vedi il tempo dell'ansia
LITE IN FAMIGLIA
I Bush si dividono sull'Iraq
L'ex presidente contrario all'attacco voluto dal figlio. Lo
rivelano noti commentatori americani
MARCO D'ERAMO
INVIATO A NEW YORK
Appare sempre più chiaro che la maggiore resistenza a un attacco
contro Saddam Hussein Bush jr. la sta trovando dove meno se
l'aspettava: nella vecchia guardia di suo padre. È dallo scontro
in atto tra il clan di Bush sr. e quello di Bush figlio che
dipende la decisione ultima se prendere d'assalto Baghdad. E
così il destino di un paese, l'Iraq, è appeso a una lite in
famiglia, per quanto imperiale. Finora mantenuta in sordina, la
divergenza di opinioni tra i due George, senior e junior,
comincia a emergere alla luce del sole e ad essere notata dai
più autorevoli commentatori, in particolare di destra. A
rivelare il profondo disaccordo generazionale dei Bush, sono le
autorevoli voci repubblicane che da un mese si oppongono sulla
alla smania di guerra che pervade i falchi amministrazione: il
vicepresidente Dick Cheney, il ministro della difesa Donald
Rumsfeld il suo vice Paul Wolfovitz, e la consigliera per la
sicurezza nazionale Condoleeza Rice (insomma l'unico non falco
resta il segretario di stato Colin Powell). Ad agosto ha aperto
il fuoco, dalle colonne del Wall Street Journal, Brent
Scowcroft, che era consigliere per la sicurezza nazionale di Bush
sr., è stato coautore delle sue memorie ed è considerato un suo
"alter-ego" (l'espressione è di William Safire, columnist
di destra del New York Times). Scowcroft ha definito un
precipitoso, controproducente e destabilizzante un attacco
all'Iraq. Poco più di una settimana fa, dalle colonne del New
York Times, una critica - seppur più prudente - l'ha
formulata l'ex segretario di stato di Bush sr., James Baker III,
poi direttore della campagna presidenziale del 1992 (vinta da
Bill Clinton). Nel 2000 Baker ha gestito quei conteggi elettorali
in Florida che costarono la presidenza al democratico Al Gore e
portarono alla Casa bianca Bush jr. Baker ha chiesto un rinvio di
ogni decisione fino a una risoluzione dell'Onu sugli ispettori.
Infine, sabato scorso, è stata la volta di Larry Eagleburger,
diplomatico sotto la presidenza Bush: in tv ha detto che Saddam
Hussein andrebbe attaccato solo quando sia provato che possiede
un arsenale atomico.
Non è possibile che tre esponenti così vicini a Bush padre
siano intervenuti nel dibattito pubblico senza consultarlo e
senza averne ricevuto il via libera. Sì dirà che anche Cheney e
Rumsfeld facevano parte della squadra paterna, eppure hanno
volgia di guerra. Ma Cheney e Rumsfeld sono ormai vicini
all'estrema destra repubblicana, mentre Bush sr. è un
conservatore da sempre fautore della Realpolitik (tanto
che nel `91 non finì Hussein).
In realtà il dissenso tra i due clan è più profondo, e
riguarda i rapporti con la famiglia reale saudita e l'intera
politica mediorientale. Non è un segreto per nessuno che Bush
padre ha stretti legami di affari con i discendenti di Ibn El
Saud, e frequenta molto il principe Bandar. D'altronde, Edward
Luttwak (noto per il suo militarismo) ha osservato sul Los
Angeles Times che Scowcroft è spesso ospite nella sontuosa
villa che Bandar possiede nell'esclusiva stazione sciistica di
Aspen in Colorado. Malizia a parte, il clan di Bush padre ritiene
che un attacco all'Iraq porterebbe al crollo della dinastia
saudita, creando ondate destabilizzanti che si propagherebbero in
tutto il Medioriente. Meglio tenersi un Saddam azzoppato
piuttosto che rischiare uno scombussolamento generale. Di
posizione opposta, assai più freddi nei confronti dei principi
sauditi sono invece i falchi che consigliano e manovrano il
giovane Bush. Finora il padre ha taciuto, ma non potrà mantenere
il silenzio ancora a lungo.
La nuova Roma. Americana il manifesto
4/09
L'impero "informale" degli Stati uniti produce
contraccolpi e boomerang inattesi. Come quello dell'11 settembre,
che ne mostrano la fragilità. Parla Chalmers Johnson, del Japan
Politicy Institute. Che critica da destra il militarismo e il
sentimento di onnipotenza d'America
MARCO D'ERAMO
INVIATO A NEW YORK
Chalmers Johnson mi risponde al telefono da vicino San Diego,
California, dove si trova il Japan Policy Institute di cui è
presidente. Parla un inglese impeccabile, veloce, perentorio,
professorale. È diventato famoso nel 2000 con il libro Blowback
che è stato tradotto in italiano da Garzanti come Gli ultimi
giorni dell'impero americano, anche se sarebbe stato più
corretto (e più efficace, alla luce dell'11 settembre)
intitolarlo Boomerang. Infatti blowback è un
termine coniato dalla Cia per indicare i contraccolpi non
desiderati di operazioni segrete. La tesi di Chalmers Johnson era
che gli Stati uniti costituiscono un impero, per quanto
"informale" (non annette le colonie come
l'Inghilterra). Ma l'impero comporta dei prezzi e delle
conseguenze inattese. Già nel 2000, un anno prima dell'11
settembre, Johnson indicava gli attentati di Bin Laden come
esempi di blowbacks. L'interesse di questa critica
all'impero americano è che non viene da un uomo di sinistra,
anzi: Johnson è sempre stato anticomunista, e negli anni `60 era
in favore della guerra nel Vietnam.
Non pensa che dopo l'11 settembre l'impero "informale
americano" è diventato molto più formale?
Assolutamente. Ed è per questo che a Washington parlano con
eccessiva faciloneria della "nuova Roma". Una metafora
che agli americani piace tanto. Non conoscono un accidente della
storia di Roma. Va per la maggiore tra molti pundits (gli
"esperti") e commentatori, soprattutto tra i
neoconservatori. Sebastian Malleby del Washington Post, ha
pubblicato un saggio proprio su questo argomento su Foregn
Affairs. Naturalmente non sanno nulla del declino della
repubblica romana e del sorgere dell'impero, del tradimento di
Giulio Cesare, il Rubicone non significa nulla per loro. È un
segno della pericolosità della situazione.
Da questo punto di vista l'11 settembre è sopravvenuto al
momento giusto.
Giusto per chi vuole un nuovo impero romano. Io non lo voglio. E
comunque il presente non ha niente a che vedere con l'impero
romano, ma piuttosto ricorda l'impero sovietico. Il più grave
errore commesso finora dagli americani è di aver creduto, quando
la guerra fredda è finita, che l'avessero vinta loro. Ma gli
Stati uniti non sono responsabili della disgregazione dell'Urss.
È stato un processo interno all'Unione sovietica stessa. L'Urss
ha perso la guerra fredda, noi non l'abbiamo vinta. Nessuno vuole
un impero americano. In realtà gli Stati uniti sono stati
terribilmente frustrati dalla scomparsa dell'Urss. Hanno passato
i dieci anni successivi alla ricerca di un altro nemico. E
nell'11 settembre l'hanno trovato. In realtà l'11 settembre era
un messaggio, un avvertimento agli Stati uniti perché
cambiassero la loro politica estera in alcune aree vitali. Noi
non l'abbiamo fatto, anzi al contrario abbiamo imboccato la
direzione opposta, abbiamo accentuato la nostra tendenza
all'unilateralismo. L'America ha sempre meno interesse per il
multilateralismo, per la legge internazionale, per i trattati
internazionali, in soluzioni pacifiche ai problemi mondiali.
Quello a cui assistiamo è il rifiuto dell'America di cambiare
qualcosa. Invece usa la forza, impone la sua volontà su chi non
è d'accordo. Ritengo perciò che oggi per noi il pericolo sia
maggiore di quanto fosse alla vigilia dell'11 settembre.
Ma gli imperi hanno sempre saputo che la pura forza non basta,
che a un certo punto è necessaria la politica, una politica di
alleanze e compromessi. Nonostante la superiorità del suo
esercito, l'impero inglese ha dovuto fare politica con gli Zulu
in Africa e con gli hindi sul Gange.
Ma gli Stati uniti stanno delegando la politica estera al
Pentagono. Lo vediamo ogni giorno con il ministro della difesa,
Donald Rumsfeld, che si arroga ogni giorno nuovi poteri. Persino
il segretario di Stato, Colin Powell, è un generale, non un
diplomatico. Il problema qui è la natura del moderno impero. Non
è politica, non sono corporations multinazionali
dominanti deboli paesi, è la forza militare. E, come durante la
guerra fredda, noi abbiamo usato la guerra afghana per espandere
in modo radicale la nostra presenza in Asia centrale dove prima
eravamo assenti, e inoltre abbiamo rafforzato in modo consistente
le nostre basi nel sud-est asiatico e nell'America latina.
Chiaramente, a mio parere, gli Stati uniti eccedono
nell'imperare. Già siamo tornati ai bilanci statali in passivo,
dopo che erano in attivo sotto l'amministrazione Clinton. E i
focolai di crisi economica stanno diventando endemici: Messico
1994, crisi asiatica 1997, Russia 1999, e adesso l'Argentina che
rischia di sprofondare tutta l'America latina. Il pericolo è che
gli Stati uniti si stiano incamminando sulla stessa strada presa
dall'Unione sovietica negli anni `80. Cosa è che ha fatto
crollare l'Urss? Essenzialmente tre elementi: 1) Le
contraddizioni interne dell'economia causate soprattutto
dall'ideologia, dal marxismo-leninismo; noi negli Stati abbiamo
contraddizioni economiche interne derivanti dalla peculiare
ideologia americana che è non il capitalismo (anche il Giappone
è capitalista, ma è criticato dagli ideologi Usa), bensì lo
specifico liberismo dei Chicago boys: e la fiducia popolare in
questa peculiare ideologia americana è in crisi, dopo tutti gli
scandali che hanno colpito le grandi corporations, Enron,
WorldCom. e così via. 2) Lo "stress imperiale"
che si produce quando vuoi mantenere il tuo dominio su troppi
paesi che se ne risentono, si ribellano: quello che è successo
al muro di Berlino potrebbe accadere a Okinawa domani. È un
fattore che fa crollare gli imperi. E 3) l'incapacità di
autoriformarsi. L'Unione sovietica ci provò con Michail
Gorbaciov che però incontrò troppe resistenze interne nell'ala
conservatrice del partito e il paese esplose. E anche gli Stati
uniti stanno dimostrando di essere incapaci di autoriformare il
sistema delle corporations e tutto l'assetto
economico-sociale.
Ma allora come avrebbero dovuto reagire gli Usa all'11
settembre?
Avremmo dovuto alterare profondamente la nostra politica estera.
In primo luogo avremmo dovuto ritirare le nostre truppe
soprattutto dalle basi in Arabia saudita. Non sono necessarie per
la difesa dell'Arabia Saudita (abbiamo altre basi nella regione,
per esempio in Kuwait), creano un risentimento profondo nella
popolazione e di fatto sono state la causa dell'attacco dell'11
settembre. Ci sono altri modi di difendere l'Arabia saudita, non
è necessario occuparla con truppe per di più
"infedeli". In secondo luogo avremmo dovuto rivolgere
un'enorme attenzione al conflitto israelo-palestinese. Non c'è
nessuna scusa per gli Stati unti di aver abbandonato i
palestinesi in balia di un fascista militarista quale è Ariel
Sharon. Noi come Stati uniti abbiamo il dovere di difendere la
fondamentale sicurezza dello stato d'Israele, ma non abbiamo
ragione di difendere l'imperialismo sionista nei territori
palestinesi. E invece noi siamo tutti sbilanciati a sostenere
l'azione armata di Sharon contro i civili. E infine dovremmo
ridurre i nostri consumi di petrolio per meno dipendere dalle
risorse del Medio oriente. Noi non abbiamo fatto niente di tutto
ciò. Anzi abbiamo fatto tutto il contrario. Quanto a riformare
il sistema, non se ne parla. Abbiamo un governo che di fatto non
ha legittimità, non ha ricevuto un mandato dall'elettorato visto
che l'elezione del 2000 è stata decisa dalla Corte suprema, non
dal voto popolare, ma si comporta come un governo radicale,
estremista, come se avessero un mandato. Questo mostra che la
vera legittimità della politica in America oggi è il denaro non
il voto. Il solo modo per spiegare l'amministrazione Bush oggi è
il mondo di Houston, della Enron.
La tesi del "declino americano" riemerge
periodicamente e viene poi regolarmente smentita. Nei primi anni
`90 Paul Kennedy e Giovanni Arrighi predissero che a causa delle
eccessive spese militari gli Usa sarebbero declinati, come era
capitato a spagnoli, olandesi e inglesi, e che sarebbe emersa la
potenza giapponese. Andavano un po' troppo veloci. Nel `97, con
la cosiddetta "crisi asiatica" gli Usa hanno inferto al
Giappone una tale sberla economica che non si è più ripreso.
No, dietro tutta la sua forza, l'invincibilità militare,
l'impero americano è debole, ha basi fragilissime. Se 15 fa ci
avessero detto che dopo 3 anni l'Urss non sarebbe più esistita,
non ci avrebbe creduto nessuno. E poi il Giappone ha commesso
errori gravissimi. Quando a metà degli anni 1980 è diventata la
nazione più creditrice del mondo, e gli Stati uniti la nazione
più debitrice del mondo, il Giappone avrebbe dovuto cambiare
politica economica per dipendere molto di più dalla propria
domanda interna e molto meno dal mercato americano. Invece il
Giappone ha stretto ancor più i suoi legami con gli Usa, ha
finanziato il deficit americano, si è orientato sul mercato dei
capitali americano. E questo è costato un'enormità al Giappone.
Il Giappone deve stare molto attento. L'Argentina dimostra che
anche i paesi ricchi possono ridiventare poveri. E il Giappone
rischia di diventare l'Argentina asiatica, anche se ha dalla sua
che produce parecchie ancora buone merci. Ma che il Giappone
abbia sbagliato, non significa che gli Stati uniti rimangano
invulnerabili. E oggi gli americani continuano a sentirsi
invulnerabili...
... forse dal punto economico. Ma da altri punti di vista,
secondo tutte le persone con cui parlo sostengono che l'11
settembre ha significato proprio questo: la fine
dell'invulnerabilità.
Certo, in Blowback sostenevo che sempre più spesso gli
Stati uniti sarebbero stati il bersaglio di quelli che io chiamo
"attacchi asimmetrici": poiché nessuna forza armata
può resistere e tantomeno competere con la potenza militare Usa,
proprio per questo, la strategia più logica è quella di
attaccare i punti vulnera bili, i civili, i bersagli simbolici.
La stampa si è comportata in modo abominevole: l'11 settembre
non è stato un attacco contro gli Stati uniti, è stato un
attacco ai simboli della politica estera americana: il World
Trade Center, che già era stato attaccato, e il Pentagono, che
era un simbolo del militarismo americano. E nient'altro. E così
questi attacchi sono usati per rafforzare l'impero americano,
invece che per rendere meno vulnerabili gli Stati uniti,
rimuovendo le cause politiche di questi attacchi. È sintomatico
il rifiuto dell'amministrazione di discutere i moventi di chi ha
compiuto gli attacchi. Invece il presidente li ha semplicemente
qualificati come "il male".
È difficile però trovare un disegno a lungo termine nelle
azioni dell'amministrazione Bush. Non si vede la logica
sottostante.
Non è possibile ridurre la nostra politica a un singolo fattore,
denaro, petrolio. È successo qualcosa alla psiche americana. Gli
americani si pensano ora come se fossero romani, capace di fare
qualunque cosa vogliono, senza limitazioni da parte di nessuno.
Il fattore chiave qui è il militarismo. I leaders americani da
George Washington a Ike Eisenhower, hanno messo in guardia gli
Usa contro il pericolo di un grande esercito, di una grande
industria militare, di un complesso
militar-industriale-universitario. Negli anni `90 gli americani
sono diventati disinteressati alla politica estera, autocentrati,
senza coscienza internazionale. Così oggi le due maggiori
istituzioni del governo americano si trovano sulla riva
meridionale del Potomac (il fiume sulle cui rive sorge
Washington: ma Casa bianca, Senato e Camera si trovano sulla
sponda nord, ndr), e sono il Pentagono e la Cia. Il
Congresso assomiglia sempre più al senato romano al tempo di
Ottaviano quando brigava per diventare Augusto.
Stati uniti, un anno dopo /2. Intervista a
Howard Zinn- il manifesto 05/09
L'arrogante fragilità
Il governo americano si sta facendo sempre
più nemici, all'interno e all'estero. E l'apparato di propaganda
cela quel che l'11 settembre mostrava, l'antipatia e la
vulnerabilità degli Usa. Fino a quando? Parla lo storico Zinn,
militante negli anni `60 del movimento per i diritti civili
MARCO D'ERAMO
INVIATO A NEW YORK
Howard Zinn porta i suoi quasi ottant'anni con il garbo e la
civetteria di quelle rarissime persone che la vecchiaia rende
più belle. Dopo l'infanzia newyorkese (a Brooklyn) che ha
raccontato nel libro autobiografico You Can't Be Neutral on a
Moving Train ("Non puoi essere neutrale su un treno in
corsa"), ha lavorato nei cantieri navali prima di essere
arruolato sui bombardieri durante la seconda guerra mondiale. Da
storico, ha partecipato al movimento per i diritti civili degli
anni `60. Ora ha un'intensa attività di conferenziere e
collabora a numerose pubblicazioni di sinistra come The Nation,
In These Times e The Progressive (del cui comitato
editoriale è membro). Vive con la moglie Roslyn a Cape Cod da
cui si allontana spessissimo, invitato a parlare ovunque nel
mondo. Il suo libro più famoso, ristampato innumerevoli volte e
adottato come libro di testo in tantissimi licei statunitensi è A
People's History of the United States -1492 to Present,
"una brillante e commovente storia degli americani
raccontata dal punto di vista di coloro la cui condizione è
stata quasi sempre omessa da quasi tutte le storie" (Library
Journal), una storia raccontata dai dominati, dalle donne,
dai nativi, dai neri, dagli immigrati, dagli operai e braccianti.
Il canale HBO sta producendo un adattamento televisivo di questa
"Storia della gente".
Dopo l'11 settembre Howard Zinn ha scritto Terrorism and War,
un libro intervista in cui riafferma il proprio pacifismo
("con gli armamenti attuali non vi sono guerre giuste: la
seconda guerra mondiale contro il nazismo era giusta ma ha
portato ai bombardamenti a tappeto di Dresda e alle bombe
atomiche su Hiroshima e Nagasaki") e mostra la colossale
asimmetria tra i morti dell'11 settembre e quelli provocati dai
bombardamenti Usa. I primi erano "persone, singoli esseri
umani, con storie, volti, passioni, affetti" le cui vite
sono state sottratte all'anonimato e incessantemente raccontate
dalla stampa americana. I secondi sono rimasti senza volto,
entità astratte, "come coloro che bombardavamo durante la
seconda guerra mondiale da 10.000 metri di altezza".
Se guarda al 10 settembre dell'anno scorso, e poi a oggi, come
riassumerebbe quel che è davvero cambiato?
Il 10 settembre dell'anno scorso, agli occhi di molti George W.
Bush era ancora un presidente illegittimo, e dell'elezione del
2000 si parlava ancora come di un'"elezione rubata"
regalata a Bush dalla Corte suprema. Bush non era una figura
popolare, era stato catapultato alla Casa Bianca perché aveva
amicizie politiche tra i giudici costituzionali e nello stato
della Florida. Prima dell'11 settembre l'amministrazione non
godeva di molto credito, e soprattutto, negli Stati uniti e
altrove - certo nella sinistra, ma non solo - cresceva la critica
e la preoccupazione per lo strapotere delle multinazionali
nell'economia globalizzata, le manifestazioni di Seattle,
Philadelphia, Washington, Genova. Dopo l'11 settembre tutti
questi temi sono stati estromessi dal quadro in nome della
"guerra al terrorismo". La guerra è utilissima a chi
sta al potere perché accantona tutte le proteste, i malcontenti,
le critiche. L'emergenza è usata come una scusa per non parlare
più di nient'altro, di glissare sui problemi della gente e
concentrarsi sul nemico. E chi osa criticare il governo è subito
tacciato di antipatriottismo, di essere una quinta colonna del
nemico. In questo senso le cose sono cambiate terribilmente
dall'11 settembre.
Da un anno subiamo una valanga di retorica sul "niente
sarà più come prima", ma per esempio Benedict Anderson
(l'autore delle Comunità immaginate)
sostiene che non è cambiato nulla: gli Usa hanno appoggiato
tiranni e loro gorilla per 50 anni e continuano ad appoggiare
tiranni e gorilla.
Sono d'accordo. Fondamentalmente, la politica degli Stati uniti
non è cambiata. La "guerra al terrorismo" consente
agli Usa di fare quel che facevano prima, ma l'11 settembre ha
fornito una scusa speciale per proseguire nella stessa politica,
e cioè l'espansione imperiale nel mondo. Se guardi alla storia
americana ogni periodo di espansione è spiegato con una diversa,
particolare scusa. Quella delle annessioni del Texas, Arizona e
New Mexico a metà del secolo scorso era chiamata Manifest
Destiny, dopo la seconda guerra mondiale la nostra espansione
fu spiegata la lotta al comunismo e il "Mondo Libero";
ma gli Stati uniti si stavano espandendo da ben prima che l'Urss
diventasse un pericolo per loro, e ben da prima appoggiavano i
despoti dell'America centrale e meridionale. C'è quindi una
continuità. La differenza è che l'11 settembre ha fornito una
scusa potentissima, tremenda.
Non per essere cinici, ma meno di 3.000 morti sono un inezia
nella storia dei massacri del ventesimo secolo e alla distanza
sembreranno un episodio marginale.
È sempre stato vero. Gli Stati uniti sono terribilmente
autocentrati. Le vittime americane sono importanti, quelle
d'oltremare no. Un morto negli Stati uniti è considerato più
importante di migliaia di morti all'estero. È vero che il costo
di vite umane dell'11 settembre è irrisorio rispetto alle
vittime di altri terrori in America centrale, nel sud-est
asiatico e in Africa. Ma è tale il nazionalismo americano che è
facile per un governo potente e per una stampa controllata far
passare le 3.000 morti dell'11 settembre come la più grande
tragedia mai verificatasi nella storia dell'umanità.
In genere l'Europa sottovaluta la sagacia della classe
dirigente americana. Attribuisce il suo potere a una tautologia:
gli Usa sono forti perché sono ricchi, hanno le risorse, le
armi, cioè sono forti perché sono forti. Ma si dimentica che
questa potenza è stata costruita con quella che Woodrow Wilson
chiamava "la feccia d'Europa". La mia domanda perciò
è: non è possibile che anche stavolta stiamo sottovalutando la
classe dirigente americana? E che la politica
dell'amministrazione Bush avrà successo nell'espandere e
rafforzare l'impero americano?
Io penso che il potere del governo americano è davvero fragile,
è vuoto, non è radicato. Lo abbiamo visto in altri paesi dove
governi che sembravano saldissimi in sella, con il pieno
controllo, in realtà sono crollati di botto perché non avevano
radici, erano corrotti e anche perché si autoingannavano,
perché sotto la superficie della padronanza totale, mutazioni
gradualmente si verificavano nella popolazione, cresceva la
consapevolezza che qualcosa non andava. Io credo che lo stesso
stia avvenendo agli Stati uniti che hanno tutto questo potere,
queste armi, questa ricchezza, ma la cui egemonia è costruita
sulla sabbia, perché stanno andando troppo oltre, perché si
stanno facendo troppi nemici. Per ora si stanno facendo troppi
nemici all'estero, ma poi il processo avverrà anche all'interno
perché, per continuare a espandersi, l'impero americano dovrà
appropriarsi di una parte sempre maggiore del denaro degli
americani. Per avere un bilancio militare di 400 miliardi di
dollari, ci sarà meno denaro per la sanità, la scuola, gli
alloggi. E sta aumentando la coscienza di quel che fa questo
governo. Parlo qui della direzione, della linea di tendenza, non
dell'orario. Nessuno può dire quando questa coscienza prenderà
il sopravvento. Né quanto tempo ci metterà il potere americano
a cadere, ma io credo che alla fine cadrà.
Ma come mai gli Stati uniti non hanno imparato la lezione che
non è vero che "i nemici dei miei nemici sono miei
amici"? Saddam Hussein era amico perché era nemico del
nemico Iran, e adesso è il pericolo numero uno. Osama bin Laden
era una creatura della Cia, prediletto, armato e finanziato dagli
Usa perché in Afghanistan era nemico della nemica Urss, e si è
visto come è finita, con le Twin Towers. Ma dopo l'11 settembre
gli Usa appoggiano dittatori come Musharraf che ogni giorno che
passa si regala un anno in più di potere assoluto... Come mai
non hanno imparato la lezione?
Perché non hanno alternative. Se non ottengono l'appoggio dei
Musharraf o di governi repressivi come la Turchia o l'Arabia
saudita, non ottengono nessun appoggio. Non possono fare
nient'altro.
Lo scorso ottobre Studs Terkel si diceva in parte ottimista,
perché forse questo orribile attacco avrebbe tolto agli
americani quei pregiudizi e quei paraocchi che l'invulnerabilità
comporta, e che forse gli Americani avrebbero capito come sono
considerati dal resto del mondo e che non vengono visti come quei
"bravi tipi" che credono di essere. Ma dopo un anno
sembra che l'ottimismo di Studs Terkel fosse in gran parte
infondato.
Studs Terkel ha ragione quando dice che nell'11 settembre c'è un
potenziale per capire che le nostre vittime non sono né le
prime, né le peggiori. È vero. Ma il governo ha un formidabile
apparato di propaganda che tenta di espurgare la verità. Il
problema è: quanto efficace e per quanto tempo sarà
quest'apparato? Io credo che la gente imparerà dall'11
settembre, ma credo che ci vorranno molti sforzi per educare il
pubblico, da parte dei settori progressisti della società
americana. E l'educazione potrà darla solo la realtà, il mondo
stesso che ci circonda. La propaganda ha espulso la realtà, ma
la realtà comincia di nuovo a fare capolino poco alla volta.
Questo è ovvio per l'Afghanistan: è quasi un anno che sono
cominciati i bombardamenti e sempre più persone si accorgono che
la cosiddetta guerra al terrorismo non funziona. La sinistra
diffonde questa coscienza attraverso una rete informale, spesso
sotterranea di radio locali, stampa alternativa, associazioni di
comunità. Ma a prescindere da questa poco visibile eppure
capillare azione della sinistra, la gente comune, l'americano
qualunque si sta rendendo conto che la cosiddetta guerra al
terrorismo è una barzelletta, certo, una tragica barzelletta.
Quando costringi la gente a guardare un film troppo a lungo, alla
fine la gente si alza, deve pur andare in bagno. È successo
anche con la guerra fredda, quando la minaccia comunista e
sovietica veniva brandita in continuazione. Dopo un po' la gente
si è svegliata. Ricordiamoci che la guerra in Vietnam veniva
presentata come una guerra che dovevamo combattere per fermare il
comunismo. Ma in breve apparve chiaro che la guerra era
qualcos'altro. E così anche la minaccia comunista evaporò e
negli anni `60 il Comitato parlamentare sulle attività
anti-americane scomparve dalla scena. Perciò credo che il
governo avrà sempre meno successo nel rendere tutti isterici sul
terrorismo.
Come mai gli americani non si rendono conto di quanto ha
macchiato la loro immagine all'estero la vicenda di Guantanamo?
Come mai non si sono resi conto che quelle immagini di
prigionieri rinchiusi in gabbie all'aperto come animali, sotto
illuminazione permanente, faceva riaffiorare i ricordi dei lager?
Gli americani non sanno nulla di quello che succede all'estero,
perché la stragrande maggioranza trae tutte le notizie dalla tv
che non parla mai dell'estero. E i giornali ne parlano
pochissimo. Se fai un sondaggio su Guantanamo, scoprirai che il
90% degli americani non sa nulla di quel che vi succede. Il
controllo totale sull'ìnformazione in questo paese è l'ostacolo
più serio per un mutamento della politica americana.
2) continua. La prima puntata è uscita il 4 settembre
Stati uniti, un anno dopo /3. Il tempo dell'ansia
Con il fiato sospeso
Gli Stati uniti aspettano l'anniversario dell'11 settembre in un
clima di timore e incertezza del futuro. Ammutolita
l'opposizione, i democratici temono di sembrare antipatriottici.
Il presidente Bush sembra aver sperperato il capitale di fiducia
e patriottismo del dopo-attentato, grazie alla crisi economica,
agli scandali finanziari. Gli Usa sembrano isolati anche sul
palcoscenico internazionale. E se ci fosse un nuovo attentato...
MARCO D'ERAMO
INVIATO A WASHINGTON- il manifesto 06/09/02
"Fra due anni non se ne ricorderà più nessuno. L'11
settembre finirà come lady Diana", mi dice un famoso
politologo. Un anno dopo gli attentati alle due torri, trascorsi
12 mesi di lutto, pianti e mobilitazione nazionale,
quest'affermazione cinica, forse eccessiva, contiene però un
germe di verità. Se il mezzo è il messaggio, allora la
commozione è istantaneamente globale e planetaria, ma perciò
stesso effimera, tanto più intensa quanto più breve. Un anno fa
l'universo mondo era sicuro che "nulla sarebbe più stato
come prima". Dilagava la retorica del "Never again".
I programmi tv non sarebbero mai potuti essere come prima, le
copertine dei settimanali sarebbero fatalmente cambiate.
L'America era radicalmente trasformata.
Un anno dopo, molta acqua è stata versata sul sacro fuoco del
"Niente come prima". Sono scomparse le bandierine
americane che ancora a novembre scorso garrivano al vento dai
cofani delle automobili, dalle finestre, dai balconi, sopra gli
usci di case ed uffici. Qui a Washington le tute mimetiche della
guardia nazionale sono meno visibili. A New York sono scomparsi
gli altarini artigianali con candele, fiori e ritratti delle
vittime. Sono stati imbiancati i murales con graffiti delle due
torri (e almeno uno di loro aveva soppianto dall'oggi
all'indomani un murale con lady Diana e madre Teresa). Nella
metropolitana, fino a ieri la gente parlava solo dello sciopero
dei giocatori di baseball (tutti hanno tirato un sospiro di
sollievo quando è stato revocato). I rotocalchi pubblicano in
copertina le foto delle dive del cinema e dei cantanti rock, come
hanno sempre fatto.
La politica estera degli Usa doveva mutare dal giorno alla notte
dopo l'11 settembre, e invece siamo tornati alla vecchia routine
di appoggio a generali come Musharraf, a regimi tirannici come
l'Arabia saudita o criptomilitari come Turchia e Indonesia. Per
non parlare della politica medioorientale che non è mai stata
tanto filoisraeliana (alla faccia di tutti i nostri sapienti
politologi che nel 2000 sentenziavano: "Le amministrazioni
repubblicane sono storicamente sempre meno filoisraeliane di
quelle democratiche)" .
Mi risponde per e-mail Benedict Anderson, l'autore di Comunità
immaginate (tradotto in italiano dalla manifestolibri),
docente alla Cornell University, una delle menti più lucide
della sinistra anglosassone: "Ogni volta che penso all'11
settembre, cosa che cerco di non fare, sono infuriato dal
cinismo, dallo sciovinismo, dalla stupidità di tutto questo. In
realtà l'americano qualunque non pensa che sia cambiato davvero
qualcosa, tranne i contrattempi negli aeroporti. Gli americani
daranno armi e denaro ai gorilla e agli assassini nelle Filippine
e in Indonesia. Ma l'hanno fatto per decenni. Fra cinque anni
nessuno se ne ricorderà. Il regime americano è un nuovo
mutante: un regime isolazionista con ambizioni globali e
stupidità illimitata. Con un po' di fortuna, lo abbatterà Wall
street. Quando pensi ai milioni e milioni di esseri umani
distrutti direttamente e indirettamente dalla potenza americana a
cominciare dall'agosto 1945 (dalle bombe atomiche su Hiroshima e
Nagasaki, ndr), è ributtante pensare all'11 settembre, in
cui sono morti moltissimi non-americani, ma chi si cura di loro?
Come sempre. Un "oltraggio" nel suo senso antico. Che
non cambia niente di fondamentale".
Non tutti sono così estremi. Parlo al telefono con Joel
Bleifuss, attuale direttore del quindicinale In These Times:
"L'11 settembre non ha cambiato moltissimo, ma ha fornito a
Bush l'occasione di fare cose che altrimenti non avrebbe potuto
permettersi, di arrogarsi poteri che mai gli sarebbero stati
concessi, di unire il popolo americano sulla sua politica. Pensa
che fino ad allora era un presidente illegittimo. Poi è
diventato il nostro condottiero. Ma anche questo sta cambiando, a
causa della crisi economica, degli scandali finanziari".
"Certo che l'11 settembre non sarebbe potuto capitale in un
momento più opportuno per Bush", mi aveva detto la storica
Victoria De Grazia nel suo appartamento newyorkese.
Dello stesso parere tutte le persone che incontro qui a
Washington. Barbara Shailor, responsabile del settore
internazionale del sindacato Afl-Cio, mi riceve nel suo ufficio,
nel marmoreo palazzo in stile vagamente fascista, che pare sempre
più lussuoso ogni volta che ci torno, con moquette sempre più
spesse, arredamenti alla moda, vetrate vertiginose proprio sopra
il giardino della Casa bianca: "Bush ha dissipato tutto il
capitale politico che gli era stato regalato dall'11 settembre.
Ma ti pare un presidente che annuncia che invaderà un paese da
un campo di golf, che dichiara guerra all'Iraq con una pallina in
mano?".
Robert Borosage è condirettore dell'Institute for American
Future. Alla fine dell'orario di lavoro, vado nel suo ufficio
sulla Connecticut Avenue, il "corso" di Washington dove
si trovano gli uffici dei lobbisti e dei politologi più
importanti. Andiamo a discutere davanti a una birra in un locale
all'angolo: "Non si è mai visto un presidente che nel giro
di un anno è riuscito a dilapidare la solidarietà
internazionale che si era creata dopo l'11 settembre. È da
almeno 80 anni che gli Stati uniti non sono stati così isolati
nel mondo. Hai visto come hanno fischiato Colin Powell a
Johannesburg? Washington dice picche su tutto: sul trattato di
Kyoto, sul trattato antimissile, sulla Corte internazionale. E
l'opinione pubblica? Sembra dissociata, da un lato appoggia Bush
nella cosiddetta "guerra al terrorismo", anche se il
sostegno cala lentamente, e dall'altra lo considera inetto nei
problemi di politica interna, sui temi sociali ed
economici". Certo che per una paese che in teoria si prepara
alla guerra, l'opinione pubblica appare straordinariamente
smobilitata.
Marcus Raskin e John Cavanagh mi parlano nei locali del loro
Institute for Policy Studies, anche questo a un passo dalla Casa
bianca. "C'è un'incertezza del futuro, una preoccupazione
economica, un soffuso timore di attentati. Prevale un sentimento
di ansia". La parola chiave dell'aria che si respira in
America è proprio questa: "ansietà".
"Ma ti rendi conto che da gennaio fino a giugno, adesso
meno, quasi una volta alla settimana c'era un allarme bomba, e
quest'edificio doveva essere ogni volta evacuato e perquisito?
T'immagini che timore e ansietà instilla nel profondo delle
persone?" dice Barbara Shailor. Di ansietà mi ha parlato
anche Marshal Bermann, e l'ansia è il termine che ricorre in
tutti i miei interlocutori. Come se fosse possibile lenire gli
effetti dell'11 settembre con una prescrizione massiccia di
psicofarmaci, di Prozac.
"È una situazione curiosa, amorfa, indeterminata: la
politica di Bush non trova consenso ma neanche opposizione",
mi dice al telefono da Chicago Jim Weinstein, una delle figure
storiche della sinistra americana. "Gli intellettuali sono
senza voce. I democratici sono senza spina dorsale (spineless)".
Spineless è l'aggettivo più ricorrente riferito ai
parlamentari democratici: "Sono terrorizzati all'idea di
apparire antipatriottici", dice Weinstein.
"Non c'è nessuna voce di prestigio che dalle tv aiuti
l'opinione pubblica a maturare, a farsi un'idea. E la sinistra è
in stato confusionale" rincara Borosage: "Non si è mai
ripresa dalla fine della guerra fredda. Gli attivisti per i
diritti umani sono diventati di fatto degli interventisti
militari: per loro, gli Usa debbono mandare i marines dovunque
sia necessario per farla finita con le violazioni dei diritti
umani. Sono questi attivisti dei diritti umani che "da
sinistra" criticavano Clinton perché non interveniva
abbastanza né abbastanza presto in Bosnia, in Cecenia, in
Africa. Dopo l'11 settembre sono questi liberal, come
Christopher Hitchins, che hanno spinto, "da sinistra",
per l'azione in Afghanistan, in nome delle atrocità commesse dai
taleban, della liberazione delle donne afghane".
"Ma certo, tutto questo può cambiare dall'oggi
all'indomani, se c'è un nuovo attentato. Allora sì che
l'America può essere presa dall'isteria, niente più
incertezze", dice Cavanagh. In quel caso finirebbe anche il
clima di comprensione verso gli immigrati musulmani, e potrebbero
esserci pogrom simili agli attacchi che c'erano stati ai
quartieri tedeschi nella prima guerra mondiale o ai quartieri
giapponesi nella seconda.
Anche l'evenienza di un nuovo attentato contribuisce al clima
d'incertezza e ansietà. Perché questa prospettiva rende
aleatorio qualunque ragionamento, ogni strategia politica. Se
c'è un nuovo attentato, finiscono gambe all'aria tutti i
discorsi sul declino del consenso a Bush, vanno a farsi benedire
tutti i calcoli elettorali per le elezioni di mezzo termine di
novembre. Da un certo punto di vista, è come se
l'amministrazione, e in particolare tra i suoi falchi, avesse
un'impellente necessità che si produca un nuovo attentato,
altrimenti la febbre cala, la tensione pubblica per la guerra al
terrorismo scema. È solo un retrogusto, e però persistente: un
bisogno urgente di terrore fresco.
(Questa è la prima parte di un reportage che continuerà nei
prossimi giorni)-060/09/02il manifesto