I tessili vincenti nell'Egitto
affamato
27mila operai nel delta del Nilo ottengono aumenti
salariali del 40%. Una lotta durissima, osteggiata dal sindacato di regime, ma
che ha dato una scossa anche alla sinistra egiziana. Media e internet hanno
svolto un ruolo decisivo
Michele Giorgio
Gli operai di Mahalla, nel Delta del Nilo, hanno vinto. I
27mila lavoratori della Misr Spinning and Weaving Company di Mahalla, una delle
più grandi industrie tessili dell'Egitto, di proprietà pubblica, dopo una
settimana di sciopero e occupazione degli impianti, hanno costretto alla resa il
consiglio di amministrazione e ottenuto aumenti salariali e premi di produzione,
promessi in passato ma mai versati. La protesta, portata avanti al grido di «non
siamo schiavi del Fondo monetario internazionale», ha umiliato il sindacato
statale che, di fatto, era schierato con il cda e ha ridato ossigeno al
movimento operaio egiziano che, se riuscirà ad esprimere una leadership forte,
potrebbe diventare una spina nel fianco del regime del presidente Hosni Mubarak.
Sale infatti la protesta di tutti i lavoratori dipendenti per la politica
economica del governo, improntata al liberismo sfrenato, che sta spingendo in
alto i prezzi dei generi di prima necessità e aumentando le schiere di poveri,
già tanto folte nel paese.
Lo scorso dicembre gli operai di Mahalla - con uno stipendio di poche decine di
euro e costretti al doppio lavoro pur di sopravvivere - avevano scioperato
accusando il cda di aver accumulato enormi profitti e di non averli utilizzati
per far crescere i salari minimi o garantire premi di produzione a ciascun
lavoratore. Gli operai avevano chiesto anche di poter godere degli aumenti
promessi dal governo ai lavoratori del settore pubblico, ma si erano ritrovati
contro proprio i sindacati statali - formati da militanti del partito al potere,
Pnd - secondo i quali i miglioramenti salariali riguardavano solo i dipendenti
dei ministeri. Dopo quella protesta il cda e il governo avevano inoltre
garantito un premio di produzione pari ad una mensilità e, soprattutto, che il
10% dei profitti superiori a 60 milioni di lire egiziane sarebbe stato
distribuito ai lavoratori: in pratica il salario di 150 giorni.
Promesse mai mantenute. Nelle settimane, i rappresentanti dei lavoratori hanno
attaccato duramente i sindacati ufficiali e sono arrivati a chiedere
l'abolizione della Confederazone generale del Lavoro per lasciare spazio alla
nascita di strutture simili ai nostri Cobas. «In Egitto deve cambiare tutto il
sistema sindacale perché, così com'è, non fa altro che proteggere gli
interessi dei padroni e dei dirigenti delle industrie, senza tenere conto dei
bisogni reali dei lavoratori. I sindacalisti devo essere eletti da chi lavora,
non dallo Stato», ha spiegato Mohamed al Attar, uno dei leader della rivolta a
Mahalla. Lui e altri sette operai sono stati arrestati durante lo sciopero e
rilasciati dopo due giorni. «I poliziotti erano tutti dalla nostra parte, anche
loro hanno stipendi da fame e non sanno come andare avanti», ha raccontato. Per
i lavoratori più consapevoli dell'importanza della lotta cominciata a Mahalla,
in gioco è il futuro dell'intero paese, sempre più schierato con gli Stati
Uniti in politica estera e sempre più appiattito sulle posizioni del Fmi in
economia; eppure in Egitto c'è una «crescita» del 7%, tanto esaltata dal
regime, ma vanificata dall'impennata dei prezzi al consumo e dal graduale
disimpegno dello Stato dall'assistenza alle fasce più deboli (la politica di
ispirazione socialista del presidente Nasser). Si teme peraltro che il governo
possa annunciare la fine del controllo sul prezzo del pane e di altri generi di
largo consumo, prospettiva che fa tremare una buona fetta di egiziani.
La vittoria dei lavoratori di Mahalla ha dato una scossa alla sinistra egiziana
e messo in moto energie nuove, anche nel mondo dell'informazione, strettamente
controllato dal regime. Il quotidiano indipendente al Masr al Yom ha seguito con
costanza la lotta dei tessili, costringendo anche altri giornali a fare
altrettanto. Il contributo maggiore è però venuto dai siti internet, in
particolare da 3arabawy del blogger marxista Hossam el Hamalawy, che ha messo in
rete una marea di aggiornamenti sulla lotta operaia nel Delta del Nilo. Le
ultime notizie riferite da el Hamalawy sono però inquietanti. Un tribunale ha
condannato ad un anno di reclusione Kamal Abbas, direttore di una ong che
assiste i lavoratori, e l'avvocato Mohammed Hilmi, per attività «illegali» e
diffamazione di esponenti politici.