di Fabrizio Gatti
Sfruttati. Sottopagati. Alloggiati in
luridi tuguri. Massacrati di botte se protestano. Diario di una settimana
nell'inferno. Tra i braccianti stranieri nella provincia di Foggia
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VERSION: I was a slave in PugliaLocal:
le reazioni in PugliaREPORTAGE FOTOGRAFICOIo tra gli schiavi La raccoltaVita in una stallaIl ghetto rumeno
Vivono in
condizioni disumane. Proprio in questi giorni decine di abitanti del
Ghetto, tra Foggia e Rignano, si sono ammalati di gastroenterite per le pessime
condizioni dell'acqua. Ma anche quest'anno, l'Asl Foggia 3 ha rifiutato di
mettere a disposizione strutture e ricettari per assistere gli stranieri
sfruttati come schiavi nei campi. La denuncia è dell'associazione francese Medici
senza frontiere che invece ha ottenuto la collaborazione dell'Asl Foggia 2 per
l'assistenza sanitaria e umanitaria nel Sud della provincia. Da tre anni un
ambulatorio mobile di Msf visita le campagne tra Cerignola e San Severo. Come
se la provincia di Foggia fosse un fronte di guerra. Ci sono un medico,
un'assistente sociale e un coordinatore: quest'anno Viviana Prussiani, Carla
Manduca e Teo Di Piazza. "Per il terzo anno consecutivo siamo stati
costretti a continuare questo progetto", spiega Andrea Accardi,
responsabile delle missioni italiane di Msf: "E ancora una volta
nell'estate 2006 ci troviamo di fronte alla stessa situazione: gli stranieri
arrivano sani e si ammalano a causa delle indecenti condizioni che trovano
nelle campagne. Manca qualsiasi forma di accoglienza. Il sistema economico è
totalmente ipocrita e vede la connivenza e il coinvolgimento di tutti gli
attori. A partire dal governo e dalle istituzioni locali, ovvero Comuni e
prefetture, fino ad arrivare alle Asl, alle organizzazioni di produttori e ai
sindacati". ...
Dietro il
triangolo degli schiavi ci sono gli imprenditori dell'agricoltura foggiana e
molte industrie alimentari. Piccole o grandi aziende non fanno differenza.
Quando devono assumere personale stagionale per la raccolta nei campi, quasi
tutte scelgono la scorciatoia del caporalato. Il compenso per gli stranieri
varia da 2,50 a 3 euro l'ora (ai quali però vanno tolti tutti i 'servizi' per
il caporale). Anche per questo gli italiani sono scomparsi da questo tipo di
lavoro. Solo una piccola minoranza degli agricoltori interpellati da
'L'espresso' dice di pagare i braccianti da 4 a 4,50 euro l'ora. Ma sempre in
nero e rivolgendosi a caporali. In Veneto e in Friuli un raccoglitore guadagna
in media 5,80 euro l'ora più i contributi, se in regola. Oppure da 6,20 a 7
euro l'ora se ingaggiato in nero. ...

Fabrizio Gatti durante la raccolta
Il padrone ha la camicia bianca, i
pantaloni neri e le scarpe impolverate. È pugliese, ma parla pochissimo
italiano. Per farsi capire chiede aiuto al suo guardaspalle, un maghrebino che
gli garantisce l'ordine e la sicurezza nei campi. "Senti un po' cosa vuole
questo: se cerca lavoro, digli che oggi siamo a posto", lo avverte in
dialetto e se ne va su un fuoristrada. Il maghrebino parla un ottimo italiano.
Non ha gradi sulla maglietta sudata. Ma si sente subito che lui qui è il
caporale: "Sei rumeno?". Un mezzo sorriso lo convince. "Ti posso
prendere, ma domani", promette, "ce l'hai un'amica?".
"Un'amica?". "Mi devi portare una tua amica. Per il padrone. Se
gliela porti, lui ti fa lavorare subito. Basta una ragazza qualunque". Il
caporale indica una ventenne e il suo compagno, indaffarati alla cremagliera di
un grosso trattore per la raccolta meccanizzata dei pomodori: "Quei due
sono rumeni come te. Lei col padrone c'è stata". "Ma io sono solo".
"Allora niente lavoro".
Non c'è limite alla vergogna nel triangolo degli schiavi. Il caporale vuole una
ragazza da far violentare dal padrone. Questo è il prezzo della manodopera nel
cuore della Puglia. Un triangolo senza legge che copre quasi tutta la provincia
di Foggia. Da Cerignola a Candela e su, più a Nord, fin oltre San Severo. Nella
regione progressista di Nichi Vendola. A mezz'ora dalle spiagge del Gargano.
Nella terra di Giuseppe Di Vittorio, eroe delle lotte sindacali e storico
segretario della Cgil. Lungo la via che porta i pellegrini al megasantuario di
San Giovanni Rotondo. Una settimana da infiltrato tra gli schiavi è un viaggio
al di là di ogni disumana previsione. Ma non ci sono alternative per guardare
da vicino l'orrore che gli immigrati devono sopportare.
Sono almeno cinquemila. Forse settemila. Nessuno ha mai fatto un censimento
preciso. Tutti stranieri. Tutti sfruttati in nero. Rumeni con e senza permesso
di soggiorno. Bulgari. Polacchi. E africani. Da Nigeria, Niger, Mali, Burkina
Faso, Uganda, Senegal, Sudan, Eritrea. Alcuni sono sbarcati da pochi giorni.
Sono partiti dalla Libia e sono venuti qui perché sapevano che qui d'estate si
trova lavoro. Inutile pattugliare le coste, se poi gli imprenditori se ne
infischiano delle norme. Ma da queste parti se ne infischiano anche della
Costituzione: articoli uno, due e tre. E della Dichiarazione universale dei
diritti dell'uomo. Per proteggere i loro affari, agricoltori e proprietari
terrieri hanno coltivato una rete di caporali spietati: italiani, arabi, europei
dell'Est. Alloggiano i loro braccianti in tuguri pericolanti, dove nemmeno i
cani randagi vanno più a dormire. Senza acqua, né luce, né igiene. Li fanno
lavorare dalle sei del mattino alle dieci di sera. E li pagano, quando pagano,
quindici, venti euro al giorno. Chi protesta viene zittito a colpi di spranga.
Qualcuno si è rivolto alla questura di Foggia. E ha scoperto la legge voluta da
Umberto Bossi e Gianfranco Fini: è stato arrestato o espulso perché non in
regola con i permessi di lavoro. Altri sono scappati. I caporali li hanno
cercati tutta notte. Come nella caccia all'uomo raccontata da Alan Parker nel
film 'Mississippi burning'. Qualcuno alla fine è stato raggiunto. Qualcun altro
l'hanno ucciso.
Adesso è la stagione dell'oro rosso: la raccolta dei pomodori. La provincia di
Foggia è il serbatoio di quasi tutte le industrie della trasformazione di
Salerno, Napoli e Caserta. I perini cresciuti qui diventano pelati in scatola.
Diventano passata. E, i meno maturi, pomodori da insalata. Partono dal
triangolo degli schiavi e finiscono nei piatti di tutta Italia e di mezza
Europa. Poi ci sono i pomodori a grappolo per la pizza. Gli altri ortaggi, come
melanzane e peperoni. Tra poco la vendemmia. Gli imprenditori fanno finta di
non sapere. E a fine raccolto si mettono in coda per incassare le sovvenzioni
da Bruxelles. 'L'espresso' ha controllato decine di campi. Non ce n'è uno in
regola con la manodopera stagionale. Ma questa non è soltanto concorrenza
sleale all'Unione europea. Dentro questi orizzonti di ulivi e campagne vengono
tollerati i peggiori crimini contro i diritti umani.
Non ci vuole molto per entrare nel mercato più sporco
dell'Europa agricola. Qualche nome inventato da usare di volta in volta. Una
fotocopia del decreto di respingimento rilasciato un anno fa a Lampedusa dal
centro di detenzione per immigrati. E la bicicletta, per scappare il più
lontano possibile in caso di pericolo. Il caporale che pretende una ragazza in
sacrificio controlla la raccolta dei perini a Stornara. Uno dei primi campi a
sinistra appena fuori paese, lungo il rettilineo di afa che porta a
Stornarella. Meglio lasciar perdere. Per arrivare fin qui bisogna pedalare
sulla statale 16 e poi infilarsi per dieci chilometri negli uliveti. Il borgo è
una piccola isola di case nell'agro. Alla stazione di Foggia, Mahmoud, 35 anni,
della Costa d'Avorio, aveva detto che quaggiù la raccolta, forse, è già
cominciata. Lui, che dorme in una buca dalle parti di Lucera, è senza lavoro:
lì a Nord i pomodori devono ancora maturare. Così Mahmoud campa vendendo
informazioni agli ultimi arrivati in treno. In cambio di qualche moneta.
Oggi dev'essere la giornata più torrida dell'estate. Quarantadue gradi,
annunciavano i titoli all'edicola della stazione. Sperduta nei campi appare
nell'aria bollente una stalla abbandonata. È abitata. Sono africani. Stanno
riposando su un vecchio divano sotto un albero. Qualcuno parla tamashek, sono
tuareg. Un saluto nella loro lingua aiuta con le presentazioni. La segregazione
razziale è rigorosa in provincia di Foggia. I rumeni dormono con i rumeni. I
bulgari con i bulgari. Gli africani con gli africani. È così anche nel
reclutamento. I caporali non tollerano eccezioni. Un bianco non ha scelta se
vuole vedere come sono trattati i neri. Bisogna prendere un nome in prestito. Donald Woods, sudafricano. Come il
leggendario giornalista che ha denunciato al mondo gli orrori dell'apartheid.
"Se sei sudafricano resta pure", dice Asserid, 28 anni. È partito da
Tahoua in Niger nel settembre 2005. È sbarcato a Lampedusa nel giugno 2006.
Racconta che è in Puglia da cinque giorni. Dopo essere stato rinchiuso quaranta
giorni nel centro di detenzione di Caltanissetta e alla fine rilasciato con un
decreto di respingimento. Asserid ha attraversato il Sahara a piedi e su vecchi
fuoristrada. Fino ad Al Zuwara, la città libica dei trafficanti e delle barche
che salpano verso l'Italia. "In Libia tutti gli immigrati sanno che gli
italiani reclutano stranieri per la raccolta dei pomodori. Ecco perché sono
qui. Questa è solo una tappa. Non avevo alternative", ammette Asserid:
"Ma spero di risparmiare presto qualche soldo e di arrivare a
Parigi". Adama, 40 anni, tuareg nigerino di Agadez, ha fatto il percorso
inverso. A Parigi è atterrato in aereo, con un visto da turista. Poi gli è
andata male. Dalla Francia l'hanno espulso come lavoratore clandestino. Ed è
sceso in Puglia, richiamato dalla stagione dell'oro rosso. "Questo è
l'accampamento tuareg più a Nord della storia", ride Adama. Ma c'è poco da
ridere. L'acqua che tirano su dal pozzo con taniche riciclate non la possono
bere. È inquinata da liquami e diserbanti. Il gabinetto è uno sciame di mosche
sopra una buca. Per dormire in due su materassi luridi buttati a terra, devono
pagare al caporale cinquanta euro al mese a testa. Ed è già una tariffa
scontata. Perché in altri tuguri i caporali trattengono dalla paga fino a
cinque euro a notte. Da aggiungere a cinquanta centesimi o un euro per ogni ora
lavorata. Più i cinque euro al giorno per il trasporto nei campi. Lo si vede
subito quanto è facile il guadagno per il caporale. Alle due e mezzo del
pomeriggio arriva con la sua Golf. E la carica all'inverosimile. "Davvero
questo è africano?", chiede agli altri davanti all'unico bianco. Nessuno
sa dare risposte sicure. "Io pago tre euro l'ora. Ti vanno bene? Se è
così, sali", offre l'uomo, calzoncini, canottiera e sul bicipite il
tatuaggio di una donna in bikini ritratta di schiena.
La Golf stracarica corre e sbanda sulla stretta provinciale per Lavello. Il
contachilometri segna 100 all'ora. Una follia. Alle prime aziende agricole del
paese, Giovanni svolta a destra dentro una strada sterrata. Altri due
chilometri e si è arrivati. Si prosegue a piedi, in fila indiana. Il campo è
tra due vigneti. Questi pomodori vanno raccolti a mano. Quando il padrone vede
arrivare il gruppo di africani, imita il verso delle scimmie. Poi dà gli ordini
con gli insulti resi celebri dal vicepresidente del Senato, Roberto Calderoli:
"Forza bingo bongo". Nello stesso istante un furgone scarica nove
rumeni. Tra loro tre ragazze, le uniche nella squadra. Si lavora a testa bassa.
Guai ad alzare lo sguardo: "Che cazzo c'è da guardare? Giù e
raccogli", urla il padrone avvicinandosi pericolosamente. Si chiama
Leonardo, una trentina d'anni. È pugliese. Indossa bermuda, canottiera e
occhiali da sole alla moda come se fosse appena rientrato dalla spiaggia. Da
come parla è il proprietario dell'azienda agricola. O forse è il figlio del
proprietario. Si occupa della manodopera. Una sorta di comandante dei caporali.
La sua azienda è a una decina di chilometri, alle porte di Stornara. Proprio
sulla strada che Giovanni percorre per portare gli schiavi al campo. Leonardo
si fa aiutare da un altro italiano, il caporale dei rumeni. Uno con la
maglietta bianca, i capelli lunghi e i baffetti curati. Il terzo italiano è
probabilmente il compratore del raccolto. Magro. Capelli biondi corti.
Telefonino appeso al petto in fondo a una catena d'oro. Parla con un forte
accento napoletano. Parcheggia il suo Suv e si fa subito sentire. Qualcuno ha
appoggiato per sbaglio le cassette piene sulle piante di pomodoro. E lui grida
come un pazzo: "Il primo che rimette una cassetta sulle piante, com'è vero
Gesù Cristo, gliela spacco sulla testa". I tre italiani sudano. Ma solo
per il caldo. Oltre a sorvegliare i loro schiavi, non fanno assolutamente
nulla.
Giovanni va a recapitare altri braccianti. Poi torna due volte con i
rifornimenti d'acqua. Quattro bottiglie di plastica da un litro e mezzo da far
bastare nelle gole di 17 persone assetate. Sono bottiglie riempite chissà dove.
Una zampilla da un buco e arriva quasi vuota. L'acqua ha un cattivo odore. Ma
almeno è fresca. Comunque non basta. Due sorsi d'acqua in oltre quattro ore di
lavoro a quaranta gradi sotto il sole non dissetano. La maggior parte dei ragazzi
africani non ha nemmeno pranzato né fatto colazione. Così ci si arrangia
mangiando pomodori verdi di nascosto dai caporali. Anche se sono pieni di
pesticidi e veleni. E forse è proprio per questo che sulla pelle, per giorni,
non comparirà più nemmeno una puntura di zanzara.
Leonardo vuole sapere com'è che in Africa ci siano i bianchi. Gira tra le
schiene curve come un professore tra i banchi. E dà il permesso a Mohamed, 28
anni, un ragazzo della Guinea. Per smettere di lavorare o parlare, qui bisogna
sempre chiedere il permesso. Mohamed sa bene perché ci sono i bianchi in
Sudafrica. È laureato in scienze politiche e relazioni internazionali
all'Università di Algeri. Parla italiano, inglese, francese e arabo. E risponde
rimanendo in ginocchio, davanti a quell'italiano che confessa senza pudore di
non aver mai sentito parlare di Nelson Mandela. "Avete capito?",
ripete dopo un po' Leonardo agli altri due italiani: "In Italia quelli
chiari stanno al Nord mentre noi al Sud siamo scuri. In Africa invece al Sud sono
bianchi e questi qua del Nord sono neri".
L'incidente accade all'improvviso. Michele è il più anziano tra i rumeni. Ha
una sessantina d'anni, i capelli grigi. Sta caricando cassette piene sul
rimorchio del trattore. Il legno è troppo sottile, è secco. E una cassetta si
sfonda rovesciando dodici chili di pomodori. Michele non fa in tempo ad
abbassarsi a raccoglierli. Leonardo, con la mano chiusa a pugno, lo colpisce.
Una sventola sulla testa. "Stai attento, coglione", urla, "credi
che noi stiamo ad aspettare mentre tu butti le cassette?". Michele forse
chiede scusa. È troppo stanco e offeso per parlare ad alta voce. "Scusa un
cazzo", continua Leonardo, "devi stare più attento". Ci fermiamo
tutti a guardare. Una ragazza si alza in piedi per protesta. Quello con
l'accento napoletano accorre come una furia: "Giù, non è successo niente.
Giù o stasera non si va a casa finché non si finisce". Come se questi
ragazzi avessero una casa.
Si parte. In nove sulla Golf. Tre davanti. Cinque sul sedile dietro. E un ragazzo
raggomitolato come un peluche sul pianale posteriore. Solo per questo trasporto
di dieci minuti il caporale incasserà quaranta euro. I ragazzi lo chiamano
Giovanni. Loro hanno già lavorato dalle 6 alle 12.30. La pausa di due ore non è
una cortesia. Oggi faceva troppo caldo anche per i padroni perché rinunciassero
a una siesta. Giovanni si presenta subito dopo, guardando attraverso lo
specchietto retrovisore: "Io John e tu?". Poi avverte: "John è
bravo se tu bravo. Ma se tu cattivo...". Non capisce l'inglese né il
francese. E questo basta a far cadere il discorso. Ma il pugnale da sub che
tiene bene in vista sul cruscotto parla per lui. Amadou, 29 anni, nigerino di
Filingue, rivela lo stato d'animo dei ragazzi: "Giovanni, oggi è venerdì e
non ci paghi da tre settimane. Ormai stiamo finendo le scorte di pasta. Da
quindici giorni mangiamo solo pasta e pomodoro. I ragazzi sono sfiniti. Hanno
bisogno di carne per lavorare". I tre euro l'ora promessi erano solo una
bugia. Ma Giovanni promette ancora. Quando risponde dice sempre: "Noi
turchi". Anche se la targa della macchina è bulgara. E per il suo accento
potrebbe essere russo oppure ucraino. "Ti giuro su Dio", continua il
caporale, "oggi arrivano i soldi e vi paghiamo. Tu mi devi credere. Io
lavoro come te a Stornara. Non prendo in giro i miei colleghi". Giovanni
abita alla periferia. Un villino di mattoni sulla destra, a metà del rettilineo
per Stornarella. Quasi di fronte a un'altra stalla pericolante senz'acqua,
riempita di materassi e schiavi.
Michele ritorna a caricare il rimorchio aiutato da altri rumeni.
Ma dopo mezz'ora è ancora seduto a terra. Si tiene la testa. Perde molto sangue
dal naso. Un suo compagno di lavoro spreme un pomodoro maturo per bagnarli la
fronte. Cosa ha fatto lo spiega a Leonardo l'uomo con i baffetti curati:
"Ho dovuto spaccargli una pietra in mezzo agli occhi. Ho dovuto. Quello
stronzo se l'è presa con me perché tu prima l'hai picchiato. E poi perché
stasera non ci sono i soldi per pagarli. Ma che c'entro io? Lui ha raccolto una
pietra e io gliel'ho tolta dalle mani. Tu pensa se un rumeno di merda mi deve
minacciare". Leonardo sorride.
Si smette solo quando il sole va a nascondersi dietro i monti Dauni. Michele
sta meglio. I rumeni si raccolgono intorno al loro caporale. Giovanni scatta
una foto ai suoi ragazzi. Serve per i pagamenti e per scoprire se qualcuno
scappa dal gruppo. Poi fa firmare il registro con le ore lavorate. Oggi si
finisce prima del solito. Il perché lo racconta il caporale ad Amadou, in
macchina durante il ritorno: "Ci sono in giro i carabinieri".
Giovanni segnala un campo di pomodori lungo la strada: "Vedi qua? Questo
pomeriggio i carabinieri sono venuti a prendere dei miei ragazzi. Io lavoro
anche qui. Africani come te e rumeni. Li hanno portati via per il rimpatrio. Ma
non avere paura, il campo dove lavorate voi", dice indicandosi le spalle
come se avesse i gradi, "è controllato dalla mafia". Succede spesso
quando è giorno di paga. A volte sono gli stessi padroni a chiamare vigili,
polizia o carabinieri e a segnalare gli immigrati nelle campagne. Basta una
telefonata anonima. Così i caporali si tengono i loro soldi. E la prefettura
aggiorna le statistiche con le nuove espulsioni.
Amadou però fa notare che nemmeno oggi i ragazzi verranno pagati: "Tu sei
musulmano?", chiede Giovanni: "Sì? Allora io ti giuro su Allah che la
prossima settimana vi pago tutti. E se avete bisogno di carne, ti giuro che vi
invito tutti a casa mia. Ovviamente la prossima settimana. Quando potrete
pagare la carne".
Il 14 maggio 1904 qua vicino la polizia attaccò una manifestazione di
braccianti. C'era anche il giovane Giuseppe Di Vittorio. Morirono in quattro
quel giorno. Tra le vittime Antonio Morra, 14 anni, amico d'infanzia del futuro
leader sindacale. Adesso le proteste vengono spente prima che possano dilagare.
I caporali agiscono come una polizia parallela. Gli imprenditori si rivolgono a
loro se ci sono problemi. A cominciare dall'imposizione delle regole:
"Domani mattina vengo a prendervi alle cinque", annuncia Giovanni
dopo aver scaricato i suoi passeggeri. Sono quasi le dieci di sera ormai.
Calcolando una doccia improvvisata con l'acqua del pozzo e la misera cena,
restano appena cinque ore di sonno. I ragazzi africani spiegano subito le
sanzioni. Chi si presenta tardi, una volta al campo viene punito a pugni. Chi
non va a lavorare deve versare al caporale la multa. Anche se si ammala. Sono
venti euro, praticamente un giorno di lavoro gratis.
Una cinquantina di chilometri più a nord, stesse storie. La carta stradale
indica Villaggio Amendola. Era un borgo agricolo. Ora è solo un paese fantasma
riempito da immigrati rumeni e bulgari ridotti in schiavitù. Come l'ex
zuccherificio di Rignano o il Ghetto che la sera, al suono della township
music, sembra Soweto. Al Villaggio Amendola perfino la chiesa abbandonata è
stata riempita di materassi. Qui il cento per cento degli abitanti non è
italiano. Tutti raccoglitori. E tutti stranieri. Tranne una. Giuseppina
Lombardo, 51 anni. Viene dalla Calabria. Per gli agricoltori del posto è una
santa donna. Lei e il suo amico tunisino che si fa chiamare Asis sono capaci di
mettere insieme una squadra di raccoglitori di pomodori in meno di mezz'ora.
Giuseppina e Asis con gli schiavi ci campano. L'unico pozzo di Villaggio
Amendola è loro. L'acqua è inquinata ma la vendono ugualmente: cinquanta
centesimi una tanica da 20 litri. Anche l'unico negozio del borgo è loro. Hanno
bottiglie di minerale, se uno proprio non vuole perdere la giornata per la
dissenteria. E hanno carne e pollame: "A prezzi maggiorati del cento per
cento e di dubbia qualità", dicono gli abitanti. Non è facile infiltrarsi
come immigrato in questo ghetto e vincere la paura dei suoi prigionieri. Perché
Asis, come tutti i caporali, non perdona chi parla. Lui e la sua compagna qui
sono l'unica legge. Chi c'era si ricorda bene cosa è successo la settimana di
Pasqua del 2005. Quel pomeriggio un ragazzo rumeno, 22 anni, arrivato da appena
quattro giorni, torna al Villaggio Amendola con i sacchetti della spesa. È
stato a Foggia e cammina davanti al negozio del caporale con quello che si è
procurato. Una bottiglia d'olio, un po' di pasta. Il testimone che parla con
'L'espresso' è convinto che Asis abbia considerato quel gesto una ribellione al
suo controllo. I rumeni raccontano di aver visto poco dopo due uomini
affrontare il nuovo arrivato. Uno, secondo i testimoni, è parente di Asis. Con
una spranga lo centrano in mezzo alla testa. Un colpo solo. Poi trascinano il
corpo sanguinante e semisvenuto su un furgone. Nessuno al villaggio rivedrà più
quel ragazzo.
Lo stesso accade il 20 luglio di quest'anno. Il giorno prima
Pavel, 39 anni, ha una discussione con Giuseppina Lombardo. Gli sono caduti
quindici euro nel negozio e lei crede che glieli abbia rubati dalla cassa.
Pavel in Romania faceva il cuoco per 150 euro al mese. Dal 20 marzo 2004,
quando è arrivato in Puglia, sopporta violenze e angherie. Lo fa per mandare
quanto risparmia alla moglie e alla sua "fata", la figlia
studentessa, che ha 15 anni. Pavel ha braccia veloci. L'anno scorso è riuscito
a riempire fino a 15 cassoni al giorno: 45 quintali di pomodori, lavorando
dall'alba a notte. Con il cottimo a 3 euro a cassone, era una buona paga
secondo lui: tolti il trasporto al campo e la tangente per il caporale, Pavel
riusciva a guadagnare anche 25 o 30 euro al giorno. Ma il 20 luglio Asis gli
impedisce di ripetere il record. Qualcuno gli ha riferito che Pavel ha
protestato per la faccenda dei soldi e per lo sfruttamento dei braccianti. Il
tunisino lo colpisce nel sonno, in una giornata senza lavoro, alle due del
pomeriggio. Pavel si protegge la testa con le braccia. La sbarra di ferro gli
rompe le ossa e apre profonde ferite nella carne.
Lui è sicuro di non essere stato ucciso soltanto per l'intervento dei suoi
compagni di stanza. Ma lo lasciano lì a sanguinare sul materasso fino all'una
di notte. Gli altri stranieri hanno troppa paura di Asis. Anche di chiamare la
polizia e correre il rischio di essere rimpatriati. Alle otto di sera qualcuno
finalmente telefona di nascosto all'ospedale. L'ambulanza e una pattuglia dei
carabinieri, al Villaggio Amendola, arrivano soltanto cinque ore dopo. Così è
andata, secondo la denuncia.
Il 31 luglio Pavel viene dimesso dall'ospedale di Foggia. È stato operato da
appena quattro giorni. Ha quasi due mesi di prognosi. Ferri e chiodi nelle
ossa. Le braccia ingessate. Medici e infermieri lo consegnano alla polizia,
violando il codice deontologico. E in questura lo trattano da clandestino.
Anche se dal primo gennaio 2007 tutti i rumeni potrebbero essere cittadini dell'Unione
europea. Con le braccia immobilizzate, Pavel non riesce a impugnare la penna.
Il 'Primo dirigente dottoressa Piera Romagnosi', siglando la notifica del
decreto di espulsione, scrive che lui 'si rifiuta di firmare'. Anche la
prefettura di Foggia va per le spicce: nel decreto di espulsione annota che
Pavel è 'sprovvisto di passaporto'. Un'aggravante. Eppure Pavel il passaporto
ce l'ha. Alla fine, non trovando alternative, un ispettore gli dona dieci euro.
E una macchina della questura lo riporta al Villaggio Amendola. Lo scaricano
davanti al negozio di Giuseppina e Asis. Il tunisino se ne occupa subito. Vuole
dimostrare a tutti chi comanda. Minaccia Pavel e lui va a rifugiarsi in un
casolare a un chilometro dal villaggio. Qualche connazionale gli porta in
segreto un po' di pane e da bere. Dopo nove giorni di dolori e sofferenze un
amico rumeno riesce a contattare un avvocato di Foggia, Nicola D'Altilia, ex
poliziotto al Nord. L'avvocato trova il casolare. Incontra Pavel e lo riporta
immediatamente in ospedale. Le ferite sono infette. Il bracciante rumeno è
grave. Denutrito. Viene ricoverato per setticemia. Il resto è cronaca degli
ultimi giorni. Il 21 agosto Pavel è di nuovo dimesso dall'ospedale. Va in
questura a completare la denuncia contro il caporale tunisino e la sua complice
italiana, che era riuscito a presentare al posto di polizia del pronto soccorso
soltanto il 14 agosto. Lo accompagna l'avvocato che l'ha salvato. Ma dopo una
giornata in questura, la Procura fa arrestare Pavel come immigrato clandestino:
non ha rispettato il decreto di espulsione che, così è scritto, lo obbligava a
lasciare l'Italia dall'aeroporto di Roma Fiumicino. Non importa se in quelle
condizioni comunque non avrebbe potuto viaggiare. Lo costringono a dormire su
una panca di legno nelle camere di sicurezza. Nonostante le operazioni, le ossa
rotte e le ferite ancora fresche.
Il giorno dopo si apre il processo, immediatamente rinviato a ottobre. Oltre ad
aver perso il lavoro, grazie alla legge Bossi-Fini Pavel rischia da uno a
quattro anni di prigione. Più di quanto potrebbe prendersi il suo caporale che
intanto resta libero. "Quell'uomo", racconta Pavel terrorizzato,
"mirava alla testa. Voleva uccidermi".
Qualche bracciante morto da queste parti l'hanno già trovato.
Slavomit R., polacco, aveva 44 anni quando è stato bruciato il 2 luglio 2005 in
un campo a Stornara. Un caso irrisolto. Come quello di due cadaveri mai
identificati abbandonati a Foggia. Le scomparse sono un altro capitolo
dell'orrore. Nessuno sa quanti siano i lavoratori rumeni, bulgari o africani
spariti. I caporali, quando li ingaggiano o li massacrano di botte, non sanno
nemmeno come si chiamano. Gli unici casi sono stati scoperti grazie alle
denunce dell'ambasciata di Polonia. Hanno dovuto insistere i diplomatici di
Varsavia. È dal 2005 che cercano notizie di tredici connazionali. Erano venuti
a lavorare come stagionali nel triangolo degli schiavi. E non sono più tornati
a casa. L'elenco compilato in agosto dal consolato sulle ricerche delle persone
scomparse non rende onore all'Italia. Su dodici "richieste indirizzate
alla questura di Foggia", l'ambasciata ha dovuto prendere atto che per
nove casi non c'è stata "nessuna risposta da parte della questura".
Dopo mesi di inutile attesa l'appello è stato girato al Comando generale dei
carabinieri. E, attraverso gli investigatori del Ros, la Procura antimafia di
Bari ha finalmente aperto un'inchiesta.
Nessuno sta invece indagando sulla morte di un bambino. Perché quello che è
successo apparentemente non è reato. Il piccolo sarebbe nato a fine settembre.
Liliana D., 20 anni, quasi all'ottavo mese di gravidanza, la settimana di
Ferragosto arranca con il suo pancione tra piante di pomodoro. La fanno
lavorare in un campo vicino a San Severo. Né il marito, né il caporale, né il
padrone italiano pensano a proteggerla dal sole e dalla fatica. Quando Liliana
sta male, è troppo tardi. Ha un'emorragia. Resta due giorni senza cure nel
rudere in cui abita. Gli schiavi della provincia di Foggia non hanno il medico
di famiglia. Sabato 18 agosto, di pomeriggio, il marito la porta all'ospedale a
San Severo. La ragazza rischia di morire. Viene ricoverata in rianimazione. Il
bimbo lo fanno nascere con il taglio cesareo. Ma i medici già hanno sentito che
il suo cuore non batte più. Anche lui vittima collaterale. Di questa corsa
disumana che premia chi più taglia i costi di produzione.
L'industria alimentare campana paga i pomodori pugliesi da 4 a 5 centesimi al
chilo. Sulle bancarelle lungo le strade di Foggia i perini salgono già a 60 centesimi
al chilo. A Milano 1,20 euro quelli maturi da salsa e 2,80 euro al chilo quelli
ancora dorati. Al supermercato la passata prodotta in Campania costa da 86
centesimi a 1,91 euro al chilo. I pelati da 1,04 a 3 euro al chilo. Eppure, nel
ghetto di Stornara, nemmeno stasera che il mese è quasi finito ci sono i soldi
per comprare un pezzo di carne. "Donald, non te ne andare", si fa
avanti Amadou, "Giovanni è molto arrabbiato con te perché hai lasciato il
gruppo. Ti sta cercando, vado a dirgli che sei qui". Nel fondo di questa
miseria, Amadou sa già con chi stare. Tra tanti uomini costretti a
inginocchiarsi, lui ha scelto i caporali. È il momento di prendere la bici e
scappare. Nel buio. Prima che Giovanni decida di chiamare i suoi sgherri. E di
dare il via alla caccia nei campi.