Domenico Bastino

None dice addio a Domenico Bastino, a capo del paese per 13 anni

None dice addio a Domenico Bastino, a capo del paese per 13 anni

E' morto ieri, venerdì 6 gennaio, l'ex sindaco di None Domenico Bastino, che fu alla guida del Comune per quattro volte, per un totale di 13 anni, tra il 1990 e il 2005.

Aveva 65 anni ed era affetto da un male incurabile. Negli ultimi anni era un esponente della minoranza consiliare, nella lista Progetto Comune. Aveva lasciato la vita pubblica lo scorso novembre a causa della malattia lasciando una lettera letta in aula dal suo compagno di partito Giovanni Garabello.

"Un esempio di politica a misura d'uomo. Un esempio di politica che non aveva bisogno di social per ascoltare i cittadini e per fare le cose necessarie per il paese. Un esempio, punto. Ciao Domenico, ci mancherai", lo ricorda un amico su Facebook.   TorinoTOday



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Cordoglio tra i nonesi per la scomparsa dell'ex sindaco Domenico Bastino (per 4 volte, tra gli anni '90 e i primi 2000). Bastino, 65 anni, sedeva nelle fila della minoranza consigliare di Progetto comune, ma la malattia l'ha costretto a lasciare l'attività politica già da qualche mese. Un addio alla vita pubblica contenuto in un'accorata lettera letta dal suo compagno di schieramento Giovanni Garabello, in occasione della riunione della lista del 17 novembre scorso. ECOdelchisone.it


 TIRO' LA PIETRA E NON NASCOSE LA MANO

 

La notizia della scomparsa di Domenico mi ha trovato in Calabria. Al dolore inutilmente presagito si è aggiunto il dispiacere per non avere tra le mani quella fotografia di Lodovico Chiattone che ci ritrae più di 45 anni fa mentre cantavamo insieme: “siamo andati alla caccia del leon”. Ti ricordi, Giovanni? C'eri anche tu in piazza Cavour. Alla caccia siamo andati e non so se abbiamo preso il leone. Di certo ci siamo lanciati nella giungla e ci abbiamo provato.

L'elenco dei nostri meriti e demeriti compete ai nostri critici come ai nostri amici vicini e lontani. Ma c'è un merito non so quanto apprezzato che a Domenico vorrei fosse riconosciuto prima di tutti gli altri: quello di aver avuto il coraggio di tentare l'attraversamento della giungla e di non aver mai abbandonato l'impegno.

L'ambiente famigliare, sociale e parrocchiale che ha coltivato la nostra formazione giovanile ci insegnava le virtù del sacrificio e del risparmio, la disciplina dello studio, la venerazione del lavoro, l'altruismo, il silenzio della preghiera e anche la vita di gruppo. Ma era molto severo nel proteggere la tranquillità dei suoi territori e delle sue gerarchie. Vedeva con diffidenza, se non con ostilità, il comparire di altri mondi sociali e di altre culture.

Non era solo una faccenda di democrazia o comunismo, di giovani al posto di anziani, di piemontesi contro meridionali, di credenti e non credenti. In superficie c'era anche questo. Ma al fondo stava la scoperta che i vecchi muri invece di proteggerci, ormai ci rimpicciolivano e ci schiacciavano. Stava la comprensione che i vecchi confini segnati dalla guerra da cui i nostri genitori erano usciti avevano esaurito la loro funzione e dovevano cadere. I vecchi continenti dovevano scongelarsi per favorire l'eresia del dialogo, una nuova unità da cercare e sperimentare sulla strada della giustizia sociale. 

Ma dalle nostre parti gli insegnamenti di don Primo Mazzolari e di don Lorenzo Milani faticavano ad acclimatarsi, anche quando incoraggiati dalle encicliche di Papa Giovanni e dal Concilio. E Domenico si era irrevocabilmente legato a quei valori al punto da accettare la sfida. Tirò la pietra e non nascose la mano.

Domenico si trovò ad applicare il principio costituzionale che affida ai cittadini la responsabilità e la libertà di concorrere con metodo democratico alla formazione delle decisioni pubbliche. Ma applicare questo principio costituzionale non veniva qui considerato l'esercizio di un diritto e di un dovere. Occuparsi di politica non era compiere una normale scelta, condivisibile o criticabile, ma sempre rispettabile e necessaria per la salute della vita democratica.

Domenico sfidò una geografia di piccoli e sottili ricatti che arrivavano fin nelle famiglie a insegnare che l'impegno politico non era un sano progettare il proprio contributo – conflittuale o collaborativo – alla vita democratica, ma una malata intromissione negli affari altrui. Era cercare grane per mania di protagonismo. Era subire o meritare l'accusa di corruzione, se non di tradimento. Era un atto di ingrata ribellione verso una società che non ti faceva mancare niente. Era uno sputare nel piatto dove mangiavi. Insomma, era esporsi al rischio di un'infezione rara ma micidiale, da evitare a tutti i costi. Quando ti presentavi in una casa, in un ufficio, in un'azienda, avevi le carte in regola se potevi dimostrare di esserne stato sempre alla larga. (Uso l'imperfetto, ma il presente andrebbe benissimo).

Domenico affrontò la prova, respinse i ricatti e fece scuola (a molti o a pochi non so). Perciò si trovò a guidare un'intensa stagione di rinnovamento democratico. Lo fece a testa alta, alla luce del sole. Senza risparmio di energie. Senza rinunciare fino all'ultimo alla sua proverbiale cocciuta determinazione.

Lo fece con dignità che è, per usare le parole di Ermanno Rea, “rispetto di sé, rifiuto di ogni forma di ingiustizia, coraggio civile”.

Questo è per me il più importante lascito che ci viene dal suo esempio. Per apprezzarlo, non è necessario essere d'accordo. Basta essere in disaccordo.

Mario Dellacqua

 

 

mercoledì 7 maggio 2014

Risposta di Domenico Bastino a Gregorio Codispoti

 
Ciao Gregorio,

non posso sottrarmi al compito di risponderti perché mi chiami in causa su due questioni fondamentali per chi si interessa di politica: la militanza e la fedeltà ad un partito. Permetti che, senza riaprire polemiche, possa presentare la mia versione in modo che chi legge possa giudicare se sono io ad aver “usato” il partito “come una porta girevole”.

Ritengo che la mia militanza nel PCI prima e nel PDS-PD poi, possa essere definita assidua e continuativa a cominciare dalla metà degli anni ’70 fino al 2004-2005. Penso di aver dato un contributo utile e mi pare che i fatti lo dimostrino: con tanti altri (come dimenticare i Petrossi, Mazzoni, Fiorentino, …) siamo riusciti a far diventare il PCI, che era politicamente isolato perché rappresentante soprattutto dell’immigrazione degli anni 60-70, un partito egemone: abbiamo creato una Sinistra di governo!
Quando parlo di militanza non voglio confonderla con il mio ruolo di sindaco, ma mi riferisco al frequente rapporto con la sezione e il suo segretario. Lascia che ricordi con nostalgia le numerose riunioni nella sede di via Stazione dove ero “convocato” per spiegare decisioni amministrative e controbattere ai compagni e militanti. 
Ho partecipato alle riunioni anche quando tu eri segretario della sezione. Quando poi il Partito organizzava delle iniziative la presenza e la collaborazione erano dovute. Non mi sembra quindi che mi “dimenticassi dei compagni di strada”.
Anzi, questa militanza negli anni ’80 e ’ 90 era la linfa per mantenere e far percepire a tutti una idealità nell’attività amministrativa.

Perché poi mi sono sempre più allontanato dal PD e dalla militanza?

In questo distacco sono stati determinanti la delusione ed il fastidio nel vedere come si stesse inserendo anche nel centrosinistra il sottile veleno di un populismo superficiale, che inevitabilmente tende a trasformare i cittadini in tifosi o, peggio, in clienti. Quando 5 anni fa abbiamo posto la questione siamo stati isolati ed il PD ha fatto un’altra scelta. Il contrasto non era solo sul fare o no le primarie, ma le primarie erano l’occasione per confrontarci sul modo di fare amministrazione e impostare la politica. 
La scelta del PD fu ben consapevole tanto è vero che in questi 5 anni non c’è stato nessun tentativo di ricomposizione, nemmeno si è pensato di ricorrere a personalità neutrali (ricordo che a suo tempo si era fatto ricorso alcune volte all’on. Larizza per risolvere casi locali).

Certo ognuno di noi ha i suoi difetti, la sua parte di colpa e il dialogo non è così facile, ma c’è chi ha per mandato politico, insieme al proprio direttivo, il compito di provvedere per cercare di rimediare alle incomprensioni esistenti nella propria area politica.

Se ciò non avviene cresce il sospetto che i compagni non guardino più tutti nella stessa direzione, che nel partito ci sia posto anche per chi non “spinge più il carro dell’utopia”, anzi, nonostante tutto, sia apprezzato perché, in fin dei conti, la gestione del consenso è diventata troppo importante ed il consenso bisogna consolidarlo! D’altronde il passato è da rottamare, come insegna Renzi.

A questo proposito aggiungo che le vicende a livello nazionale hanno contribuito a creare smarrimento, mostrano un partito che cambia pelle, un partito in cui quel populismo che infastidiva è invece rilanciato con spavalderia: lo definiscono il PD di Renzi! 

Ecco, è proprio il PD di un altro perché esprime un’altra cultura che non mi appartiene: infatti io rimango convinto che i concetti di “collettivo”, “struttura”, “sostanza”, “analisi” non possano essere allegramente sostituiti con quelli di “leaderismo”, “immagine”, “emozione”, “spettacolo “: è una mutazione culturale a cui non voglio aggregarmi. Senza contare che nell’atteggiamento di Renzi ci sono troppi echi del “berlusconismo” che non ho mai condiviso e che hanno dimostrato la loro fragilità ed illusorietà.

Per questi motivi preferisco ripartire dalla politica di base di un gruppo spontaneo che si rifà al “noi”, sostenerne la formazione e la crescita, sia a livello socio-culturale sia a livello politico- istituzionale, con un orizzonte ampio e lungo che i 30-40enni, cresciuti con basi etico-politiche salde e chiare, percorreranno con determinazione.

Non pretendo di averti convinto ma, per l’onestà intellettuale che ti riconosco, ho voluto sinceramente spiegare le motivazioni e lo spirito che hanno determinato le mie scelte; spero almeno che possano essere capite.

Cordiali saluti,
Domenico Bastino

eco 23nov2016