Che fine ha fatto il progresso?- quinterna- giugno 2002

Jeremy Rifkin: Entropia, Baldini & Castoldi, pagg. 492 € 10,33; La fine del lavoro, Baldini & Castoldi, pagg. 522 € 8,26; L'era dell'accesso, Mondadori, pagg. 405 € 18,08.

Rifkin è un economista, ma è anche sociologo, filosofo, professore universitario, presidente di un organismo sul trend economico mondiale, attivista ambientale e no-global, nonché prolifico scrittore (14 libri). Negli anni '80 fu uno dei 12 consiglieri della Casa Bianca per il futuro dell'economia americana. Troppo di tutto per essere considerato scienziato dai suoi colleghi, troppo poco economista per essere accettato nel Gotha dell'economia. Nelle redazioni di periodici come The Economist, Wall Street Journal, Finacial Times e Il Sole 24 Ore lo detestano.

Eppure nei suoi scritti non traspare altro che un riformismo vagamente utopista. Le caustiche censure degli addetti ai lavori sono evidentemente frutto di semplici diatribe all'interno della borghesia: oggi che è di moda il liberismo spinto, anche un riformismo rosé passa per statalismo jugoslavo titoista, come scrive Il Sole 24 Ore a proposito di Entropia. Dato che invece gli Stati controllano sempre di più l'economia (o almeno, tentano), non è escluso che ritorni di moda qualche aggiornamento del keynesismo. Ma anche in questo caso Rifkin non sarà riconosciuto come un benemerito anticipatore di tendenze e, se potrà magari vendere i suoi libri ancora di più, non riuscirà mai a scrivere sul compassato e fondamentalista The Economist, il talibano del libero mercato. Né sarà ben visto dagli altri portavoce del Capitale. Il motivo, come vedremo, non consiste nella sua scelta di campo ambientalista e no-global (peccato veniale per i capitalisti, se si pensa che fa vendere un sacco), ma in qualcosa di intimamente connesso con la natura del Capitale e dei suoi meccanismi di salvaguardia che, dialetticamente, ne segneranno inesorabilmente la fine. È questo che proprio non va giù.

Naturalmente l'apocalittico Rifkin non anticipa un bel nulla, si limita a registrare quello che succede nel mondo dell'economia proiettandone gli effetti nel futuro, visto così nero da fargli sentire necessarie prediche di stampo moralistico. Così facendo scivola malamente sia sul piano scientifico che su quello delle public relations, dato che offre il fianco alla critica più banale: nessuno si basa più su modelli economici lineari, che non tengono conto dei cambiamenti apportati dallo stesso sviluppo che si vuole osservare; nessuna previsione degli apocalittici è mai stata corroborata dai fatti perché ogni sistema ha capacità di autoregolazione; nessuno, ad esempio, parla più dei catastrofisti del Club di Roma che commissionarono i celebri studi sui "limiti dello sviluppo". Malgrado tutto ciò, è possibile trarre dall'impostazione generale del lavoro di Rifkin, e soprattutto dalla massa dei dati che presenta, conclusioni che gli attirano l'odio dei colleghi perché vanno ben al di là delle sue intenzioni, perlomeno quelle dichiarate.

Entropia fu pubblicato per la prima volta nel 1980 sotto il patrocinio della Foundation of Economic Trends di cui Rifkin diventerà presidente. Vi si sviluppa in modo piano e comprensibile la teoria di Georgescu-Roegen secondo cui ogni economia non è altro che un sistema di produzione/riproduzione soggiacente al secondo principio della termodinamica, cioè un sistema irreversibilmente dissipativo di energia (in termini capitalistici, dissipativo del valore che produce, aggiungiamo noi). Per quanto il concetto fondamentale sia sepolto sotto una massa di considerazioni ecologiche di maniera, il lettore attento è comunque portato a trarre conclusioni drastiche sulla fine del capitalismo.

La fine del lavoro è del 1995. Vi si affronta la storia dell'avvento della Macchina, la quale finisce per sostituire l'Uomo. Il sistema di macchine richiede sempre più energia in confronto all'uomo (che "consumerebbe" assai meno). Ovvero richiede sempre più energia la produzione di una qualsiasi merce. Il mondo capitalistico nel suo insieme dissipa sempre di più relegando masse di uomini ai margini della società, elementi inutili del sistema. Questa massa di uomini ha raggiunto la cifra ufficiale di 800 milioni di disoccupati, ma un numero ancora maggiore vive di attività miserabili che sfuggono alle statistiche. In tale contesto, spontaneamente o meno, fioriscono settori che si sottraggono ai criteri del mero profitto e sconfinano nel "sociale" dove viene meno lo scambio di valore. Nei paesi a capitalismo avanzato, tali settori tendono ad essere una parte sempre più consistente dell'economia.

In L'era dell'accesso (del 2000) viene sviluppato dal punto di vista economico e sociale lo scenario della smaterializzazione delle merci, più volte affrontato anche da altri nell'ambito degli studi sulle nuove tecnologie. Nel libro è analizzata la questione del sopravvento dei servizi sulla produzione materiale e la perdita d'importanza della proprietà fisica a favore del controllo dei flussi di valore. Se ne deduce che nella società d'oggi il possesso non è più un fine desiderabile come un tempo, anzi, sarà considerato sempre più una seccatura man mano sarà sostituibile con il semplice uso a pagamento. Qui per noi è ben visibile l'operare di una legge fondamentale del marxismo, quella della rendita: se lo scambio mercantile lascerà il posto ad una transazione per l'accesso ad un servizio (sia pure per l'uso di un bene fisico come la casa o l'automobile), tutta la società, basata su aree produttive sempre più piccole ma in grado di fornire tutto il necessario, dovrà pagare una tangente ai pochissimi rappresentanti della massa del capitale impersonale e internazionale. La concorrenza non sarà tanto sul piano della produzione e della circolazione delle merci, quanto su quello dell'accaparramento del valore attraverso il monopolio dell'accesso. Non più soltanto al suolo e agli immobili ma a tutto. Come previde Marx, una quota sempre maggiore di plusvalore sarà devoluta alla rendita.

L'autore ha integrato questa trilogia con saggi su specifici temi, come l'ecologia, le biotecnologie e l'esasperata alimentazione a base carnea (considerata a ragione altamente dissipativa di energia sociale). Man mano che pubblicava ha però praticamente dimenticato la legge fisica dell'entropia, posta a premessa del suo stesso lavoro, e si è perso nei meandri dell'attualità. Non importa se questa significativa regressione teorica è dovuta alla rincorsa del successo piuttosto che ai limiti imposti dall'ideologia borghese: quando non si può superare il sistema sociale esistente è inevitabile che vi si piombi dentro a capofitto. Perciò, mentre sarebbe stato importante continuare sulla scia di Georgescu-Roegen traendone ulteriori conseguenze, i saggi successivi sono invece diventati una sequenza di capitoli in cui la gran mole di dati statistici serve solo a tracciare uno specchietto, a mostrare le conseguenze della società capitalistica senza poterne trarre tutti gli insegnamenti. L'adesione a tesi del leftism americano ha dato un'impronta politica a scapito di quella scientifica, tanto da giustificare abbondantemente gli attacchi dei suoi critici (il suo libro Dall'alchimia all'algenia ebbe per esempio una clamorosa stroncatura da parte del biologo paleontologo Stephen J. Gould, recentemente scomparso).

L'impedimento fisico al progresso capitalistico, scientificamente dimostrato in Entropia, non è più messo in luce negli scritti successivi dove, alla registrazione dei fatti, non viene collegata la legge che li spiega. La realtà, al solito, è semplicemente fotografata, il suo movimento non è preso in considerazione, manca del tutto la dinamica che ci dovrebbe mostrare ogni determinata conseguenza. Invece della fine certa di una società entropica e dissipativa, viene analizzata la via riformistica, che prevede, naturalmente, l'esistenza perpetua del capitalismo. La proprietà privata, ci dice Rifkin in L'era dell'accesso, non è destinata a scomparire, anzi, al contrario, sarà potenziata dal nuovo tipo di scambio di valore senza la mediazione dell'arcaico possesso. Mentre in Entropia vi è una trattazione unitaria e un conseguente punto d'arrivo, almeno nei termini astratti permessi da una legge fisica presa come paradigma per un'analisi sociale, in La fine del lavoro occorre arrivare a pagina 458 per leggere che la soluzione della tragedia storica prodotta dal capitalismo sta nel rafforzamento del "terzo settore" (quello del no profit) "Un potente settore autonomo in grado di assorbire il flusso dei lavoratori espulsi dall'economia di mercato". Se ci sono 800 milioni di disoccupati e altrettanti miserabili sottratti alla statistica, dovremmo pensare, secondo il disegno di Rifkin, ad un mondo nel quale almeno un miliardo e mezzo di uomini si dedicherà ad attività senza profitto e al volontariato, il tutto reso possibile da una tassazione dei sovrapprofitti dovuti all'alta produttività dei settori industriali. Insomma, di nuovo una variante delle politiche keynesiane dove la tassazione progressiva della ricchezza permette una ripartizione sociale del valore generato e quindi il sostegno alla produzione e ai consumi per ossigenare il ciclo dell'accumulazione capitalistica.

In L'era dell'accesso il discorso sul terzo settore è ripreso con cifre aggiornate. Partendo dal giusto presupposto che sono i mercati ad aver bisogno dello Stato e non il contrario, si cerca di dimostrare che gli stati floridi e potenti hanno un vasto terzo settore, mentre gli stati traballanti non lo possono sviluppare. Ergo, in contraddizione con la premessa, sono gli stati forti a sviluppare con apposite leggi il no profit e il volontariato: "Una comunità forte è il prerequisito di un'economia sana, dal momento che è l'elemento generatore della fiducia sociale". Una vera americanata, come dire: la fiducia degli speculatori di borsa dipende dalle dichiarazioni rassicuranti che Greenspan diffonde dal suo ufficio. A parte questo scontato rovesciamento del determinismo (per noi è una grande produzione di plusvalore che determina la possibilità di distribuirlo nella società e quindi la natura della politica economica di uno stato), il sottofondo riformistico e per nulla anticapitalistico serpeggia per tutto il libro, come del resto nel precedente sulla fine del lavoro.

Ben diverso è ciò che l'autore era costretto a concludere, in base all'approccio scientifico, in Entropia. Per quanto il linguaggio fosse quello di una pubblicazione mirata verso l'ambiente pacifista ed ecologista (Rifkin nell'80, a 37 anni, era già un veterano dell'attivismo americano), l'impianto era ancora legato alle teorie del maestro, cioè subordinato a leggi fisiche. E vi troviamo la confessione esplicita e obbligata che la legge dell'entropia deve lavorare fino in fondo nel sistema chiuso chiamato Terra: "Se continuiamo a basare le nostre speranze sulla possibilità di mantenere l'ordine esistente, allora non resta che disperarsi, perché non vi è alcuna speranza che l'età moderna come la conosciamo possa durare a lungo. Perché sperare in una crescita economica sempre più dissipatrice quando ci deruba del nostro futuro come specie? Dovremmo piuttosto rallegrarci perché la nostra generazione ha l'occasione di avviare una trasformazione planetaria che porterà il nostro mondo dall'orlo dell'annichilimento a un nuovo ordine di ere."

Una volta dominava il dio Progresso. Adesso anche i borghesi s'inchinano alla legge entropica e scrivono libri sulla fine dei miti: fine della crescita, fine del lavoro, fine del possesso, fine del loro mondo. Interessante.

http://www.ica-net.it/quinterna/2000_todayrivista/2000_today.htm