LA VALLE DELLA PIETRA DOLCE

di Mario Dellacqua

Primo Piano---31/10/90

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Talco purissimo, in gran quantità e subito , chiusura delle coltivazioni di ridotte dimensioni e a scarsa redditività immediata, secca riduzione degli organici: stavolta è scritta con l'eleganza del francese la cura da cavallo presentata per "risanare" le miniere della Talco--Grafite in val Germanasca e ottenere un rapido riequilibrio di conti aziendali da tempo in dissesto. Monsieur le medecin è il dottor Bruno J.P. Ducasse, in rappresentanza della societa franco-inglese Talc de Luzenac che, rilevando le quote azionarie cedute dai soci italiani, ha acquisito la proprieta del 97% dell'industria estrattiva pinerolese. Dietro Luzenac si intravede l’ombra poco rassicurante della multinazionale Rio Tinto Zinc la quale, dalla sua sede di Londra, può controllare a sua volta l’ impresa d'oltralpe nella misura deI1'87%. E se, forte di un fatturato di 6, 1 miliardi di sterline ( 12 mila miliardi in lire italiane) , una multinazionale del calibro di Rio Tinto entra in miniera, i lavoratori prima o poi escono, perchè Ducasse si mette presto a fare il conto degli esuberi. Eppure, fino al dicembre '88, tutto sembrava filare liscio e dalle pagine dei giornali locali ogni notizia sulla TalcoGrafite trasudava ottimismo per il futuro. Nella storica e austera sede sociale di piazza Garibaldi a Pinerolo, l' assemblea annuale. degli azionisti registrava con soddisfazione per il 1988 un fatturato di 21,8 miliardi e un progresso dello 0.6%.L' incidenza del costo del lavoro sul margine a favore della società era notevolmente aumentata fino a toccare la quota dell'81,2% e tuttavia l'andamento dell’esercizio meritava un giudizio positivo: infatti, agli occhi del Presidente Edoardo Calleri e dell’amministratore delegato Pietro Villa "la ristrutturazione globale dell’azienda e di tutte le aree operative è continuata in misura consistente, con ulteriori investimenti sia ne11 , area estrattiva, sia in quella del trattamento del minerale". Fin da allora, "ristrutturazione globale dell'azienda" significava in soldoni strategia del prepensionamento e della chiusura per stabilimenti legati alla lavorazione del talco e della grafite. Alla fine del 1989, incaricato di discutere con le rappresentanze sindacali il rinnovo del contratto aziendale, il dottor Sergio Persico comunicava che era vicino il momento della doccia fredda: i debiti accumulati si aggiravano sui 3 miliardi, l’ esposizione bancaria stava raggiungendo il livello di guardia, solo l'ultima vendita della Talco sarda avrebbe permesso di far figurare un bilancio con passività meno allarmanti. Nonostante questa situazione, i lavoratori riuscivano a strappare aumenti di 140 mila lire scaglionati in tre anni. Inoltre, grazie ad una lotta condotta con scioperi di breve durata, si otteneva di rinviare a tempo indeterminato ogni decisione sui 30 lavoratori eccedenti conclamati dall’azienda. Ma le cose precipitano quando, nel gennaio di quest'anno, l’azionista di minoranza Calleri, appena lasciata la carica di presidente della società pinerolese, cede il suo 20% al colosso di Londra.

"Non vogliamo vendere un'azienda che è sempre stata legata alla storia della nostra famiglia" : a fornire l’impegnativa rassicurazione è Pietro Villa, amministratore delegato e ultimo rampollo della coriacea Ada Villa Prever: quella epica "Madama Villa" che durante il ventennio inaugurava sorridendo i gagliardetti del fascio e che, a democrazia ristabilita, fu protagonista dell'assalto al salario e alle condizioni di lavoro dei minatori per tutti gli anni Cinquanta e anche dopo. In aprile anche la famiglia Villa si ritira e cede tutte le sue azioni alla Talc de Luzenac. Calleri è ottimista e solidale con chi, vendendo armi e bagagli, " ha salvato la società dalle concorrenza dei cinesi. Se non si fosse fatto così , allora sì che i minatori avrebbero rischiato" . "Niente allarmismi - gli fa eco Pietro Villa al momento di accomiatarsi dagli uffici di piazza Garibaldi - non ci saranno licenziamenti, ma al contrario i nuovi investimenti e gli impianti più moderni porteranno ad un aumento del lavoro" . Visti i precedenti, non è facile dare credito incrollabile ottimismo dei Calleri e dei Villa. Piuttosto, è convinzione diffusa che l’operazione Luzenac sia stata conclusa proprio su sollecitazione dei principali azionisti pinerolesi. Conveniva cedere in condizioni ancora "buone" , prima che il degrado finanziario spalancasse le porte al fallimento. D'altra parte, la Luzenac voleva evitare lo sbarco in Italia del maggior concorrente, la Sairprus americana, i cui spregiudicati comportamenti sul mercato costituirebbero una perenne minaccia per il futuro del talco di tutta Europa. " O trattate l’operazione entro due mesi - hanno intimato gli azionisti della Talco - o cediamo le nostre quote alla Sairprus"

.Di fronte alla non remota possibilità che Sansone crepasse con tutti i filistei, la Luzenac, che pure importava talco cinese e indiano, ha deciso di accettare l'offerta italiana, pur di scongiurare le distruttive scorribande statunitensi sul mercato europeo. Il prodotto cinese, fanno intendere i tecnici francesi al loro arrivo, non è inoltre un concorrente così temibile. Anzi nelle operazioni di miscelazione, la sua presenza va ridotta al minimo, proprio per esaltare le inconfondibili qualità di purezza, untuosità e lamellarità che assicurano il successo alla peiro douco (pietra dolce, in patois) estratta in val Germanasca. Mentre il Direttore Generale Sergio Persico, poi seguito dai responsabili dello staff tecnico e commerciale, lascia l'azienda, la nuova Direzione chiede

" collaborazione e partecipazione alle maestranze" per vincere la sfida della salvezza e del possibile sviluppo. " Una garanzia di continuità è anche data dal fatto che non vi sono problemi di concorrenza interna, in quanto - scrivono il 3 maggio , 90 gli uomini di Ducasse - il talco della val Chisone è complementare ai prodotti attuali della Talc de Luzenac" .Con gli operai si esclude un rapporto feudale o "tipo Fiat". Si preferisce " un clima di comunita" e poichè tutti dal basso in alto devono sapere perchè si lavora e qual è la posta in gioco, l’ ing. Ducasse si offre di accompagnare i Sindaci di alcuni centri della vallata (Perrero, Masse11o, Salza, Prali, dove risiedono i minatori) a visitare le cave di talco che la stessa azienda gestisce sui Pirenei.1 163 minatori e i 119 impiegati operai dipendenti degli stabilimenti attendono novità annunciate per settembre.." Mentre serpeggiano voci allarmistiche e strambe anticipazioni, sotto la direzione francese si preparano profondi cambiamenti. 1 cantieri attivi che in gennaio erano 19, si riducono progressivamente a 11 in giugno. Quando a settembre, in un incontro all’Unione industriale, scoppia come una bomba la richiesta di ridurre a 128 i minatori addetti, i cantieri aperti sono diventati quattro.

"Abbiamo talco per sette anni. Abbandoniamo i cantieri poco redditizi per recuperare competitività. Non ha fatto lo stesso - spiega l'ing. Arzani - il montanaro quando ha lasciato di coltivare gli appezzamenti di alta quota ? Vogliamo concentrare gli sforzi nei cantieri produttivi e inserire adeguati mezzi tecnologici'’ che prevedono investimenti fino a 13 miliardi." In effetti - mi raccontano al Consiglio di Fabbrica - secondo l'azienda solo i cantieri più grandi permettono alta produttività perchè migliori sono le possibilità di movimentazione del materiale e più agevoli gli interventi di manutenzione. Il piano di riorganizzazione impone di rinunciare alle vene di talco meno ricche , in attesa che si scoprano sistemi di coltivazione nuovi e remunerativi. Il vecchio sistema ad alta intensità di lavoro (due operai in un piccolo cantiere ) è ritenuto superato anche ai fini della qualificazione del minatore" . La richiesta di prepensionamento e di cassa integrazione per 76 lavoratori, avanzata dall’azienda che vuole accedere alle provvidenze della legge mineraria, ha sollevato reazioni e comportamenti diversificati tra i minatori. "Intanto ~ fanno notare i delegati - il Cipi deve decidere se il talco fa parte dei minerali cosiddetti strategici e a tutt'oggi non sappiamo quanti saranno i prepensionamenti accettati e finanziati. Tra noi, alcuni minatori non vogliono concedere alibi ai francesi e vorrrebbero a tutti i costi impedire la loro politica di assedio in sette anni alle 390 mila tonnellate di talco in vista, anche se questa opposizione dovesse constare la chiusura delle miniere. Per altri invece , il problema vero è la capacità della nuova direzione francese di mettere in riga i quadri tecnici locali che sovente hanno causato problemi di progettazione e di gestione dei cantieri. Molti, poi, prendono atto che la proposta francese , anche se costa e costerà in futuro, ha evitato il fallimento della Talco e ha salvato per il momento un centinaio di posti nell'alta valle. Le assemblee hanno appena approvato una linea sindacale che mira a contrapporre puntualmente al piano aziendale precise richieste di controllo operaio sui tempi e i modi della ristrutturazione, sulle procedure adottate per i prepensionamenti e sui criteri del ricorso alla cassa integrazione, che si vuole accettare solo a rotazione".

Per l'Unione industriale, salvare posti nell'azienda (e non nella valle) ;sarebbe già un buon risultato. Nel 1960 minatori di talco in val Gernanasca erano 569. Da allora, salvo il balzo a 594 degli anni '63-'64,1'occupazione è in costante calo. Nel gennaio '67 l’azienda dichiarò l’intenzione di liberarsi di circa 280 eccedenti: dopo due mesi di lotta con una memorabile occupazione delle miniere, un accordo alla Regione limitò i licenziamenti a 140 unita lavorative. Ora si dice che l’unica via per tenere aperte le miniere è chiudere la gran parte dei cantieri.

Non ci si fermerà di certo lì, visto che uno solo di questi nuovi cantieri produce un quarto di tutto il talco della miniera e con soli otto operai.

Per cento anni, tra il verde prepotente di questa valle e la severità delle le rocce umide e torve, le miniere di talco hanno rappresentato qualcosa di più che il lavoro e il sostentamento produttivo per tanta gente. Hanno segnato la storia e l'identità di intere generazioni di uomini legati fino all'ultimo al destino della montagna: la lotta individuale e collettiva per resistere e per rimanere è stata vinta dalle fabbriche e dalle città che aspettavano in pianura, in Francia, in America. Tutti i posti di lavoro persi non sono stati sostituiti, emmeno dal turismo e dalle sciovie di Prali che si raggiungono fiancheggiando e curve strette del torrente Germanasca. Lungo quella strada contorta e dispettosa per le grosse cilindrate, si respira la memoria dei conflitti sanguinosi e sacri che videro il ritorno dei valdesi, i loro fermenti di riscossa e di emancipazione sociale originalmente mescolati sul campo di battaglia con il loro grido di libertà religiosa e di tolleranza. Su quella strada - è Ada Gobetti a ricordarcelo nel suo "Diario partigiano" - aleggia ancora lo spirito della Resistenza che Bianca Guidetti Serra faceva camminare sui libri portati ai minatori della Gianna per illuminare le loro notti, per dare un'altra ragione alle loro bestemmie e alla loro tosse di silicosi.

Che cosa resta? Che cosa si prepara?

Anche le scuole e le discoteche stanno abbandonando la valle. Qui, come in val Chisone, si muore non più di silicosi, ma di cancro e per un terzo della popolazione (uomini e donne). Qui, come in val Chisone, studi delle Ussl piemontesi documentano come su mille abitanti si può presumere che circa 150 siano prossimi all'alcoolismo o alcoolisti: nella triste graduatoria la val Germanasca è al secondo posto in Piemonte, così come molto elevata è la diffusione delle tossicodipendenze. Gli anziani smetteranno di allevare bestiame e i giovani andranno a vivere in pianura appena si renderanno conto di non potersi pernettere qui il lusso di un lavoro e di un amico.

Che dire di una valle così, con un nome così bello e una storia tanto ricca a che rischia di finire solo più in un museo? Sidice che il cancro sia anche legato 'aumento dell'età media, al lavoro industriale e all’inquinamento di oggi. Ma non è ancora abbastanza riconosciuta,studiata e combattuta quella terribile malattia che nasce dal disagio di chi non può più parlare di futuro e non può lavorare dove ha sofferto, dove sono le radici. E' il disagio di chi si sente lentamente degradato a ricordo. Quest' estate, Enrico Ruggeri è venuto a Salza e ha cantato anche questa: "Quanto movimento nella voglia di non essere finita, quando c'è bisogno di un’idea e ti è rimasta tra le dita una foto che scolora" .