduo e faticoso, della ricerca
e della formazione delle nuove generazioni. Non sono mancati in
questi ultimi anni momenti significativi di collaborazione e di
dialogo. Vorrei ricordare, in particolare, l'Incontro mondiale dei
Rettori in occasione del Giubileo delle Università, che ha visto
la vostra comunità farsi carico non solo dell'accoglienza e
dell'organizzazione, ma soprattutto della profetica e complessa
proposta della elaborazione di un «nuovo umanesimo per il terzo
millennio».
Mi è caro, in questa circostanza, esprimere la mia gratitudine
per l'invito che mi è stato rivolto a venire nella vostra
università per tenervi una lezione. In questa prospettiva mi sono
posto innanzitutto la domanda: Che cosa può e deve dire un Papa
in un'occasione come questa? Nella mia lezione a Ratisbona ho
parlato, sì, da Papa, ma soprattutto ho parlato nella veste del
già professore di quella mia università, cercando di collegare
ricordi ed attualità. Nell'università «Sapienza», l'antica
università di Roma, però, sono invitato proprio come Vescovo di
Roma, e perciò debbo parlare come tale. Certo, la «Sapienza»
era un tempo l'università del Papa, ma oggi è un'università
laica con quell'autonomia che, in base al suo stesso concetto
fondativo, ha fatto sempre parte della natura di università, la
quale deve essere legata esclusivamente all'autorità della verità.
Nella sua libertà da autorità politiche ed ecclesiastiche
l'università trova la sua funzione particolare, proprio anche per
la società moderna, che ha bisogno di un'istituzione del genere.
Ritorno alla mia domanda di partenza: Che cosa può e deve dire il
Papa nell'incontro con l'università della sua città? Riflettendo
su questo interrogativo, mi è sembrato che esso ne includesse due
altri, la cui chiarificazione dovrebbe condurre da sé alla
risposta. Bisogna, infatti, chiedersi: Qual è la natura e la
missione del Papato? E ancora: Qual è la natura e la missione
dell'università? Non vorrei in questa sede trattenere Voi e me in
lunghe disquisizioni sulla natura del Papato. Basti un breve
accenno. Il Papa è anzitutto Vescovo di Roma e come tale, in virtù
della successione all'Apostolo Pietro, ha una responsabilità
episcopale nei riguardi dell'intera Chiesa cattolica. La parola «vescovo»-episkopos,
che nel suo significato immediato rimanda a «sorvegliante», già
nel Nuovo Testamento è stata fusa insieme con il concetto biblico
di Pastore: egli è colui che, da un punto di osservazione
sopraelevato, guarda all'insieme, prendendosi cura del giusto
cammino e della coesione dell'insieme. In questo senso, tale
designazione del compito orienta lo sguardo anzitutto verso
l'interno della comunità credente. Il Vescovo - il Pastore - è
l'uomo che si prende cura di questa comunità; colui che la
conserva unita mantenendola sulla via verso Dio, indicata secondo
la fede cristiana da Gesù - e non soltanto indicata: Egli stesso
è per noi la via. Ma questa comunità della quale il Vescovo si
prende cura - grande o piccola che sia - vive nel mondo; le sue
condizioni, il suo cammino, il suo esempio e la sua parola
influiscono inevitabilmente su tutto il resto della comunità
umana nel suo insieme. Quanto più grande essa è, tanto più le
sue buone condizioni o il suo eventuale degrado si ripercuoteranno
sull'insieme dell'umanità. Vediamo oggi con molta chiarezza come
le condizioni delle religioni e come la situazione della Chiesa -
le sue crisi e i suoi rinnovamenti - agiscano sull'insieme
dell'umanità. Così il Papa, proprio come Pastore della sua
comunità, è diventato sempre di più anche una voce della
ragione etica dell'umanità.
Qui, però, emerge subito l'obiezione, secondo cui il Papa, di
fatto, non parlerebbe veramente in base alla ragione etica, ma
trarrebbe i suoi giudizi dalla fede e per questo non potrebbe
pretendere una loro validità per quanti non condividono questa
fede. Dovremo ancora ritornare su questo argomento, perché si
pone qui la questione assolutamente fondamentale: Che cosa è la
ragione? Come può un'affermazione - soprattutto una norma morale
- dimostrarsi «ragionevole»? A questo punto vorrei per il
momento solo brevemente rilevare che John Rawls, pur negando a
dottrine religiose comprensive il carattere della ragione «pubblica»,
vede tuttavia nella loro ragione «non pubblica» almeno una
ragione che non potrebbe, nel nome di una razionalità
secolaristicamente indurita, essere semplicemente disconosciuta a
coloro che la sostengono. Egli vede un criterio di questa
ragionevolezza fra l'altro nel fatto che simili dottrine derivano
da una tradizione responsabile e motivata, in cui nel corso di
lunghi tempi sono state sviluppate argomentazioni sufficientemente
buone a sostegno della relativa dottrina. In questa affermazione
mi sembra importante il riconoscimento che l'esperienza e la
dimostrazione nel corso di generazioni, il fondo storico
dell'umana sapienza, sono anche un segno della sua ragionevolezza
e del suo perdurante significato. Di fronte ad una ragione
a-storica che cerca di autocostruirsi soltanto in una razionalità
a-storica, la sapienza dell'umanità come tale - la sapienza delle
grandi tradizioni religiose - è da valorizzare come realtà che
non si può impunemente gettare nel cestino della storia delle
idee.
Ritorniamo alla domanda di partenza. Il Papa parla come
rappresentante di una comunità credente, nella quale durante i
secoli della sua esistenza è maturata una determinata sapienza
della vita; parla come rappresentante di una comunità che
custodisce in sé un tesoro di conoscenza e di esperienza etiche,
che risulta importante per l'intera umanità: in questo senso
parla come rappresentante di una ragione etica.
Ma ora ci si deve chiedere: E che cosa è l'università? Qual è
il suo compito? È una domanda gigantesca alla quale, ancora una
volta, posso cercare di rispondere soltanto in stile quasi
telegrafico con qualche osservazione. Penso si possa dire che la
vera, intima origine dell'università stia nella brama di
conoscenza che è propria dell'uomo. Egli vuol sapere che cosa sia
tutto ciò che lo circonda. Vuole verità. In questo senso si può
vedere l'interrogarsi di Socrate come l'impulso dal quale è nata
l'università occidentale. Penso ad esempio - per menzionare
soltanto un testo - alla disputa con Eutifrone, che di fronte a
Socrate difende la religione mitica e la sua devozione. A ciò
Socrate contrappone la domanda: «Tu credi che fra gli dei
esistano realmente una guerra vicendevole e terribili inimicizie e
combattimenti ... Dobbiamo, Eutifrone, effettivamente dire che
tutto ciò è vero?» (6 b - c). In questa domanda apparentemente
poco devota - che, però, in Socrate derivava da una religiosità
più profonda e più pura, dalla ricerca del Dio veramente divino
- i cristiani dei primi secoli hanno riconosciuto se stessi e il
loro cammino. Hanno accolto la loro fede non in modo positivista,
o come la via d'uscita da desideri non appagati; l'hanno compresa
come il dissolvimento della nebbia della religione mitologica per
far posto alla scoperta di quel Dio che è Ragione creatrice e al
contempo Ragione-Amore. Per questo, l'interrogarsi della ragione
sul Dio più grande come anche sulla vera natura e sul vero senso
dell'essere umano era per loro non una forma problematica di
mancanza di religiosità, ma faceva parte dell'essenza del loro
modo di essere religiosi. Non avevano bisogno, quindi, di
sciogliere o accantonare l'interrogarsi socratico, ma potevano,
anzi, dovevano accoglierlo e riconoscere come parte della propria
identità la ricerca faticosa della ragione per raggiungere la
conoscenza della verità intera. Poteva, anzi doveva così,
nell'ambito della fede cristiana, nel mondo cristiano, nascere
l'università.
È necessario fare un ulteriore passo. L'uomo vuole conoscere -
vuole verità. Verità è innanzitutto una cosa del vedere, del
comprendere, della theoría, come la chiama la tradizione greca.
Ma la verità non è mai soltanto teorica. Agostino, nel porre una
correlazione tra le Beatitudini del Discorso della Montagna e i
doni dello Spirito menzionati in Isaia 11, ha affermato una
reciprocità tra «scientia» e «tristitia»: il semplice sapere,
dice, rende tristi. E di fatto - chi vede e apprende soltanto
tutto ciò che avviene nel mondo, finisce per diventare triste. Ma
verità significa di più che sapere: la conoscenza della verità
ha come scopo la conoscenza del bene. Questo è anche il senso
dell'interrogarsi socratico: Qual è quel bene che ci rende veri?
La verità ci rende buoni, e la bontà è vera: è questo
l'ottimismo che vive nella fede cristiana, perché ad essa è
stata concessa la visione del Logos, della Ragione creatrice che,
nell'incarnazione di Dio, si è rivelata insieme come il Bene,
come la Bontà stessa.
Nella teologia medievale c'è stata una disputa approfondita sul
rapporto tra teoria e prassi, sulla giusta relazione tra conoscere
ed agire - una disputa che qui non dobbiamo sviluppare. Di fatto
l'università medievale con le sue quattro Facoltà presenta
questa correlazione. Cominciamo con la Facoltà che, secondo la
comprensione di allora, era la quarta, quella di medicina. Anche
se era considerata più come «arte» che non come scienza,
tuttavia, il suo inserimento nel cosmo dell'universitas
significava chiaramente che era collocata nell'ambito della
razionalità, che l'arte del guarire stava sotto la guida della
ragione e veniva sottratta all'ambito della magia. Guarire è un
compito che richiede sempre più della semplice ragione, ma
proprio per questo ha bisogno della connessione tra sapere e
potere, ha bisogno di appartenere alla sfera della ratio.
Inevitabilmente appare la questione della relazione tra prassi e
teoria, tra conoscenza ed agire nella Facoltà di giurisprudenza.
Si tratta del dare giusta forma alla libertà umana che è sempre
libertà nella comunione reciproca: il diritto è il presupposto
della libertà, non il suo antagonista. Ma qui emerge subito la
domanda: Come s'individuano i criteri di giustizia che rendono
possibile una libertà vissuta insieme e servono all'essere buono
dell'uomo? A questo punto s'impone un salto nel presente: è la
questione del come possa essere trovata una normativa giuridica
che costituisca un ordinamento della libertà, della dignità
umana e dei diritti dell'uomo. È la questione che ci occupa oggi
nei processi democratici di formazione dell'opinione e che al
contempo ci angustia come questione per il futuro dell'umanità. Jürgen
Habermas esprime, a mio parere, un vasto consenso del pensiero
attuale, quando dice che la legittimità di una carta
costituzionale, quale presupposto della legalità, deriverebbe da
due fonti: dalla partecipazione politica egualitaria di tutti i
cittadini e dalla forma ragionevole in cui i contrasti politici
vengono risolti. Riguardo a questa «forma ragionevole» egli
annota che essa non può essere solo una lotta per maggioranze
aritmetiche, ma che deve caratterizzarsi come un «processo di
argomentazione sensibile alla verità» (wahrheitssensibles
Argumentationsverfahren). È detto bene, ma è cosa molto
difficile da trasformare in una prassi politica. I rappresentanti
di quel pubblico «processo di argomentazione» sono - lo sappiamo
- prevalentemente i partiti come responsabili della formazione
della volontà politica. Di fatto, essi avranno immancabilmente di
mira soprattutto il conseguimento di maggioranze e con ciò
baderanno quasi inevitabilmente ad interessi che promettono di
soddisfare; tali interessi però sono spesso particolari e non
servono veramente all'insieme. La sensibilità per la verità
sempre di nuovo viene sopraffatta dalla sensibilità per gli
interessi. Io trovo significativo il fatto che Habermas parli
della sensibilità per la verità come di elemento necessario nel
processo di argomentazione politica, reinserendo così il concetto
di verità nel dibattito filosofico ed in quello politico.
Ma allora diventa inevitabile la domanda di Pilato: Che cos'è la
verità? E come la si riconosce? Se per questo si rimanda alla «ragione
pubblica», come fa Rawls, segue necessariamente ancora la
domanda: Che cosa è ragionevole? Come una ragione si dimostra
ragione vera? In ogni caso, si rende in base a ciò evidente che,
nella ricerca del diritto della libertà, della verità della
giusta convivenza devono essere ascoltate istanze diverse rispetto
a partiti e gruppi d'interesse, senza con ciò voler minimamente
contestare la loro importanza. Torniamo così alla struttura
dell'università medievale. Accanto a quella di giurisprudenza
c'erano le Facoltà di filosofia e di teologia, a cui era affidata
la ricerca sull'essere uomo nella sua totalità e con ciò il
compito di tener desta la sensibilità per la verità. Si potrebbe
dire addirittura che questo è il senso permanente e vero di
ambedue le Facoltà: essere custodi della sensibilità per la
verità, non permettere che l'uomo sia distolto dalla ricerca
della verità. Ma come possono esse corrispondere a questo
compito? Questa è una domanda per la quale bisogna sempre di
nuovo affaticarsi e che non è mai posta e risolta
definitivamente. Così, a questo punto, neppure io posso offrire
propriamente una risposta, ma piuttosto un invito a restare in
cammino con questa domanda - in cammino con i grandi che lungo
tutta la storia hanno lottato e cercato, con le loro risposte e
con la loro inquietudine per la verità, che rimanda continuamente
al di là di ogni singola risposta.
Teologia e filosofia formano in ciò una peculiare coppia di
gemelli, nella quale nessuna delle due può essere distaccata
totalmente dall'altra e, tuttavia, ciascuna deve conservare il
proprio compito e la propria identità. È merito storico di san
Tommaso d'Aquino - di fronte alla differente risposta dei Padri a
causa del loro contesto storico - di aver messo in luce
l'autonomia della filosofia e con essa il diritto e la
responsabilità propri della ragione che s'interroga in base alle
sue forze. Differenziandosi dalle filosofie neoplatoniche, in cui
religione e filosofia erano inseparabilmente intrecciate, i Padri
avevano presentato la fede cristiana come la vera filosofia,
sottolineando anche che questa fede corrisponde alle esigenze
della ragione in ricerca della verità; che la fede è il «sì»
alla verità, rispetto alle religioni mitiche diventate semplice
consuetudine. Ma poi, al momento della nascita dell'università,
in Occidente non esistevano più quelle religioni, ma solo il
cristianesimo, e così bisognava sottolineare in modo nuovo la
responsabilità propria della ragione, che non viene assorbita
dalla fede. Tommaso si trovò ad agire in un momento privilegiato:
per la prima volta gli scritti filosofici di Aristotele erano
accessibili nella loro integralità; erano presenti le filosofie
ebraiche ed arabe, come specifiche appropriazioni e prosecuzioni
della filosofia greca. Così il cristianesimo, in un nuovo dialogo
con la ragione degli altri, che veniva incontrando, dovette
lottare per la propria ragionevolezza. La Facoltà di filosofia
che, come cosiddetta «Facoltà degli artisti», fino a quel
momento era stata solo propedeutica alla teologia, divenne ora una
Facoltà vera e propria, un partner autonomo della teologia e
della fede in questa riflessa. Non possiamo qui soffermarci
sull'avvincente confronto che ne derivò. Io direi che l'idea di
san Tommaso circa il rapporto tra filosofia e teologia potrebbe
essere espressa nella formula trovata dal Concilio di Calcedonia
per la cristologia: filosofia e teologia devono rapportarsi tra
loro «senza confusione e senza separazione». «Senza confusione»
vuol dire che ognuna delle due deve conservare la propria identità.
La filosofia deve rimanere veramente una ricerca della ragione
nella propria libertà e nella propria responsabilità; deve
vedere i suoi limiti e proprio così anche la sua grandezza e
vastità. La teologia deve continuare ad attingere ad un tesoro di
conoscenza che non ha inventato essa stessa, che sempre la supera
e che, non essendo mai totalmente esauribile mediante la
riflessione, proprio per questo avvia sempre di nuovo il pensiero.
Insieme al «senza confusione» vige anche il «senza separazione»:
la filosofia non ricomincia ogni volta dal punto zero del soggetto
pensante in modo isolato, ma sta nel grande dialogo della sapienza
storica, che essa criticamente e insieme docilmente sempre di
nuovo accoglie e sviluppa; ma non deve neppure chiudersi davanti a
ciò che le religioni ed in particolare la fede cristiana hanno
ricevuto e donato all'umanità come indicazione del cammino. Varie
cose dette da teologi nel corso della storia o anche tradotte
nella pratica dalle autorità ecclesiali, sono state dimostrate
false dalla storia e oggi ci confondono. Ma allo stesso tempo è
vero che la storia dei santi, la storia dell'umanesimo cresciuto
sulla basa della fede cristiana dimostra la verità di questa fede
nel suo nucleo essenziale, rendendola con ciò anche un'istanza
per la ragione pubblica. Certo, molto di ciò che dicono la
teologia e la fede può essere fatto proprio soltanto all'interno
della fede e quindi non può presentarsi come esigenza per coloro
ai quali questa fede rimane inaccessibile. È vero, però, al
contempo che il messaggio della fede cristiana non è mai soltanto
una «comprehensive religious doctrine» nel senso di Rawls, ma
una forza purificatrice per la ragione stessa, che aiuta ad essere
più se stessa. Il messaggio cristiano, in base alla sua origine,
dovrebbe essere sempre un incoraggiamento verso la verità e così
una forza contro la pressione del potere e degli interessi.
Ebbene, finora ho solo parlato dell'università medievale,
cercando tuttavia di lasciar trasparire la natura permanente
dell'università e del suo compito. Nei tempi moderni si sono
dischiuse nuove dimensioni del sapere, che nell'università sono
valorizzate soprattutto in due grandi ambiti: innanzitutto nelle
scienze naturali, che si sono sviluppate sulla base della
connessione di sperimentazione e di presupposta razionalità della
materia; in secondo luogo, nelle scienze storiche e umanistiche,
in cui l'uomo, scrutando lo specchio della sua storia e chiarendo
le dimensioni della sua natura, cerca di comprendere meglio se
stesso. In questo sviluppo si è aperta all'umanità non solo una
misura immensa di sapere e di potere; sono cresciuti anche la
conoscenza e il riconoscimento dei diritti e della dignità
dell'uomo, e di questo possiamo solo essere grati. Ma il cammino
dell'uomo non può mai dirsi completato e il pericolo della caduta
nella disumanità non è mai semplicemente scongiurato: come lo
vediamo nel panorama della storia attuale! Il pericolo del mondo
occidentale - per parlare solo di questo - è oggi che l'uomo,
proprio in considerazione della grandezza del suo sapere e potere,
si arrenda davanti alla questione della verità. E ciò significa
allo stesso tempo che la ragione, alla fine, si piega davanti alla
pressione degli interessi e all'attrattiva dell'utilità,
costretta a riconoscerla come criterio ultimo. Detto dal punto di
vista della struttura dell'università: esiste il pericolo che la
filosofia, non sentendosi più capace del suo vero compito, si
degradi in positivismo; che la teologia col suo messaggio rivolto
alla ragione, venga confinata nella sfera privata di un gruppo più
o meno grande. Se però la ragione - sollecita della sua presunta
purezza - diventa sorda al grande messaggio che le viene dalla
fede cristiana e dalla sua sapienza, inaridisce come un albero le
cui radici non raggiungono più le acque che gli danno vita. Perde
il coraggio per la verità e così non diventa più grande, ma più
piccola. Applicato alla nostra cultura europea ciò significa: se
essa vuole solo autocostruirsi in base al cerchio delle proprie
argomentazioni e a ciò che al momento la convince e - preoccupata
della sua laicità - si distacca dalle radici delle quali vive,
allora non diventa più ragionevole e più pura, ma si scompone e
si frantuma.
Con ciò ritorno al punto di partenza. Che cosa ha da fare o da
dire il Papa nell'università? Sicuramente non deve cercare di
imporre ad altri in modo autoritario la fede, che può essere solo
donata in libertà. Al di là del suo ministero di Pastore nella
Chiesa e in base alla natura intrinseca di questo ministero
pastorale è suo compito mantenere desta la sensibilità per la
verità; invitare sempre di nuovo la ragione a mettersi alla
ricerca del vero, del bene, di Dio e, su questo cammino,
sollecitarla a scorgere le utili luci sorte lungo la storia della
fede cristiana e a percepire così Gesù Cristo come la Luce che
illumina la storia ed aiuta a trovare la via verso il futuro.
Dal Vaticano, 17 gennaio 2008
Benedictus XVI
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Io credo ancora al dialogo
di Umberto Veronesi
I giovani scienziati dicono no alla Chiesa perché non li
rappresenta. Ma trovare un terreno comune si può
La vicenda del no di Papa Ratzinger alla visita a La Sapienza non
è uno scandalo a cui gridare, ma un segnale di disagio
importante su cui riflettere. Dobbiamo domandarci quali sono le
ragioni del gesto ribelle, che denuncia una rottura apparentemente
insanabile fra i giovani scienziati e la Chiesa. Le lamentele
giovanili riguardano le vicende della vita pubblica degli ultimi anni
nel nostro Paese caratterizzate da una crescente ingerenza della
Chiesa. E questa può essere la prima motivazione.
Basta pensare al referendum sulla modifica alla legge sulla
fecondazione assistita del 2005. Il mondo cattolico ha
espresso a pieno diritto il suo pensiero: ciò che è grave, però è
che non ha raccomandato ai fedeli di votare sì o no in base alle
proprie convinzioni, ma di astenersi dal voto. Questo
è stato vissuto allora come un invito a non partecipare alla vita
politica e a non esercitare un diritto/dovere fondamentale di ogni
cittadino, minando i principi della democrazia.
Una seconda ragione su cui i movimenti giovanili insistono è la posizione
antiscientifica sistematicamente assunta dalla Chiesa su
alcuni dei risultati più significativi della ricerca mondiale. Mi
riferisco allo studio delle cellule staminali embrionali, alle
possibilità della diagnosi pre-impianto e in generale alla genetica
applicata all'uomo, ma soprattutto all'opposizione all'evoluzionismo.
Ogni volta i giovani si domandano se è giusto impedire la ricerca in
nome di un'ideologia o una fede. Si chiedono perché il nostro Paese
langue nell'immobilismo e perché devono andare all'estero per
studiare, se scelgono di realizzarsi in una scienza laica.
La terza ragione, che alla seconda concettualmente si lega, è da
ricercare nelle posizioni cosiddette etiche della Chiesa. Negli ultimi
anni abbiamo assistito a
un no anch'esso sistematico agli anticoncezionali, all'uso dei
preservativi, alla RU 486 per l'interruzione di gravidanza meno
traumatica, al testamento biologico e all'autodeterminazione delle
persone. Posizioni da rispettare in quanto espressioni
coerenti di una fede, ma che invece di rimanere tali, influenzano
l'evoluzione giuridica del Paese. Consideriamo anche che questa storia
recente si innesta su un passato, nell'ultimo secolo, caratterizzato
dalla forte opposizione della Chiesa ad alcune grandi conquiste
sociali. Pensiamo al divorzio, all'aborto o addirittura, andando più
indietro nel tempo, all'istruzione per tutti e, più recentemente,
all'insegnamento di Darwin nelle scuole.
A mio parere la frattura fra Chiesa e mondo scientifico-laico
non è irrecuperabile. Esiste una possibilità di dialogo e
uno dei compiti della scienza è proprio quello di trovare dei terreni
comuni per un'alleanza, come è dichiarato nella Carta di Venezia, il
documento sottoscritto dai partecipanti alla prima Conferenza mondiale
sul Futuro della scienza, promossa dalla fondazione che porta il mio
nome. La Chiesa operante, quella che si batte contro la povertà, la
fame, la pena capitale, si impegna in campi comuni alla scienza ed è
animata dallo stesso spirito umanitario.
Credo, d'altro canto, che l a Chiesa da parte sua debba
rinnovarsi nei rapporti con la vita sociale e debba rivisitare i
fondamenti dei suoi insegnamenti morali, aggiornandoli in
base ai nuovi bisogni dei giovani. Per la mia amicizia personale con
molti esponenti del clero, penso anche che debba aprire un dibattito
sulle proprie regole interne: sulla proibizione al matrimonio dei
sacerdoti, che crea le condizioni favorevoli per la pedofilia, e sul
sacerdozio femminile, senza il quale la Chiesa si dà un mantello di
maschilismo che certo non aiuta il suo contatto con le nuove
generazioni.
(17 gennaio 2008)
LA
SAPIENZA E IL PAPA
I
commenti che vanno per la maggiore si soffermano indignati sulla censura
al papa: quel “manipolo” di professori e di studenti avrebbe impedito
al papa di parlare. Di qui l’adesione “senza esitare” della ministra
Turco alle iniziative di Giuliano Ferrara, perché “il diritto alla
parola deve sempre valere, per tutti”. E l’hanno chiamata serata di
“meditazione laica”, come se la laicità fosse “non essere preti”
e non, piuttosto, cammino di laicità.
Desidero
sottolineare tre punti che a me paiono pertinenti:
1.
Nessuno, mi pare, ha impedito al papa di parlare. Compito arduo,
comunque, per chiunque volesse provarci... Il prof. Ratzinger da quando è
anche papa è abituato ai bagni di folle osannanti, non alle
contestazioni. Io credo che sia assolutamente legittimo che quei
professori e studenti abbiano manifestato il proprio pensiero: la
convivialità delle differenze esige ascolto reciproco, senza giudizi di
condanna.
2.
E’ stato Ratzinger a scegliere di declinare l’invito del
rettore. Ha fatto un passo indietro... può sempre andare
all’inaugurazione dell’anno accademico all’Università Cattolica:
nessuno/a avrebbe niente da dire. Quantunque...
3.
...quantunque resti la questione di fondo, quella su cui poco si
parla perché poco o nula la si pratica. E’ il nodo della laicità.
Tutto questo desiderio di ascoltare il papa... Che bello quel cartello
all’udienza di mercoledì 16: “Se il papa non va alla Sapienza, la
Sapienza va dal papa”! Ecco, quei e quelle studenti ci hanno offerto un
esempio concreto di pratica laica cattolica, andando ad incontrare il loro
guru in un luogo a ciò deputato.
Tutto
questo desiderio in tanti uomini e tante donne della politica, invece, mi
appare francamente sospetto. Proprio nella domenica in cui il calendario
liturgico cattolico proponeva di meditare sul brano del Vangelo di Matteo
che racconta il battesimo di Gesù, al capitolo 3. Anche molti farisei e
sadducei volevano farsi battezzare, ma Giovanni Battista li apostrofa con
chiarezza: “Razza di vipere!...”. Perché il personale è politico: il
battesimo è una dichiarazione pubblica della scelta di cambiare vita e
questo cambiamento deve essere coerentemente pubblico, visibile,
misurabile...
Non
vedo differenza tra quei farisei e sadducei e molti italici politici, che
cercano legittimazione agli occhi del popolo baciando anelli e facendosi
benedire dai loro compari religiosi, che si guardano bene dal pronunciare
anche qualcosa di meno di quel veemente “Razza di vipere!”...
Probabilmente perché hanno consapevolezza di sé e del “sacro
commercio” che prospera tra di loro... e il popolo continua ad aspettare
invano qualche frutto degno della penitenza. Perché penitenza non c’è.
Perché penitenza è manifestazione materiale del pentimento, della scelta
di cambiar vita... non qualche pater, ave e gloria biascicati pensando ai
voti.
Gesù
è partito da sé: prima di andare in giro a predicare ha passato 30 anni
in formazione, riflessione, cambiamento... E anche dopo... quando una
donna, ad esempio, gli ha fatto capire che la cultura patriarcale in cui
si era formato era anche razzista ed escludente, ha capito la lezione e da
quel momento ha accettato di entrare in relazione anche con chi era
straniero/a, non appartenente al popolo ebraico.
Ecco
cosa mi piacerebbe che succedesse: che il prof. Ratzinger accettasse
l’invito di quei professori e scienziati a studiare insieme il “caso
Galileo” e le relazioni tra fede e ragione, con tutta la sincerità
possibile a uomini e donne consapevoli della propria parzialità e
fragilità. I benefici sarebbero inimmaginabili, ma certi. E saremmo in
tanti e tante a riconoscere la positività della resistenza praticata da
quel piccolo gruppo di professori e studenti, come di ogni piccolo
“resto d’Israele”. Quella è davvero “sapienza”, secondo me.
Perché
poi, a ben guardare, né Gesù né il Battista erano “preti”... Voglio
dire, con ciò, che può capitare a chiunque di sentirsi dire da chiunque
“razza di vipere!” o cose simili: non sono parole riservate agli
uomini del sacro. Non serve reagire con sdegno e con insulti, ma è
conveniente guardarsi dentro e capire se quel giudizio “politico”
corrisponde alla realtà “personale”. Sono due pratiche di laicità da
cui potrebbe dipendere un po’ della nostra felicità e del benessere del
mondo.
Beppe Pavan – Pinerolo, 17.1.08

LA
SAPIENZA DEL PAPA 2
Oggi ne
abbiamo avuto un altro esempio lampante (stavo per dire luminoso...):
lunghi servizi giornalistici in TV sull’adunata romana di solidarietà
con il papa-professoremerito.
“Giovani,
studenti, abbiate sempre rispetto per le opinioni altrui!”... e giù
battimani e ovazioni.
Gesù
partiva da sé, ho scritto qualche giorno fa. La sento sempre più
urgente, questa pratica, che dovrebbe diventare universale, essere
insegnata nelle scuole e precedere ogni tentazione di predica. Da parte di
chiunque.
Non
credo che lo abbiano applaudito i teologi che ha condannato al silenzio e
alla disoccupazione; i teologi e le teologhe della liberazione; le donne
che sono costrette a umilianti, pericolose e costose emigrazioni per
soddisfare il proprio desiderio di maternità; le donne e gli uomini
omosessuali e transessuali, divorziate/i e separate/i, che si vedono
escluse/i dalla comunità a causa di diktat antievangelici e disumani; e
l’elenco potrebbe continuare. Persone che hanno opinioni, su di sé e
sul mondo, diverse da quelle del papa... ma il professor Ratzinger sembra
non saperlo. O, meglio, è lo stesso papa quello che condanna le opinioni
altrui e quello che invita a rispettarle. Non è un caso che abbia
ricevuto la solidarietà da politici che insultano (“imbecilli” e
quant’altro) chi ha espresso un’opinione di “lesa santità”.
Ma
vedo molta positività intorno a me: sono le pratiche di laicità che si
vanno consolidando, i cammini di libertà sostenuti dalla libertà di
pensiero. E, tra queste pratiche, mi sembrano particolarmente eloquenti
quelle che nascono e crescono in persone e comunità “credenti”, a
testimoniare la convivialità possibile tra fede e ragione, tra fede e
scienza.
Quello
che è inconciliabile con la ragione e con la felicità, individuale e del
mondo, è il dogmatismo, l’autoritarismo monocratico di ogni potere che
si crede assoluto, di ogni gerarca... del patriarcato, in una parola.
Con
questa religiosità dogmatica non c’entra nulla la “rivelazione”
divina, a cui ci si ostina ad attribuire la nascita delle religioni
monoteiste. Si tratta piuttosto di dottrine e sistemi culturali costruiti
storicamente dagli uomini per garantirsi dominio e privilegi e perpetuarli
nei secoli.
Gesù
c’entra poco o nulla con il cristianesimo e, quindi, con le radici
cristiane dell’Occidente e della povera Italia in particolare. Ditemi
cosa c’entra l’amore, che Gesù praticava e predicava, con lo
sterminio impunito dei popoli andini, con i roghi, la disoccupazione e
l’esclusione a cui papi e gerarchi cattolici condannavano e ancora
condannano chi ha pensieri diversi e diverse pratiche di vita...
“Rispettate
le opinioni altrui!”: secondo me è giusto, questo richiamo, ma è
altrettanto impegnativo per chi lo pronuncia.
Beppe Pavan –
20.1.08
discorso
di Bagnasco link
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