VARI TESTI DA cns SUPPLEMENTO DI RIVOLUZIONI- GIUGNO 2002

Oltre il Vertice della Fao

Le ragioni di un movimento rossoverde

di Giovanna Ricoveri

di Giovanna Ricoveri

Il Vertice mondiale sull’alimentazione tenutosi a Roma nel giugno scorso, si è svolto in tono minore, anche per l’assenza di 27 su 29 capi di governo dell’Ocse, Stati Uniti in testa. I "modesti" risultati raggiunti sono stati variamente commentati, a partire dalla preoccupazione - non peregrina - che il Vertice sia servito a legittimare la seconda Rivoluzione Verde (quella degli organismi geneticamente modificati), più che a debellare la fame e la povertà rurale. E questa preoccupazione è stata giustamente sottolineata da molti esponenti del mondo rurale e da attivisti di tutto il mondo, che hanno partecipato al Forum parallelo delle Ong/Osc (organizzazioni non governative e Organizzazioni della società civile) e alla Manifestazione del Movimento di sabato 8 giugno.

E’ una preoccupazione molto pesante, da non sottovalutare. Per non farlo, occorre essere assolutamente chiari sia sulle cause del persistere della fame nel mondo (una persona muore di fame ogni 24 minuti) sia sulle terapie da mettere in atto. Sulle cause, sembra esserci ormai un certo consenso sul nesso tra fame e povertà. Differenze non secondarie restano invece sul nesso tra fame, povertà e guerre, che l’establishment ovviamente rifiuta visto che ha scelto la guerra come sistema normale di risoluzione dei conflitti internazionali.

A livello delle proposte, invece le differenze sono drammatiche, e tali da spiegare il "fallimento" del Vertice Fao. Qui le posizioni si divaricano nel senso che l’establishment - con qualche "distinguo" di alcuni paesi del Sud e dell’attuale direttore generale della Fao - continua a sostenere contro tutte le evidenze, che per estirpare fame e povertà i paesi poveri devono avere più "sviluppo economico" e per questo devono esportare di più e ricevere più aiuti internazionali. Purtroppo, questo è quel che ha detto anche il nostro Presidente della Repubblica aprendo il Vertice. L’establishment propone insomma di rafforzare e rilanciare le politiche che sono responsabili sia della fame che delle nuove povertà.

Prima del 1970 - e cioè prima dei piani di aggiustamento strutturale imposti dal Fondo monetario internazionale - i paesi poveri dell’Africa erano poveri ma non affamati, a meno di siccità o altre calamità (che, prima dei cambiamenti climatici intervenuti nel frattempo, erano più rare e meno violente). Per non parlare dell’esperienza di altri paesi "ricchi" come l’Argentina, che prima della "dollarizzazione" degli anni 1980 buttava le carni di secondo taglio e ora saccheggia i supermercati. O dell’India, dove l’apertura del mercato locale alle importazioni, imposta dal Wto, ha fatto fuori interi settori di produzione locale mettendo in pericolo la sopravvivenza di milioni di piccoli produttori. Disastri altrettanto gravi sono provocati dagli aiuti internazionali - quelli che il Presidente del Consiglio italiano si è impegnato ad aumentare fino all’1 per cento del Pil - perché i soldi non vengono dati ai piccoli produttori per renderli autosufficienti e capaci di produrre in modo sostenibile. Vengono impiegati invece per introdurre e legittimare nel Sud le monocolture, le multinazionali, i brevetti e la biopirateria, e per riconvertire intere zone alla produzione per l’export, come nel caso del progetto inglese per l’Andha Pradesh, di cui si parla in questo numero di CNS.

Anche molte Ong - come l’inglese Oxfam - aderiscono alla tesi secondo cui i paesi poveri del Sud dovrebbero avere pieno accesso ai mercati ricchi del Nord per ridurre la fame e la povertà. Denunciano il protezionismo unilaterale praticato dal Nord e chiedono che un certo protezionismo sia ristabilito a difesa delle produzioni locali dei paesi del Sud. Sostengono inoltre che le tariffe doganali del Nord costano loro 100 miliardi di dollari di mancate esportazioni, pari alla metà degli aiuti internazionali allo sviluppo (50 miliardi di dollari). E’ una posizione più articolata di quella dei governi forti del Nord, ma egualmente perdente perché puntare sulle esportazioni rende poco (sui mercati internazionali i prezzi li fanno le multinazionali, non i piccoli produttori) ed espone le produzioni locali alla concorrenza impari delle multinazionali sussidiate in mille modi dai governi. Innesca il ben noto processo - disastroso - della dipendenza economica e culturale. Posizioni come queste sono tuttavia molto diffuse e dure a morire, perché esprimono un pilastro portante del pensiero occidentale e della sua politica neocoloniale in tutti i settori dell’economia, della società e della cultura.

E’per combattere questi falsi miti, che un gruppo di compagni e compagne ha deciso di dar vita ad una struttura denominata "Forum ambientalista - Movimento rossoverde", formalizzata in un incontro molto partecipato tenuto il 7 giugno scorso a Roma. Cosa legittima oggi in Italia - dandogli ragion di esistere - un soggetto rossoverde rispetto alle diverse associazioni ambientaliste, ai sostenitori dello sviluppo sostenibile, al movimento antiliberista e alla sinistra anticapitalista? A livello teorico la risposta è ovvia, ed è la scelta dell’anticapitalismo: alla base di tutte le crisi economiche, sociali ed ecologiche ci sono infatti il capitale e il profitto, la violenza delle merci (come dice Giorgio Nebbia), l’ingiustizia sociale ed ambientale e quella – estrema – alimentare, le emergenze sanitarie, la "necessità" della guerra. C’è una cultura che valorizza il capitale e disprezza la vita, che non conosce l’importanza della manutenzione (il Preservation First di James O’Connor), ma solo la crescita illimitata per l’autoriproduzione del capitale. Nel Forum ambientalista pensiamo che per sconfiggere il pensiero dominante non bastano le lotte e le esperienze extramercantili, pure necessarie e importanti. Bisogna dotarsi anche di un pensiero e di una pratica politica radicali e nuovi, di cui il pensiero rossoverde è già una componente non marginale.

Sconfiggere i falsi miti del mercato, dello sviluppo economico e del free trade non è un’impresa semplice. Proprio per questo, Il Vertice della Fao sulla fame nel mondo e la nascita del Forum ambientalista potrebbero essere due eventi di natura e portata diversissima, ma legati da un filo rosso. Anzi, rossoverde.

 

Quando gli economisti criticavano la crescita

Per un’economia umana

di Nicholas Georgescu-Roegen e altri

In vista del Vertice delle Nazioni unite sullo "sviluppo sostenibile", in programma a Johannesburg (SudAfrica a fine agosto), ripubblichiamo il "manifesto" per un’economia umana redatto nell'ottobre 1973, a Nyach, nello stato di New York, da Nicholas Georgescu-Roegen, Kenneth Boulding e Herman Daly e firmato da oltre 200 economisti fra cui Kenneth Arrow, Robert Heilbroner, Ernst Schumacher, David Pearce, Ignacy Sachs, Bertrand de Jouvenel. La proposta era partita dall'associazione internazionale "Dai Dong", un nome che corrisponde ad un antico concetto cinese di un mondo "in cui la famiglia di ciascun uomo non è soltanto la sua famiglia, i figli di ciascun uomo non sono soltanto i suoi figli, ma tutto il mondo è la sua famiglia, tutti i bambini sono suoi figli" Il "manifesto" fu presentato alla riunione annuale del dicembre1973 dell’American Economic Association (American Economic Review, 64, (2), p. 447 e 449-450 (maggio 1974); anche in Hugh Nash (editor), Progress as if survival mattered, San Francisco, Friends of the Earth, 1977, p. 182-183). La traduzione italiana fu fatta circolare nel novembre 1973 nel corso della riunione annuale della Società Italiana degli Economisti, a Roma, e, firmata da Gianni Cannata, Pietro Dohrn, Giorgio Nebbia, e alcuni altri; fu pubblicata in: G. Cannata (a cura di) Saggi di economia dell'ambiente, Milano, Giuffré, 1974, p. 239-244; fu ristampata in Economia e Ambiente, 2, (1/2), 70-74 (gennaio-giugno 1983) e in N. Nicholas Georgescu-Roegen, Energia e miti economici, Bollati Boringhieri, Torino, 1998, p. 207-210, e fu distribuita in occasione del seminario "Oltre l’economia", organizzato il 7-8 ottobre 1997 dal Comitato permanente di solidarietà di Arezzo (G. N.)

Nel prossimo numero di CNS pubblicheremo sullo stesso argomento un Manifesto del Forum ambientalista - Movimento rossoverde, primo firmatario Paolo Cacciari.

Nel corso della sua evoluzione la casa comune, il pianeta Terra, si avvicina a una crisi dal cui superamento dipende la sopravvivenza dell’uomo, crisi la cui portata appare esaminando l’aumento della popolazione, l’incontrollata crescita industriale e il deterioramento ambientale con le conseguenti minacce di carestie, di guerra e di un collasso biologico.

L’attuale tendenza nell’evoluzione del pianeta non dipende soltanto da leggi inesorabili della natura, ma è una conseguenza delle deliberate azioni esercitate dall’uomo sulla natura stessa. L’uomo ha tracciato, nel corso della storia, il suo destino attraverso decisioni di cui è responsabile; ha cambiato il corso del suo destino con altre deliberate decisioni, attuate con la sua volontà. A questo punto deve cominciare ad elaborare una nuova visione del mondo.

Come economisti abbiamo il compito di descrivere e analizzare i processi economici così come li osserviamo nella realtà. Peraltro nel corso degli ultimi due secoli gli economisti sono stati portati sempre più spesso non solo a misurare, analizzare e teorizzare la realtà economica, ma anche a consigliare, pianificare e prendere parte attiva nelle decisioni politiche: il potere e quindi la responsabilità degli economisti sono perciò diventati grandissimi.

Nel passato la produzione di merci è stata considerata un fatto positivo e solo di recente sono apparsi evidenti i costi che essa comporta. La produzione sottrae materie prime ed energia dalle loro riserve naturali di dimensioni finite; i rifiuti dei processi invadono il nostro ecosistema, la cui capacità di ricevere e assimilare tali rifiuti è anch’essa finita.

La crescita ha rappresentato finora per gli economisti l’indice con cui misurare il benessere nazionale e sociale, ma ora appare che l’aumento dell’industrializzazione in zone già congestionate può continuare soltanto per poco: l’attuale aumento della produzione compromette la possibilità di produrre in futuro e ha luogo a spese dell’ambiente naturale che è delicato e sempre più in pericolo.

La constatazione che il sistema in cui viviamo ha dimensioni finite e che i consumi di energia comportano costi crescenti impone delle decisioni morali nelle varie fasi del processo economico, nella pianificazione, nello sviluppo e nella produzione.

Che fare? Quali sono gli effettivi costi, a lungo termine, della produzione di merci e chi finirà per pagarli? Che cosa è veramente nell’interesse non solo attuale dell’uomo, ma nell’interesse dell’uomo come specie vivente destinata a continuare? La chiara formulazione, secondo il punto di vista dell’economista, delle alternative possibili è un compito non soltanto analitico, ma etico e gli economisti devono accettare le implicazioni etiche del loro lavoro.

Noi invitiamo i colleghi economisti ad assumere un loro ruolo nella gestione del nostro pianeta e ad unirsi, per assicurare la sopravvivenza umana, agli sforzi degli altri scienziati e pianificatori, anzi di tutte le donne e gli uomini che operano in qualsiasi campo del pensiero e del lavoro. La scienza dell’economia, come altri settori di indagine che si propongono la precisione e l’obiettività, ha avuto la tendenza, nell’ultimo secolo, ad isolarsi gradualmente dagli altri campi, ma oggi non è più possibile che gli economisti lavorino isolati con qualche speranza di successo.

Dobbiamo inventare una nuova economia il cui scopo sia la gestione delle risorse e il controllo razionale del progresso e delle applicazioni della tecnica, per servire i reali bisogni umani, invece che l’aumento dei profitti o del prestigio nazionale o le crudeltà della guerra. Dobbiamo elaborare una economia della sopravvivenza, anzi della speranza, la teoria di un’economia globale basata sulla giustizia, che consenta l’equa distribuzione delle ricchezze della Terra fra i suoi abitanti, attuali e futuri.

E’ ormai evidente che non possiamo più considerare le economie nazionali come separate, isolate dal più vasto sistema globale. Come economisti, oltre a misurare e descrivere le complesse interrelazioni fra grandezze economiche, possiamo indicare delle nuove priorità che superino gli stretti interessi delle sovranità nazionali e che servano invece gli interessi della comunità mondiale. Dobbiamo sostituire all’ideale della crescita, che è servito come surrogato della giusta distribuzione del benessere, una visione più umana in cui produzione e consumo siano subordinati ai fini della sopravvivenza e della giustizia.

Attualmente una minoranza della popolazione della Terra dispone della maggior parte delle risorse naturali e della produzione mondiale. Le economie industriali devono collaborare con le economie in via di sviluppo per correggere gli squilibri rinunciando alla concorrenza ideologica o imperialista e allo sfruttamento dei popoli che dicono di voler aiutare. Per realizzare una giusta distribuzione del benessere nel mondo, i popoli dei paesi industrializzati devono abbandonare quello che oggi sembra un diritto irrinunciabile, cioè l’uso incontrollato delle risorse naturali, e noi economisti abbiamo la responsabilità di orientare i valori umani verso questo fine. Le situazioni storiche o geografiche non possono essere più invocate come giustificazione dell’ingiustizia.

Gli economisti hanno quindi di fronte un compito nuovo e difficile. Molti guardano alle attuali tendenze di aumento della popolazione, di impoverimento delle risorse naturali, di aumento delle tensioni sociali, e si scoraggiano. Noi dobbiamo rifiutare questa posizione e abbiamo l’obbligo morale di elaborare una nuova visione del mondo, di tracciare la strada verso la sopravvivenza anche se il territorio da attraversare è pieno di trappole e di ostacoli.

Attualmente l’uomo possiede le risorse economiche e tecnologiche non solo per salvare se stesso per il futuro, ma anche per realizzare, per sé e per tutti i suoi discendenti, un mondo in cui sia possibile vivere con dignità, speranza e benessere. Per ottenere questo scopo deve però prendere delle decisioni e subito. Noi invitiamo i nostri colleghi economisti a collaborare perché lo sviluppo corrisponda ai reali bisogni dell’uomo: saremo forse divisi nei particolari del metodo da seguire e delle politiche da adottare, ma dobbiamo essere uniti nel desiderio di raggiungere l’obiettivo della sopravvivenza e della giustizia.

 

 

Insieme si vince/9 - Il ritorno del nucleare

Inceneritore? No, grazie

Il Forum ambientalista mette in rete il comunicato, inviato da "gianninaggi@tiscalinet. it", di due gruppi piemontesi, il "Comitato Provinciale R4 (Riduzione, Raccolta differenziata, Riciclaggio, Riuso) " e il "Comitato Cielo Azzurro" i quali prendono posizione contro l’iniziativa della Provincia di Torino che, dopo 18 mesi di riunioni, ha scelto due siti ove installare l’inceneritore di rifiuti: Volpiano o Chivasso. La scelta concessa ai cittadini è stata solo quella di discutere su dove fare l’inceneritore.

Secondo questi Comitati la costruzione dell’inceneritore da 220.000 t/anno frutterà un investimento da 400 miliardi, che fanno gola all’Associazione degli Industriali, e a chi gestirà l’impianto, così com’è stato fatto finora con le grandi discariche, Basse di Stura in testa. Gli abitanti che dovrebbero subirne le conseguenze dicono "No", non vogliono vedere degradare ulteriormente il loro territorio, già tanto devastato, e subire altri danni alla salute. I cittadini, il Comitato provinciale R4 ed il Comitato Cielo Azzurro in alternativa all’incenerimento e ai grandi volumi di smaltimento propongono minor produzione di rifiuti e maggior riciclaggio e sostengono che qualsiasi decisione, inerente in generale la gestione del territorio e in particolare la gestione dei rifiuti, sia assunta tenendo conto dell'assoluta priorità per la salute la qualità della vita di tutti i cittadini.

Per questo ricordano alcune priorità indicate dalla Commissione Europea e dalle Leggi nazionali: (a) Riduzione alla fonte della quantità dei rifiuti (diminuzione degli imballaggi): tutto ciò che non è prodotto non deve essere smaltito; (b) Raccolta differenziata elevata (raccogliere separatamente tutte le tipologie di rifiuti prodotti); (c) Riciclaggio, completo o parziale: le quantità di rifiuti da smaltire possono essere ridotte utilizzando i rifiuti come materia prima per nuovi prodotti da inserire sul mercato; (d) Riuso: introduzione di sistemi di cauzione per gli imballaggi a rendere.

I comitati contestano la scelta degli inceneritori come forma di gestione e di smaltimento dei rifiuti perché:

(a) Il contenuto energetico di un oggetto è superiore a quello che si ricava dalla sua termodistruzione (es. plastiche: potere calorico tra 4.500 e 6.500 kcal/kg; per la produzione sono state utilizzate 14.000 kcal/kg). E’ quindi evidente che il migliore recupero energetico lo si ottiene solo con il riciclaggio.

(b) Non esistono impianti ad "emissione zero" e le sostanze inquinanti emesse da un inceneritore (diossine, furani, metalli pesanti, acidi, ceneri) sono dannose per l’ambiente e per la salute umana.

(c) Un inceneritore per 700 tonnellate al giorno di rifiuti solidi urbani produce quasi 200 tonnellate di scorie da conferire in discariche speciali e circa 30 t di ceneri tossiche, consuma e inquina quasi 4 milioni di metri cubi di aria al giorno e un migliaio di t di acqua, restituendo circa 1.400 t di anidride carbonica con conseguente aggravamento dell’effetto serra.

(d) I costi di investimento e di esercizio sono altissimi a fronte di una scarsissima ricaduta occupazionale (30-60 addetti a seconda della grandezza dell’impianto).

Per una corretta gestione dei rifiuti che impegni le Amministrazioni locali, il sistema delle imprese, le associazioni ambientaliste, le forze politiche e i cittadini, i Comitati contro gli inceneritori considerano fondamentali: (a) il coinvolgimento, da parte degli Enti locali, e l’impegno delle imprese produttrici, per la riduzione e il riuso degli imballaggi; (b) il coinvolgimento e l’impegno delle imprese distributrici per la vendita di "prodotti verdi"; (c) il coinvolgimento e l’impegno di Istituti di ricerca ed Università per lo studio di nuovi materiali e nuovi mercati per materiali prodotti dal riciclaggio dei rifiuti; (d) l'adozione di strumenti operativi adeguati per favorire lo sviluppo del mercato delle materie prime seconde; (e) la corretta e capillare informazione e sensibilizzazione dei cittadini per il raggiungimento di obiettivi alti di raccolta differenziata; (f) l’introduzione generalizzata di sistemi di raccolta differenziata "porta a porta" da parte delle aziende di gestione dei rifiuti; (g) l’utilizzo di Programmi Comunitari e Nazionali, da parte degli Enti locali, per il finanziamento di progetti finalizzati ad una corretta gestione dei rifiuti; (h) lo studio, lo sviluppo e l’aumento dell’occupazione conseguenti ad una gestione dei rifiuti rispettosa della salute e dell’ambiente; (i) che tutte le discariche per cui è prevista la chiusura vengano inderogabilmente chiuse.

Si riaffacciano

nubi nucleari

Gli attentati del 11 settembre a New York, la guerra contro l’Afghanistan, la guerra in Palestina hanno offuscato altri eventi da cui pure dipende il futuro dell’umanità. L’opinione pubblica è stata distratta dal fatto che ci sono in circolazione nel mondo ancora trentamila bombe nucleari e che le speranze per un disarmo si fanno sempre più tenui.

Praticamente nessun giornale, per esempio, ha dato rilievo al fatto che dal 8 al 19 aprile 2002 si è tenuta a New York una nuova riunione in preparazione della conferenza del 2002 in cui saranno ridiscussi i vari aspetti del trattato di non proliferazione delle armi nucleari, il cosiddetto trattato NPT. L’Italia, naturalmente, insieme a 186 altri paesi ha sottoscritto il trattato, il quale è ben lontano da una sua attuazione completa.

L’articolo VI, per esempio, prescrive che i paesi firmatari procedano ad un disarmo nucleare generale e completo sotto stretto controllo internazionale. Il giovane Bush ha di recente annunciato che gli Stati Uniti potrebbero procedere all’uso di armi nucleari contro "paesi infidi" come Irak, Corea del Nord e alcuni altri. Meraviglia che così poca attenzione sia dedicata in Italia a questi eventi, che i gruppi ambientalisti non si chiedano che cosa vanno a dire i nostri rappresentanti in queste conferenze, cerchino di influenzare la politica estera italiana nel delicatissimo campo del possibile uso di armi nucleari. Ce ne sono adesso di piccole dimensioni, ma non per questo i frammenti radioattivi che esse liberano sono meno devastanti sulla vita e sulla salute di vaste zone del pianeta.

Tentativi di resurrezione

del nucleare commerciale

L’Associazione Verdi Ambiente Società (www. vasonline. it riporta un comunicato della Campagna per la riforma della Banca mondiale che il 12 aprile 2002, ha denunciato con forza la

palese violazione dello spirito del referendum sul nucleare del 1987.

Grazie all'approvazione, l’11 aprile 2002, dell’emendamento del deputato Stradella (FI) alla legge di ratifica del Protocollo di Kyoto da parte delle Commissioni congiunte Affari Esteri ed Ambiente della Camera è stata prevista la possibilità per le imprese energetiche italiane di partecipare ad iniziative pubbliche e private nei paesi dell’Europa Orientale per la costruzione di impianti elettronucleari; la scusa è che questi impianti aiuterebbero a diminuire le emissioni di anidride carbonica nell'atmosfera, così come chiedono gli accordi di Kyoto ma in realtà si tratta di un tentativo di resurrezione del nucleare commerciale.

La SACE starebbe considerando il finanziamento di ben 150 milioni di euro a copertura dei rischi commerciali e politici associati con le operazioni dell’Ansaldo nucleare sul secondo reattore nucleare con tecnologia CANDU (un reattore a uranio naturale, moderato e raffreddato con acqua pesante) della centrale di Cernavoda in Romania. In molti paesi dell’Est Europa, candidati ad entrare nell’Unione Europea, sono in funzione centrali nucleari di modello sovietico, vecchie, pericolose e ancor più a rischio di incidente delle centrali occidentali.

Quali potenti interessi siano in gioco appare dalla notizia, fatta circolare dall’associazione (www. unimondo. it), secondo cui in occasione della conferenza delle Nazioni Unite sull’ambiente di Stoccolma, nel 1972, un gruppo segreto, il "Gruppo di Bruxelles", cercò di influenzare le decisioni dei delegati a favore dell’energia nucleare. Ci si chiede in quali maniere simili gruppi filonucleari possano influenzare le decisioni dei delegati alla terza conferenza sull'ambiente che si terrà a Johannesburg nel settembre 2002.

a cura di Giorgio Nebbia - nebbia@quipo. it

 

Organizzare la decrescita

Sotto la maschera della crescita, cresce la povertà

di Serge Latouche

Esiste un’opinione quasi unanime a sinistra (e anche al centro) sui danni della globalizzazione liberista. Questa critica può essere articolata nei seguenti sei punti:

1) Le disuguaglianze crescenti tanto tra Nord e Sud, quanto all’interno di ciascun paese. La polarizzazione della ricchezza tra le regioni e tra gli individui raggiunge livelli inusitati. Secondo l’ultimo rapporto della Undp (Agenzia delle Nazioni unite per lo sviluppo), la ricchezza del pianeta si è moltiplicata di sei volte dal 1950, ma il reddito medio degli abitanti di 100 dei 174 paesi censiti è in piena regressione, e anche l’aspettativa di vita.

2) La trappola del debito per i paesi del Sud, con il conseguente sconsiderato sfruttamento delle ricchezze naturali e la reinvenzione della schiavitù (in particolare infantile).

3) La distruzione dell’ecosistema e le minacce che l’inquinamento pone alla sopravvivenza del pianeta.

4) La fine del welfare, la distruzione dei servizi pubblici e lo smantellamento dei sistemi di protezione sociale.

5) La mercificazione generalizzata, che include il traffico di organi, lo sviluppo delle industrie "culturali" e uniformizzanti, la corsa alla brevettabilità del vivente.

6) L’indebolimento degli Stati-nazione e l’aumento del potere delle multinazionali, diventate "i nuovi padroni del mondo".

In queste condizioni, non si può più parlare di sviluppo, soprattutto al Sud, ma solo di aggiustamenti strutturali. Lo sviluppo non può essere il rimedio ai mali di cui è responsabile: fa parte del problema, come la globalizzazione che ha generato. Deve, più ancora di questa, essere demistificato, cosa per la verità non facile, e soprattutto "impopolare".

Il ri-sviluppo

come rimedio

Parecchi pensano che il rimedio sia il ri-sviluppo, in particolare quelli che vogliono "un’altra globalizzazione". Bisognerebbe ritornare allo sviluppo correggendone gli effetti negativi. Uno sviluppo "durevole" o "sostenibile" appare così come la panacea sia per il Sud che per il Nord. E’ più o meno la conclusione anche di molti di quelli che abbiamo incontrato a Porto Alegre. Se la retorica pura dello sviluppo non fa più cassetta, il complesso delle convinzioni escatologiche in una possibile prosperità materiale per tutti - lo sviluppismo - resta intatto. Smitizzando lo sviluppismo, è possibile smitizzare in radice anche l’occidentalizzazione e la globalizzazione. E contribuire così a lottare contro l’impero del pensiero unico. L’aspirazione "ingenua" ad un ritorno dello sviluppo testimonia al tempo stesso una perdita di memoria e un’assenza di analisi sul significato storico dello sviluppo.

L’oblio della storia: la regolazione keynesiana-fordista di cui si sente oggi la nostalgia, è come la repubblica che diventa bella sotto l’impero. Si è dimenticato in fretta che nel maggio 1968, la società del "ben-essere" veniva denunciata come "società dei consumi e dello spettacolo", capace di generare soltanto la noia di una vita fatta di spostamenti "casa-lavoro", fondata sul lavoro alla catena, ripetitivo e alienante. Se si esaltano ancora i circoli virtuosi di questo sviluppo come un "gioco-vincente", si dimenticano i due perdenti: il Terzo mondo e la natura. Ci guadagnavano tutti – lo Stato, il padronato e i lavoratori - che miglioravano il loro tenore di vita. Ma la natura era saccheggiata senza pudore (e di questo non abbiamo ancora finito di pagare il conto), mentre il Terzo mondo dei paesi diventati "indipendenti" sprofondava sempre di più nel sotto-sviluppo e nella perdita della propria identità culturale. Comunque lo si voglia guardare, il capitalismo dell’era dello sviluppo è stato solo una fase transitoria verso la globalizzazione attuale.

L’assenza di analisi del significato storico dello sviluppo: se lo sviluppo non è stato che il proseguimento della colonizzazione con altri mezzi, la nuova globalizzazione, a sua volta, non è che il proseguimento dello sviluppo con altri mezzi. Lo Stato si nasconde dietro il mercato. Gli Stati-nazione, il cui ruolo si era già ridimensionato nel passaggio dal modello della colonizzazione a quello dello sviluppo, lasciano ora campo libero al profitto e alla dittatura dei mercati (da loro stessi organizzati), il cui strumento di gestione è il Fondo monetario internazionale, che impone loro i piani di aggiustamento strutturale. Le "forme" sono cambiate, ma bisogna ancora fare i conti con le ideologie che legittimano l’Occidente, in particolare gli Stati Uniti. Vale la pena ricordare la frase cinica di Henry Kissinger: "La globalizzazione non è che il nuovo nome della politica egemonica americana". In questo approccio non viene messo in discussione l’immaginario economico: l’occidentalizzazione del mondo va di pari passo con la colonizzazione degli spiriti attraverso il progresso, la scienza e la tecnica.

L’imbroglio

dello sviluppo

Il vero sviluppo è definito, nel rapporto della Commissione Sud presieduta da Julius K. Nyerere, come "un processo che permette agli esseri umani di sviluppare la loro personalità, acquistare fiducia in se stessi e condurre un’esistenza degna e piena" (cfr. Gilbert Rist, Lo sviluppo. Storia di una credenza occidentale, Bollati Boringhieri 1998). E’ evidente che quel tipo di sviluppo non si è mai realizzato da nessuna parte, ed è per questo che bisogna denunciare l’etnocentrismo del concetto stesso di sviluppo e l’attuale forma perniciosa in cui sta risorgendo nello sviluppo durevole.

Il concetto di sviluppo è intrappolato in un dilemma: se la parola vuol dire tutto e il suo contrario, allora serve a indicare tutte le esperienze storiche dell’umanità, dalla Cina degli Han all’impero Inca. In tal caso, non indica niente in particolare, non ha alcun significato utile per promuovere una politica: meglio sbarazzarsene. Se invece gli si riconosce un proprio contenuto, necessariamente esso si incarna nell’esperienza occidentale del decollo dell’economia, a partire dalla Rivoluzione industriale in Inghilterra, negli anni 1750-1800.

In questo caso, qualunque sia l’aggettivo che gli si mette accanto, il contenuto implicito o esplicito dello sviluppo è la crescita economica, l’accumulazione del capitale, con tutti gli effetti positivi e negativi che conosciamo: competizione spietata, crescita senza limiti delle disuguaglianze, saccheggio senza ritegno della natura. Ora, il nocciolo duro che tutti gli sviluppi hanno in comune con quella esperienza è legato a "valori" quali progresso, universalismo, dominio della natura, razionalità materiale. Ma questi valori non corrispondono affatto alle più profonde aspirazioni universali. Sono valori legati alla storia dell’Occidente, che raccolgono poca eco nelle altre società. Le società animiste, per esempio, non condividono la fede nel dominio della natura, come non la condividono il buddismo o l’induismo. La costituzione indiana, ad esempio, prevede e prescrive il rispetto degli animali, e in conseguenza di questo alcuni tribunali hanno sanzionato certe produzioni alimentari.

I valori occidentali sono precisamente quelli che bisogna rimettere in discussione per trovare una soluzione ai problemi del mondo contemporaneo (e della "globalizzazione" liberista), per evitare le catastrofi verso le quali ci porta l’economia mondiale. È chiaro che lo sviluppo realmente esistente, quello che domina da due secoli, ingigantisce i problemi sociali e ambientali: esclusione, sovrapopolazione, povertà, inquinamenti vari. Lo "sviluppismo" manifesta la logica economica in tutto il suo rigore. In questo paradigma non c’è posto per il rispetto della natura reclamato dagli ecologisti né per il rispetto dell’uomo rivendicato dagli umanitaristi. Lo sviluppo realmente esistente appare nella sua verità, e lo sviluppo alternativo come una mistificazione.

Accostando al concetto di sviluppo un aggettivo non si mette in discussione l’accumulazione capitalista, al più si aggiunge un elemento sociale o una componente ecologica alla crescita economica, come non molto tempo fa si era aggiunta una dimensione culturale. Lo si voglia o no, non si può impedire che lo sviluppo sia diverso da quello che è stato, e cioè l’occidentalizzazione del mondo (vedi il mio L’occidentalizzazione del mondo, Bollati Boringhieri 1992). Lo sviluppo è stato, è e sarà prima di tutto uno sradicamento, che determina la crescita dell’eterenomia a detrimento dell’autonomia delle società.

L’imbroglio

dello sviluppo durevole

Aggiungere l’aggettivo "durevole" o "sostenibile" alla parola sviluppo non fa che imbrogliare ancora di più le cose. Sephan Schmeideny, animatore di un’associazione di industriali sensibili alla difesa dell’ambiente, consulente di Maurice Strong (il presidente delll’Undp ai tempi del Vertice di Rio de Janeiro nel 1992), scrive: "Un sistema di mercato libero e concorrenziale, dove i prezzi incorporano i costi della difesa dell’ambiente, costituisce il fondamento dello sviluppo durevole". Alcuni economisti neo-classici affermano - con un pizzico di provocazione, ma non senza fondamento - che sono loro i veri sostenitori dello sviluppo durevole, perché hanno codificato i "diritti di inquinare" e hanno inseriro l’ambiente nel mercato.

Ossimoro (o antinomia) è la figura retorica che consiste nel giustapporre due parole contraddittorie, come ad esempio "l’oscura chiarezza, che vien giù dalle stelle... " per dirla con Victor Hugo. Questo espediente, inventato dai poeti per dire l’inesprimibile, è sempre più utilizzato dai tecnocrati per farci credere nell’impossibile come una guerra pulita, una globalizzazione dal volto umano, un’economia solidale.. Lo sviluppo durevole è una di queste antinomie.

Il problema dello sviluppo sostenibile non sta tanto nell’aggettivo sostenibile, quanto nel concetto di sviluppo, che è decisamente una parola "tossica". In effetti, sostenibile significa che l’attività umana non deve creare un livello di inquinamento superiore alla capacità di rigenerazione dell’ambiente naturale, e in questo senso non è che l’applicazione del principio di responsabilità del filosofo Hans Jonas: "Agisci in modo che gli effetti della tua azione siano compatibili con la continuità di una vita autenticamente umana sulla Terra".

Non si può salvare lo sviluppo, neanche contrapponendolo alla crescita. L’economista americano Rostow aveva definito lo sviluppo come crescita auto-sostenibile (self-sustaining growth). Per Mesarovic e Pestel (Strategie per sopravvivere, Mondadori 1974), la crescita omogenea, meccanica e quantitativa è insostenibile, mentre quella "organica", definita attraverso l’interazione dei suoi singoli elementi sulla totalità, sarebbe accettabile: storicamente, questa definizione biologica è precisamente eguale a quella di sviluppo. Le finezze di Herman Daly, che teorizza la crescita zero, sono del tutto insostenibili, in teoria e in pratica. Come ha detto Nicholas Georgescu-Roegen, "Lo sviluppo durevole non può in alcun modo essere separato dalla crescita economica…. In verità, chi mai ha potuto pensare che lo sviluppo non implichi necessariamente la crescita? " (citazione da Mauro Bonaiuti, La teoria bioeconomica, Carocci 2001, p.54.

Affiancare l’aggettivo "durevole" alla parola sviluppo non consenste di rimettere in discussione lo sviluppo realmente esistente, quello che domina il pianeta da due secoli. Anzi, si peggiorano le cose: con lo sviluppo non durevole e insostenibile, si poteva sperare che questo processo mortifero avrebbe avuto una fine, che un giorno si sarebbe arrestato, vittima delle sue contraddizioni, dei suoi fallimenti, del suo carattere insopportabile e per l’esaurimento delle risorse naturali. Si poteva così riflettere e lavorare per un post-sviluppo meno desolante, costruire una postmodernità accettabile; reintrodurre il sociale e la politica nel rapporto di scambio economico, ritrovare l’obiettivo del bene comune e della qualità della vita.

Lungi dall’essere il rimedio alla globalizzazione, lo sviluppo economico costituisce dunque la sorgente del male. Esso deve essere analizzato e denunciato come tale. La nostra sovracrescita economica supera già largamente la capacità di carico della terra. Se tutti gli abitanti del mondo consumassero come l’occidentale medio, i limiti fisici del pianeta sarebbero largamente superati (per una bibliografia esaustiva su questo, cf. Andrea Masullo, Il pianeta di tutti - Vivere nei limiti perché la terra abbia un futuro, Bologna 1998). Se si prende "l’impatto ecologico" dello stile di vita come indice del nostro "peso" ambientale sulla superficie terrestre, si ottengono risultati insostenibili sia in termini di equità dei diritti di prelievo sulla natura, sia in termini di capacità di rigenerazione della biosfera. I ricercatori del Wwf (World Wide Fund) hanno calcolato che lo spazio bioproduttivo dell’umanità - considerati i bisogni di materiali e di energia necessari per assorbire i rifiuti e gli scarti della produzione e dei consumi, e l’impatto ambientale e delle infrastrutture - è di 1,8 ettari a testa, mentre un cittadino degli Stati uniti consuma in media 9,6 ettari, un canadese 7,2, un europeo medio 4,5. Siamo dunque molto lontani dall’uguaglianza planetaria è più ancora da uno stile di civilizzazione durevole che dovrebbe limitarsi a 1,4 ettari a persona, ammesso che la popolazione attuale resti stabile. Per la zootecnia intensiva, l’Europa costringe gli altri paesi a destinare alla produzione di alimenti per il bestiame una superficiepari sette volte l’Europa stessa (cfr Vandana Shiva, Vacche sacre, mucche pazze, DeriveApprodi 2000, p. 70).

Per sopravvivere e andare avanti, è dunque urgente organizzare la decrescita. Quando si è a Roma e si deve prendere il treno per Torino, ma si sale per errore su quello per Napoli, non è sufficiente rallentare la locomotiva, frenare o anche fermarsi, bisogna scendere e prendere un altro treno nella direzione opposta. Per salvare il pianeta e assicurare un futuro accettabile ai nostri figli, non basta ridimensionare le tendenze attuali; bisogna decisamente uscire dallo sviluppo e dall’economicismo, come dall’agricoltura industrializzata che ne è parte integrante, per smetterla con le mucche pazze e le aberrazioni transgeniche.

 

 

Italia Nostra

Un anno di false libertà

di Paolo Cacciari

Italia Nostra ha pubblicato un documento (www. italianostra. org/italiadasalvare) molto puntuale e completo sulle decisioni legislative del governo delle destre contro l’ambiente. Già il Wwf, nel marzo scorso, aveva raccolto e pubblicato - con il titolo "SOS Ambiente" (www. wwfitalia. it) - un primo elenco di di norme che incidono pesantemente sul territorio, sul paesaggio e sull’ambiente naturale. Ora Italia Nostra muove trentuno rilievi specifici colti dalla Finanziaria 2002 e dal suo "collegato", l’ormai famigerata "legge obiettivo" Lunardi (443/2001) sulle nuove "disposizioni in materia di infrastrutture", dalla minacciosa delega affidata dal Parlamento al Governo per il "riordino, il coordinamento e l’integrazione della legislazione in tema ambientale", dalla Legge Tremonti, dalla "Super DIA" e da altri Dpcm e disegni di legge in corso di discussione in Parlamento. Una serie davvero impressionante di provvedimenti disorganici e frammentari che nel loro complesso costituiscono però un vero e proprio nuovo "corpo legislativo", che denota senza alcun margine di dubbio quale sia l’ispirazione e la volontà politica delle destre al governo: la demolizione dei pur tenui vincoli urbanistici ed ambientali esistenti e lo spianamento del terreno per consentire ogni tipo di incursione allo sfruttamento delle risorse naturali, storiche e paesaggistiche del nostro paese. L’apice di questi intenti è stato toccato con il decreto legge n.62 approvato il 13 giugno u. s., sulla vendita del patrimonio dello stato attraverso la costituzione delle due spa Patrimonio e Infrastrutture. Berlusconi come Totò potrà vendere il Colosseo, ma questa volta si tratta di una tragedia. Le parole d’ordine sono "gestire, valorizzare, alienare". Privatizzare i beni culturali, modificare le loro destinazioni d’uso assecondando i loro utilizzi più remunerativi, fare cassa per finanziare l’elenco delle duecento "grandi opere" scelte alla lavagna davanti alle telecamere da Berlusconi in campagna elettorale. Una logica stringente una "filosofia di governo" come giustamente la chiama Italia Nostra, che ci mette in guardia dalle "false libertà" di intrapresa economica che caratterizzano il neoliberismo dominate: "svilire l’urbanistica, sfregiare i centri storici, ipotecare il patrimonio artistico e culturale". Ma come stupirsene? Basta leggere la relazione che Lunardi allegò alla "legge obiettivo": "La legittimità giuridica dell’opera è l’opera in sé, in quanto indicata come obiettivo strategico. Tutte le altre leggi vengono conseguentemente disapplicate". E ancora: "il territorio è disseminato di paralizzanti, vischiosi, paludosi ostacoli giuridici". Si arriva così alla conclusione che "la soluzione può essere trovata solo procedendo per linee di rottura e dunque fuori dall’ordinamento vigente". Si tratta di una vocazione generale connaturata al fare delle destre. Consigliamo di tenere sott’occhio cosa sta succedendo negli Stati Uniti con l’avvento di George W. Bush (vedi, ad esempio, Joseph Dimento, Voltafaccia sulla legislazione ambientale in Usa?, in Rivista Giuridica, 2001). I casi più gravi e noti sono le esplorazioni petrolifere nell’Antartic Nazional Widlife Refuge, il taglio al budget dell’Epa (la potente Agenzia ambientale statunitense), il "non interesse" per il Protocollo di Kyoto, l’arretramento degli standards sulle emissioni. Fa ben sperare che la sfida golpista delle destre al governo cominci ad essere contrastata dalle associazioni ambientaliste che tradizionalmente vengono collocate sul versante più conservazionista e meno politicizzato del mondo ambientalista.

 

Unfair trade, commercio iniquo e non solidale

Cibo locale, soluzione globale

di Colin Hines*, Caroline Lucas Mep** e Vandana Shiva ***

Il commercio estero agricolo mette a repentaglio la sopravvivenza dei piccoli produttori in tutto il mondo. E’ pertanto urgente rilanciare un modello di produzione agricola locale.

Anjamma non aveva mai messo piede fuori del suo villaggio, e i flash delle macchine fotografiche l’hanno impressionata parecchio. Ma la sua meraviglia è niente rispetto a quella degli stagionati giornalisti di fronte alle sue risposte. Uno le aveva chiesto che avrebbe fatto, se il progetto del governo inglese per l’agricoltura indiana si fosse realizzato. Dopo una pausa per la traduzione, l’interprete dette la risposta della donna ad un uditorio incredulo: "Non potrei fare altro che bere i pesticidi e morire".

Nello Stato di Andhra Pradesh, India, Anjamma coltiva quattro acri di terra insieme ai suoi sette figli, due buoi e otto bufali. Coltiva la terra manualmente, perché non possiede alcuna macchina. Nel marzo scorso ha lasciato il villaggio per la prima volta per venire in Inghilterra insieme ad un gruppo di piccoli produttori, nelle sue stesse condizioni. Sono venuti per protestare contro il progetto della ministra inglese per lo Sviluppo Clare Shot di spendere 65 milioni di sterline per specializzare l’agricoltura dello Stato indiano dell’Andhra Pradesh verso l’esportazione. Se il piano si realizzasse, 20 milioni di contadini come Anjamma sarebbero cacciati dalla loro terra nell’arco di vent’anni.

Alla conferenza stampa, la donna ha detto con grande chiarezza quel che vogliono i contadini indiani. "Se l’Inghilterra ci vuole dare del denaro, lo dia direttamente a noi contadini. La terra rimarrà nelle nostre mani, e con quei soldi noi la renderemo più fertile, compreremo più semi e diventeremo autosufficienti. Ma tutto questo ci viene negato, in nome della modernizzazione".

Un numero crescente di consumatori inglesi dice la stessa cosa, quando va a fare la spesa. In contrasto con il loro governo, che intende spendere in India 65 milioni di sterline dei contribuenti, loro spendono la stessa cifra come consumatori sui mercati alimentari locali. Ogni penny in più speso localmente, rivela che i consumatori inglesi - come Anjamma – hanno più fiducia nel cibo prodotto localmente,

Unfair trade: questo fatto è alla base della richiesta sempre più esplicita di produzione agricola locale. E’ il vero problema che crea la fame nel mondo, ed è la questione al centro del Vertice mondiale sull’alimentazione. Il fine dichiarato dalla Fao, l’organizzazione delle Nazioni Unite per l’agricoltura, è nobilissimo: "alleviare la povertà e la fame, favorendo lo sviluppo dell’agricoltura sostenibile". Ma dopo varie conferenze niente è cambiato perché tutte le conferenze tendono a vedere la soluzione della fame e della povertà nell’aumento del commercio estero agricolo, non nella sua riduzione.

"Produrre per l’export vi farà guadagnare". A prima vista, questa affermazione può sembrare ragionevole. Ma sfortunatamente non funziona. Quando tutti i paesi tentano di conquistare gli stessi mercati, i produttori sono costretti a ridurre i prezzi per vincere la concorrenza, ricavando sempre di meno dalle esportazioni. Uno degli esempi più significativi è il caffè, il secondo prodotto di esportazione dopo il petrolio. Con i prestiti concessi dalla Banca mondiale, il Vietnam ha investito molto in questo prodotto, triplicando la produzione di caffè nel periodo 1995-2000. E’ così diventato il secondo produttore mondiale dopo il Brasile. Tutto bene per l’economia vietnamita, si potrebbe pensare, ma che è successo agli altri 49 paesi produttori di caffè del Terzo mondo? E’ successo che il prezzo internazionale del caffè è crollato e che 20 milioni di produttori di caffè rischiano ora di non farcela.

Una storia analoga è quella del tè. La Cina produce l’80 per cento del tè verde presente sul mercato internazionale. Al crescere dell’interesse per le proprietà salutari delle varietà verdi e organiche del tè, la Cina si è attrezzata per coprire l’aumento della domanda, anche se questo ha significato inondare il mercato del tè a prezzi stracciati, tali da mettere fuori mercato la produzione dell’India e dello Sri Lanka.

Questo è solo uno dei molti problemi che l’India deve fronteggiare. A seguito di un ricorso avanzato dagli Usa, il Wto (World trade organization) ha deciso nel 2000 che l’India deve abbattere tutte le barriere esistenti a difesa dei produttori locali. Da allora, è diventato difficile sopravvivere per i contadini indiani perché i prodotti che essi producono per il mercato locale, vengono fatti fuori dai prezzi inferiori dei prodotti di importazione. Le noci di cocco sono importate dall’Indonesia, ad esempio, e il loro prezzo si è ridotto dell’80 per cento. Analogamente i corsi del caffè si sono ridotti del 60 per cento, quelli del pepe del 45 per cento.

Le conseguenze più pesanti si sono sentite nel mercato dell’olio alimentare, dove la produzione domestica dell’India è stata praticamente fatta fuori.. L’olio di soia sostenuto dai sussidi Usa e quello di palma proveniente dalla Malesia hanno invaso il mercato indiano grazie alle basse tariffe all’importazione. Le importazioni di olio alimentare coprono oggi il 70 per cento del consumo indiano.

Gli attivisti di tutta l’India si sono mobilitati e hanno chiesto la reintroduzione di tariffe doganali, considerate un vera e propria eresia da parte degli economisti mainstream di tutto il mondo. Lentamente, la voce degli attivisti comincia a farsi sentire almeno in India: nello scorso settembre, due ex primi ministri – Shri VP Singh e Deve Gowda – si sono uniti ai partiti politici, ai sindacati dei lavoratori, alle organizzazioni contadine, ai movimenti popolari e dei lavoratori per lanciare il Movimento del popolo indiano contro il Wto, che chiede il controllo e la protezione dalle importazioni.

Finora, la richiesta di proteggere le produzioni locali viene soprattutto dai paesi poveri, ma è improbabile che la cosa si fermi là. Come i loro colleghi indiani, anche la sopravvivenza dei piccoli produttori degli Usa e dell’Europa è seriamente minacciata. La riforma della Pac, la politica agricola della Unione europea, potrebbe andare nella direzione da più parti auspicata di ridurre i sussidi che provocano eccesso di produzione, aumentando il sostegno ai sistemi di produzione più ecologica. Una modifica di questo tipo, tuttavia, non cambierebbe il problema di fondo della Pac, che non viene mai messo abbastanza in evidenza, specie nei circoli ufficiali. Il vero problema è la scelta della concorrenza internazionale, in virtù della quale si chiede ai produttori agricoli europei di realizzare due obiettivi tra di loro incompatibili, raggiungere livelli sempre più elevati di concorrenza internazionale aumentando l’efficienza grazie all’aumento della dimensione d’impresa e a sistemi di produzione intensivi. Ma al tempo stesso si chiede loro livelli elevati di benessere, sociale, ambientale ed animale. Due cose che si escludono a vicenda.

Questo modello di agricoltura competitiva, prevalentemente intensiva, viene promosso anche nei paesi dell’Europa orientale che vogliono entrare nella Ue. Gli agricoltori polacchi sono così chiamati a competere con quelli più efficienti e di maggiore dimensione dell’Europa occidentale, con il risultato che in Polonia due milioni di agricoltori saranno ridotti sul lastrico.

"Ferma il globale, compra il locale" (in inglese *Stop global, shop local*, suona meglio per l’assonanza tra entrambe le coppie di parole NdT). Un numero crescente di consumatori, produttori e lavoratori sperimenta in tutte le parti del globo le conseguenze di questa globalizzazione rampante, ed è dunque giunto il momento di pensare seriamente a sostituire questo sistema fallimentare con un sistema alternativo di produzione agricola locale. La strategia "Cibo locale, soluzione globale" (vedi a fianco) propone di portare la produzione vicino al consumatore, aiutando i piccoli produttori a proteggere le loro aziende e ricostruendo le economie locali in tutte le parti del globo.

Questo approccio è alla base della elaborazione da noi presentata alla Conferenza della Fao a Roma, come si può vedere sul sito www. carolinelucasmep. org. uk.

Il nostro obiettivo è aprire una discussione il più possibile ampia, sulla necessità di un modello di produzione agricola locale, radicalmente diverso da quello oggi prevalente. Il fine ultimo della proposta è far si che i piccoli produttori agricoli della Gran Bretagna e della Polonia, del Vietnam e dell’India, possano offrire alimenti sani, soprattutto locali, prodotti in modo tale da non inquinare l’ambiente. Le importazioni saranno controllate dai governi, e le esportazioni dovranno limitarsi alle eccedenze, una volta soddisfatti i bisogni alimentari delle popolazioni locali. La nostra risposta ai sostenitori onnipresenti del *free trade* è pertanto, "Il commercio estero di alimenti deve riguardare solo le eccedenze".

* Fa parte dell’Igf, International Global Forum

** Deputata dei Verdi inglesi

*** Scienziata e attivista ambientalista indiana

 

La strategia

• La reintroduzione graduale dei controlli sulle importazioni per proteggere le produzioni domestiche dalle importazioni che mettono in pericolo la diversificazione dei sistemi agricoli nazionali;

• La tassazione ecologica, affinché nel prezzo degli alimenti siano inclusi i costi reali del danno ecologico, dei metodi di produzione insostenibile e del commercio sulle lunghe distanze;

• Maggiori sostegni agli agricoltori, per permettere loro di prosperare e produrre cibo sano usando sistemi di agricoltura ecologicamente sostenibile;

• Il blocco del trasporto sulle lunghe distanze e dell’esportazione di animali vivi;

• Restrizioni alla concentrazione del potere di mercato delle principali multinazionali di produzione e distribuzione alimentare, con l’introduzione di nuove leggi sulla concorrenza, il riconoscimento di prezzi equi ai produttori e ai consumatori (al posto degli attuali prezzi bassi ai produttori ed elevati ai consumatori), il sostegno della rinascita e della occupazione rurale;

• Il commercio sulle lunghe distanze solo dei prodotti che si possono produrre in determinati climi come caffè, te e banane sarà assoggettato al "Chilometraggio equo e solidale" (Fair Trade Miles), che mette insieme i criteri del commercio equo e solidale (proveniente dai piccoli produttori, ad un prezzo equo e tale da garantire la protezione ambientale) con quelli della giusta distanza (che implica produrre il più possibile vicino al mercato di consumo per ridurre il trasporto e le emissioni di gas ad effetto serra, responsabili dei cambiamenti climatici);

• "Il chilometraggio equo e solidale" deve essere collegato ad una certa quantità di prodotti che ciascun paese si impegna ad acquistare, ad un livello di prezzi prestabilito. Questo garantisce ai paesi esportatori entrate il più possibile sicure, da usare per aumentare la diversificazione della produzione locale;

• Il riorientamento del commercio estero e degli aiuti internazionali, affinché siano destinati alla ricostruzione delle economie locali e nazionali sostenibili.

 

Rossoverde in movimento

Forum ambientalista ai blocchi di partenza

Sotto la sigla Sinistra Verde si raccolgono da 6-7 anni in diverse parti d’Italia ambientalisti che non si trovano a loro agio nei Verdi e nelle associazioni "storiche" perché convinti della necessità di legami assai più stretti fra ambiente-e-sinistra. Legami non facili, si sa: perché se è vero che nessuno ha tanto bisogno di natura e di verde quanto chi non ha granché d’altro, è anche vero che la salute ambientale richiede sacrifici difficili da pretendere da chi già se la passa male e vede per di più gli altri scialarsela sprecando e sporcando tutto.

Da questa radice - e con l’impegno di affrontare questi problemi - è nato il Forum Ambientalista. Che in due anni ha dato vita a tutta una serie di iniziative dimostrando di rispondere a una domanda molto presente nel paese. Tanto da sentire il bisogno ormai di darsi una struttura associativa stabile. Caratterizzata – oltreché dalla collocazione a sinistra – dalla scelta di offrirsi come punto di riferimento e d’incontro per quelle componenti del "movimento dei movimenti" che con le cose dell’ambiente hanno più a che fare. Da qui il suo legame, già in partenza, con realtà come Attac, Altragricoltura, i Comitati per l’Acqua e via via.

E così il 7 giugno la nuova associazione ha avuto il suo battesimo in Campidoglio - con intervento del Sindaco di Roma padrone-di-casa - in un incontro fra ambientalisti su "risorse, globalizzazione e sviluppo locale". Tema introdotto da Roberto Musacchio e Franco Russo e affrontato poi in una tavola rotonda da Serge Latouche, Vittorio Agnoletto, Marco Bersani, Fausto Bertinotti, Paolo Cacciari ed Emilio Molinari, regia di Giovanna Ricoveri. Cui è seguita nel pomeriggio tutta un’altra sfilza di contributi.

Altri su queste pagine dà conto dell’impostazione di partenza, incentrata sulla critica al concetto mistificatorio di "sviluppo sostenibile" con tutto quel che ne discende. Altro spazio meriterebbero le ammissioni di Agnoletto sui ritardi nella presa di coscienza dei problemi ambientali non solo delle sinistre ma dei Movimenti stessi, e sulla doppia necessità che ne viene - secondo Marco Bersani di Attac - "per gli ambientalisti di movimentarsi e per i movimenti di ambientalizzarsi". Al di là dei tanti *cahiers de doléance* ascoltati, però, a me interessa mettere in rilievo qui alcuni dei punti concettuali emersi, che possono aiutarci a vedere più chiara la strada che ci sta davanti.

Le idee-guida

Così l’invito di Giovanna Ricoveri a non attardarci a deplorare gli aspetti neoliberisti della situazione ma risalire alla sua radice capitalista, perché sta ancora lì l’avversario vero. E così la franca affermazione di Bertinotti di non vedere risposte possibili al "modello di sviluppo" (guasti all’ambiente inclusi) "al di fuori dell’idea comunista". Che rimanda alla tesi di Giuseppe Prestipino (presente anche lui alla seduta pomeridiana) secondo cui i due problemi della scarsità delle risorse terrestri e dell’appropriazione dei patrimoni di conoscenze accumulate dall’umanità lungo il corso della storia (vedi la questione dei brevetti biotech) esigono per esser risolti "la messa in comune delle une e degli altri in una nuova esperienza democratica di società comunista". Una tesi - questa del primato delle motivazioni ambiental-culturali per il Comunismo del Terzo Millennio – cui sono così affezionato che sentirla riprendere in quella sede e in quel contesto mi ha dato molto conforto.

Mi sono trovato anche in buona sintonìa con l’impostazione di Franco Russo sui rapporti planetari ambiente-politica nel nostro tempo. E più ancora con Roberto Musacchio, che secondo me ha colto nel segno mettendo in rapporto la nascita della nuova associazione soprattutto con la sciagurata situazione italiana d’oggi: con la sistematica demolizione – ad opera di una squallida congrega di mediocri apprendisti-stregoni - di tutte le difese ambientali messe su con tanta fatica in passato. Con l’aggressione venale a tutti i valori. Con l’aver dato il via alla corsa allo sfascio - assurda e suicida - di un ambiente naturale sempre più malridotto e di un ambiente culturale sempre più dequalificato. Merito di Musacchio, aver messo l’accento sul rischio di danni e degrado senza ritorno che stiamo correndo, e aver indicato come prima finalità per la nuova associazione quella di aiutare la sinistra e noi tutti a ritrovare il coraggio di dare battaglia.

La risposta ambientalista

E le denunce dei misfatti nostrani non sono mancate. A partire dall’allarme lanciato da Emilio Molinari ("Comitati per l’acqua") contro la scelta - introdotta quasi di soppiatto nella Finanziaria 2001 art.35 – di privatizzare praticamente tutte le risorse e le condotte idriche del paese a beneficio di poche holdings create ad hoc. Allarme al quale molti altri ne sono seguiti: per il Ponte sullo Stretto (con l’invito di Nella Ginatempo al prossimo camping di protesta sul luogo), per il "Mose" in Laguna Veneta, per l’inutile autostrada Grosseto-Civitavecchia e via via. Tutte vertenze che l’intervento di Musacchio ha inglobato e rilanciato in una proposta unitaria di lotta.

Giusto in tempo. Proprio in quei giorni infatti veniva maturando nel paese qualcosa di nuovo.

Grandi opere

Come l’urlo di Moretti a Piazza Navona aveva avuto l’effetto di scuotere il centrosinistra nostrano dalla catalessi post-elettorale, così il fattore scatenante per il risveglio degli ambientalisti italiani è stata la proposta Tremonti di affidare a due nuove società - "Patrimonio Spa" e "Infrastrutture Spa" - i beni pubblici del paese. Tutti. Per venderli, darli in affitto, farci soldi comunque, nella vana speranza di arrivare a far fronte alle promesse elettorali berlusconiane di Grandi Opere e sgravi fiscali assortiti. Una prova d’insensibilità per i valori della natura e della cultura tanto pachidermica e becera da strappar grida d’indignazione a qualunque persona minimamente decente. Perfino il buon Ciampi - pensate - ha trovato il coraggio di suggerire certe cautele.

Da qui gli emendamenti presentati da 12 associazioni ambientali. Da qui la controproposta ulivista. Da qui il "programma minimo in 31 punti" lanciato da Italia Nostra per far fronte ai disastri annunciati: le Grandi Opere, appunto, le sanatorie per i guasti al paesaggio, i condoni edilizi, i finanziamenti ridotti per la "difesa del suolo", i rifiuti nocivi promossi a combustibili come a Gela, le privatizzazioni delle acque. E via di questo passo fino a quella legge 628 sulla caccia che permette di sparare in Italia a passerotti e fringuelli protetti in tutto il resto d’Europa.

Così l’appello di Musacchio oggi vuol dire soprattutto questo, secondo me: la presa di coscienza da parte del Forum Ambientalista del dovere di scendere in campo con la maggior determinazione possibile nello scontro frontale comune - del mondo ambientalista e di tutte le persone che non hanno ancora portato i loro cervelli all’ammasso berlusconiano - contro questa nuova ventata di autolesionismo sadomasochista, truffaldino e cialtrone.

Perciò sarà bene che la nuova associazione faccia presto a darsi un’ossatura. Già il 7 giugno ne sono state poste le premesse con la presidenza affidata alla prestigiosa figura di Serge Latouche e uno staff di coordinamento incentrato su Gabriele Corona, "ambientalista d’azione" che da tempo va promovendo incontri e sollevando vertenze nel Sud sull’acqua, sull’agricoltura e quant’altro. Il seguito (speriamo) al prossimo numero.

 

31 emergenze culturali e ambientali

Italia da salvare

di Ugo Leone

"Tra cinque anni vi consegnerò un paese irriconoscibile". Questa è la minacciosa promessa che Silvio Berlusconi, appena eletto, ha rivolto ai suoi elettori il 22 maggio 2001.

Detto fatto: passo dopo passo, sottilmente e manifestamente, l’Italia perde progressivamente di identità. Ma quello che è accaduto nell’anno alle spalle è ancora niente rispetto a quello che ci può capitare dopo l’istituzione approvata dal Parlamento di due società per azioni – la "Patrimonio dello Stato SpA" e la "Infrastrutture SpA"- che di fatto confluiscono in un’unica "Italia SpA" non ancora approvata dal Parlamento, ma chiaramente nelle intenzioni del trio Berlusconi, Tremonti, Lunardi.

La prima delle due società raccoglie tutto il patrimonio naturale e storico artistico del Paese stimato in un valore di 2.000 miliardi di euro; l’altra costruisce "grandi opere". Poiché la costruzione di queste opere – dal ponte sullo stretto tra Reggio Calabria e Messina alle poche autostrade che ancora mancano all’appello dei costruttori di automobili, alla linea ferroviaria ad Alta Velocità - costa e poiché il governo non ha nemmeno gli occhi per piangere, i capitali necessari dovrebbero essere ottenuti vendendo ai privati un po’ di beni patrimonio dello Stato. A quegli stessi privati, che poi potranno rifarsi dei soldi spesi costruendo le "grandi opere".

Grandi opere

Una volta si chiamavano opere pubbliche, con un’espressione un po’ equivoca perché spesso non si capiva che cosa vi fosse di pubblica utilità nella costruzione di autostrade frequentate da poche automobili al giorno, di chilometriche gallerie tra i massicci montuosi abruzzesi, di dighe condannate a rimanere perennemente all’asciutto. Ora di "pubblico" non si parla più. Le opere sono grandi, anzi grandiose. Ma questi sono aggettivi che hanno valore abbastanza soggettivo perché ciò che è grande o grandioso per alcuni può non esserlo per altri.

Le grandi opere del ministro Lunardi, ad esempio, non sono tali per Fulvia Bandoli (né lo sono per me e per tanti altri) la quale, molto opportunamente, in un intervento su L’Unità del 5 giugno scorso ricorda che l’Italia avrebbe bisogno di ben altro che di ponti e autostrade. Avrebbe bisogno, invece, di interventi seri e definitivi nella rete idrica, soprattutto nel Mezzogiorno; in quello stesso Mezzogiorno che rischia non solo di morire di sete, ma anche di morire affogato nelle acque di un’alluvione o schiacciato dalla frana staccatasi da una delle sue tante dissestate montagne e colline, per il riassetto delle quali, sì, le opere sarebbero grandi e pubbliche. Avrebbe bisogno di scoprire di essere una penisola con 8.000 chilometri di coste (scoperta facilitata dalla progressiva dismissione delle automobili dalla famiglia Fiat) lungo le quali persone e merci potrebbero viaggiare più agevolmente ed economicamente realizzando quel cabotaggio che ha bisogno di poter contare su porti meglio attrezzati. Avrebbe bisogno di migliorare la qualità complessiva degli ambienti urbani (dove vive l’80% della popolazione) intervenendo sui trasporti pubblici, sullo smaltimento dei rifiuti, sull’uso di fonti di energia alternative al petrolio.

Queste sarebbero sicuramente grandi opere: forse non grosse, ma certamente grandiose quanto agli effetti sulla qualità della vita. Ma non la pensano così al governo dove, invece, sono soprattutto preoccupati di "realizzare", indignati per il fatto che l’Italia ha un patrimonio naturale e artistico monumentale di eccezionale valore che, però "non rende niente". Ha scritto molto bene in una delle sue gustose vignette satiriche LK: "metà del patrimonio artistico mondiale è in Italia – l’altra metà è in salvo".

Il rischio è grosso e del "grido di dolore" che si leva da più parti del nostro Paese si è fatta portavoce Italia Nostra che dal 16 giugno ha lanciato la campagna Italia da salvare cui si può aderire visitando il sito www. italianostra. org. L’associazione ambientalista nata proprio per la tutela del nostro patrimonio, evidenzia ben 31 clamorose emergenze. In nome della "libertà" –si legge nel comunicato di Italia Nostra- "è stato concesso spazio di manovra ai prevaricatori di sempre: si vogliono premiare gli imprenditori che hanno inquinato rispetto a quelli che hanno rispettato l’ambiente, si consente la caccia nei parchi, si svende il patrimonio mobile e immobile dello Stato per fare cassa, si autorizza la cementificazione delle rive dei fiumi e dei laghi. Si cancellano insomma tutte le regole faticosamente poste a tutela del Paese e dei suoi abitanti".

Far cassa

"Far cassa": è questa necessità che allarma. Perché il concetto di rendita economica di un bene ambientale o, genericamente culturale, è un discorso aperto e ricco di valutazioni soggettive e pericolose. Io, però, vorrei cogliere un aspetto trascurato di quel non rende niente che si sposa con l’esigenza di far cassa. E’ l’aspetto legato al degrado in cui versa gran parte del nostro patrimonio. Se quel patrimonio ha un valore monetario, anche il suo degrado ha un costo - che peraltro non è solo economico.

Generalmente il valore economico totale di una risorsa o di un sistema di risorse ambientali (VET) si calcola secondo la formula VET= valore effettivo d’uso + valore d’opzione+valore di esistenza. Il primo di questi valori è quantificabile economicamente, gli altri due meno. Se la risorsa o il sistema di risorse sono degradate, il loro valore è scarso; per metterle sul mercato occorre restituire loro l’originaria integrità e qualità, altrimenti quei beni si svendono, non si vendono. E’ un’operazione impegnativa che consiste nel restituire integrità e sicurezza ai litorali marini sottoposti ad erosione e alle colline e montagne dissestate; che consiste nel restauro del patrimonio edilizio monumentale soprattutto concentrato in molti centri storici delle nostre città… è un’operazione, insomma, che si configura come una grande opera alla realizzazione della quale potrebbe anche trovare lavoro quel milione e 400 mila lavoratori ipotizzati dal trio di cui dicevo all’inizio, molto meglio e in modo socialmente più utile di quanto non farebbero costruendo ponti sullo stretto e autostrade sullo slargo. Sarebbero un’operazione economica e un impegno culturale di grande portata.

La destra ha di recente tentato di scoprire una propria identità culturale arruolando alcuni scrittori, filosofi, scienziati che, indipendentemente dalla posizione politica che si voglia loro attribuire, fanno parte della storia della cultura internazionale. Mi permetterei sommessamente di suggerire la lettura del dossier di Italia Nostra anche a quegli uomini di scienza, per trarne profitto cancellando dai programmi di governo operazioni rozze e bassamente speculative.

 

Alfred Lotka, il padre della biologia matematica

L’età dell’oro dell’ecologia politica

di Giorgio Nebbia

Un lettore malevolo di questa rivista potrebbe essere portato a ritenere che il sottotitolo "ecologia politica" sia stato scelto dal direttore tanto per compiacere una moda che da trent’anni a questa parte tende ad appiccicare "ecologia" o "ecologico/a" a qualsiasi cosa si voglia rendere accattivante. La confusione potrebbe nascere in una persona che si è dimenticata cosa significa ecologia, intesa fin dalla sua origine come "economia della natura", come comprensione dei complessi fenomeni che legano gli esseri viventi - e fra questi gli esseri umani - al mondo circostante e agli altri viventi. Dal mondo circostante gli esseri viventi traggono i materiali per la propria vita (nel caso degli umani anche le materie prime per le attività produttive) e nel mondo circostante rigettano le proprie scorie. Dal momento che il territorio e le materie per la vita e le manifatture sono presenti in quantità limitata, le popolazioni si appropriano dello spazio e dei beni materiali con forme spesso conflittuali, squisitamente "politiche".

Di lotta per l’esistenza avevano parlato Darwin e Spencer e altri, ma la descrizione "grafica" del fenomeno si deve a tre o quattro persone vissute nel quindicennio 1925-1940, l’"età dell’oro" dell’ecologia (l’espressione si deve a Franco Scudo) prematuramente scomparso e presto dimenticato, ignorato dagli scienziati ufficiali, a cui dedico queste poche righe perché gli devo quello che so sui protagonisti dell’aspetto "politico" dell’ecologia). Una gara fra giganti, padroni della matematica e dell’ecologia, e il primo ad arrivare fu un americano, Alfred Lotka (1880-1949).

Fatti fisici e biologici

Nato a Leopoli (Lvov), nell’attuale Ucraina, aveva studiato in Francia e Germania; si era laureato in chimica (e questo spiega molte cose) e in fisica a 21 anni nell’Università di Birmingham in Inghilterra; era poi passato a Lipsia dove insegnava Wilhelm Ostwald (1853-1932), il grande fisico per il quale l’energia era il concetto centrale e unificante dei fenomeni sia fisici sia biologici.

L’idea di una visione unitaria dei fatti fisici e biologici non lasciò più Lotka che, a New York, si era impiegato come chimico nella società General Chemical Company, e poi come fisico al National Bureau of Standards. Nel 1922 Lotka ottenne una borsa di studio all’Università di Baltimora dove dedicò i due anni successivi a scrivere il suo libro fondamentale, Elements of physical biology, pubblicato nel 1925 dagli editori Williams e Wilkins., poi ristampato nel 1956 dall’editore Dover (col titolo: Elements of mathematical biology) ed è oggi esaurito; se ne può trovare una copia, magari usata, da Amazon che vende libri per corrispondenza (www. Amazon. com).

Una domanda interessante in quegli anni venti del secolo scorso riguardava l’aumento della popolazione dei singoli stati: in un territorio di dimensioni limitate quante persone possono "essere contenute"? Partendo dagli studi di economisti e demografi precedenti, fra cui Malthus e il belga Verhulst, Lotka precisò che una popolazione (di animali o umani) in un territorio dapprima cresce lentamente, poi più rapidamente, perché aumentano le occasioni di vita comune; ma ad un certo punto la popolazione finisce per contendersi lo spazio e il cibo che sono scarsi e il suo tasso di crescita rallenta fino a raggiungere una situazione stazionaria, una saturazione dello spazio. Di popolazione stazionaria avevano scritto Stuart Mill e Pigou, ma Lotka presentava una "legge" matematica (una curva "logistica") di cui avrebbero dovuto tenere conto coloro che speravano in una espansione illimitata del numero dei consumatori e dei loro consumi. La carrying capacity di un territorio di dimensioni limitate è il "massimo" numero di individui che lo possono occupare.

Che cosa succede se nello stesso territorio più popolazioni si contendono lo stesso cibo e lo stesso spazio? La natura offre numerosi esempi. Alcune specie si nutrono di altre; le volpi predatori si nutrono dei conigli che sono le loro prede. Lotka elaborò una teoria delle interazioni fra popolazioni in una forma matematica che spiegava quello che gli zoologi conoscevano da tempo: fino a quando le prede sono numerose, i predatori hanno cibo abbondante, ma a furia di mangiare conigli, le volpi si trovano ad avere poco cibo e il loro numero diminuisce. Col diminuire del numero dei predatori gli animali preda si fanno più coraggio e aumentano di numero; a questo punto i predatori si accorgono che è aumentato il cibo disponibile e aumentano di nuovo di numero, con oscillazioni che le equazioni matematiche ben descrivono.

Oggi qualsiasi dispensa universitaria di ecologia contiene le equazioni di Lotka, ma quando Lotka scrisse il suo libro si trattava di un contributo che chiamerei rivoluzionario: da qui il titolo di biologia matematica degli elementi di Lotka.

La trattazione matematica

Agli inizi del secolo scorso Ronald Ross, premio Nobel 1902 per i suoi studi sulla malaria, aveva proposto una trattazione matematica dei rapporti fra parassita e "ospite"; William Thompson (1887-1972) aveva studiato la diffusione dei parassiti dell'erba medica e del mais, provenienti dall’Europa e che avevano infestato le colture nord-americane, e la possibilità di distruggere tali parassiti con specie predatrici. Tali studi hanno gettato le basi delle pratiche oggi usate nella agricoltura cosiddetta "biologica".

La trattazione matematica di Lotka fornisce un quadro unitario a queste associazioni di popolazioni e ad altre ancora. Di particolare interesse "politico" è lo studio della concorrenza fra popolazioni. Immaginate gli animali di due differenti specie che si nutrono dello stesso cibo e occupano lo stesso territorio: cibo e spazio limitati. Possono succedere vari casi: le due popolazioni convivono anche se il numero degli individui di ciascuna specie resta inferiore a quello che si sarebbe avuto se ciascuna fosse stata da sola. Oppure una delle due popolazioni è dotata di spirito aggressivo e cerca di catturare più spazio e cibo che viene a scarseggiare per l’altra popolazione (come nel conflitto fra Israeliani e Palestinesi). In questo caso o aumenta la popolazione della specie più aggressiva e diminuiscono gli altri, fino a raggiungere un equilibrio di convivenza (alla popolazione più aggressiva fa comodo avere una popolazione residua della specie più debole), o la popolazione più debole si annulla.

Portandosi dietro la sua insaziabile curiosità, Lotka, per guadagnarsi da vivere andò a lavorare come attuario alla Metropolitan Life Insurance, una compagnia di assicurazioni. A questo punto comincia il successo della visione del mondo di Lotka. A cinquemila chilometri di distanza, nel 1926 il grande matematico italiano Vito Volterra (1860-1940), accademico dei Lincei, senatore del Regno, cattedratico universitario, discute con Umberto D’Ancona, uno zoologo, alcune curiose osservazioni: durante la prima guerra mondiale le operazioni militari nell’Adriatico avevano impedito la pesca. Dopo questo periodo di interruzione (oggi lo chiameremmo "riposo biologico") i pescatori rilevarono un aumento dei pesci predatori che avevano trovato più cibo nei pesci-prede, non disturbati dalla pesca. Dopo molti anni di pace, ripresa la pesca dei pesci-prede, era diminuito anche il numero dei predatori che trovavano meno cibo; si era insomma osservato, nelle popolazioni delle prede e dei predatori, un rapporto oscillante che poteva essere descritto con equazioni differenziali, proprio come aveva fatto lo sconosciuto studioso americano. Lotka rivendicò, rispetto al grande scienziato europeo, la priorità delle sue "equazioni" e cominciò così una polemica che coinvolse, con continui perfezionamenti delle equazioni sulla dinamica delle popolazioni, altri giganti come Vladimir Kostitzin (1883-1963), un rivoluzionario russo emigrato a Parigi, Giorgi Gause (1910-1986), un biologo sovietico che a 24 anni pubblicò negli Stati Uniti il suo celebre libro sulla Lotta per l’esistenza e altri ancora: tutto un girare di persone e idee fra Unione sovietica, Europa, Stati uniti, in una gara di perfezionamenti che stanno oggi alla base dell’ecologia, di quella vera, non quella dei salotti.

Ecologia ed economia

A Lotka, fra l’altro, va il merito di avere riconosciuto le analogie fra fenomeni ecologici e fenomeni economici, il carattere "politico" dell'ecologia. In uno dei suoi lavori Lotka mise in evidenza che i problemi di concorrenza fra popolazioni di esseri viventi si osservano anche fra le popolazioni di merci; un mercato è un territorio di dimensioni limitate che può accogliere una massa di merci non infinita. Si pensi al caso degli elettrodomestici: una famiglia può avere un frigorifero o anche due o e tre, ma se decidesse di possederne dieci dovrebbe metterli anche in camera da letto e andare a dormire in strada. Tanto è vero che la popolazione di frigoriferi (o di televisori, o di automobili, eccetera) in Italia è stazionaria, avendo saturato la carrying capacity del mercato. Ma l’imprenditore capitalistico deve produrre e vendere più frigoriferi, o televisori o automobili e allora si inventano strumenti tecnici per diminuire la vita utile di ciascun oggetto, o psicologici per indurre a cambiare i modelli, o fiscali per premiare chi getta via la vecchia automobile e ne compra un’altra.

Ma la *carrying capacity* del mercato - come quella di un prato o di un lago - non può essere superata; anzi le equazioni di Lotka, Volterra, Kostitzin, Gause mostrano che le scorie degli esseri viventi quando muoiono (e, nel nostro caso, le scorie delle merci o degli oggetti fuori uso, morti) non scompaiono ma intossicano l’ambiente e le popolazioni che lo occupano. Quando le automobili sono in numero tale da superare la carrying capacity delle strade di una città, la mancanza di spazio e i gas inquinanti intossicano l'ambiente e gli esseri umani che lo abitano al punto che i governanti devono (dovrebbero) imporre un limite alla crescita del numero di oggetti in circolazione. A chi si piange addosso perché il mercato è saturo di automobili, televisori, telefoni cellulari, eccetera, a chi si chiede che cosa succederà domani, raccomando di far studiare ai suoi dirigenti le equazioni di "ecologia politica" di Lotka.