Maggiorino Marcellin

Marcellin, Bianca, Nemo a destra

Maggiorino Marcellin

 Anpi

Nato a Pragelato (Torino) il 16 luglio 1914, deceduto a Sestriere (Torino) nel 2001, maestro di sci, Medaglia d’argento al valor militare.

Nel suo libro Diario Partigiano, Ada Marchesini Gobetti traccia un bel ritratto di "Butler" (questo il nome di battaglia di Maggiorino Marcellin), incontrato il 30 giugno 1944 a Pragelato. Qui ricordiamo per sommi capi la biografia di un antifascista che, sino alla sua scomparsa, ha tenuto alti i valori per i quali, sin da ragazzo, aveva combattuto.
La famiglia di Maggiorino - montanari poverissimi, padre di antica militanza socialista - aveva dovuto emigrare in Francia durante il regime fascista e il ragazzo dovette presto abbandonare la scuola e cogliere le occasioni d’occupazione che gli si offrivano. Allorché i suoi tornarono in Italia, Maggiorino trovò prima lavoro negli alberghi del Sestriere poi, quando nella località turistica si costituì la scuola di sci che sarebbe diventata famosa, divenne maestro di sci. Questo non gli impedì di tornare spesso, clandestinamente, in Francia, dove – a Cannes e a Lione – aveva mantenuto contatti con i circoli degli emigrati antifascisti.
Al ritorno da uno di questi viaggi, Marcellin fu arrestato e, per evitare guai maggiori, si risolse ad arruolarsi negli Alpini. Tra richiami e punizioni per le sue posizioni antifasciste riuscì, soprattutto per la sua abilità di sciatore, a diventare sottufficiale. Partecipò con il 3° Alpini alle operazioni belliche in Francia e in Grecia. Rimpatriato per una ferita, Marcellin fu denunciato e arrestato per propaganda antifascista. Non fu processato perché intervennero i suoi superiori, che non volevano privarsi di un sergente maggiore così bravo a insegnare a sciare agli alpini.
Sopraggiunto l’armistizio, Marcellin, diventato "Butler", riuscì subito a raccogliere nuclei partigiani locali e poi a svilupparli, dando vita alla I Divisione autonoma "Val Chisone". Questa sarebbe poi diventata, al comando di "Butler", la 44a Divisione Alpina Autonoma "Adolfo Serafino", una delle più efficienti formazioni partigiane piemontesi. Ferito due volte in scontri con i nazifascisti, "Butler" è stato decorato, oltre che con la Medaglia d’argento, anche della Bronze Star alleata.
Dopo la Liberazione ha continuato, per molti anni, a fare il maestro di sci al Sestriere.

 

 

 

Nell' agosto del ' 44 la Brigata Val Chisone, comandata da Maggiorino Marcellin, combattè l' unica vera battaglia della guerra di Liberazione

I partigiani-alpini che fermarono la Wehrmacht

Il sacrificio dimenticato di mille uomini nella valle torinese che sale fino al Sestriere

 

«Esercito di liberazione nazionale. Brigata Val Chisone. Sede, il 10 agosto 1944. Al Waffen Grenadier Brigadier SS». L' autore del messaggio, Maggiorino Marcellin, nome di battaglia Bluter - mutuato dall' urlo del primo tedesco ferito -, non conosce la lingua dei suoi nemici. Scrive in francese. Al comandante nazista che, vista la difficoltà di piegare i partigiani della Val Chisone, offre salva la vita a loro e ai valligiani che li appoggiano in cambio della resa, risponde che la trattativa è inutile, «vista l' assoluta mancanza di fede alla parola data che avete dimostrato in altre occasioni». E in ogni caso, «vos propos de déposer les armes sont inacceptables. Nos montagnes sont à nous». Le nostre montagne sono nostre. Marcellin non è un sovversivo, un rivoluzionario, uno stalinista. E' un sergente degli alpini. Ai suoi ordini ha mille uomini, ognuno con la coccarda tricolore. Partigiani autonomi. Una piccola armata, la più consistente della Resistenza grazie alle armi sottratte a un deposito: dieci pezzi di artiglieria da montagna, mortai da 81, mitragliatrici pesanti. Nei primi giorni di agosto Bluter e i suoi uomini combattono l' unica vera battaglia campale della guerra di liberazione. Non sono soli a reggerne il peso: i caccia britannici intervengono dalla Corsica a bombardare i carri armati tedeschi, dal fondovalle attaccano i giellisti di Antonio Prearo e i garibaldini di Pompeo Colajanni, il leggendario Barbato. Sono gli autonomi comunque a scrivere una pagina di storia trascurata, poco studiata, rievocata di rado. Quasi a dare l' impressione che la dialettica tra comunisti e anticomunisti abbia ridotto nel tempo la guerra partigiana a scontro ideologico, in un gioco di convenienze incrociate, in una semplificazione interessata che allontana l' autentica dimensione della Resistenza nelle valli piemontesi: una guerra di popolo. Per Pajetta e Geymonat, dirigenti comunisti, che salgono in treno da Torino a organizzare la bande, c' è un Ignazio Vian - un militare - che per primo affronta i tedeschi sopra Boves, dove le SS di Joachim Peiper bruciano il parroco e l' industriale del paese con il lanciafiamme. E c' è un Dante Livio Bianco che fa indossare ai suoi uomini le mostrine verdi degli alpini, a indicare una continuità simbolica e legale: si combatte, oggi come ieri, agli ordini del re, contro un nemico che sin dai primi giorni sceglie una guerra di sterminio. Per questo Bluter non si fida del comandante nazista, e non si arrende. Il 10 agosto 1944 è l' undicesimo giorno di battaglia in Val Chisone, la valle che dalla pianura torinese sale sino alle torri del Sestriere, da poco costruite a significare l' invenzione e il successo di uno sport borghese, lo sci. Il 27 luglio il generale Alexander ha informato per radiogramma il comando regionale piemontese: «Diamo la massima importanza a tutte le bande di patrioti. Si preparino per sforzo violento e sostenuto contro vie di comunicazione e autocolonne tedesche». L' ordine è interpretato come il preannuncio dell' offensiva finale; e in effetti i britannici vagheggiano di sfondare la linea Gotica tra Bologna e Rimini, di chiudere la partita italiana prima dell' inverno. I comandi partigiani passano all' offensiva. Agosto è il mese delle principali battaglie della guerra di liberazione. Sull' Appennino i tedeschi attaccano la piccola repubblica di Montefiorino, divenuta una testa di ponte per gli alleati alle spalle della Gotica. In valle Stura i giellisti della brigata Rosselli, al comando di un altro alpino, il tenente Nuto Revelli, attaccano la 90a divisione granatieri che sale verso il colle della Maddalena a contrastare gli alleati sbarcati nel Sud della Francia. Non si combatte una lotta di classe, ma un frammento della guerra tra il mondo libero e il nazifascismo; non si segue una trama eversiva, si eseguono le disposizioni del comando angloamericano. E i nazisti preparano le contromosse: solo in Piemonte schierano contro i partigiani quattro divisioni, due nel Cuneese, una in Val Susa, una in Val Chisone, appoggiate da 90 mila uomini di Salò. Già il 20 luglio Marcellin scrive nel suo diario: «E' necessario prepararsi a resistere uno contro dieci: non c' è altra via. Sciogliersi varrebbe a dichiarare la nostra debolezza. E poi dove riparerebbero mille uomini?». Gli autonomi di Bluter sono a casa loro, qui non si tratta di affrontare euzones o russi, è la loro terra che difendono. Le vedette del battaglione Monte Assietta seguono i lavori di fortificazione del genio germanico, a loro volta i partigiani scavano trincee, un battaglione occupa il forte di Finestrelle. Il 31 luglio entrano in linea i carri armati e gli Stukas, che bombardano in picchiata; i partigiani fanno rotolare massi sui tank nemici, «come Andrea Hofer sulle fanterie di Bonaparte» annota Giorgio Bocca nella Storia dell' Italia partigiana. Ma poi entra in azione l' artiglieria degli autonomi, dalla Corsica decollano due squadriglie britanniche; i tedeschi avanzano verso Sestriere sotto le cannonate e le bombe, le perdite sono gravi. Scrive Bluter: «Il morale del nemico, da informazioni giunteci da Perosa, è basso. Certi reparti fascisti rifiutano di tornare in linea, dicono che qui è peggio che in Croazia». Cavalleresco, Marcellin restituisce la salma di un ufficiale nemico in una bara avvolta dal tricolore con un nastro e la scritta: «La brigata Val Chisone a un alpino tedesco». Sull' altro fronte non si fanno prigionieri, i partigiani sono fucilati o impiccati. Altri comandanti impartiscono l' ordine di adeguarsi. Il 6 agosto gli autonomi cominciano la ritirata. Ogni reparto si asserraglia nella valle che conosce meglio. L' 8 Bluter è in val Troncea, «che i francesi - scrive il colonnello Tullio Giordana, direttore della Gazzetta del popolo tra il 25 luglio e l' 8 settembre - chiamano Tranchée; e per noi è diventata proprio una trincea». Il giorno dopo due parroci portano l' ambasciata dei tedeschi, che chiedono la resa. Marcellin risponde che «nos montagnes sont à nous», e aggiunge un messaggio verbale: «Se bruciano le case, noi fuciliamo tutti quelli che catturiamo». Il 10 l' avanguardia nazista è alle torri del Sestriere, ma Bluter si è spostato in cima alla Banchetta, il monte da cui scendono le piste olimpiche di Torino 2006, i suoi artiglieri sparano con l' ultimo pezzo rimasto, finché la canna arroventata si fonde. Non resta che disperdersi, con l' accordo di ritrovarsi il 28 agosto alle grange Planes, nell' alta valle Argentera. E' una caccia all' uomo, una fuga continua, resa possibile dalla solidarietà dei montanari. Fu una guerra di montagna, combattuta da valligiani, da alpini, talora da alpinisti. Come Sandro Delmastro, caduto da partigiano, prima della guerra compagno di cordata di Primo Levi, che gli dedicherà un racconto intitolato non per azzardo «Ferro». In un incidente in parete, a guerra finita, morirà Dante Livio Bianco. Gino Viano «Bellandy», comandante della 6a divisione alpina di Giustizia e Libertà, è un ufficiale degli alpini istruttore di sci, che dal bell' andazzo - traduzione letterale dal piemontese che però non rende l' idea - con cui sale in montagna prende il nome di battaglia. Willy Jervis, valdese, scalatore, dirigente della Olivetti e padre di tre figli, è catturato a tradimento, torturato, ucciso e impiccato a un albero dai fascisti, in Val Pellice, sessant' anni fa: lo riconosceranno dalla Bibbia che porta con sé. Due rifugi alpini portano il suo nome; onore che condivide con Bianco e con un altro alpinista partigiano, il grande musicologo Massimo Mila. 

Cazzullo Aldo-il corriere della sera