Tavola rotonda de L’Eco Mese sul ruolo del sindacato oggi- gennaio2002

Tutti per uno, uno per tutti?

Le nuove sfide pongono le organizzazioni ad un bivio: esserci e controllare il cambiamento o tirarsi fuori e far scoppiare le tensioni sociali – E anche sui problemi del nostro territorio c’è ancora molto da fare

Negli ultimi anni il lavoro si è trasformato: contratti atipici, flessibilità, lavoro interinale, telelavoro, ecc., hanno cambiato ritmi e situazioni e cancellato certezze, che perdere lascia insicuri.

Come si pongono i sindacati di fronte a questi nuovi scenari, cosa chiedono loro le nuove generazioni di lavoratori? Perché il cambiamento ha trasformato il lavoro ma anche il lavoratore.

Non sono passati molti decenni da quando si entrava in una fabbrica poco più che adolescenti e da lì si usciva con il libretto di pensione. Oggi non è più così e forse sono in molti tra i giovani a non dispiacersi di ciò.

Abbiamo organizzato una tavola rotonda con rappresentanti delle tre organizzazioni sindacali confederali (un impegno improvviso ha impedito al rappresentante della UIL di essere presente) e della Alp, una presenza importante sul nostro territorio, per riflettere insieme a loro su questo e altri temi. Argomenti che toccano un po’ tutti perché il diritto al lavoro e le condizioni in cui viene effettuato spesso condizionano pesantemente la nostra qualità di vita, la progettualità delle nostre esistenze.

Salvatore Ameduri, responsabile di Zona della CISL intercategoriale, sposato e padre di due figli, non ha dubbi: "Il ruolo del sindacato è uguale a quello di trenta, quarant’anni fa. Sono cambiate le condizioni di vita rispetto al passato ma ancora oggi, il lavoro da fare è immenso e significativo; c’è da lavorare dal mattino alla sera per andare a tutelare le condizioni di lavoro, sia nelle grandi aziende sia nelle medie o piccole. La nostra presenza, il nostro impegno non hanno certo perso significato. Prova ne è che dove si lavora bene la sindacalizzazione aumenta, pur ad un prezzo alto perché per aderire al sindacato, a differenza di altre organizzazioni di massa, si paga una tessera che può anche essere considerare salata. Saran mica tutti così pazzi da buttare via i soldi? Il sindacato deve rispondere a questa gente. A livello individuale qualcuno può anche essere rimasto deluso rispetto alle propire aspettative ma penso che questa grande adesione riconsoca il nostro lavoro. Certamente c’è ancora molto da fare ed è bistrattato ma è retto da chi lavora".

 

 

Per Vincenzo Bertalmio, 39enne, responsabile CGIL della zona Pinerolo dall’aprile del ’98, "E’ cambiato l’approccio: il sindacato è nato nel dopoguerra da un accordo tra i partiti che avevano dato vita all’antifascismo, poi con passaggi molto rapidi e con scissioni graduali, a cavallo degli anni ’50, si sono formate le tre sigle. Le stinzioni di sigla, oggi sono legate più alla storia che ad una reale diversa visione delle cose". E per rendere più chiaro il concetto Bertalmio pone sul tavolo un esempio concreto e recentissimo: le ultime elezioni sindacali in Sicilia nel pubblico impiego: "Dalla consultazione la CGIl è uscita vittoriosa mentre nelle elezioni amministrative nelle città ha vinto alla grande il centro destra. Il risultato sindacale è sicuramente un dato controtendenza, un elemento su cui vale la pena riflettere ma dimostra anche l’autonomia del sindacato e il carattere dell’approccio sindacale. La capacità, cioè, di scindere l’attività politica da quella sindacale. I lavoratori guardano all’organizzazione, senza riferimenti politici. Sul territorio il discorso è ancora diverso: un conto sono il dibattito sui grandi temi e la democrazia sindacale, un conto è il quotidiano, fatto di vertenze, di discussione spicciole sui problemi spiccioli anche se altrettanto importanti". Due percorsi distinti e talvolta paralleli: i problemi individuali e i problemi collettivi.

"Alla fine, comunque - conclude il responsabile CGIL - la discussione si fa con la gente. Questo per dire che al di là delle grandi discussioni, legittime, il confronto ce l’hai sempre con i lavoratori. In questi ultimi mesi di divisioni sindacali, per esempio, lo scontro dialettico, sul territorio, anche il pinerolese ne è un esempio, non è stato enfatizzato".

Enrico Tron, responsabile FIM-CISL di Pinerolo dal 1994, aggiunge alla discussione un tono di leggera autocritica rispetto alla ruolo e al comportamento del sindacato:"I lavoratori si aspettano dalle loro organizzazioni comportamenti credibili ma troppe volte non c’è continuità tra le cose che si dicono e quelle che poi si fanno. I lavoratori non distinguono con rigore le diverse sigle, le diverse sigle sono percepite come un insieme. Sicuramente il sindacato dovrebbe fare alcune passaggi, in particolare il rispetto delle persone, a prescindere dalle idee che possono avere ma questo atteggiamento non sempre è così. E poi si deve imparare a rispettare le regole, anche quando sono contrarie alle nostre aspettative".

Pur non abbandonando la vena critica, per il nostro rappresentante FIM CISl il ruolo e i compiti dei sindacalisti sono di ampio respiro: "Noi dobbiamo raccogliere il disagio e la protesta, per poi tradurla in proposta. Troppe volte invece ci si è limitati solo alla protesta o a interessa di bottega. Se si vuole far crescere il movimento sindacale è chiaro che bisogna ripartire dalle cose che possono. Devono esserci percorsi esigibili, regolati e certi per tutti. Questo nel quotidiano conta. Forse abbiamo espresso troppe volte una litigiosità inutile, non sempre comprensibile, soprattutto se pensiamo che il sindacato è nato anche per educare al diritto ma anche al confronto aperto e leale.

Oggi però il problema è che sempre di meno la gente ha tempo e voglia di impegnarsi a fare il delegato, soprattutto nelle giovani generazioni . E tante volte come in passato le aziende dicono di sì quando c’è da prendere e sono poco disposte a discutere quando ci sono problemi veri da affrontare. Quest’ultimo non è un atteggiamento nuovo, tant’è è vero che abbiamo gente di destra fare i sindacalisti. Ferrara, il direttore di Il foglio è un esempio di questo passato.

".

Enrico Lanza è responsabile dal settembre ’95 dell’ALP, una piccola ma significativa presenza sindacale del pinerolese. Nel suo intervento spiega i motivi che hanno dato il senso alla nascita di questa organizzazione: "Il nostro tentativo di esperienza è nato per ribaltare il concetto di sindacato-istituzione; pensiamo che si debba nuovamente ripartire dalla gente e coinvolgerla per farla diventare di nuovo protagonista. Oggi ha senso fare sindacato tanto quanto lo aveva negli anni Sessanta: vedo che c’è ancora grande ingiustizia e grande prepotenza nei luoghi di lavoro. Alcuni sono usciti dalle tre sigle confederali per confluire nell’associazione lavoratori pinerolesi perché nel sindacato non si prova neanche più a fare battaglia per cambiare le cose. Negli anni "belli", (fine anni Sessanta NDR) il sindacato come vissuto quello che ci difendeva; magari anche enfatizzandolo era considerato un eroe e questo ha permesso alle organizzazioni di volare alto".

Oggi però qualcosa è cambiato: sono cambiati i valori, le aspettative: "Il modo in cui vedono le cose i nostri figli. Alle nuove generazioni il sindacato appare ridimensionato, lo percepiscono come uno strumento molto meno importante, lo considerano se hanno delle grane. Questa poca voglia di cambiare le cose è probabilmente dovuta alle minori tensioni della nostra società, a condizioni di vita. La logica che corre è che non si cambia più niente e anche nel sindacato il respiro è diventato così corto: l’importante è fare l’accordo. Invece il problema è non fare passare i principi. Alp è nata dopo l’accordo sulle pensioni e gli "accordi di luglio": davanti a queste posizioni, che hanno avallato i contratti a termine, i lavori interinali, io non ci sto. Questo percorso cambia il sindacato, cambia non solo pelle ma anche testa".

Queste dichiarazioni provocano i nostri ospiti e accendono un contradditorio a suon di battute su fatti di vita sindacale sul nostro territorio. In particolare, i rappresentanti CISL e CGIl fanno notare a Lanza come nel caso della Cascami di Perosa, "non ci sia stato uno scontro ideologico - ironizza Bertalmio – e dopo tante rivendicazioni sempre di carattere economico, in ultimo vi siete battuti per un accordo su una transazione economica con licenziamento di persone". E sempre Bertalmio sottolinea come proprio l’ALP abbia firmato "prima di noi il patto territoriale del Pinerolese e poi mi dite che siete contro la concertazione!; avete addirittura firmato in bianco mentre noi abbiamo sospeso la nostra firma".

Altra provocazione, altro battibecco, che riportiamo tale e quale per evitare di stravolgere contenuti. Lanza

Lanza: "In quel caso era una una questione di contenuti". Bertalmio: "Anche per noi". Lanza:"Nell’ALP il dissenso nasce sull’intesa nazionale relativa al patto del lavoro". E qui la discussione si fa più ampia, con

Bertalmio che si rivolge ancora una volta a Lanza, chiedendogli: "Ma allora secondo te c’è una concertazione buona e una cattiva! Io ritengo che la concertazione sia solo un metodo".

Lanza:"Noi non mettiamo in dubbio il metodo ma il risultato della concertazione: un metodo va bene se porta a dei risultati. Voi dite che i risultati vanno bene, io dico di no: la flessibilità porta il lavoratore ad essere e sentirsi precario e questo non è assolutamente positivo".

Nel dibattito si inserisce anche Ameduri (CISL), che non nega le insicurezze creatisi nel mondo, ma vuole aggiungere altre ipotesi: "Bisogna capire se queste situazioni sono veramente frutto della concertazione o piuttosto dell’evoluzione della società e dei mercati; io ritengo che il ruolo della concertazione sia di imporre delle regole al cambiamento, di mediare tra gli estremi. Comuque, grazie a quegli accordi che Lanza critica, siamo comunque riusciti a contribuire al risanamento del Paese senza ricorrere ai metodi tacheriani e reaganiani, abbiamo percorso una vita tutta Italia e mi sembra con ottimi risultati".

Sul "Libro bianco" vedono nero

Il presente però propone nuove situazioni su cui pronunciarsi, nuove scelte da abbracciare o combattere. "Il libro bianco" del ministro per il Welfare (Stato Sociale), Roberto Maroni, per esempio: un pacchetto di proposte per future intese sul lavoro che fanno discutere non poco, politici, sindacati e cittadini. Un riferimento è dunque d’obbligo.

"Il libro bianco di Maroni ci pone ad un bivio in merito alle scelte sulla concertazione – sostiene Bertralmio (CGIL) -. Il sindacato è quel soggetto che ha tutelato e tutela i lavoratori; nella sua storia ha scritto o ha contribuito a scrivere leggi e contratti:con il "libro bianco" questi contatti e queste leggi verrebbero in parte annullati. In sostanza c’è una sorta di liquidazione del diritto del lavoro tant’è che si prevede perfino la contrattazione individuale e la deroga della contrattazione dei diritti acquisiti ai livelli superiori di contrattazione. In pratica la contrattazione individuale potrebbe superare la contrattazione nazionale. Io credo che il sindacato debba continuare a contribuire a costruire diritti, tutele e contratti aziendali e nazionali. Vedremo, questa è una battaglia appena iniziata e la CGIL si sente decisamente distante dal ministro del lavoro".

Meno perentorio si dimostra Vincenzo Ameduri (CISL): "Sul libro bianco ci sono aspetti molto interessanti che finalmente sono venuti fuori. Certamente non tutto va bene: su alcune cose bisognerà discutere e su altre ancora non siamo assolutamente d’accordo. A me pare però che dal punto di vista del metodo finalmente ci sia un lavoro; certo che se ci dicono che per meglio far viaggiare l’economia è indispensabile approvare l’articolo 18, non siamo d’accordo ".

"Parlare di contrattazione individuale – aggiunge Enrico Tron (FIM-CISL) - vuol dire guardare in modo radicalmente diverso al modello sindacale, dalla sua nascita in poi. Non so però se queste nuove problematiche ci renderanno più forti e più uniti. Lo spero".

Intanto le prime azioni hanno visto una certa convergenza di vedute tra le organizzazioni. Nelle settimane scorse CGIL, CISL e UIL anno programmato diverse ore di sciopero sull’articolo 18; sull’impossibilità di fare contratti nella pubblica amministrazione visto le risorse limitate messe a disposizione; scioperi che tra l’altro hanno registrato una adesione molto elevata. Mi sembra che siano due argomenti parecchio interessanti a vederci uniti".

"Il nostro punto di vista – dice Enrico Lanza (ALP) - è molto limitato, noi non pensiamo di andar a concertare con i governi, però riteniamo che il Libro bianco voglia ribaltare il rapporto tra lavoro dipendente e capitale, per cui ci porterà solo ulteriori forme di subalternità. In questi giorni in una fabbrica di Luserna sono state licenziate due lavoratrici per giustificato motivo, in pratica non sono state ritenute all’altezza delle loro mansioni. Eppure queste lavoratrici, di secondo livello, hanno lavorato anni in quel ruolo. Come si può accettare che ad un certo punto non sei più giudicato idoneo e liquidato su due piedi?. Per me fare sindacato vuol dire fare resistenza affinchè questi concetti non passino. Io non sono dell’idea che se le cose sono cambiate noi dobbiamo correre dietro alle cose, invece le grandi organizzazioni sindacali si adeguno passivamente, ritengono non ci siano motivi per lottare, invece sui posti di lavoro si respira precarietà e umiliazione".

Val Chisone si gioca il futuro

Si respira molta insicurezza anche nel Pinerolese, soprattutto nelle sue Valli, Chisone e Germanasca e Pellice, dove la presenza industriale si fa via via più sottile e al suo posto nulla di nuovo e incoraggiante sembra nascere. Uno sguardo troppo severo e pessimista o una realtà che si sta consumando giorno dopo giorno sotto gli sguardi di amministratori distratti, politici impotenti e cittadini disorientati?. Proviamo a capirlo con il contributo dei sindacati.

"Nel Pinerolese – riflette Bertalmio - ci sono stati grossi problemi, dalla crisi Indesit in avanti; credo però che in parte i problemi siano superati superati. Non a caso, dopo la metà degli anni ’80 il Pinerolese Con il Verbano Cusi Ossola erano state le prime zone ad essere riconosciute come zone a declino industriale. Oggi non è più così, il Pinerolese è riuscito a rigenerarsi, salvo per un pezzo della Val Chisone. Proprio in quell’area dove maggiore era la presenza industriale, soprattutto nel settore meccanico e tessile. Oggi, la val Chisone sta perdendo entrambe le presenze. Questo è un territorio sicuramente destinato a trasformarsi come si sta trasfornmdo tutto il Paese e l’industria italiana: la causa principale è riconducibile nella terzializzazione".

Nel prossimo futuro però quell’area sarà interessata fortemente da una serie di processi: il territorio da Porte a Usseaux è l’uno pezzo del pinerolese riconosciuto in "Obiettivo 2" dalla Comunità Europea, per cui sarà interessata fino al 2006 da finanziamenti europei".

Quindi, sostiene Lanza: "Le dovrebbe essere riconosciuta la mobilità lunga". molto i se e i ma, però se vale ancora queste regole, quella zona è nella situazione per averne diritto. La valle è interessata da un monte di finanziamenti economici più alto rispetto a Una affermazione che trova tutti d’accordo, anche se il responsabile CGIl non nega qualche diffidenza: "Con questo governo valgono tutto il pinerolese, questo vuol dire disporre di risorse da destinare allo sviluppo del suo territorio. Sarà anche interessata dall’evento olimpico, sia sul piano infrastrutturale, delle discipline sportive e dell’ accoglienza. Per sfruttare al meglio la situazione però gli enti locali e tutti noi dobbiamo avere la capacià di sfruttare l’evento con una prospettiva strutturale sul lungo periodo, altrimenti diventerà un episodio che lascerà pochissime tracce".

Per Lanza, "Il vero problema è che sta saltando tutta una storia e una cultura industriale e al suo posto nascono compensativi piccoli piccoli che coinvolgono pochi. La terzializzazione pone problemi: sarò considerato vetero ma ritengo che quando ci lasciamo scappare dei pezzi, questi non tornano più. La storia ci permetterebbe di mantenere e rinvigorire la professionalità nel lavoro di questa valle. Invece, va via una linea di precisi all’Avio,(70 dipendenti ndr), un linea di lavoro qualificato, di precisione appunto: non viene spostata in Romania ma in Gernmania, dove il costo del lavoro costa il 40% in più rispetto al nostro. Questo forse vuol dire che la cultura della qualità si sta perdendo. Una .valle non può vivere di Scopriminiera o piccoli progetti. Se non difendiamo questa nostra cultura, questi pezzi di storia, non vedo grandi prospettive"

I tempi e la realtà attuale, secondo Enrico Tron pongono problemi diversi rispetto ad un passato neanche troppo lontano: "Un conto è fare battaglia contro aziende nazionali, dove si ottiene qualche cosa; altra cosa è fare battaglie contro multinazionali, La Fiat aveva la testa qua, in qualche modo si riusciva a far pesare a livello nazionale una serie di cose. Guardiano quante aziende nazionali sono oggi nella nostra zona: Martin, Data, Manfredi, e la Merloni, tutto il resto è estero. Anche i manager in passato rimanevano in un’azienda tutta una vita, integrandosi nei processi e nei problemi del territorio, altro discorso è oggi: si fermano tre o quattro anni, non hanno legami con il tessuto sociale e poi se ne vanno". E poi c’è un’altra cosa che Tron vuole dire, anche se può sembrare impopolare: "Parto dall’esempio prima citato della linea Precisi: se l’azienda dice che un pezzo costruito qui gli costa di più di quanto lo vende la concorrenza vuol dire che ci sono sicuramente dei problemi di investimenti in processi e tecnologie; ma mi chiedo anche: è ancora presente quell’ etica e cultura del lavoro di cui tanto si parla?. Perché io ho qualche dubbio in proposito. Bisogna sedersi ad un tavolo, capire. Abbiamo iniziato qeusto confronto ma poi non basta prendere atto. Bisogna mettersi in discussione, essere anche disposti a cambiare. Perché qui c’è anche sempre stata la mentalità del santo patrono…".

Un atteggiamento condivisdo anche da Bertalmio :"Il dato oggettivo che emerge è che in Valle era tutto o quasi della famiglia Agnelli. I settori a se stanti, gli unici non legati alla famiglia Agnelli sono stati tessile e miniere". Realtà industriali oggi ridotte a poche centinaia di lavoratori e non così certe di proseguire indenni la propria vocazione.

"negli anni passati – spiega Salvatore Ameduri – la manifattura di Perosa ha avuto la possibilità di fare un investimenti ammortizzandoli sui sette giorni, anche il Biellese li aveva chiesti ma visto la bassa percentuale di disoccupazione in quell’area, ilnosatro sindacato è riuscito a fare la voce forte". Ma non sempre o non per sempre il ciclo continuo può essere la salvezza, sia pure a caro prezzo in termini di qualità della vita.

"A Legnano, Nella sede centrale della Manifattura, a Legnano – afferma Bertalmio - dicono che le filature nel mondo occidentale sono sostanzialmente sparite, tutto si sposta ad Oriente. Le aziende degli Stati Uniti, che si rifornivano dal Pakistan, oggi sono con le macchine ferme perché quel Paese è impegnato a far altro. L’azienda di Perosa, dove lavorano circa 300 dipendenti, ha finora tenuto perché oltre al ciclo continuo, si lavora cotone finissimo, di altissima qualità. Ma se le condizioni di mercato imporranno trasferimenti, sarà difficile tenerli fermi".

Le discussioni sui dettagli possono anche dividere i nostri interlocutori ma sui problemi rilevanti ci sembrano tutti molto uniti e consapevoli, soprattutto della necessità di cominciare a parlare di futuro, di interrogarsi seriamente su come affrontare l’evoluzione del mondo del lavoro che sempre più velocemente ci avvolge. "Il tavolo di concertazione del patto territoriale – conclude Ameduri – doveva portare anche a questo, portando un prezioso valore aggiunto a quella situazione. Qualche componente ha iniziato a ragionare di futuro ma purtroppo quest’esercizio è ancora visto da tante parti come una perdita di tempo, anche all’interno del sindaco".

 

 

 

 

 

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